1982, Rina Macrelli – Per una storia del lesbismo: la mia

Rina Macrelli, “Per una storia del lesbismo: la mia”. Effe, n. 3 (marzo), 1982.

http://efferivistafemminista.it/2014/12/per-una-storia-del-lesbismo-la-mia/


Un giallo storico consumato tra le adolescenti ignare di un collegio di fine ottocento, colpevole e vittima una di loro, quante altre complicità vivono ancora oggi le donne?

L’insegnante belga licenziata per dichiarato lesbismo, la legge sulla violenza sessuale in pericolo d’essere peggiorata anziché migliorata, la fatica per difendere il Governo Vecchio (botte all’emarginazione lesbica che vi trova rifugio, taglio di fondi all’università delle donne ecc.), la manovra per sfrattare Pompeo Magno da via Pompeo Magno (con larvate minacce di portare al processo la lesbopolitica che una parte del collettivo svolge), minacce ovunque agli spazi delle donne, indigenza dei nostri giornali, dappertutto ormai la resistenza è così strenua che negli anni a venire chissà, le donne la ricorderanno come Resistenza (questo lo sfondo per chi vive a Roma) e diranno io c’ero, io non c’ero.

Alla riunione del mio gruppo ieri sera, Vivere Lesbica, le compagne insegnanti mi sono parse più pallide delle altre mentre ci chiedevamo cosa fare dopo la vicenda belga. Anch’io sono stata insegnante, ma per poco e assai prima di avere una coscienza femminista, secoli prima di vivere la mia realtà lesbica, ora prima di farne lotta politica. Davanti a quel pallore ieri sera ho avuto due flash: uno verso l’anno 1972, uno verso il 1898.

Il ’72 fu l’anno in cui la prima insegnante lesbica italiana. Mariasilvia Spolato. Osò firmare il suo lesbismo con nome e cognome. Le femministe storiche la conoscono le giovani no. Firmò i bollettini che redigeva e illustrava per il FLO (fronte di liberazione omosessuale da lei fondato), la prima poesia lesbica del neofemminismo italiano (su Fuori 1) e si lanciò a vivere, in una capsula-tempo iperconcentrata ed esplosiva, la scommessa di fare azione lesbica e femminista prima con quel suo FLO. poi nel Fuori, poi nel femminismo separatista, di vivere (subito) un rapporto felice non spaurito con una donna impauritissima che pure l’amava e di politicizzare (subito) le amiche tra cui c’ero anch’io (pre-femminista e tetragona alle forzature, se pure incline a infliggerne), il tutto essendo insegnante di matematica e autrice di libri di matematica. E andando incontro a rapide delusioni, scontri, a furie, all’estromissione dalla scuola, all’isolamento.

E poi l’altro flash su una certa M. della fine dell’800. che ebbe a che fare con una certa “inchiesta” psicologica datata 1898 sul lesbismo in età collegiale a proposito della quale ho già avuto occasione di dissentire, sulle pagine di “Quotidiano Donna”, dalla lettura che ne ha fatto una compagna. Quel libro mi è spesso tornato in mente, davanti al vitalissimo sconquasso che “Noi Donne” ha provocato nelle sue lettrici col pubblicare nel giugno ’81 la sua prima inchiesta sul lesbismo, sconquasso che comporta periodicamente l’emergere di inviti alle donne lesbiche a desistere dal fare politica e a darsi al medico, allo psicologo o al silenzio.

Dirò quello che su quel libro del 1898 non ho ancora detto, una mia scoperta: esso non è un’”inchiesta”, è un falso scientifico e per giunta una specie di giallo, nel senso che contiene un crimine ben occultato della scienza psicologica allora nascente, così ben occultato che ci è voluta molta rabbia lesbica per venirne a capo. Ieri sera davanti al pallore addolorato delle mie compagne ho immaginato un ben diverso pallore sulle guance di quella M. di tanti anni fa.

Gli autori di quell’”inchiesta” (due lombrosiani, Obici e Marchesini), allora presentarono il libro così: abbiamo fatto un grosso lavoro, raccolto 300 lettere di ragazze in svariati collegi, interrogato varie insegnanti, ed ecco i materiali, ecco cosa si deve pensare del fenomeno. Il crimine non è tanto nella loro opinione (lesbismo uguale patologia, attenti a quello precoce platonico, può degenerare, infettare socialmente, radicarsi biologicamente, diventare ereditario, orrore al movimento politico degli invertiti — ce n’era uno nel Nord Europa — gli omosessuali cui resta un po’ di senso morale “battano alla porta del medico” ecc.). Il crimine non è tanto questo.

È più nascosto. Lo scopri solo se metti insieme i pezzi delle lettere, confronti le sigle che sostituiscono il nome delle scriventi, rigiri il libro parecchie volte e capisci finalmente che non è vero che quella è un’inchiesta, che non sono lettere di molte ragazze a molte altre ragazze, che sono lettere di solo undici ragazze indirizzate ad una sola e medesima ragazza, appunto la detta M. Un gruppo di collegiali di un solo collegio, che si amano variamente ma soprattutto amano o hanno amato M. (la Maliarda?) nel giro di tre o quattro anni.

Un trucco degli autori per moltiplicare fittiziamente il numero delle scriventi è stato di moltiplicare le sigle apposte alle lettere. Così ad esempio Ines una volta è I.. un’altra è In., un’altra Ines Fuxia. B. (Bruna?) si raddoppia in Br., St. (Stefania?) in S. e via dicendo. Un altro trucco per nascondere che la ricevente è una sola, è stato mettere solo qualche volta la sigla M.. omettendola molte altre così da far pensare che di destinatarie ce ne fossero diverse. Ho fatto grafici, messo insieme tasselli, ricostruito classi, intrecci, amori. Non ci sono dubbi, quella è una truffa. È un epistolario, e nemmeno recente ma risalente a decenni prima, appartenente a M., lettere a lei indirizzate in più anni di collegio da compagne innamorate o ex tali.

Ma il crimine non è questa frode scientifica, il crimine è nel modo come l’epistolario arrivò ai due medici. Quando l’ho capito ho provato una sorta di nausea. E stata la Maliarda in persona, divenuta adulta, a metterlo nelle mani dei due medici, accompagnandolo a un suo commento scritto: non su di sé, ma sulle altre (una volta parla di “due sudicione”) o sul “fenomeno”, prendendone le distanze in modo così furbesco, goffo, vile che mi chiedo quale paura di insegnante, quale pietosa voglia di piacere ai due psicologi le abbia fatto immaginare un tale tradimento di sé ragazza e delle sue giovani compagne, l’abbia spinta a farsi complice di un tale fatto.
“E non esiste, financo, una produzione autonoma di questi invertiti, che tentano giustificare la loro degenerazione e pretendono mettere l’omosessualità allo stesso livello morale dell’eterosessualità, vale a dire del vero e sano amore?” Alludevano, i due gaglioffi dottori, alla produzione scritta, politica, dei militanti del primo gay lib.

Nel 1972 quella degenerata della Mariasilvia elencava in un suo volantino rivendicativo: liberazione femminile, aborto libero e gratuito, contraccezione, sessualità consentita ai minori, omosessualità libera, educazione sessuale. Quest’ultimo è un tema su cui forse i gruppi lesbici dovrebbero dare battaglia, ci dicevamo qualche settimana fa a Vivere Lesbica. Quasi prevedessimo la burrasca belga. Quello era l’anno in cui Fuori informava che un congresso nazionale sull’educazione, a Cuba, aveva affermato “il carattere socialmente patologico delle devianze omosessuali”, proprio come nella Spagna franchista la legge dichiarava pericolo sociale “tutti coloro che compiono atti di omosessualità”. Mariasilvia, saputo che una giovane lesbica italiana era corsa fino in Olanda per cercarvi una neonata organizzazione omo, si chiedeva: “È giusto fare duemila chilometri per crescere?”

Lei voleva crescere e far crescere le altre subito, scolara e pedagoga impaziente. Quell’anno era sempre in moto. Padova. Milano, Roma. Torino. Parigi, con una borsona in cui trasportava (e spesso rovesciava a casa mia) messaggi manifesti ciclostilati libri e un canestro con la sua gatta. Io rimettevo tutto dentro la borsa, dicevo che volevo i ritmi miei. Mi guardava come fossi matta e forse lo ero. Impaziente ma lucida. Per esempio allora nel Fuori tutti facevano un gran proclamare, in funzione taumaturgico – incantatoria, il binomio “femministe e omosessuali uniti”, ma lei vedeva bene che era una forzatura, un pio desiderio.

Stava col Fuori ma sul giornale scriveva: qui i froci non fallocrati sono pochissimi e le lesbiche, pochissime, dovranno andare a recuperare la loro identità nei collettivi femministi. Però per un breve periodo credette possibile formare gruppi di donne in ambito Fuori. Errore. All’epoca l’afflusso lesbico (sia pure velato) era tutto verso i gruppi femministi. Il movimento che s’ingrossava, impetuoso, seduceva di più. E probabilmente molte lesbiche allora scansarono il Fuori anche per un’altra ragione: non tanto perché lo reputassero fallocratico (analisi troppo avanzata per una donna ancora non femminista) né perché non amassero stare coi froci (molte di loro, me compresa, in privato ci stavano moltissimo) ma perché oso dire avvertivano il femminismo come più discreto rispetto al lesbismo, cautela che sono ben lungi dal condannare.

Il binomio dell’automatica alleanza donne-froci nel ’72 era portato avanti anche da una Nanda Pivano, che su Fuori scriveva del Gay lib americano ma mancava di soffermarsi su un fatto come questo: che i balli politici dei maschi gay in USA non erano mai disturbati, mentre quelli delle lesbiche (il primo fu nell’aprile del 1970) lo erano spesso: dalla mafia dei locali, qualcosa che ben conosciamo a Roma fin dal ’74, anno in cui fu aperto e rapidamente richiuso il locale lesbofemminista Giraluna. E lo coltivava anche la D’Eaubonne, cofondatrice del Fhar (il Fuori francese) la quale sosteneva per esempio che nei movimenti gay “la maggioranza è dei maschi senza dubbio a causa della repressione e della persecuzione più visibile per loro”. Nel mio collettivo (dove ancora io non ero), già notoriamente separatista, si tempestava contro l’omologazione facilona di quel binomio, ma donne come Lara Foletti andavano lo stesso a Fuori e Filf (fronte italiano di liberazione femminile), magari a fare casino, a riaffermare il separatismo come sola politica possibile delle donne, però era sempre un atto d’amore e di profondo interesse, di un genere oggi diffuso tra gruppi diversi. E Fufi Sonnino poi, la cantautrice di Pompeo Magno, andava già dappertutto con la sua chitarra a provare le sue prime canzoni lesbiche. Ma mi chiedo se il ritardo con cui a Pompeo Magno si è cominciato a parlare di lesbismo (ben dopo il ’74, l’anno in cui arrivai io) non sia dovuto al fatto che in tutto il femminismo e anche a PM c’erano moltissime insegnanti e che molte lesbiche fanno le insegnanti. L’insegnante è forse la lesbica più ricattabile sul piano del lavoro. “Diventeranno le educatrici dei figli della patria”, scrivevano infatti i due medici della falsa inchiesta nel 1898, invitando a tener d’occhio le normaliste.

Ci furono anche, in quel ricco ’72, momenti duri. La rispettiva superbia militante. Quelle del Fuori invece di chiedersi che cosa non attirasse al Fuori le altre lesbiche commentavano con sprezzo: “Crederanno risolti o risolvibili i loro problemi col silenzio!”. Mettevano su un congresso coi loro maschi e poi pretendevano l’adesione delle femministe all’ultimo momento, senza averle chiamate alla preparazione. Non voglio parlare di ingenuità, perché di questo si parla anche troppo oggi rispetto al movimento, è quasi una nuova retorica. C’è anzi molto da imparare (se guardo le cose alla luce della situazione del mio collettivo, a dir poco tesa) da quel tira-e-molla tra lesbiche del Fuori, femministe separatiste, femministe marxiste, e lesbiche mimetizzate di entrambi i settori. Per esempio nel dire no alle donne del Fuori c’era differenza tra le marxiste e le separatiste. Le prime dicevano: non dobbiamo spaventare le “masse” di donne, sono ancora immature per il problema (c’era questo tipo di paternalismo, questa proiezione continua verso le povere masse). Le altre dicevano: non veniamo con voi perché vogliamo stare con le donne, con tutte le donne (c’era questa proiezione verso la nuova idea di “massa delle donne come sesso”, questo orgoglio di sesso, un po’ mito un po’ realtà come vedemmo fisicamente qualche anno dopo, quando andammo in cinquantamila per le strade). Aggiungevano le separatiste: venite voi da noi, sarete graditissime.

Quelle del Fuori ribattevano alla marxista: perché questa tua fuga nelle masse? perché sei cosi angosciata dall’idea di ripartire da te stessa? Facevano interpretazione psicanalitica, cosa che a Pompeo Magno si evitava di fare anche se si era molto ostili alla proiezione sulle “masse”. Il separatismo preferiva colpire con un’altra accusa: “dipendenza psicologica dal maschio” o “dipendenza culturale”. E quelle del Fuori ribattevano a tutte le altre: “La verità è che non volete avere dubbi sulla vostra sessualità, volete fare le rivoluzionarie senza rinunciare a nessuna gratificazione etero”. Ciò veniva vissuto come l’equivalente di “Sotto sotto sei una lesbica, hai una latenza lesbica, non vuoi viverti”. E reciprocamente: “Ti vedo molto ruolizzata maschio, sei una succube del maschio, non vuoi liberarti”. E un po’ il problema del proselitismo, della paura dell’abbandono, del tradimento. E un po’ anche la voglia di scaricare su altri (persona o gruppo sociale) la responsabilità della rivoluzione definitiva. “La rivoluzione o sarà lesbica o non sarà”; lo ha scritto un omosessuale maschio, in un suo libro che peraltro stimo. In espressioni del genere sento sempre due cose che non mi piacciono, la seduzione e il ricatto.

