Donata Gianeri, 1978. Le “brigate Saffo” ancora nel pozzo della solitudine, La Stampa Sera del Lunedì, anno 110, n. 81; 10 Aprile 1978, p.7
Le “brigate Saffo,, ancora nel pozzo della solitudine
Molto diffìcile uscire allo scoperto: il pedaggio è altissimo, i vantaggi sarebbero tutti da appurare – Dall’amicizia infantile alla “rivelazione”
«Sono una ragazza madre: non ho voluto abortire perché mi sentivo sola, respinta da tutti e pensavo che un figlio potesse risolvere i miei problemi, servirmi da ancoraggio, diventare, finalmente, qualcosa di mio. Sbagliavo, perché neanche i figli sono di nostra proprietà. Oggi la bambina ha sette anni e vivo con lei in casa dei miei genitori. Non le ho mai nascosto nulla di me, neanche la mia relazione: e lei tratta la mia amica come una seconda madre. Quanto ai miei, sanno tutto. Mio padre, quando gli confessai che ero lesbica, fece una gran ghignata. Forse, preferiscono che frequenti una donna invece che un uomo; cosi non c’è il pericolo che torni di nuovo a casa col pancione», racconta Matilde, 31 anni, fondatrice delle Brigate Saffo di Torino.
Amica del cuore
La paura del maschio, delle conseguenze spesso drammatiche d’un rapporto, della violenza è alla base di molti casi di lesbismo. «Sin dall’adolescenza in un certo senso viene incoraggiato il rapporto omosessuale femminile — dice la psicologa Tilde Giani-Gallino —. La famosa “amica del cuore”, che tutte le ragazze hanno è una forma di attaccamento lesbico, niente affatto stigmatizzato dalla società, anzi spesso incoraggiato perché soprattutto durante l’adolescenza i rapporti con gli uomini incutono timore per tutte le probabili conseguenze e un’amica è meglio di un amico». «Non è solo la paura del maschio e della violenza maschile a indirizzare molte donne verso un rapporto omosessuale – spiega il professor Dino Origlia — ma specialmente il rifiuto cosciente del maschio. Inoltre l’omosessualità, a volte, è una ricerca della propria femminilità, d’un tipo di rapporto basato soprattutto sulla tenerezza, di un’esperienza erotica più ricca, ma soprattutto diversa, dato che nei rapporti con l’uomo si segue immutabilmente lo stesso copione».
Da poco la lesbica si è decisa a uscire allo scoperto: il pedaggio è altissimo, i vantaggi da appurare. L’unico garantito da sempre alla donna, rispetto agli uomini, consiste nella maggior libertà dei rapporti omosessuali. E non perché il lesbismo venga tollerato, ma perché le lesbiche sono più difficili da scoprire. Una coppia di donne non desta sospetti come una coppia di uomini e due donne che vivono sotto lo stesso tetto possono sembrare la cosa più naturale del mondo. Per cui, si arriva magari a situazioni da pochade. Mi raccontano di Leonora, 32 anni, sposata da dieci con un marito fusto, molto compenetrato della propria virilità e preoccupato unicamente di non essere leso nell’onore, in poche parole, fatto cornuto. Leonora è un’omosessuale «velata», come dicono in gergo, e il pomeriggio, prima di uscire per i fatterelli suoi, non manca mai di avvertire premurosamente il marito: «Caro, vado dalla mia amica Irma». Qualche volta, gli telefona sul tardi: «Sono da Irma, ti dispiace se mi fermo a dormire qui?». Al consorte non dispiace affatto, può godersi la serata libera stando fra due guanciali; mai gli è passato per la testa che oggi le corna possono essere di due specie.
Per la lesbica, dunque, il rapporto è più facile e dipende anche dal fatto che diversamente dall’uomo, è ancora legata alla coppia, per cui le relazioni tra lesbiche non solo s’intrecciano generalmente in cerchie ristrette di amiche, ma durano spesso a lungo. Il maschio è invece per il cambiamento continuo del partner, la relazione effimera e casuale, che dura l’espace d’une nuit. Il che lo rende più vulnerabile, esponendolo a ricatti d’ogni genere. Non per niente un certo Pierre Lassu ha aperto nel marzo del ’76 a Parigi, Champs-Ely-sées, la prima «agenzia matrimoniale per omosessuali» in cui si offre, se non il matrimonio, almeno la possibilità di «fondare una vera unione». E l’iniziativa ha ottenuto un enorme successo.
