1923, E. G. – La Roland e la Duse. Commedie nuove

E. G., 1923. “Teatro. La Roland e la Duse – Commedie nuove: Sorella e Leda“. La Stampa, 30 dicembre 1923, p.3. 

Ida Roland, nata Ida Klausner, (1881 -1951) era un’attrice viennese di origini ebraiche; fuggì dall’Austria nel 1938 .
Lo spettacolo recensito è il dramma Die Schwester  [La sorella], di Hans Kaltneker, in realtà Hans Kaltnecker von Wallkampf,  (1895-1919) e non Kaltneher, come erroneamente nel testo.  Anche se l’autore precisava: “Vorrei premettere: so che spesso l’«amore perverso» può essere più nobile di quello tra uomo e donna. Che coloro che ne sono colpiti possono essere, e tendono a essere, i più elevati tra gli uomini. Ho incontrato quasi esclusivamente persone di questo tipo”, ciò nonostante per lui l’omosessualità è egoismo, sterilità, lontananza da Dio e se ha creato Ruth in questo modo è stato per suscitare una maggiore indignazione, non per scrivere un ‘pezzo di tendenza’. [tratto da Wikipedia, online allo https://de.wikipedia.org/wiki/Hans_Kaltneker]
Ringrazio Giovanni Dall’Orto per la segnalazione.


Vienna, 29, notte.

(E. G.)  La signora Ida Roland, dopo diversi mesi di riposo, goduto per buona parte sulle rive dei nostri mari o del nostri laghi, è ritornata alle scene. Il pubblico l’aspettava con impazienza, che a buon diritto la tiene per una delle sue beniamine. La chiamano la Duse tedesca, ma a mio avviso ben poco ha di comune colla nostra artista somma. La Roland, sempre artista grande, di un’acuta vivacissima intelligenza, si è dedicata negli ultimi anni all’interpretazione di quel teatro verista a base patologica, dove i problemi del sentimento sono divenuti quelli della sensualità la più morbosa, e che mettono a dura prova le forze dell’artista che non voglia cadere nel volgare. Il teatro di Wedekind non ha una interprete migliore; la rammento nel terrificante «Castello di Wetterstein» – che è tutto una serie dì schiaffi a ciò che di morale vi è in noi più radicato – passare dalla giovinetta maliziosamente viziata all’ambiente raffinato di galanteria della castellana che bassamente si prostituisce, fino alla morte per un veleno ad arte propinatole onde la vista dei contorcimenti del suo corpo agonizzante soddisfi la perversità di un miliardario americano degenerato! A questa roba, son certo, la nostra Duse non si sarebbe mai avvicinata.

Ora la Roland si è ripresentata, come ho detto, al teatro “Renaissance” con un lavoro psicopatologico di Kaltneher, del quale venne dapprima concessa un’unica rappresentazione alle condizioni che, in un palco, la Commissione municipale, che ha il compito della polizia dei costumi, giudicasse e dal lavoro in sé e dal contegno del pubblico se la morale dovesse ritenersi offesa. Il responso fu che l’autore è un poeta e tale si dimostra, e che alle manifestazioni d’arte deve lasciarsi via aperta. La commedia iniziò cosi le sue repliche.

«Sorella» si chiama la commedia che anzi vien qualificata un «mistero». Due sorellastre orfane della stessa madre vivono nella casa del padre della più giovane che, nell’ossessionante timore per la purità della propria figlia Loo, teme il contatto di Ruth, l’altra, il cui padre era un degenerato sessuale, e mantiene le due ragazze in un ambiento quasi conventuale. Ma Ruth, sola al mondo e forse vittima inconscia di una forza ignota, è accesa da una morbosa passione per Loo. La quale sta per cadere, quando il fidanzato vede il pericolo e la vince colla forza di un sano amore: Ruth vilipesa, umiliata, non può uccidersi – perché le strappano la rivoltella di mano – quando Loo le dice: Mi fai ribrezzo! Ruth cacciata di casa va pel mondo col peso della sua insana passione. Il secondo atto, che è in versi ed accompagnato tutto da una musica suggestiva, tratta da sinfonie di Mahler, ci rappresenta in una sintesi allegorica il vizio e la corruzione umana, fra le quali Ruth passa perdendosi. Al terzo atto abbiamo Ruth, dedicatasi alle sorelle cadute, infermiera da due anni in un ospedale di contagiate per dove è passata come un angelo di bontà. Il primario dell’ospedale ha un sospetto e le fa analizzare il sangue. La vita di vizi l’ha irremissibilmente contagiata; essa deve abbandonare subito l’ospedale. Di notte, sulla pubblica via, Ruth ha fame. Un passante non la trova degna del proprio denaro; ella cade svenuta; due ladruncoli la derubano delle poche vesti; una pattuglia di guardie la porta in camera di sicurezza ed una guardia pietosamente la copre. Tre donnacce, pure ivi per la notte ospitate, inveiscono contro l’intrusa; ma essa si risveglia, cede le coperte alle tre femmine che chiama sorelle e si riadagia sul pavimento. Le tre sciagurate, che ebbero un tempo le sue cure, la riconoscono, la chiamano per nome, l’accarezzano, pregano e piangono nel ritorno di un lontano germe di bontà. Un raggio dì luce scende dall’alto ed investe Ruth, che esclama: —Ho fatto la luce!… Solleva le mani al cielo e ricade morta. Si ode la voce di Dio chiamarla «amata».

Lavoro, come si vede, che, nelle conclusioni, potrebbe andare d’accordo anche col nostro modo di concepire la morale se non fosse accompagnato da dissertazioni dell’autore, morto a 23 anni, che sconvolgono tutte le conseguenze che dai fatti potrebbero trarsi. La signora Roland è veramente grande nella faticosa e difficilissima parte. Ciò che il suo volto esprime quando, infermiera, conosce da una lettera che la sua diletta Loo è morta nel dare alla luce un bambino, non potrebbe essere riprodotto da parole; ma, cara signora, come mi piacerebbe sentirvi nella Locandiera!


http://www.leswiki.it/repository/ritagli/1923eg-roland.pdf