Nel ’72 le lesbiche del Fuori scrivevano: “Solo quando le etero avranno superato la diffidenza nei confronti delle lesbiche il processo alla fallocrazia sarà veramente iniziato”. Eppure a questa apodittica affermazione sento in me risuonare una corda profonda. La corda dell’utopia egualitaria. Sul finire del ’72 le donne del Fuori entrarono in crisi. Cominciavano a essere stufe delle assemblee, dei dibattiti, dei sexfestival dove i maschi continuavano a parlare “inglobando con la solita naturalezza anche noi”. Mariasilvia intervistando Simone de Beauvoir aveva una conferma delle sue intuizioni: “Quando c’è troppa differenza numerica, di fronte alla disparità psicologica che c’è di fatto è meglio che le donne escano dal gruppo e si riuniscano per conto loro”. Mariasilvia pubblicò un libro. I movimenti omosessuali di liberazione, che era una raccolta di documenti con prefazione di Dacia Maraini e comprendeva due lunghe interviste a lesbiche, una ad Anna Koedt e un’altra a Maria, fatta dalla stessa Dacia. Sono ancora entrambe utili per cogliere il tenore del rapporto femminismo-lesbismo in quel momento. In una sua nota introduttiva Mariasilvia scriveva: “Se si vedono le cose dal punto di vista pratico non si può negare che quelli che portano avanti la rivoluzione sessuale sono anche degli ottimi militanti nei vari partiti di sinistra. E non si dica che la lotta per la rivoluzipne sessuale può distrarre dalla rivoluzione (come se il termine ‘sessuale’ avesse il sapore di irresistibile diversivo)…”

Questo brano dal tono arcaico mi rimanda di nuovo al 1898. Concludendo il loro libro i due psicologi spiegavano che tra i pericoli della perversione c’era anche quello che essa induce a un egualitarismo disdicevole, del tipo che può piacere ai socialisti. Ottimo incentivo nell’antica Grecia per i militari (“tra i giovani della sacra falange non solo addolcì la loro dura esistenza dei campi, ma li spinse all’eroismo”) poteva portare nell’età moderna, soprattutto nell’ambito della scuola, a un’istruzione “antipaticamente uniforme” mentre quello che ci voleva era “una rappresentanza aristocratica dell’organismo sociale”; onde per evitare guai “il pedagogista futuro dovrà più dei nostri moderni educatori sorvegliare e tentare di sorprendere i primi sintomi delle illecite passioni per impadronirsene, per spegnerle in sul nascere, se esse avranno le stigmate perniciose dell’omosessualità sessuale”. Un compito per cui ancora oggi un’insegnante perversa come la compagna belga, la perversa insegnante Mariasilvia sono senz’altro poco indicate.

Quasi prevedendo il proprio licenziamento. Mariasilvia concludeva nel ’72: “…Si è visto allontanarsi dall’impegno politico, in modo opportunistico, i ‘rivoluzionari puri’ e i moralisti ‘al servizio del popolo’ in misura maggiore di quei militanti che tra i lazzi e gli scherni dei neostalinisti lottano per la rivoluzione globale pagando sempre di persona — dall’espulsione dal posto di lavoro alla prigione”. Un brano -arcaico per un verso, per un altro di bruciante attualità




1903, Cesare Lombroso – La psicologia di una uxoricida tribade

Cesare Lombroso, 1903. «La psicologia di una uxoricida tribade», Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, Ser. II, n. 24, pp. 6-10.

[p. 6]

LA PSICOLOGIA DI UNA UXORICIDA TRIBADE

Non è molto si discusse alle Assise uno di quei delitti che per la forma complicata e atroce (squartamento preceduto da strangolamento e da avvelenamento), per la condizione e sesso degli autori e per la causa che lo provocarono, è veramente straordinario e merita di essere schiarito dall’antropologia criminale.
Si trattava di certa Celli, di anni 30, cappellaia, che maritata ad un buon giovine, non solo non gli portava alcun affetto, ma si dava ad illeciti amori con uomini e, anche, con donne.
Benché suo marito fosse vittima rassegnata al suo disonore ed ai suoi maltrattamenti, essa era giunta ad un tale senso di antipatia e di odio per lui, che era ricorsa con strana imprudenza alle prime persone in cui s’incontrava perché glielo uccidessero, o annegandolo, o asfissiandolo, dopo ubbriacato, e per ciò giunse a promettere fino 200 lire.
Finalmente, avendo corrotto un giovine nipote di 18 anni con denaro e coll’offrirglisi, gli fece dapprima da costui, fintosi ubbriaco, a bella posta, secondo il suo piano, somministrare un narcotico nel vino; poi, quando il marito cadutone in un torpore profondo, offriva meno resistenza, dapprima cercò strangolarlo essa con tutte le sue forze, poi fece dal nipote compiere l’opera scannandolo con un coltello; indi grossolanamente lo squartarono e ne gettarono le gambe in un fosso e il resto del corpo dentro una specie di sacco o valigia, che prima buttarono nell’acqua (la donna aiutando l’opera vestita da uomo) e poi ripescaronlo per sotterrarlo più opportunamente in una buca a 60 metri dalla loro casa. [p. 7]
Pare che nello squartamento fosse anche aiutata da alcuni parenti suggestionati prima da lei, o col racconto di mali trattamenti, o con promessa del denaro che si sarebbe trovato poi in tasca all’ucciso.
Ma il fatto più curioso in questo è il movente del reato. Data a facili amori, alle mode, ai divertimenti, essa era sopratutto accesa da un morboso affetto per certa Battalini, conosciuta pochi anni prima in un convento di Bassano, donde poi la Celli, per analoghe sconcezze sulle compagne, era stata scacciata.
Per comprendere a qual grado di violenza e di misticismo morboso insieme giungesse questo amore, basti ricordare che quando la Celli era già maritata, volle celebrare colla amasia un secondo matrimonio sull’altare della chiesa del suo paese e davanti a due testimoni, che ne stesero un verbale sottoscritto da quel nipote divenuto più tardi suo complice; e da allora in poi, scacciato dal letto il marito, dormironvi insieme le due donne come fossero coniugi. E fu così che la Battalini sentì più volte la Celli, dopo il delitto, gridare che vedeva l’ombra del marito, che lo sentiva camminare; finché, con una nuova scena mistica, essa le rivelò il segreto del reato, dopo averle fatto giurare sull’altare di tener lo segreto.
Questi fatti basterebbero per dimostrare quanto fosse degenerata quell’assassina, degenerata così, di essere già nelle abitudini sessuali un uomo, e dell’uomo, come vedemmo, mostrò l’energia e vestì gli abiti, e dell’uomo ha parecchi dei tratti fisionomici : faccia allungata, mascella forte, labbro superiore assottigliato, inferiore sporgente in fuori, occhi piccoli, verdognoli, zigomi voluminosi, fronte alta, ma ristrettissima (stenocrotafia), in complesso una fisionomia che ricorda la mongolica; il che tutto s’accorda coi caratteri fissati da me e Ferrero alla delinquente-nata (1). [p. 8]
Queste anomalie e le morbose tendenze della Celli, che si legano chiaramente all’isteria, spiegano come e perché avvenisse il delitto.
I delitti di sangue sono infatti rarissimi nella donna, specialmente in Italia, tanto che la statistica dà appena 3 donne per 100 uomini assassini. Ma il delitto qui assume quella forma speciale di aggrovigliamento di complicazione che io e Ferrero abbiamo notato nella Donna delinquente come caratteristica dei delitti femminili, anche in quelli di sangue (2).
Qui vi fu una lunga preparazione, una scelta di complici, e il delitto di sangue fu preceduto dall’avvelenamento, e da nuovi adulteri col complice.
Ed il fatto dell’amore tribadico, che completa e suggella il carattere virile della donna, rivelato già nella maniera energica con cui compie il delitto, spiega di per sè solo completamente il reato.
Io ho già dimostrato che non solo queste donne amano il loro idolo, ma lo amano così esageratamente, così pazzescamente, come non accade mai nei soliti amori naturali; giungono perfino a ferirsi per potersi far curaro all’ospedale dove è l’amica (3).
È noto come la troppo celebre Ratt… provò a 50 anni un tale delirio d’amore per una sua amica Carlotta, da premeditarne la morte in caso di infedeltà e farle per tempo scrivere che se la avessero trovata morta, non accusassero alcuno, giacché sarebbe stato certo un suicidio. E in alcune lettere le aveva scritto: «Io ti amo, io ti ucciderò senza dubbio, io ti martorizzerò, è probabile, ti sventrerò forse in un momento di collera, ma io ti amo, ed è tutto detto». Parole in cui è evidente la fusione del pensiero di sangue con quello della lascivia (4).
E quando infatti la poveretta cercò sottrarsi alle sue esagerate carezze e sposarsi, essa cercò di farla uccidere dal nuovo marito, che suggestionò di un immaginario prossimo tradimento. [p. 9]
Ora che l’amore della Celli colla B. fosse così esagerato da poterla condurre al delitto, si può arguire dalla strana scena del matrimonio religioso celebrato in chiesa con lei e davanti a testimoni; fatto che rinnova le strane nozze di Nerone con Sporo e di Eliogabalo celebrate con tutte le cerimonie nuziali, davanti al pontefice; la massima meta a cui può aspirare chi ama nel mondo è quello di veder l’amor suo consacrato dal matrimonio, e perciò coloro, in cui esso è diventato un vero delirio monoideistico, non possono immaginare modo che possa di più raggiungere il loro ideale che di dare tale legittima forma ad un amore, tanto più quanto era illegittimo e inconciliabile coll’ordine naturale delle cose. Vero è che nel matrimonio di Nerone con Sporo come in quello di Messalina con l’amante, mentre era vivo il marito, entra per molto quel delirio del despota studiato da Jacoby (La Sélection, Paris, 1879), per cui un uomo arrivato al massimo della potenza e della prepotenza si piace a conseguire le cose che per tutti gli altri sono impossibili ad ottenere.
In questo caso il delirio del despota non influisce affatto, ma lo sostituisce l’isterismo, che, come sua sorella l’epilessia, porta agli atti più inverosimili, più paradossali, specialmente nell’ordine sessuale; e vi entrano anche le abitudini contratte nella vita monastica, d’onde quello strano misticismo che si mescola nella vita e negli atti degli individui e dei popoli per tanti modi alle tendenze sessuali, e di cui un’altra prova è il fatto che essa prima di rivelare il suo delitto all’amica, la ricondusse di nuovo al pronubo altare per farle giurare il segreto — il segreto di un delitto.
L’isteria insieme all’amore nefando, di cui è uno degli effetti, spiega l’odio esagerato e sproporzionato per il marito, che le fa non solo meditare, ma eseguire un atto così poco adatto all’energia femminile, come quello di squartare in pezzi quest’uomo che nulla di male le aveva fatto, e mentre prima di questo fatto non aveva manifestato alcuna tendenza ai reati di sangue; l’odio, l’antipatia [p. 10] irrefrenabile è un frequentissimo carattere degli isterici, ed io con alcuni malati la vidi spinta al punto di procurare il vomito alla vista della persona della stessa statura, o voce, e perfino a chi portava una veste simile a quella della persona odiata.
E quanto fosse morbosa questa tendenza, lo mostra quella specie di ruminazione, di assaporamenti preventivi del crimine, di cui diede prova con l’aver tenuto da parte per molto tempo nella sua camera l’immagine di un carnefice che squarta una vittima, come ella fece, mentre un terzo seguiva, pregando, il sanguinoso spettacolo.
Così anche qui il delitto più atroce si intreccia e confonde colle forme più morbose della psiche. E’ analogo a questo assai probabilmente un delitto per cui tutta Italia ora è commossa.

C. LOMBROSO

 

 

NOTE [nell’originale, a piè di pagina]

(1) C. LOMBROSO e G. FERRERO, La Donna delinquente, 2a ed. — Torino, Fratelli Bocca, 1903.

(2-3-4) LOMBROSO e FERRERO, op. cit.

 

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Il testo: http://www.leswiki.it/repository/testi/1903lombroso-psicologia-uxoricida.rtf

Il file pdf: http://www.leswiki.it/repository/testi/1903lombroso-psicologia-uxoricida.pdf




2010, Nerina Milletti – Genealogie lesbiche

Nerina Milletti, 2010. Genealogie lesbiche: le antenate delle ‘tribadi-prostitute-invertite’ descritte da Lombroso e le loro trasformazioni; relazione presentata al V Convegno della SIS, Napoli, 28-30 gennaio 2010. Versione ridotta.

 


 

Quando nel 1893 esce La donna delinquente di Guglielmo Ferrero e Cesare Lombroso, opera destinata ad una vasta e duratura notorietà[1], la lesbica non è ancora ben costituita come figura autonoma: le due sottocategorie in cui vengono distinte le tribadi (le occasionali e le nate col marchio dell’atavismo e per questo motivo facilmente riconoscibili per le loro caratteristiche maschili) sono infatti incluse in quella generale della prostituta[2]. Oggi associare lesbismo a prostituzione può sorprendere e apparire arbitrario; la nostra idea di «lesbica», formatasi dopo la nascita del movimento omosessuale e di quello femminista, è infatti quella di una donna che ama le donne e che a loro dà le proprie energie, emotive e sessuali. Un concetto congruente con l’accezione odierna di sessualità, considerata come relazione ed espressione di sè più che meccanica risposta ad un’esigenza fisiologica; non si tratta di un mero comportamento o di uno specifico atto sessuale ma di una scelta etica, oltre che erotica, difficilmente conciliabile con l’oggettificazione del corpo implicita nella vendita di prestazioni sessuali.

Apparentemente depurata da ogni traccia di mascolinità, trasgressione o immoralità, la lesbica di oggi è certamente una «specie» molto diversa da quella di un secolo fa; in passato però il suo rapporto con figure della devianza ora separate, come la meretrice o la donna-uomo, l’ottentotta, l’onanista, ma anche con la folle o la ninfomane, è stato così stretto da farle spesso coincidere in una sola categoria. E quella che noi oggi chiamiamo identità lesbica – amalgama costituito in proporzioni varibili dalla percezione soggettiva e dalle caratteristiche attribuite dalla società – trascina necessariamente con sè la stratificazione delle concezioni passate. Tanto più le definizioni sono ampie o vaghe e lasciano spazio all’interpretazione, tanto più possono essere «adattate» al sentire di un particolare momento storico, che ne evidenzia alcuni caratteri mettendone in ombra altri, che non scompaiono del tutto ma continuano ad esistere come elementi di quel materiale di base da cui – consapevolmente o meno – può attingere il nostro immaginario e venire all’occorrenza ripescati per avvalorare nuovi atteggiamenti (e modalità di controllo) rispetto alla sessualità femminile.

 Gli scienziati di fine Ottocento, con un procedimento ricorsivo e circolare di rimandi e citazioni che di scientifico ha ben poco, hanno costruito la loro verità dell’amore tra donne utilizzando frammenti e traduzioni di testi letterari latini e greci scelti, riassemblati e usati come dati di fatto. Ai nostri fini quindi non ha importanza stabilire ciò che davvero intendessero gli autori classici, ma vedere l’interpretazione e l’uso che delle loro parole è stato fatto.