A ogni modo, l’omosessualità non è oggi il tabù dì dieci o vent’anni fa: se ne discute ormai apertamente, anche se non sono stati fatti molti passi avanti. Le avanguardie dei «diversi» urlano in piazza le proprie ragioni; ma il costume cambia molto lentamente, come si vede dalla persistenza di banali clichés secondo cui i pederasti sono tutti parrucchieri, antiquari, sarti o ballerini. Le lesbiche, invece, tutte donne frustrate o amareggiate che non hanno mai avuto successo con gli uomini. Gli uni e le altre provocano a tutt’oggi sentimenti di timore o di disgusto e comunque. in genere, un senso di disagio. Per questo gli omosessuali sono ancora messi al bando e giudicati «diversi» benché la scienza abbia dimostrato che non sono più da considerare malati e, tanto meno, pervertiti. Già nel ’73 gli psichiatri americani radiarono l’omosessualità dalla voce «disordini mentali», seguiti poi su questa strada con qualche ritardo anche dagli psicanalisti nostrani. «Abbiamo fatto una dichiarazione ufficiale — prosegue Tilde Giani-Gallino — per chiarire che l’omosessualità non dev’essere considerata una malattia, ma semplicemente una scelta di vita. Nella misura in cui è concesso, in questo campo, compiere delle libere scelte. A esempio, nessuno di noi ha scelto liberamente l’eterosessualità; ma siamo stati educati a farlo. Sin dai primi anni della nostra vita, che sono quelli maggiormente formativi, ci troviamo intorno sempre e soltanto coppie eterosessuali, a cominciare dai nostri genitori: e tutto, canzoni, letteratura, cinema, ci parla di amori eterosessuali, poiché nel nostro tipo di società è ammissibile soltanto che un uomo sposi una donna, mentre ogni altro genere di rapporto è considerato riprovevole, quindi da tenere nascosto. In un simile ambiente la nostra non è tanto una scelta, quanto un’imposizione sociale».
Fuori regola
Ancora oggi gli adolescenti che si scoprono omosessuali si sentono fuori dalle regole e, spesso, dei mostri: «Sposati, vedrai che ti passa», gli dicono in famiglia. E sono molti quelli che, per paura di venir messi al bando finiscono proprio per sposarsi. Fra le rivendicazioni delle lesbiche c’è infatti quella che i consultori non vengano adibiti soltanto a insegnar l’uso dei contraccettivi più moderni o a curar la frigidità della coppia, ma anche a indirizzare e sostenere quelli che avvertono una sessualità particolare. Il problema appare di grande attualità: negli Stati Uniti è uscito appena un rapporto Kinsey sull’omosessualità nel quale si cerca di sondare e descrivere la sfera più intima della vita dei «diversi»: «Molti omosessuali, specialmente le lesbiche — scrive Alan P. Bell, uno degli autori di questa ricerca — vivono secondo tranquilli ritmi domestici. Si tratta di coppie legate da un vincolo pseudo-matrimoniale, non di rado più solide e felici di quelle composte da un uomo e da una donna».
E questo viene rimproverato al movimento delle lesbiche: di voler abbattere le istituzioni secolari per poi ricadere nello stereotipo del rapporto tradizionale. E’ un concetto che affiora anche nel film Tre donne di Altman le cui protagoniste, dopo aver raggiunto a fatica la libertà e l’autosufficienza, finiscono per ricreare, senza nemmeno rendersene conto, un nucleo familiare con «padre», madre e figlia: «L’abolizione dei ruoli e la parità assoluta nell’ambito della coppia lesbica sono ancora, purtroppo, un’utopia — dice lo psicologo Origlia —. In realtà nell’ambito di queste coppie, non si creano tanto dei ruoli quanto delle prevalenze, con donne che si impongono alle altre per un certo tipo di personalità e di intelligenza. Si assiste, insomma, ad una sorta di plagio culturale e intellettuale. Quel tipo di violenza della donna sulla donna del quale si è parlato nel recente convegno di Roma: violenza, sia pure di tipo affettivo, della madre sulla figlia, quindi violenza di una ragazza più in gamba che soggioga le altre, creando un tipo di rapporto maschilista, di sopravvento da una parte, di soggiacenza dall’altra. Diciamolo: proprio quello che si vuole abolire. Ma io ho molta fiducia nelle donne: intanto, per abbattere i ruoli, esse si stanno avviando a una vita di gruppo, con l’autocoscienza, i circoli femministi, i viaggi tra donne sole».
Per tutte queste ragioni, il movimento politico delle omosessuali tende a emancipare le «lesbiche vecchia maniera», ossia quelle che ancora si travestono pateticamente da uomo e cercano rifugio nei locali alternativi di Torino, come il Gay Club, il Nepenta e il Kappa Bi, quest’ultimo riservato alle sole donne. Dicono nelle Brigate Saffo: «Le lesbiche devono aggiornarsi e soprattutto avere il coraggio del proprio stato, mostrandosi allo scoperto anziché rinchiudersi in questa specie di ghetti del divertimento omosessuale. Tra l’altro, negli ultimi tempi, frequentati malissimo: può capitare persino d’incontrarvi coppie di eterosessuali, uomo e donna, che si tengono per mano. O che si sbaciucchiano, addirittura. Se vogliamo affermarci, dobbiamo essere unite». L’unione fa la forza. Ma è una forza piuttosto relativa. Anche politicizzate, coscienti, «nuovo modello», con sede, congressi e slogans. le lesbiche continuano ad essere disperatamente isolate. In fondo, il Pozzo della Solitudine resta sempre quello.
Donata Gianeri
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