La donna che ama le donne è “ab origine” virile (nel corpo o nell’animo) e, quasi sempre, anche meretrice. Questi i principi che con alterne fortune informeranno di sè la rappresentazione delle lesbiche: le invertite, le virago, le iperclitoridee o le saffiste descritte dai positivisti hanno lì le loro radici e a loro volta entreranno nella odierna categoria di omosessuale, ad esempio attraverso la psicanalisi, che le vuole bloccate, non diversamente da Lombroso, ad uno stadio infantile (clitorideo).

Il più primo mito che narra l’origine dell’omosessualità risale a Platone (428-348 a.C.) che nel suo Symposium fa raccontare da Aristofane che gli eterosessuali derivano dalla divisione in due metà di precedenti esseri ermafroditi, mentre chi ama il proprio sesso da quella di precedenti esseri solo maschi o solo femmine; tutte queste creature dimezzate hanno nostalgia dell’unità e vogliono ricongiungersi con la parte perduta. Vi sono qui alcune caratteristiche presenti nella concezione attuale dell’omosessualità: si tratta di un medesimo fenomeno comune a uomini e donne[3]; di relazioni tra pari, senza diseguaglianze di età, di status, ecc.; è qualcosa che è già scritto e che caratterizza un ben preciso gruppo di individui.

A prima vista sembrerebbe che le meretrici o le donne virili non c’entrino per niente, ma Platone chiama hetairistriai le metà femminili in cerca della loro altra metà femminile, una parola che non compare in nessun altro testo greco di età classica e che potrebbe essere il sinonimo attico di tribade o derivare da hetairos (compagno, coniuge). La maggior parte degli studiosi però ritiene che sia associata ad hetaira, cortigiana; che cioè le donne non interessate agli uomini, derivate da una potente doppia femmina e che perciò ne tradiscono la natura forte e dominatrice, si rivolgano alle prostitute o che lo siano esse stesse.

Cinque secoli più tardi, Luciano (120-192 d.C.) nel quinto dei suoi Hetairikoi Dialogoi, (Dialoghi delle cortigiane) utilizza la stessa parola, hetairistriai, per riferirsi alle due protagoniste che sono appunto prostitute. Sul personaggio di Megilla (e non su “sua moglie” Demonassa, né sull’accondiscendente Leena) inscrive la mascolinità, facendole dichiarare: «il desiderio e tutto il resto in me è d’uomo […] non sono da meno dei maschi: ho un altro strumento che fa lo stesso giuoco». E’ questo il brano che verrà sempre citato a proposito del lesbismo e che servirà da base per costruire l’immagine della tribade come prostituta e come donna mascolina, in grado di dare piacere alle donne tramite uno speciale “strumento” (desiderio, oggetto o parte del corpo). Un’immagine che attraverserà i secoli, facilmente colorabile con altre caratteristiche quali l’essere lontana nel tempo e nello spazio: straniera, estranea agli usi e ai costumi correnti, totalmente “altra”.

Il secondo mito che spiega la nascita di esseri omosessuali si trova in una favola raccontata da Fedro (15 a.C.-50 d.C.): Prometeo, ubriaco, sbaglia nell’attaccare i relativi organi sessuali ai corpi che aveva precedentemente plasmato nell’argilla. Queste creature male assemblate sono i molles mares, maschi effeminati e le tribadi, femmine con membri maschili. Anche in questo caso omosessuali maschi e femmine nascono insieme, ma in modo diverso dagli eterosessuali e la loro specificità non è la ricerca di un simile in cui rispecchiarsi bensì l’errata costituzione. L’autore latino più utilizzato dagli studiosi di fine XIX però non è Fedro ma Marziale (40-104 d.C.), che in paio di epigrammi se la prende con «la più tribade delle tribadi», Filene, usurpatrice dei peggiori privilegi fallici, e con Bassa. A lei – dimostrazione vivente che le matrone romane possono commettere adulterio, tradendo mariti e ordine sociale, anche senza uomini – si rivolge, scrivendo che «inter se geminos audes committere cunnos / Mentiturque virum prodigiosa Venus».

Inumerevoli versioni, più o meno caste, sono emerse dagli «abissi di perplessità in cui gli amori di Bassa hanno gettato generazioni di traduttori»[4], ma a partire dalla metà del 1500 – quando venne “riscoperta” la clitoride, organo del quale si erano perse le tracce durante il Medioevo – la tribade non è (più) la donna che si procura il piacere senza l’uomo (secondo l’etimo greco, con lo sfregamento dei genitali) ma quella che lo ha come un uomo, penetrando un’altra donna grazie ad una clitoride eccezionalmente grande. E non ci saranno più dubbi: la «prodigiosa Venus» di Bassa non può essere altro che un (piccolo) pene, non un amore inconsueto o sorprendente[5]; allo stesso modo, non come un dito o un olisbo, viene interpretato lo “speciale strumento” di Megilla.

 La tribade è dunque un essere deforme e mostruoso, molto differente dal sodomita o dal pederasta; e poichè possedeva contemporaneamente due organi diversi (come donna poteva essere penetrate e a sua volta penetrare) venne associate alla nozione – già di per sè poco chiara – di ermafrodita. Di «ermafroditi amori» parlava già lo Pseudo-Luciano del IV secolo ma Nicolas Venette, 1686, in quello che viene considerato il primo trattato di sessuologia, considera le tribadi come fisicamente ermafrodite. Cesare Taruffi, anatomo-patologo che si occupò anche dell’ermafroditismo “clinico”, nel 1902 scriveva:

Clitoride. E’ meraviglioso come questo organo, dal volgo ignorato, possa avere tanta influenza in certe donne: donne, almeno credute ed indicate tali, nello stato civile[6]

In mancanza di visibili caratteristiche maschili, secondo questo autore, l”invirilismo” può però essere desunto dalle azioni, fisiche e morali, commesse da una donna quando essa «s’immagina d’esser maschio e cade nei diversi gradi di omo‑sessualità[7]». I termini di comprensione del desiderio omoerotico femminile si strutturano insomma con continui spostamenti da segno a referente e viceversa (se non c’è il pene c’è il comportamento che esso significa; se c’è il comportamento c’è anche il pene).

Nel XIX secolo l’ermafroditismo era tornato in auge con Richard von Krafft-Ebing, autore della Psychopathia sexualis (1886). Il suo “ermafroditismo psichico” è però una sorta dell’odierna bisessualità, dovuto alla coesistenza di caratteri psichici maschili e femminili, ed è meno grave della vera e propria “inversione”, il concetto codificato dallo psichiatra Carl Westphal (1870) che manteneva intatto il binarismo dei generi minacciato dall’omosessualità.

La classificazione di Krafft-Ebing fu accettata anche dal suo concittadino Sigmund Freud, che in uno dei suoi Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) definisce “invertiti anfìgeni” o “ermafroditi psicosessuali” coloro che possono avere come oggetto del desiderio entrambi i sessi, mentre l’”inversione assoluta” si ha quando non è sbagliato l’oggetto ma il soggetto, la cui psiche è invertita. Quest’ultima evenienza, dice, riguarderebbe solo le donne poichè gli uomini possono amare giovinetti e tuttavia rimanere virili.

Declinava intanto la popolarità di un’altra corrente di pensiero, quella dell’onanismo; a sostenerla, il fatto che la sessualità lesbica non è riproduttiva. Iniziata nel 1813 da Fournier che aveva inventato una nuova malattia, il “clitorismo” (penetrazione tramite la clitoride), «equivalente alla masturbazione negli uomini» (NB: non alla sodomia); Garnier (1883) derubricava tutti i rapporti tra donne sotto la voce “masturbazione reciproca”. Copiando quasi verbatim da quest’ultimo, l’italiano Moraglia nel 1885 spiega ai suoi colleghi che l’iperclitoride si può acquisire con l’(ab)uso[8] e che va eliminata chirurgicamente. In precedenza l’ipertrofia era solo congenita, perciò «l’uso libidinoso che fanno certe donne della clitoride che hanno voluminosa»[9] era limitato a poche. Anche per l’antropologo Paolo Mantegazza (1885) si tratta di una forma di masturbazione, possibile quando «una femmina fornita di un clitoride eccezionalmente lungo può simulare l’amplesso con altra femmina […] Anche io ho conosciuto due amiche che si adoravano e che si possedevano a vicenda, ed una di esse aveva un clitoride lungo forse cinque o sei centimetri[10]».

La «specie» omosessuale nasce quasi contemporaneamente all’Italia unita: Karl Maria Kertbeny coniò il termine omossessuale nel 1869 ma questa parola inizialmente non ebbe molto successo, diversamente dalla “sessualità contraria o invertita” di Westphal, strettamente associata al ruolo di genere. L’omosessuale moderno era quindi (anche) una/un invertito; Michael Foucault (1976) ne sintetizza così la nascita:

La categoria psicologica, psichiatrica e medica dell’omosessualità si è costituita il giorno in cui […] è stata caratterizzata attraverso una certa qualità della sensibilità sessuale, una certa maniera d’invertire in se stessi l’elemento maschile e quello femminile, piuttosto che attraverso un tipo di relazioni sessuali. L’omosessualità è apparsa come una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia ad una specie di androginia interiore, un ermafroditismo dell’anima[11].

La separazione tra sfera affettiva e sfera sessuale, tipicamente maschile, permette quella riduzione a pure “pratiche” che è ancora un ottimo metodo per non dare dignità all’amore omosessuale. Poichè vengono presi in considerazione sogli atti e non i sentimenti, Lombroso (1893) è incapace di collegare l’amicizia tra donne alle deviazioni di cui parla diffusamente più avanti; Ottolenghi (1902) non si accorge che la sindrome descritta è un innamoramento: «ogni volta che la signora F. passava per la strada abitata dalla malata, [ella] provava come un colpo violento nella regione precordiale, sensazione seguita subito da un accesso isterico[12]».

Lombroso aveva sicuramente letto Krafft-Ebing[13] prima di scrivere la Donna delinquente; l’ambiguità e la sovrapposizione di nuove e vecchie formulazioni è però tale che il concetto di ermafroditismo assume per lui un significato diverso da quello dell’autore tedesco: non è la compresenza di due diversi desideri (verso le donne e verso gli uomini) ma di un corpo femminile e di una psiche maschile, quando «con organi essenzialmente femminili si hanno tendenze congenite del maschio[14]» ed è quindi una inclinazione esclusiva, non una bipotenzialità. Inoltre, il tribadismo per Lombroso è una fase tipicamente femminile dello sviluppo, raggiunta attraverso una peculiare sequenza di partenze, salite e discese sulla scala evolutiva e quindi la tribade/invertita non è l’analogo del pederasta.

L’eventuale punto di contatto con gli omosessuali maschi al massimo lo si può trovare nella lontanissima origine della specie umana, quando uomini e donne non erano ancora diversificati. La confusione tra i sessi perciò è indice di una degenerazione che mette a rischio la specie umana tutta, oltre che un segno di criminalità e tutto ciò che in un maschio ha valore (intelligenza, intraprendenza, coraggio, forza, ecc.) a una donna viene restituito sotto forma di residuo atavico e primitivo, contrario alle leggi di natura.

La presunta ipertrofia dei genitali esterni delle prostitute, che appunto «ravvicina e confonde i due sessi» per la «tendenza al ritorno atavistico verso l’ermafroditismo» viene da Lombroso collegata alla deformazione delle piccole labbra nota come “grembiule delle Ottentotte” e quindi agli scimpanzé, in una triangolazione di atavismi che al suo vertice ha la razza:

E’ probabile, non però certo, che anche la frequenza dell’ipertrofia delle piccole labbra, sì grande nelle prostitute, sia un avanzo dell’epoca del grembiule delle Ottentotte che noi vedemmo connettersi con analoghe anomalie nelle scimpanzè[15].

Era infatti noto che tra le Nama-Ottentotte «le ragazze hanno il costume della masturbazione reciproca, di cui parlano liberamente nei loro racconti e anche nelle loro canzoni» ed è «così comune che si può chiamare vizio naturale[16]».

 Se ipotizziamo che interessarsi al lesbismo sia una reazione a mutamenti della posizione delle donne nella società – quali ad esempio, per la fine Ottocento, la nascita del primo movimento femminista – possiamo aspettarci che quando l’omoerotismo e i legami tra donne vengono percepiti come una minaccia all’ordine sociale e ai privilegi della classe dominante, la pericolosa ed immorale tribade possa riapparire senza troppe difficoltà in una forma storicamente diversa di determinismo biologico, ad esempio affermando che un comportamento complesso come l’omosessualità risieda in una qualche parte del corpo, in un’anormale struttura del cervello, in uno squilibrio ormonale o in un gene sballato.

Anche se è difficile interpretare chiaramente il presente, possiamo esercitarci a vedere gli elementi della tribade per differenza guardando al suo contrario, cioè alla donna “normale” e alle prescrizioni e proscrizioni, mediche, culturali, sociali che le sono imposte attraverso rigidi canoni di “femminilità obbligatoria” che differenziano, anche visibilmente, i sessi. Mantenere la memoria di questi complicati intrecci potrebbe avere anche il non secondario effetto di rendere più permeabili le barriere attualmente esistenti tra categorie quali le amiche affezionate e le lesbiche praticanti, le prostitute e le donne mascoline, i gay e le intellettuali femministe o le italiane e le immigrate, perché guardando indietro nel tempo risulta chiaro che nessuna di loro ha l’esclusiva di una specificità completamente separata dalla altre e si può, almeno nel passato, ritrovare quella comunanza adesso smarrita.

 


[1] Guglielmo Ferrero e Cesare Lombroso, La donna delinquente la prostituta e la donna normale, Torino, L. Roux, 1893. Il libro, che ebbe cinque edizioni e moltissime ristampe, fu tradotto in diverse lingue ed è stato recentemente (2009) ripubblicato; anche se non esplicitamente dichiarato la parte sulla donna “normale” è di Ferrero e quella sulla donna “delinquente” di Lombroso.

[2] Per una trattazione dettagliata di ciò che scrivevano i positivisti italiani sul lesbismo vedi Nerina Milletti, Analoghe sconcezze. Tribadi, saffiste, invertite e omosessuali: categorie e sistemi sesso/genere nella rivista di antropologia criminale fondata da Cesare Lombroso (1880-1949) in “DWF. Donna, Woman, Femme”, vol. 4, 1994, n. 24, pp. 50-122.

[3] Va notato però che qualche pagina prima Pausania considerava degni della specie d’amore più elevata, l’eros celeste o uraniano, solo i rapporti tra uomini.

[4] Marie-Jo Bonnet, Les relations amoureuses entre les femmes, n.e., Paris, Odile Jacob, 1995, p. 57.

[5] Come ad esempio lo traduce Daniela Danna in Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne, edizione integrale con aggiornamenti, Trento, Uniservice, 2003, p. 47: «stringi e avvinghi / come un sol uomo due sorelle Fica / e questo amore innaturale / imita l’uomo».

[6] Cesare Taruffi, Sull’ordinamento della teratologia. Memoria III (fine). Bologna, Gamberini e Parmeggiani, 1902, p. 16.

[7] Cesare Taruffi, Sull’ordinamento della teratologia. Memoria III (parte II). Bologna, Gamberini e Parmeggiani, 1901, p. 39.

[8] G. B. Moraglia, Tribadismo, saffismo, pervertimenti sessuali, in “Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale”, n. 30, 1895, pp. 379-427.

[9] Angelo Poma, Dizionario anatomico-medico-legale compilato sulle tracce dei migliori autori, Padova, Minerva, 1834, p. 85

[10] Paolo Mantegazza, Gli amori degli uomini. Saggio di una etnologia dell’amore, vol.2, Milano, Paolo Mantegazza Editore, 1886, p. 136-137.

[11] Michael Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 42-43.

[12] S[alvatore] Ottolenghi, 1902. Fascinazione e telestesia, in “Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, ser. II”, n. 23, 1902, pp. 244-246.

[13] La sua Psychopathia Sexualis fu tradotta in italiano nel 1889.

[14] Ferrero e Lombroso, La donna delinquente, cit., p. 428.

[15] Ibidem, p. 362..

[16] Cesare Taruffi, Sull’ordinamento della teratologia. Memoria III (parte II), cit., p. 51; Mantegazza, Gli amori degli uomini, cit., p. 138.




1907, Iwan Bloch – L’omosessualità femminile

Iwan Bloch, [1907] 1921. «L’omosessualità femminile», in: La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà moderna, Torino: Soc. Tip. Ed. Nazionale, pp. 407-415.

 

L’originale era in: Das Sexualleben unserer Zeit in seinen Beziehungen zur modernen Kultur, von Dr. med. Iwan Bloch. Più volte pubblicato a Berlino presso i tipi di Louis Marcus almeno dal 1907; in Italia dal 1910 in poi (ad esempio nel 1911, 1912, 1913, 1921, ecc.). 

La traduzione italiana fatta dal dottor Mario Carrara è sulla decima tedesca (ma vi sono aggiunti tre capitoli originali postumi di Cesare Lombroso su: L’amore nel suicidio, nel delitto e nella pazzia). Del   capitolo XIX («Il mistero dell’omosessualità»), pp. 381-415 qui le due parti: «L’omosessualità femminile» (pp. 407-411) e «Teoria dell’omosessualità» (pp. 412-415). Trascrizione di N.M. 

 


 

 

 

L’omosessualità femminile
[NdR: all’interno del CAPITOLO  XIX: “Il mistero dell’omosessualità”, pp. 381-415]

[…]

Minore importanza ha l’omosessualità nelle donne, le così dette [fine p. 407] urninde, o Lesbiche, o Tribadi, il cui numero è anche certamente minore di quello degli urningi; invece la pseudo omoses­sualità è più frequente tra le donne in età avanzata. Pare che alla donna eterosessuale riesca più facilmente che all’uomo l’assumere abitudini omosessuali, forse perchè anche tra donne eterosessuali le carezze e ,le affettuosità sono assai più frequenti, e quindi più facilmente esse si intensificano e si trasformano in un’omosessualità vera e propria.

Tuttavia, benché più rara, l’omosessualità congenita esiste cer­tamente anche tra le donne, e compare, conte negli uomini, nella prima fanciullezza, spesso mollo tempo prima della pu­bertà… Allora la ragazza per lo più si distingue dalle compagne eterosessuali anche per l’aspetto esterno, pei caratteri fisici, pel minor sviluppo del petto, per la minor larghezza del bacino, per la comparsa di barba, per la voce bassa, ecc. Tuttavia questi caratteri rivelatori possono anche mancare e la ragazza non si distingue per altro che per l’anormale direzione del suo istinto. Ma certo, come ho detto, queste tipiche omosessuali per disposizione congenita sono, per rispetto a tutte le tribadi e pseudo lesbiche, in minima proporzione.

Questa «comunicazione», che mi vien mandata da una di esse, illustra bene, mi pare, i rapporti tra le due forme di omoses­sualità, la congenita e la pseudo-omosessualità.

Pensieri di un’originale!

Nata in campagna, da un negoziante, io presentai presto una natura fantastica e sognatrice, con una vaga ma insaziata aspirazione a qualche cosa di ignoto, di bello, di grande: a diventare cantatrice o artista. A 12 anni ero già donna, ben sviluppata ed attraente, benché in realtà ancora mezzo-bambina, sempre desiderante un’amica, un’amante femmi­nile che mi potesse baciare ed accarezzare e alla quale io potessi guardare con devoto alletto. A 13 anni fui messa in pensione in città presso una parente dove frequentai per un anno una scuola femminile, senza poter realizzare niuno dei mici sogni: anche perchè mia madre, che era rimasta vedova con sei figli, si trovava in disagiate condizioni econo­miche. A 24 anni fui mandala pel mondo a guadagnarmi la vita, ignara dei suoi pericoli, dei suoi intrighi e delle sue colpe. Entrai come dama di Compagnia presso una vedova di circa 60 anni, che dapprima non mi riuscì simpatica, ma poi mi trattò così bene e veramente maternamente che io, che son di natura affettiva e tenera, me le affezionai; io era proprio la sua custode: doveva ogni sera condurla a letto, e poi dormire accanto a lei e accarezzarla in letto nelle gambe, non capiva bene perchè; ma una sera ella stessa guidò la mia inesperta mano in una riposta regione, e allora compresi che la mia sessantenne protettrice si procurava ancora sensazioni erotiche. Sentii difatti come ella fremeva [fine p. 408]  e palpitava sotto alla mia carezza, c mi stringeva violentemente a se… Ma io non sentii nulla, forse per la sproporzione di età, forse perchè più che da un amore sessuale aspirava ad un’affinità psichica, da cui poi quello derivasse e si svolgesse. E come frequentava la nostra casa un gio­vane negoziante, che incominciò a corteggiarmi, poco dopo detti a lui tutto quello di meglio che una ragazza può dare. Egli mi possedette veramente con brutale voluttà: io, illusa ch’egli mi sposasse, mi diedi a lui, ma senza provare piacere. Senonchè un bel giorno il mio seduttore mi di­chiarò che voleva sposarsi; mi chiese di restituirgli l’anello e volle indenniz­zarmi con danaro. Io, sdegnata, confusa e vergognosa, feci ciò ch’egli volle, e senza confessar nulla alla mia principale, lasciai la casa e mi posi a vivere sola e indipendente. Quando venni a Berlino e imparai a conoscere qualche cosa dell’amore omosessuale, cercai anch’io un essere che mi corrispon­desse; ma l’omosessuale che imparai a conoscere era così «brutalmente» sensuale, ch’io non ne ritraeva piacere, malgrado le mie tendenze omoses­suali. Soltanto nel baciare le labbra di una donna simpatica, io provava piacere… e mi innamorai di molte donne leggiadre, appunto pel desiderio di baciarle e di toccarle. Soffrii alcuni anni sono – avevo già passato i quaranta – una grave malattia addominale o nervosa, che durò un paio d’anni; ma anche dopo fui ripresa dal mio istinto e dal desiderio di amore omosessuale, sempre cercando un piacere ed una felicità che non aveva ancor potuto raggiungere. Alcune settimane fa imparai a conoscere una donna, il cui marito era impotente, mentr’ella era molto appassionata: ella era simpatica ma poco colta, e un po’ volgare: aveva però una relazione con un’amica, come lei incolta, ma altrettanto ardente e sensuale per cui sostituiva sempre, ogni notte, presso di lei il marito in pratiche sessuali invertite: il marito vi consentiva anche perchè quello spettacolo era per lui ancora eccitante; e siccome era pittore, riproduceva poi le piccanti scene anche perché nella sua casa accorrevano poi molte omosessuali a vederle.

Questa donna, per quanto così caduta in basso, era tuttavia felice perché aveva trovato modo di sfogare il proprio istinto è di soddisfarlo in dolci sensazioni: potessi anch’io seguire il mio destino, e trovare nella mia strada chi mi desse la stessa gioia; lo spero, ma non lo credo!

A qual genere appartengo io dunque?

Domina dunque nella vita di questa urninde una certa ten­denza ideale ed un’istintiva ripulsione per l’uomo, spesso più accentuato in queste tribadi, ch’io chiamo femminili, che non in quelle che per contrapposizione chiamo mascoline, il cui prototipo è Rosa Bonheur: queste ultime si sentono già fin nella prima fanciullezza ragazzi [1] preferiscono la compagnia di ragazzi e per tutta la vita, malgrado le loro tendenze omosessuali, conservano una viva simpatia per gli uomini. Tuttavia [fine p. 409] anche nelle urninde della prima specie, le femminili, accade altrettanto: come se insomma le pure urninde non fossero così spiccatamente ed esclusivamente omosessuali conte i puri urningi. Si giudichi da questa confessione di un’omosessuale conge­nita [2]:

Non io nego qualsiasi valore alla vita! anzi! un uomo assai altolocato mi largisce una multipla, varia, psichica simpatia: e i miei amici mi amano e han bisogno di me: io mi interesso ai loro affari e i nostri rapporti reciproci assumono quella più bella e disinvolta forma, improntata a viva mutua simpatia, che i francesi chiamano «amitié amoureuse», ed una certa armonia intima e psichica si può stabilire anche tra me e un uomo.

Ma nei riposti silenzi del mio animo una dolce melodia risuona, e tutte le più dolci sensazioni che le «amitiés» mi danno si concentrano in me e si trasformano in energia creatrice; le estasi del mio petto prendono forme ed aspetto: l’istinto mio sessuale si spiritualizza e defluisce come un’argentea. chiara fonte, scaturiscono e ribollono passione e fervore, e la mia anima d’«eccezione» mi butta in mezzo ai dolori ed ai tormenti…

Il bisogno di rapporti psichici con uomini è dunque certamente più vivace nelle donne omosessuali che la corrispondente tendenza degli urningi per le donne. Non a caso nel movi­mento femministico le donne omosessuali hanno così notevole parte [3]: un autore, l’Arduin [4] pretende addirittura che quella che si chiama la «questione femminile» concerna in gran parte i destini delle donne omosessuali virili. Ma resta dubbio, perchè nessun documento o alto pubblico e letterario lo attesta, che – secondo ritiene l’Hammer [5] – l’ardente odio per gli uomini che fa da contrapposto all’antifemminismo del gruppo maschile, scaturisca proprio specialmente dal gruppo ùrnico del moviento femminista. Anche molte donne omosessuali, assai intel­ligenti, mi hanno assicurato che non era remota da loro una tale ostilità per gli uomini, almeno «in principio»; come, mutatis mutandis, la misoginia viene elevata e ricostruita a sistema vero e proprio dal lato etero ed omosessuale. Ad ogni modo, il movimento femminista ha certo molta importanza per la diffusione della psudo-omosessualità, come vedremo tra poco.

Le condizioni individuali e sociali degli urningi femminili,  [fine p. 410]  sono press’a poco eguali a quelle dei maschili: cioè anche tra di essi vi è tutta una scala dal puro platonismo sino all’ardente sessualità. Catulle Mendès, nelle sue Protectrices, ha appunto schizzato le figure di tribadi platoniche: son distinte signore che si danno il lusso di avere una «protetta», di solito un’artista da teatro, con la quale scambiano significanti occhiate durante la rappresentazione, alla quale pagano «le note», con la quale vanno a passeggio senza che trascendano ad atti sessuali con esse. Invece, in altri casi, vi han proprio rapporti sessuali – baci, abbracci, frizioni ai genitali, cunnilinguo, il così detto sa­f[fi]smo, in cui una parte è attiva, il «padre»; l’altra, la «madre», è passiva.

Le unioni di tribadi sono spesso molto passionali e durature, come veri matrimoni. Il d’Estoc ne ha vista una durare trent’anni; però le omosessuali cambiano più spesso degli omosessuali o delle omosessuali mascoline. Una vecchia tribade, di cui ho potuto consultare la corrispondenza, ha mutato «liaison» tre volte in quattro anni. La gelosia vi domina ancor più che nelle relazioni eterosessuali e vi semina accanto alle gioie abbondanti dolori: ne è oggetto quasi sempre una tertia, quasi mai un tertius.

Come gli urningi, anche le tribali hanno i loro convegni sociali a giorni fissi: io intervenni ad uno di essi a cui assi­stevano quattro pure omosessuali ed un omosessuale: hanno locali di riunione e balli nei quali le trihadi mascoline portano costami da uomo [6] ed hanno, come anche in casa loro, sopranomi maschili. Vi sono anche prostitute, che non servono che ad urnindi, specialmente a Parigi. Si chiamano gouines o gougnottes, o «cavalieri del chiaro di luna». E in Parigi vi sono persino postriboli di tribadi [7].

[fine p. 411]

Appendice. Teoria dell’omosessualità

La omosessualità congenita e permanente è proprio esclusiva all’umanità: chè se negli animali si possono riscontrare atti omosessuali, non vi è però, o non s’è potuta dimostrare, vera omosessualità [8]. Non possediamo perciò nessun filogenetico punto d’appoggio per spiegare l’omosessualità, la quale è anche fondamentalmente diversa dalle altre perversioni sessuali, il sadismo e il masochismo, in quanto che queste ultime rappre­sentano estreme forme biologiche, anormali esagerazioni dell’istinto sessuale fisiologico dentro la vita eterosessuale, e sopratutto nel campo della sessualità. Invece l’omosessualità è una deviazione dell’istinto e dell’essenza stessa della sessualità.

Non possiamo definire l’omosessualità semplicemente come la comparsa o la presenza di un’anima sessualmente femminile in un corpo maschile, o inversamente di un’anima sessualmente maschile in un corpo femminile, perchè resterebbero esclusi da tale definizione gli urningi «virili» e le tribadi che si conser­vano ancora femminili. Meglio è definire più comprensivamente la omosessualità una sessualità non corrispondente alla struttura organica.

La omosessualità trova però un Fondamento organico quando si associa in uomini alla presenza di caratteri sessuali secondari femminili, o nelle donne con caratteri accentuatamente virili. Ma ancora non compiutamente. Perchè la teoria delle forme intermediarie enunciata dall’Hirschfeld, la contemporanea presenza di caratteri femminili e maschili, può bensì valere per spiegare la bisessualità; cioè un istinto sessuale non decisamente pronuncialo nè in una direzione ne nell’altra, ma non per una sensibilità sessuale unilaterale, spesso precocemente insorgente prima della pubertà e rivolta soltanto al proprio sesso. Oltracciò talora, anche in individui eterosessuali, l’aspetto esterno presenta tale mistione di caratteri maschili e femminili. [fine p. 412]

Detta teoria «della graduale trasformazione» o delle forme intermediarie dell’Hirschfeld, a cui si è del resto associato anche il Krafft-Ebing nel suo ultimo lavoro, che considera i fatti omosessuali come una graduale trasformazione di caratteri, erroneamente ricollegandoli a forme tipiche di ermafrodi­tismo, non spiega che una parte dei casi di omosessualità con­genita primitiva. Ma non basta a spiegare quei casi di omosessualità nei quali manca qualsiasi deviazione dal tipo, nei quali, per esempio, individui maschili con normale struttura organica maschile, si sentono decisamente omosessuali fin dalla fanciullezza, già molto tempo prima della pubertà. E sono ap­punto questi casi i più difficili da spiegare: Hic Rhodus, hic salta!

«L’anima femminile in corpo maschile» di Ulrich, vale per gli urningi effemminati, o femminili, com’egli era. Ma forse la maniera di sentire degli omosessuali virili è «femminile»? Per ciò forse si parla di un «terzo» sesso? Queste son difficolta non ancora solute!

E come avviene che gli organi interni centrali negli omoses­suali non corrispondono agli organi sessuali periferici o esterni, sebbene embriologicamente questi ultimi si formino molto innanzi ai primi, in modo che i centrali si dovrebbero – e non lo fanno – foggiare sui periferici? Non possiamo rendercene ragione che ammettendo che questa connessione tra gli uni e gli altri sia interrotta per l’intervento di un terzo momento, il quale agisca sugli organi centrali indipendentemente dalle ghiandole germinative.

Vorrei formulare così questa nuova teoria:

1. I1 cosidetto stadio «indifrerenziato» dell’istinto sessuale (Max Dessoir) può spesso mancare quando l’istinto sessuale prima della pubertà si afferma recisamente in una data dire­zione eterosessuale od omosessuale.

2. Una teoria critica dell’omosessualità deve anche spiegare i casi estremi, soprattutto la omosessualità maschile consistente in una completa virilità.

3. Gli organi genitali e le glandole germinali non possono essere gli elementi che «determinano» il sesso, perché l’omosessualità si svolge anche in individui forniti di genitali nettamente maschili e di testicoli; né può esserlo il cervello per sè perchè l’omosessualità pura si sviluppa anche malgrado ogni sorta di influenze etero-sessuali spontanee e provocate intenzio­nalmente nel pensiero e nella fantasia.

4. Perchè l’omosessualità come tendenza e non come istinto [fine p. 413] di specie, compare e molto prima della pubertà, avanti che le glandole germinative inizino la loro specifica attività, si può sospettare che negli omosessuali si alteri un complesso di fun­zioni connesse con la «sessualità», ma non in diretto rapporto con le glandole germintive e corrispondentemente muti la dire­zione dell’istinto sessuale.

5. Sarebbe forse più ragionevole pensare ad influenze chimiche, o ad alterazioni nel chimismo della tensione nervosa, che però certo è in gran parte indipendente dalle glandole germi­nali, tanto vero che può conservarsi nei castrati e negli eunuchi. Del resto tale chimismo non è ancora abbastanza chiaro nella sua vera essenza.

Nuovo fondamento e attendibilità a tale concetto han recato le recenti ricerche di Slarlings e Krehls [9], comunicale nel 1907 alla riunione dei naturalisti tedeschi in Stuttgart, sulle alterazioni delle correlazioni chimiche nell’organismo, specialmente sulle alterazioni delle azioni chimiche promananti dagli organi sessuali, sui cosi detti «ormoni sessuali» secondo la nomenclatura dello Starlings.

Ma io credo che codesta stessa contraddizione, per cui un’anima femminile può albergare in un corpo maschile, del resto nor­malmente costituito sotto il rapporto anatomico, potrebbe venir spiegata e risoluta ammettendo appunto codesto terzo fattore derivante da alterazioni embrionali del chimismo sessuale. Ciò spiegherebbe anche conte l’omosessualità compare cosa sovente e come un fatto isolato, in famiglie perfettamente sane, senza precedenti ereditari nè degenerativi.

D’altra parte, non si capisce affatto perchè e come il Römer chiami e consideri invece l’omosessualità un fatto di «rigene­razione».

Senonchè, qui incomincia appunto l’enigma dell’omosessualità: la mia teoria spiega soltanto i fatti e i rapporti probabilmente fisiologici dell’omosessualità meglio e più naturalisticamente che non le altre teorie; sia anch’essa non può chiarire la causa primitiva, originaria dell’omosessualità.

E come, secondo ho giù rilevato in un precedente capitolo, le differenze sessuali van sempre più accentuandosi ed [fine p. 414] approfondendosi nella civiltà moderna, più come effetto di questa che non come un semplice fatto naturale, ne deriva che tutti gli stadi sessualmente indifferenziati, tutti gli stadi di passaggio sessuali, sono caratteri primitivi. Con ragione il von Mayer ritiene che l’omosessualità fosse, nell’umanità primitiva, molto più diffusa di ora, dacchè la civiltà ha meglio individuato e differenziato gli istinti sessuali.

Certo l’individuo omosessuale ha lo stesso diritto di esistere dell’eterosessuale; ma tanto per la riproduzione che pel pro­gresso della civiltà l’omosessualità ha punta o ben poca impor­tanza perchè contraddice, com’è chiaro, alle prime necessità della riproduzione della specie. Mentre la civiltà, in quanto risulta dal lento accumularsi del lavoro delle varie epoche, deriva direttamente e necessariamente dall’eterosessualità, che conserva e infutura i «valori psichici» attraverso le generazioni in una ininterrotta continuità.

Gli istinti mono, od omosessuali, così limitati dunque al pro­prio «io» o al proprio sesso, sono essenzialmente disteleologici ed antievoluzionisti, e quindi anche estranei allo sviluppo indi­viduale normale [10].

Infatti, molti omosessuali, almeno i più nobili ed intelligenti di essi, hanno una certa coscienza di questa vanità ed inutilità funzionale della loro «maniera di sentire», di questa loro «incongruenza» nella vita: coscienza che essi esteriorizzano spesso in un disperato e triste pessimismo. Anche il celebre Numa Praetorius riconosce [11] che l’amore per l’opposto sesso, fondato nell’istinto eterosessuale della maggioranza degli uomini, ha raggiunto un tale sviluppo, un tale raffinamento e una tale importanza, che l’amore omosessuale non può avere di fronte ad esso che una posizione affatto subordinata.

[fine p. 415]

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NOTE [NEL TESTO, A PIE’ PAGINA]

[1] Cfr. «Die Wahrheit über mich. Selbstlbiographie einer Konträrsexuellen» in Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen, 1901, vol. iii, p. 292-307,

[2] M. F., «Wie hich es sehe », Idem, pag 308-312.

[3] Cfr. ANNA RÜLING  «Welches Interesse hat die Fraunenbewegung an der Lösung des homosexuellen Problems?» Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen, vol. vii, pag. 131-151.

[4] ARDUIN, «Die Fraueufrage und die sexuellen Zwischenstufen»; Idem. 1890, vol. ii, pag. 211-223.

[5] W. HAMMER, Die Tribadie. Berlin, 1906, pag. 97.

[6] Vedi la descrizione di un ballo di urnindi fatta da M. HIRSCHFELD, Berlins drittes Geschlecht, pag. 56-57.

[7] Cfr. MARTIAL D’ESTOC, Paris Eros, p. 59 e seg.

[8] Cfr. F. KARSCH, «Päderastie und Tribadie bei den Tieren auf Grund der Literatur» in Lehrbuch für sexuelle Zwischenstufen, 1900, vol. ii, pag. 126-160; P. NÄCKE «Die Päderastie bei Tieren», in Archiv für Kriminalanthropologie, vol. xiv, pag 361-362

[9]Se pure, dice il Krehl, molte sorta di cellule possiedono giù congenitamente un particolare marchio corrispondente alla natura maschile o femminile, esse tuttavia acquistano ed esercitano il loro particolare ufficio in una data direzione sotto la contraria influenza delle ovaie e dei testicoli.

[10] Ciò ha sostenuto specialmente MAX KATTE (Jahrbuch f. sex. Zwisch., iv), ma senza tener conto di tale punto di vista evoluzionista. E cosi HANS FREIMARK, che considera l’omosessualità come forma di passaggio ad uno stato, in cui «gli uomini non ricorreranno più al brutale contatto» per la riproduzione.

[11] Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen, vi, 513.

 





1912, Rodrigo Fronda – L’omosessualità nella donna

Rodrigo Fronda, 1912.  «L’omosessualità nella donna», Il Manicomio, n. 2/3, pp. 123-134. Trascrizione di “TipaSimpatica”.

Qui anche come file doc allo http://www.leswiki.it/repository/maschi/1912fronda-omosessualita-nella-donna.doc

 

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Manicomio Interprovinciale V.E. II in Nocera Inferiore

Diretto dal Prof. DOMENICO VENTRA

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L’OMOSESSUALITA’ NELLA DONNA

PEL

Dott. RODRIGO FRONDA

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Ormai è noto che le anomalie della vita sessuale son sempre esistite e in tutti i popoli, che anzi, dice IVAN BLOCH, esse sono molto frequenti, e le considera come un fenomeno antropologico universale.

Egli è d’avviso che la omosessualità non sia una condizione congenita, e che sostanzialmente sia causata dalla seduzione e dalla imitazione, ritenendola così un’alterazione semplicemente acquisita dell’istinto sessuale.

Ma a questa opinione del grande studioso di psicopatie sessuali si può opporre con lo SCHICKERT che, pur rintracciandosi come causa la seduzione in quasi tutti i casi di omosessualità, non si spiegherebbe come tra diversi individui trovatisi nelle stesse condizioni ed esposti alle stesse influenze di seduzione ed imitazione, alcuni diventano subito omosessuali, altri non lo diventano mai. E questi spiega il fatto ammettendo, oltre il fattore esterno, uno intrinseco,individuale, che si risolverebbe in una speciale condizione congenita ed uno speciale modo di essere dell’organismo. Conclude logicamente che l’omosessualità può essere in certi casi una semplice varietà naturale, non morbosa dell’istinto sessuale, in altri una degenerazione congenita ed in altri finalmente una condizione del tutto acquisita. A spiegarci facilmente le molte aberrazioni della sessualità il WENINGER, riportandosi allo sviluppo embrionale, emise la teoria che nessun individuo può dirsi completamente maschio o completamente femmina, ed in ogni uomo c’è qualcosa di femmineo, come in ogni donna qualche cosa di mascolino, congiunti e segnati da infiniti stadi di passaggio. Teoria [inizio p. 124] veramente adombrata già prima dall’ARDINGHELLO di HEINSE, da MAGNUS HIRSCHFELD ed altri.

Ma tornando al BLOCH, questi dice che la degenerazione non può essere assunta come principio inconcusso nei giudizi e nelle ricerche delle perversioni sessuali, come ha fatto il KRAFFT-EBING, ma essa rappresenta solo una favorevole disposizione che agevola la comparsa e ne aumenta la frequenza.

Ed egli, col conforto di lunghi studi e di una ricca casistica, assicura che tra le aberrazioni sessuali l’omosessualità pura è la più frequente e, fino ad un certo punto, indipendente dalla degenerazione e dalla civiltà, congenita od acquisita. La prima dura tutta la vita, cominciando a delinearsi fin dalla fanciullezza; l’altra è tardiva e si sviluppa in individui eterosessuali, costituendo appunto una pseudomosessualità, ed è questa che, secondo lui, è più frequente nelle donne che nell’uomo. Aggiunge che l’omosessuale congenita tipica è, rispetto a tutte le tribadi, in minime proporzioni, e si distingue dalle compagne eterosessuali per l’aspetto esterno e per certi caratteri fisici, come lo sviluppo minore del petto, la minore lunghezza del bacino, la comparsa di barba, la voce bassa.

Il KRAEPELIN riferisce che le donne omosessuali in genere si distinguono per le tendenze ad un portamento maschile, per fumare, per bere, per fare scherzi sfrenati, pel modo di svestirsi, di pettinarsi e dicendo. Ed il SELVATICO ESTENSE in un articolo intitolato <<Donne-Uomini>> riporta molti casi di donne che abitualmente ed in circostanze diverse si mascherano da uomini, ed osserva come in molte di queste predomina la nota dell’omosessualità.

Il  CANTARANO, che ha fatto un bello studio sull’inversione e pervertimento dell’inversione e pervertimento dell’istinto sessuale, nota come molti casi d’inversione cominciano ordinariamente nei convitti come inversione pura, e si trasformano nel vivere sociale in inversione mista, in forza del matrimonio o del meretricio per bisogno economico.

La genesi, secondo le idee del compianto Prof. PENTA, è la seguente: all’epoca della pubertà i desideri sono indeterminati, e non si tratta di [inizio [p. 125] desiderio per un individuo di sesso opposto, ma di un altro qualsiasi capace di dar quelle sensazioni. Nei collegi maschili come nei femminili, dice sempre il PENTA, si hanno gli amori omosessuali o amicizie forti e tenaci come nel primo amore di  uomo e donna. Il ragazzo o la ragazza, che non vede da vicino la persona di sesso opposto, ma solo il compagno o la compagna dalla tinta rosea e dalla pelle fresca e delicata, dalle carni rotonde e morbide, se ne innamora, salvo a correggersi dopo, secondo la sua speciale natura.

Il dott. GARNIER trova necessario distinguere nettamente questa forma di semplice vizio dalla inversione genitale, che egli definisce perversione totale dell’istinto genetico a forma ossessiva ed impulsiva, implicante una tendenza omosessuale irresistibile e generalmente così esclusiva che solo il proprio sesso è capace di svegliare l’orgasmo venereo; e la gelosia dell’invertito produce talvolta grave reazione.

Analogamente il WACHENFELD distingue l’omosessualità dalla sessualità contraria: la prima è più generica e significa tendenza allo stesso sesso; la seconda ha un senso più ristretto, escludendo ogni tendenza ad altro sesso, ed è questa sola che deve considerarsi come morbosa, mentre la prima per la prima per lo più è acquisita, raramente congenita.

Medico nel manicomio Interprovinciale V.E. II in Nocera Inferiore da oltre un ventennio, ho avuto sempre a notare che mentre tra ricoverati sono frequenti gli atti pederastici, tra le ricoverate la omosessualità è meno frequente; e per contrario la pederastia è rarissima tra gli infermieri, mentre è un fatto quasi abituale il tribadismo tra le infermiere.

E’ utile premettere che il personale disciplinare del detto manicomio è reclutato quasi esclusivamente nella classe agricola ed operaia, e tra giovani dell’età dai 18 ai 22 anni in media, salvo rare eccezioni di età maggiore, e che gli uomini possono essere ammogliati, le donne debbono essere nubili o vedove senza prole.

Si comprende che i giovani infermieri, che hanno passato la pubertà tra i lavori campestri e le officine, non hanno acquisito perversione sessuale, come avviene nei convitti od altri istituti di educazione, ma hanno svolto la loro vita sessuale liberamente e fisiologicamente prima con l’onanismo e poscia con la donna, seguitando ad usare di questa durante la vita manicomiale nelle giornate e nelle [inizio p. 126] varie ore di libertà, di cui con frequenza usufruiscono, siano celibi o ammogliati. Qualche raro caso di omosessualità è dovuto esclusivamente ad un fatto congenito, ma l’individuo vien subito eliminato dai compagni stessi, che l’obbligano a dimettersi da infermiere.

Non avviene così tra le infermiere, le quali, anch’esse, prima di entrare nell’asilo, non adusate alle pratiche omosessuali, vi trovano le altre che le hanno precedute, già nella pseudomosessualità di ambiente, e le imitano poco per volta, stringendo prima forte amicizia con una compagna , con cui, per caso o per elezione, hanno avuto maggior confidenza, e mano a mano dall’amicizia si passa alle confidenze intime, ai regali reciproci, agli abbracci frequenti, a dormire insieme nello stesso letto, quando riesca possibile; ed allora tra baci e toccamenti i ogni genere si scivola facilmente nel tribadismo completo, nel quale si sa, una delle compagne funziona da maschio, l’altra da femmina.

Tutto questo è facile intuire, ma io posso affermarlo con tutta sicurezza per confessioni avute non dalle infermiere tribadi, ma da qualcuna rarissima esente da tali pratiche, da qualche vedova o da qualche preposta alla sorveglianza, dalle quali ho saputo pure che tra i diversi piaceri che si procurano le infermiere con le rispettive compagne, oltre il bacio, i vari toccamenti ed il solito contatto dei genitali, non manca mai il succhiamento delle mammelle ed il titillamento dei capezzoli con i polpastrelli delle dita, allo scopo di eccitare maggiormente l’orgasmo venereo. E da una di tali persone ho potuto non senza grande difficoltà procurarmi le poche lettere scritte da alcune infermiere alle compagne di piacere, lettere che qui testualmente riporto, correggendo solo i non pochi di ortografia.

 I.

Cara compagna, cara sorella,

 Ho ricevuto la tua lettera tanto da me desiderata, e mi son molto rallegrata nel vedere i tuoi carissimi caratteri e nel sentire che godi ottima salute. Lo stesso ti assicuro di me. Cara sorella, non puoi credere [inizio p. 127] quanto ti amo e penso pure io a te, e vorrei stare sempre con te; ma la nostra fortuna è questa che dobbiamo stare invece lontano.

 Non c’è che fare ci vuol pazienza a soffrire; i cuori che veramente si amano soffrono per la lontananza. Tu mi hai mandato a dire che non debbo piangere, mentre io non fo altro che piangere, e vorrei morire per non soffrire più; faccio del resto la volontà di Dio, il quale vuol vedere se noi abbiamo pazienza in questa valle di lacrime, dove spesso soffriamo senza consolazioni e piaceri, e solo con amarezze e pene.

Ma Iddio stesso, che è grande nelle opere sue, potrebbe farci riabbracciare un’altra volta. Tu non prenderti collera per la tua sorella, perché la collera danneggia la salute, ma prega la madonna di Pompei che mi faccia andare unita con te a Napoli.

Dammi ogni giorno sempre tue notizie e ti mando mille baci ardenti.

Tua aff. ma sorella

M.

II.

Carissima sorella,

Vi scrivo questi pochi righi per farvi sapere che io mi sono accorta che voi mi avete ingannata, ma io sono sempre quella ragazza che non vi ingannerò mai.

Scellerata, mi hai ingannata con un uomo, mentre l’uomo si può sempre trovare e la donna no. Forse mi inganni anche colla donna? Mi vergogno anche di scriverti. Ti saluto.

 III. IV.

Mia cara sorella,

Ti scrivo questa lettera per dirti che io sto bene di salute, e spero sentire lo stesso di te.

Senti, non credevo mai che dopo quattro anni tu m’avessi fatto questo. Dio mi darà un altro po’ di forza per soffrire questo dolore che non merito. Tu sei quella che non curi la tua capo-sezione dopo il bene che ti ho fatto? Stasera io sono di guardia di prim’ora, e tu che sei libera devi farmi compagnia, se poi devi servire a qualche altra, fa pure il tuo comodo [inizio p. 128] fuori la piazzetta. Io per te non curo le persone di mia famiglia, sono sempre la stessa per te, mentre tu altro mi dici dinanzi ed altro alle spalle; forse ti sei insuperbita, perché spendi per comprare specchi ed altri oggetti; ma pensa che io sono fiume sordo, opero e non parlo e se niente debbo avere per me, niente darò alla tua famiglia e poco mi importa che perdo anche la mia vita…

Ti prego di chiamarmi stasera, quando scenderò a fare la guardia, e verrai a farmi compagnia per darmi qualche conforto. Hai capito, traditrice che sei? Farai come io ti dico, e non voglio che mi fai f…, perché nessuno mi ha ancora burlata. Capisci mia cara, che io ti amo quanto l’anima mia, e ti amerò fino alla morte? A rivederci dunque, mia cara, ti saluto e bacio.

G.

Angelo del mio cuore,

Baci di cuore. Mi vuoi bene? Non ti scordar di me. Dopo lungo silenzio mi sono azzardata di lagnarmi della persona del mio cuore, perché sono stanca di soffrire in questo modo. Ma perché hai il coraggio di non guardarmi più, quando mi incontri? Qual tradimento ti ho io fatto? Amor mio, dimmi se mi ami sempre allo stesso modo. Se io tratto C. non l’ho fatto per cambiarti, ma per vedere solamente che impressione ti faceva la mia condotta. Non attaccarti con altre, perché io sono sempre la stessa, e tu per me sei la vaga stella del mio cuore, tu sei lo splendore, la dolcezza, la ricchezza, la gioia ed io non ho trovato mai una ragazza come te, sei una vera regina. Mia cara, che bel nome hai, che begli occhiuzzi, che belle guancie, che labbra rosse, che bei capelli castagni, che bella persona. Se si potesse aprire il mio cuore, vi si troverebbe la mia A. fotografata di oro. Se mi levassero la mia A., per me finirebbe la vita, finirebbe la mia gioventù. Fiore di menta…

G.

V.

Buongiorno, come stai? Dimmi presto come stai con la mano. Che dispiacere ebbi ieri sera, quando vidi che tanto ti doleva, e ti avrei voluto guarire cogli occhi! Mi pensi qualche volta? Io non faccio che pensare a te. Vieni almeno quando faccio il mio servizio di pulizia, vieni, chè ti voglio almeno baciare, né dimenticare quel che tante volte ti ho chiesto di darmi. Hai capito? Bada di non perdere le mie lettere, così nessuno saprà i fatti nostri. Ma dimmi, non potevo io sposarmi con te? Che rispondi a questa domanda? Fiorellin d’aprile, quando io ti domando se mi vuoi bene e tu mi rispondi sì, il mio cuore palpita fortemente, come se volesse proprio fuggire dal petto ed unirsi al tuo; il tuo nome in esso ho scritto a lettere incancellabili. Io, se una persona mi proponesse di lasciarti, pena la testa a non farlo, risponderei: taglia la mia testa, ma non lascerò mai quella persona tanto cara. E tu come risponderesti?

Idolo caro del mio cuore, perché quando mi scrivi dici sempre che il tuo cuore è misero? Allora vuol dire che tieni il cuore misero anche per amarmi. La tua Raffaelluccia il cuore l’ha grande, ricco d’amore per la sua Angiolina. Bellezza mia, ti prego di non mortificarmi, non accettando qualche piccola cosa che ti offro. Angiolina mia bella, se ti maritassi, mi vorresti spesso con te a casa tua?

Scusami se ti scrivo male perché sono poco istruita, e alla meglio mi adatto ad esprimermi quanto ti amo; non finirei mai, se non fossi diventata gelata come un cadavere con questo gran freddo, e se potessi, vorrei venire a coricarmi con te… La tua Raffaelluccia ti lascia abbracciandoti e dicendoti: non lasciarmi mai. Ti bacio forte forte sulle labbra, che tanto sono dolci per me e mi dico per sempre

Tua

R.

VI. VII. e VIII.

 Mia cara A.,

Ti scrivo questi pochi righi per mandarti mille auguri e felicitazioni, come il tuo cuore desidera, pregandoti di perdonarmi se non ti ho mandato la cartolina illustrata, perché tu sai come sto costretta, e che non posso uscire. Il mio cuore è sempre tuo, non dubitarne, quantunque tu speri sempre un bel marito che ti consoli per un’eternità! Ricevi mille e mille baci da chi tanto ti vuol bene, ti penso sempre e non ti dimenticherò mai fino alla tomba.

La tua consorte

R. P.

Cara Compagna,

Sant’Anna ci è contraria, non è vero?  Ci hanno sospeso l’uscita, ci hanno tolta la nostra bella libertà. Annina mia cara, non possiamo scambiarci delle paroline, e dirci che ci amiamo tanto. Io te lo dico in questi pochi righi, ed aspetto la conferma anche per iscritto. [inizio p. 130]

Non m’ingannare, e ti aspetto alla finestra stasera, chè sarò di guardia di prim’ora.

Ti abbraccio e bacio in fretta.

Tua

R. P.

IX.

Annina carissima,

Se sapessi che ha sofferto ieri il mio afflitto cuore per essere lontano da te! Fu la giornata più lunga e dolorosa, specialmente la sera quando, andata alla finestra, non vidi la mia cara Annina, colla quale speravo di scambiare una parolina d’amore. Sinceramente devo dichiararti che mi stetti tra le nostre colleghe a malincuore, perché tra le altre voci non c’era la tua. E quando pensavo che tu eri fuori a goderti la festa, corsi a coricarmi sconfortata e piangendo disperatamente.

Tua

R. P.

Amatissima Rosina,

 Non puoi credere quanto sono dispiaciuta pel fatto di martedì sera e venerdì sera, perché non avrei voluto quel disturbo, ma ci vuol pazienza e ti prego di non andare in collera. Solo ti raccomando di rispondere a dovere un’altra volta e di non farti trattare da stupida. Devi far notare che anche le altre colleghe hanno ore di riposo e svago e vanno a chiacchierare colle amiche. La legge deve essere uguale per tutti, e tu fatti ragione con la suora, che deve concedere il permesso a te come alle altre o negarlo a tutte.

Del resto noi ci vogliamo sempre molto bene e dovremo sempre amarci, senza fare che il momentaneo allontanamento raffreddi i nostri cuori; io ti penso sempre, come fai tu ne son certa.

Ti avviso che domani uscirò, e ti prego non dimenticare di mostrarti dalla finestra vicina alla parrocchia per vederci; quando potremo uscire insieme per qualche ora, avrò gran piacere, e sai bene che godo stando in tua compagnia; e se questo non sarà possibile per ora, il mio pensiero è sempre con te.

Con mille baci e con abbracci mi dichiaro sempre:

La Tua

P. A.

[inizio p. 131] La lettera numero I è scritta da un’infermiera anziana sui 24 o 25 anni, ottima e scrupolosa nel disimpegno del suo ufficio, che raramente usufruisce delle giornate e delle ore di licenza, e che non ha note esterne importanti di omosessualità congenita, tranne la voce un po’ bassa. E’ di carattere alquanto eccitabile, soggetta ad enuresi notturna, e pare che sia il maschio della coppia. L’amica, di cui non ho potuto capitar lettere, ad una delle quali con questa la M. risponde, come risulta dal contesto, è una giovinetta sui 18 anni, semplice di spirito più di quel che lo siano le persone della sua classe, da pochi mesi ammessa in servizio, fresca, rosea, alquanto belloccia, senza note apparenti di omosessualità congenita. La lettera riportata fu scritta pochi giorni dopo che quest’ultima era stata trasferita in un’altra sezione, essendosi resi molto palesi gli amori delle due compagne, sorprese spesso di notte dalla ronda insieme in un cesso o nello stesso letto e per essersi assodato che la M. preparava frequentemente intingoli e leccornie alla sua prediletta con vitto delle ricoverate.

La lettera, scritta grossolanamente, come tutte le altre, essendo le infermiere quasi tutte analfabete, ha delle espressioni tenere e di sofferenza pel distacco, come quelle che avrebbe un uomo della stessa classe della sua fidanzata; e finisce con l’invocare e far invocare dall’amica Dio e la Madonna per una non lontana unione per sempre. E’chiusa con la preghiera alla compagna, che per maggior tenerezza chiama sorella, di non danneggiarsi la salute pel dispiacere, e con l’invio di baci ardenti.

La lettera numero II è di un’infermiera incognita diretta ad altra incognita; non porta firma, è forse dettata, come altre, a qualche ricoverata che inconsciamente, e per qualche meschino compenso, volentieri vi si presta. La scrivente chiama l’amica anche sorella, come l’altra, e la breve lettera è tutta un’invettiva pel dolore dell’inganno seguito o supposto e rivela tutto il tormento della gelosia di una vera omosessuale congenita, la quale non concepisce che l’amica possa distrarsi da le per pensare ad un uomo.

Le lettere III e IV sono entrambe dirette da una giovane infermiera di valida costituzione fisica, di alta statura, di carattere alquanto prepotente, figliuola di un delinquente sanguinario, ma somaticamente non portante note di omosessualità congenita, ed altra che [inizio p. 132] ne ha invece di molte: accenno di barba e  più notevolmente di mustacchi, voce e portamento maschili, poco sviluppo delle mammelle e delle anche, tendenza a vestir l’abito da uomo. E nel reparto si ritiene che essa sia una specie di cavallo padre e che abbia molte amiche, le quali si contendono il primato di essere da lei possedute. E difatti in queste due lettere, tranne lo scatto momentaneo della scrivente, quando rivela per un momento il suo carattere prepotente di famiglia e dice nella III lettera: farai come io ti dico, non voglio che mi fai f. ecc., non si notano che espressioni sottomissive, parole di dolcezza per l’amica, paura di perderne le grazie, e quant’altro si può dire in materia per tenere avvinto un uomo che soddisfi le brame eccessive di una donna bisognosa di amplessi.

La lettera V è diretta alla stessa donna uomo da altra infermiera, un’amabile Raffaelluccia, la quale le rivolge pure parole dolcissime per attirarla a sé, e le chiede qualche cosa che spesso le ha chiesto invano, le offre regali, e cerca commuoverla col dirsi agghiacciata per il freddo, per indurla ad accettarla nel suo letto. E’ la vera donna civettuola che vuol ravvivare ad ogni costo l’amore del maschio.

Le ultime quattro lettere sono una corrispondenza fra due compagne, tre scritte da un’altra donna uomo, l’ultima dall’amica alla prima. La donna uomo è una giovanetta sui 18 anni, bellina piuttosto, con grandi occhi scuri, capelli scuri, colorito bruno della pelle, qualche accenno di baffetti neri; di umore allegro e vivace, sorridente ed espansiva,intelligente ed un tantino birichina, da riuscir simpatica, anzi che no; in varie feste in maschera date in carnevale all’asilo per divertire i ricoverati, ha sempre preferito l’abito maschile, che porta con molta disinvoltura da sembrare veramente un giovinotto.

Le sue tre lettere non contengono che espressioni comuni di amore, se ne togli un tantino di gelosia per un futuro sposo della sua compagna. In esse manca l’artificio delle antiche nell’arte, perché da poco forse si è iniziata nelle pratiche omosessuali, a giudicare dal poco tempo di servizio di infermiera ed anche del fatto che essa fino a pochi mesi prima di scrivere le lettere riportate era di un tardivo sviluppo fisico, e poi quasi di botto è divenuta fiorente e rigogliosa quale oggi è.

La compagna non è veramente una graziosa donnina: alta piuttosto, [inizio p. 133]  bionda, molto ossuta e poco plastica, di carattere prepotente e manesca, la quale nella sua lettera parla di amore, ma soprattutto dà consigli all’inesperta giovincella per non farsi trattare meno bene delle compagne dalle persone preposte al servizio.

 Ho voluto riportare queste nove lettere, perché mi sembrano importanti come contributo allo studio dell’omosessualità femminile, visto che non è cosa molto facile a tutti il procurarsi simili scritti, che costituiscono veri documenti viventi e parlanti; e difatti nella casistica clinica dei migliori autori qualche lettera del genere è riportata come cosa rara ed è servita di base ad osservazioni di un certo rilievo.

Esse sono delle vere confessioni, che, riguardando cose di natura delicatissima, non si potrebbero altrimenti ottenere, e mettono così allo scoverto certe piaghe sociali, purtroppo frequentissime in certi ambienti e che lasciano tracce più o meno apprezzabili a seconda della natura dei soggetti anche nella vita libera e dopo il matrimonio.

Molte infermiere omosessuali dell’Istituto vanno a matrimonio, e diventano mogli e madri felici, e sono le vere omosessuali acquisite o d’ambiente, per dirle così; altre continuano fuori le pratiche con le compagne, anche se maritate, e qualcuna non va a marito, quando l’amica diventa sposa, e non ha voluto più saperne di lei. E queste sono le omosessuali congenite, le quali dell’ambiente e fuori danno sfogo in ogni modo ai loro istinti pervertiti.

Ne conosco una intelligente, colta, molto graziosa ed elegante, tipo di femminilità, la quale, dopo due anni di pratica omosessuale con altra infermiera andata a marito, è uscita dall’asilo e vive procurandosi il pane quotidiano col suo lavoro onestissimo, e non ha voluto né vuol saper di matrimonio, perché sente potente avversione per l’uomo, ora più che mai, dopo la disillusione provata dall’abbandono dell’amica.

Come si vede, nei pochi soggetti del mio studio, come posso affermare di molti altri, dei quali non ho documenti, non si rilevano molte e spiccate note somatiche, che possono far diagnosticare con sicurezza le maggiori tendenze maschili o le femminili, l’omosessualità congenita o l’acquisita; e solamente con l’ulteriore studio, e con l’esito finale, dirò così, si può dire qualche cosa di concreto, giacchè come più sopra è detto, per gli acquisiti l’omosessualità è cosa [inizio p. 134] temporanea, un episodio nella vita, per i congeniti essa costituisce l’obbiettivo dell’esistenza.

Tra le infermiere omosessuali predomina un certo grado di anemia e mollezza di carattere, e spesso si deplora in esse depauperamento nella nutrizione, sicchè tali pervertimenti non debbono ritenersi scevri di pericoli per la salute. Sotto tal punto di vista i colleghi, gli stabilimenti ed in genere tutti i luoghi di convivenza di giovanette, dovrebbero avere un indirizzo educativo speciale ed amorevole ed oculata guida da parte dei preposti alla loro assistenza. E per me l’educazione famigliare ben intesa è sempre preferibile a qualunque cosa per lo svolgimento normale dei sentimenti.

Nocera Inferiore, giugno 1912

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 BIBLIOGRAFIA.

  1. Rivista mensile di Psichiatria Forense, Antropologia criminale e scienze affini, diretta da Dott. PASQUALE PENTA.
  2. Archivio delle Psicopatie sessuali, diretta dal Prof. PASQUALE PENTA.
  3. La Psichiatria, diretta dal Prof. LEONARDO BIANCHI
  4. – Dott. IVAN BLOCH. La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà moderna. – Traduzione del CARRARA
  5. – KRAEPELIN – Trattato di Psichiatria – Traduzione del Dottore GUIDO GUIDI.
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1889, Angelo Zuccarelli – Inversione congenita dell’istinto sessuale in una donna, n. 2

Angelo Zuccarelli, 1889. «Inversione congenita dell’istinto sessuale in una donna. (Tribade adultera). 2° caso», L’anomalo, anno 1, pp. 46-50. Trascritto da “Vanessa”

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 [inizio pag. 46]

 INVERSIONE CONGENITA DELL’ISTINTO SESSUALE IN UNA DONNA

(Tribade adultera)

2^ caso (1)

Aggiungiamo queste due osservazioni, a bastanza importanti e scrupolosamente riferite, alla scarsa casistica che (da Westphal a Kock, Servaes, Stark, Krafft-Ebing, Tamassia, Lombroso, Kreng, Krin, Raggi, Charcot e Magnan, Alder Blumer, M. Wise, Cantarano, Tarnowsly) si ha delle anomalie in genere dell’istinto sessuale, specie delle inversioni congenite.

 Il caso riguarda una donzella, N.N., della provincia di Salerno, a 35 anni, appartenente alla famiglia dei borghesi, con sufficiente coltura.

Dei suoi dati gentilizi si sa: che nacque da un padre di oltre 60 anni di età e da una madre che aveva poco più della metà degli anni del marito: un suo zio paterno fu gioviale assai fino alla tarda età, mentre d’altro canto nella qualità di semplice impiegato seppe accumulare molti danari; una sorella ed un fratello sono frenastenici.

Viso tondo, colorito abitualmente pallido, fronte scoperta e con bozze abbastanza prominenti, occhio nero vivo perspicace, costituzione robusta, statura alta e piuttosto snella, movenze disinvolte, essa a chiunque la guardi fa presto esclamare: – la starebbe meglio con cappellino e con vestito da uomo, e sarebbe un simpatico giovanotto.

Conservando le vesti femminee, procura però di atteggiarsi quanto più l’è possibile da uomo. Porta la scarsa chioma ravviata all’indietro, come si dice, alla Umberto, senza discriminatura, affidata ad un semplice nodo in basso all’occipite: le poppe poco sviluppate stringe ancora più sotto un alto corpetto, sul quale si adatta strettamente un giacchettino ben tirato: la veste è stretta con poco o nulla delle gonfiature di moda. Compie il quadro un cappello per lo più a larghe falde con qualche penna o altra acconciatura che sa di bizzarria maschile, oppure addirittura un cappellino all’italiana come quello d’un giovanotto. Ella non suol portare ventaglio, ombrellino o altro simile che sia abituale per le donne. Va sola, non vuole compagnia di uomini: accompagnata da donne, com’è il suo desiderio , offre loro il braccio, e portando l’altra mano alla cintola, assume tutto il portamento d’un cavaliere.

In carrozza ha pure un’andatura tutta sua propria, difforme dall’ordinario costume delle signore. Siede già nel mezzo del doppio sedile anziché ad un angolo, è ponendo l’una gamba sull’altra o tenendo le gambe abbastanza allontanate fra loro, procede in aria virile, con facili movimenti disinvolti, girando la [inizio pag. 47] testa e lo sguardo di qua e di là, fissando qualunque persona, salutando donne e uomini con largo gesto della mano, come potrebbe fare un uomo di affari.

In conversazione serba una posa consimile: gesticola molto, è vivace nel parlare ed inarca gli angoli interni delle sopracciglia con rughe verticali alla gabella; ha un riso aperto, scoccante, con certo timbro maschile e scovrendo tutte le bianche arcate dentarie; gli uomini li fissa con disinvoltura e con certa aria di eguale.

Non mi è riuscito saper bene delle tendenze ed abitudini da lei dimostrate nella prima età, o come si sian potute accentuare colla pubertà. Sicuro è questo che, fin dalla pubertà, rimasta, perdendo il padre, padrona di sé e godendo della maggiore libertà, e trovandosi a contatto in tante condizioni con uomini di diverse gradazioni sociali, mai la N.N. dimostrò propensione per l’altro sesso, nemmeno per velleità d’un momento. Invece ebbe tendenze spiccatissime pel proprio sesso: ed i suoi amoreggiamenti, le sue seduzioni, le sue confidenze e relazioni intime con altre donne hanno qualche cosa di veramente singolare, sino ad acquistare qualche volta una vera importanza di reato.

Più che le vergini, pare abbai amato maggiormente le maritate e le vedove, come quelle forse che più presto potevano intendere le sue seduzioni o che apparivano più proclivi e bisognose di voluttà carnali. Di lontano si atteggia a vagheggina ed innamorata, fa l’occhietto dolce ed il sorrisetto tenero, mostrasi appassionata e spasimante. Avvicinando le belle donne, tutta si agita e gesticola innanzi a loro, le fissa con occhio sdolcinato, si compiace di toccamenti coi piedi e colle ginocchia, ruba dei pizzicotti alle braccia grassette, dà furtivamente, come un uomo licenzioso, delle strette a qualche mammella: più oltre, si agita di più, diventa smaniosa, pretende qualche cosa, erompe in un particolare romantico ed arrischiato, che spesso rimane incompreso e le fa dare della pazza.

− Son pronta a fare qualunque cosa − diceva un giorno ad una maritata − purché mi facciate dormire una volta con voi.

Un altro giorno che una sua simpatica amica espresse per caso il desiderio di poter avere per sé delle piante che lussureggiavano colle loro larghe foglie in un in un giardino di lei, N.N. non vuol sentire altro, corre alle piante, e benché dissuasa e pregata di desistere, sotto un sole cocente di luglio si mette all’opera del divellimento, avvalendosi delle mani e d’istrumenti disadatti. E con gran sudore dopo parecchie ore di lavoro riuscita finalmente a schiantarle con tutte le radici, le adatta in vasi convenienti appositamente comprati e si affretta a farle portare in casa dell’amica, ove corre anch’ella, lusingata appagare allora qualche suo desiderio. Ma le tocca un’amara disillusione. Ad onta di ciò, e benché quell’amica si mostri tanto lontana da l potersi arrendere alle sue brame e le dia della pazza, ella, come trasportata da un eccesso di simpatia, non lascia sfuggire occasione per ritornare alla prova e dimostrarsi premurosa, disposta a tutto, spasimante, seduttrice. E rievocando quel ricordo del suo affetto nel rivedere l’amica, ora maritata, [inizio pag. 48] bisogna sentirla con che tono angoscioso e con quali profondi sospiri si duole della soverchia ingratitudine di cui fu ricambiata.

Una volta, insinuatasi come amica in casa di due giovani coniugi, da pochi anni maritati, tanto circonda di sue moine, di cure premurose e di affettuose angosce quella buona ed amata moglie, che la seduce traendola perfettamente ai suoi desideri, ed alle sue pratiche voluttuose. E così i loro rapporti, le loro cordialità e intimità segrete si spinsero oltre, che il marito, il quale da principio aveva creduto di dover nulla temere dell’amicizia per quanto intima d’un’altra donna ed aveva quindi lasciato correre, ebbe ad accorgersi di trovare in N.N. bella e buona una rivale, tanto che sua moglie diveniva sempre più fredda ed indifferente per lui, al punto da non importarle più nulla che egli la trascurasse o se ne allontanasse, e veniva meno alle cure domestiche.

Dopo aver egli gridato e strepitato indarno, si vide costretto a porre il dilemma: o che la moglie ne scacciasse via l’amica, o che egli si separerebbe per sempre dal matrimonio. L’arte seduttrice tribadica di N.N. fu tale da far posporre e sconoscere dalla moglie il proprio marito, il quale abbandonò il letto coniugale ed anche i figli per non volerne mai più sapere.

E furono in seguito viste, per diverso tempo, l’adultera e la concubina di essa stare ed andare sempre insieme, come strette in matrimonio cordiale. E si dettero ai divertimenti, allo scialacquo, ai baccanali, non evitando debiti, brogli, ecc., che la N.N. contraeva e faceva contrarre e distrigava con facilità, dopo aver barattato volentieri tutto il suo che aveva disponibile.

Senonchè alla reietta moglie, che non doveva avere la stessa inversione sessuale della sua seduttrice, finalmente cominciarono a venire a noia o a riuscir forse insufficienti le relazioni carnali di un’altra donna, e quindi si riaccesero in lei le naturali tendenze per l’altro sesso. N.N., accortasene, arse di gelosia e di sdegno, divenne furibonda, strepitò, minacciò; ma invano. E quando si persuase che la preda non era né voleva essere più esclusivamente sua, e che volentieri la posponeva al sesso opposto, l’abbandonò piena di dispetto e collera: né poi si commosse mai a pietà per lei al ricordo di averla lasciata in grandi obblighi e brogli e a saperla dipoi versare in grandi necessità e quasi nella miseria.

Alle amiche che poi le domandavano come avesse potuto rompere interamente un’amicizia così intima, rispondeva senza esitazione e tutta irata: – Come! Quella osava farmi le corna; ed io poi lo meritava e poteva sopportare questo?

N.N., altra fiata, approfittò d’una separazione carnale di prudenza, di due coniugi di buona condizione sociale. Cominciò, al solito, coll’offrire i suoi buoni uffici, col mettersi interamente a disposizione di quella famiglia, non risparmiando a disagi e sacrifici. In occasione di malattie della sua nuova amata dette prova delle maggiori premure e del massimo affaccendamento, facendola da vero marito.

Anche da questa intima relazione, s’è poi ritratta irosa e  [inizio pag. 49] maldicente, quando si è accorta che il vero marito, cui ella cercò sempre di screditare e mettere in mala parte, ricominciava ad esercitare i suoi naturali diritti matrimoniali senza che la moglie se ne sottraesse risolutamente, com’ella avrebbe voluto.

Quindi non se n’è stata, e messasi in giro tra le sue conoscenti, ha cercato nuova preda. Non pare, al momento che scrivo, sia riuscita già a prendere nuovo partito; ma è certo che la si vede sempre gironzare in compagnia di donne, più spesso con donne rotte al gran mondo o con zitelloni pregiudicate, o talvolta corteggiare premurosamente qualcuna delle antiche tentate, per le quali non lascia di avere delle velleità e delle lusinghe.

N.N. intanto mestrua regolarmente, a quanto altri assicura. Domandata da gente seria quando voglia maritarsi, risponde presto: – è inutile, è impossibile – , diventando ancora più pallida.

Richiesta del perché, ella è abbastanza in imbarazzo, e risposto che – perlomeno dovrebbe esser certa di non avere figli, ciò ch’è impossibile – , rimane come ombrata e muta discorso. Così sconosce recisamente il mandato di maternità, e l’idea della possibilità di figli (una volta ch’è mestruante), che, affermerebbe in lei il sesso femmineo, come se l’atterrisca.

In famiglia fu sempre dominata dal sentimento del proprio soddisfacimento, alquanto strana e prepotente, refrattaria a piati ed afflizioni, premurosa del godimento dell’oggi, incurante del domani. Quando erano in condizioni ben ristrette di fortuna, ella ciononostante pretendeva la sua bottiglia di vino ed un buon mangiare; opponendosi la scarsezza o mancanza di mezzi, consigliava con la maggiore facilità di far debiti, rimettendoli ad un poi indeterminato: ridendo di amiche e congiunte che avrebbero voluto piuttosto lesinare sul trattamento per riuscire a vestir meglio, pretendeva il contrario, contentandosi di vestire nel modo più semplice. Da quando poi, per una eredità avuta, si è trovata di avere molti mezzi a disposizione, mantenendosi sobrissima nel vestire, mangia bene, beve molto vino (di che non fa mistero), va meno che può a piedi, è galante con le sue vagheggiate.

Ecco il risultato dell’esame antropologico ch’è stato possibile fare da lei, cogliendo le occasioni propizie ed evitando di darle sospetto.

Cranio piuttosto piccolo, tipo sub-brachicefalo – Fronte con angolo nient’affatto brusco e quasi retto come è il normale femminile: bozze prominenti: regione metopica evidentemente solcata – arcate sopracciliari abbastanza sviluppate: cavità orbitarie ampie – discreta plagio-cefalia destra anteriore.

Faccia tonda: discreta plagio-prosopia destra – arcate dentarie abbastanza voluminose, forbite, bianchissime, che restano scoverte del tutto nel ridere e in buona parte nel parlare: non è costatato se vi siano anomalie dei singoli denti. Colorito pallido del volto, con grosse occhiaia brunastre.  [inizio pag. 50]

Notevoli anomalie auricolari. Tutti e due gli orecchi piccoli, con lobi fortemente attaccati – nel destro: fusione del trago ed antitrago; assenza quasi completa di elice; lobulo darwiniano esagerato; antelice che si spiana in alto, ove il padiglione termina come ad angolo acuto – Nel sinistro: fusione pure del trago ed antitrago: assenza meno pronunziata dell’elice; lobulo darwiniano non così esagerato come a destra.

Scheletro angoloso e bene sviluppato; bacino piuttosto stretto – capelli scarsi e corti piuttosto crinati – Mammelle poco sviluppate.

Non si è potuto constatare se vi siano sproporzioni nello sviluppo del tronco e degli arti, come sembrerebbe, e se vi abbiano, come si sospetta, anomalie degli organi genitali, specie riguardo al clitoride.

E notevole, dal lato psichico, nel soggetto una grande agevolezza di mimica e vociferazione imitativa, specie a riguardo dei mariti, in generale a lei uggiosi, di cui ama mettere in rilievo le note difettose.

 A. Zuccarelli

 

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NOTE
(1) V. 1.° caso a pag. 20 del 1° N.°

 

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1889, Angelo Zuccarelli – Inversione dell’istinto sessuale in una donna

Angelo Zuccarelli, 1889. «Inversione dell’istinto sessuale in una donna», L’Anomalo, anno 1, n. 1,  pp. 20-21.Trascrizione di “Vanessa”.

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INVERSIONE DELL’ISTINTO SESSUALE IN UNA DONNA

 Nel 1881 capitai in S. Saverina, provincia di Catanzaro (Calabria), ed in qualità di ufficiale sanitario fui alloggiato in casa del Sindaco. L’indomani della prima notte che li dormii, picchiò alla porta e poi entrò nella camera a me assegnata uno che aveva l’aria di un domestico, di giovine età, di bassa statura, colle vestimenta male aggiustate che gli davano un aspetto obeso, colla camicia semi-aperta sul petto. Non gli badai più che tanto: e dopo che ebbe prestato qualche servigio e sbrigate le poche consuete faccende, andò via.

Poco dopo uscito della camera, incontro le persone di famiglia le quali, scambiati appena i saluti e le cortesie di uso, mi domandarono del domestico ch’era entrato nella mia camera e quale impressione mi abbia fatta.

Rimasi un po’ sorpreso della domanda, e risposi subito colla maggior cortesia d’essere stato ben servito.

Ma quelli insistettero, mal reprimendo un certo sorriso che induceva sospetto, e mi richiesero se mai in lui avessi notato qualche cosa.

Divenni allora circospetto e ritenni che la delicatezza ed i riguardi dell’ospitalità mi avevano fatto sfuggire qualche cosa che m’interessava come medico o naturalista. E alla mia volta insistetti io allora per sapere che cosa ci fosse di sotto. E seppi la storia che segue.

Il voluto domestico era una donna sui 22 o 23 anni, la quale aveva voluto e irremovibilmente vestire da uomo fin da quando aveva avuto l’uso della ragione ed aveva acquistata coscienza di sé. Stesse prima come ragazzo di scuderia, e dimostrò coraggio e intrepidezza nel cavalcare, spesso anche a dorso ignudo, e attitudine e destrezza particolare in quelle faccende. Lusingata e molestata allora tante volte con blandizie e con minacce da ragazzi veramente maschi e da cocchieri, dimostrò sempre avversione per loro e non lasciò speranza di poter essere sedotta. Dormiva sulla paglia, lavorava di molto buon mattino e di notte, con ardore, resistenza e sollecitudine virile.

Poscia, rifuggendo sempre da qualunque occupazione ed abitudine femminea, con i capelli mozzi, abiti grossolani e discinti, scarpe grosse e ferrate, passò per diversi mestieri siccome un giovanotto vigoroso ed amante di lavorare.

Occorrendo nel paese un postino che andasse ogni giorno a rilevare la corrispondenza parecchie miglia lontane, fu sollecita ad esibirsi lei. E viaggiando di notte, col freddo e col caldo, colla pioggia e colla neve, e dovendo ogni notte traversare un bosco e luoghi scoscesi e burroni, sola, seppe sostenere un tale ufficio per vario tempo inappuntabilmente. Più di una volta fu scontrata da giovinastri che volevano sottoporla al loro talento; ma ella seppe schermirsi, difendersi, usare anche violenza, fuggire, senza rimanere mai vittima di alcuno.

Ora al soldo del sindaco, era un servizio prezioso, inappuntabile, ma solo per tutto ciò che sapeva d’incombenza maschile, rifiutandosi intransigentemente per ogni altra cosa che sapesse di femmineo.

Non ebbi allora né tempo né agio di fare un esame antropologico conveniente: solo ad eccezionale intercessione di quella autorevole famiglia, potetti ottenere dall’austera viragine di dare uno sguardo fuggevole al corpo e di osservare un poco i genitali.

Ella mestruava regolarmente, e per caso al momento proprio della mia osservazione era mestruante. Il flusso però era ben scarso, e così mi fu detto che fosse solitamente: e tra per questo, tra per esimersi alla costumanza delle altre donne, la paziente non portava pannini.

I genitali esterni erano a bastanza piccoli di volume: scarsi peli sul monte di venere, anch’esso poco tondeggiante. Di imene poca traccia, e pare si trattasse d’un imene circolare a cercine poco rilevato.

Lo stato dell’ostio vaginale pareva accennasse ad abitudini masturbatorie. Le mammelle discretamente sviluppate: il petto e le braccia robuste.

L’avversione a farsi osservare chiaramente non era pudore, ma disgusto a far notare il proprio sesso.

Delle necessarie delicatezze non mi permisero di appurare fino a che punto la nostra protagonista avesse mostrate moine ed amorevolezze spinte per altre donne; ma pare non ne fossero mancate.

A. Zuccarelli

 

 

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1883, Guglielmo Cantarano – Contribuzione alla casuistica dell’inversione dell’istinto sessuale

Guglielmo Cantarano, 1883. «Contribuzione alla casuistica dell’inversione dell’istinto sessuale», La psichiatria, la neuropatologia e le scienze affini, vol. 1, fascicolo 3, pp. 201-216. Trascritto da “Jill” il 3 marzo 2006.

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[inizio pag. 201]

CONTRIBUZIONE ALLA CASUISTICA

DELLA INVERSIONE DELL’ISTINTO SESSUALE

pel Dott. G. CANTARANO

 

Pubblico la seguente istoria, perchè la casuistica della inversione dell’istinto sessuale è ancora ristretta, e perché, la osservazione, che qui riporto, mi pare che abbia qualche cosa di speciale.

Per non annoiare, rifacendo lavoro già fatto, rimando per tutto quello che riguarda la parte bibliografica alla monografia del Prof. Tamassia (1), a quella dello Charcot e Magnan (2) ed alla rivista delle più recenti pubblicazioni sul soggetto fatta da Bianchi e da me nel numero precedente di questo giornale.

Premetto qui qualche nozione sull’argomento.

La inversione dello istinto sessuale comprende quella anomalia psichica ed istintuale, per la quale l’individuo di un dato sesso, sente gli attributi intellettuali ed istintivi del sesso opposto, ed è spinto ad amare persone del proprio sesso, avendo ripulsa o indifferenza verso gl’individui di sesso contrario.

Questo disturbo si può riscontrare unito a diverse forme di pazzia ed allora è transitorio. In questo caso è abitualmente invertita anche la coscienza della propria personalità e forse molte volte questa condizione è essa stessa la causa del prevertito [sic] sentimento sessuale.

Altra volta la inversione si presenta in persone apparentemente sane di mente, e nelle quali solo l’alienista scrupoloso trova lo squilibrio tra le diverse facoltà intellettive, o il troppo predominio su di esse dei sentimenti e degl’istinti, o il pervertimento di alcune tendenze, o la eredità morbosa diretta o trasformata. Questi non sono i pazzi riconosciuti da tutti, ma neppure sono individui con la giusta armonia [inizio pag. 202]necessaria tra, tutte le loro facoltà. In essi però la coscienza della propria personalità è conservata, e nasce quindi il tremendo dualismo tra la propria riconosciuta organizzazione e le tendenze sessuali opposte e contraddicenti ad essa. Il sentimento sessuale invertito in questa seconda categoria di pazienti per l’ordinario è congenito ed immanente. Questo pervertimento istintuale si esplica con le istesse modalità che accompagnano l’amore normale questo difatti nel suo primo sbocciare può appagarsi della mutua corrispondenza passionata senza azione sessuale di sorta. In quel periodo della prima gioventù l’amore di un velo candidissimo adornato riposa in grembo a Venere celeste. Più spesso però, con ideale diversamente preponderante, entra il secondo elemento necessariissimo alla esplicazione intera del sentimento: il desiderio dell’amplesso con la persona amata. Altra volta l’ideale non si affaccia per nulla e la sensualità sola domina la scena dando il semplice brutale appagamento dell’istinto.

Non altrimenti avviene nei pazienti con inversione del senso genitale. In essi il pervertimento si arresta spesso nei confini della contemplazione platonica, o trova appagamento negli abbracciamenti della persona amata, o trascorre senza idealità di sorta nel feroce godimento della vittima spesso malmenata e maltrattata e prima e dopo il carnale barbaro insulto.

Alla categoria delle inversioni congenite ed immanenti dell’istinto sessuale, nella quale sia giustamente armonizzato l’idealità dell’affetto con l’amplesso della persona prediletta appartiene la istoria seguente.

È una giovane a 20 anni che chiamerò X.

Dalle notizie fornite da suo padre si può dedurre che nella famiglia tra gli ascendenti non vi siano stati casi di pazzia, nè di disturbi nervosi, che avessero richiamata l’attenzione volgare. La X è figlia del secondo letto, con la prima moglie suo padre non ebbi figli, essendo essa morta di tisi pulmonare; con la seconda, sorella della prima, nacquero sette figli, quattro femmine e tre maschi. Una delle prime giovanetta morì tisica, altre due sono maritate e buone madri di famiglia. Dei maschi uno è  [inizio pag. 203] dedito alla deboscia: spesso giovanetto rientrava a casa nelle ore inoltrate della notte, sicchè il padre fu una volta costretto a farnelo rimanere di fuori. L’indomani il figlio fece fagotto del suo e di quanto potè del padre e per un pezzo non si curò più della famiglia. Quattro anni indietro la madre della X morì anche lei di tisi polmonare. Il padre vive in casa di signori ed è ben visto dai suoi padroni.

La X è nata a termine, nè pare che durante la gravidanza vi siano state emozioni straordinarie nella madre.

Sino dagli anni infantili la inferma richiamò sul suo carattere l’attenzione dei genitori: eccessivamente capricciosa, spesso senza ragione lacerava o gettava per terra tutto ciò le capitasse per mano. Tuttora bambina scappò sovente dalla casa paterna; raccattata dal vicinato, si riconsegnava lacera e male andata ai genitori, appena che si sapesse delle loro ricerche.

Ad otto anni fu mandata a scuola, ne cambiò diverse senza che in nessuna avesse mai imparato a leggere fu sempre la più impertinente ed arrogante delle allieve, abbandonava molte volte senza ragione la scuola lasciandovi libri, merenda e tutto quello che aveva portato con se.

Cresciuta ancora in età la tendenza a gironzare per le vie crebbe in lei ancora maggiormente, il suo corpo aveva già apparenti i contorni femminei e lei non si peritava di rimanersene le notti fuori di casa, facendosi cogliere dal sonno ora sotto un portico, ora su di una scalinata di chiesa. Viveva accattonando e, quando il mestiere non rendeva, appostava il padre e gli chiedeva di che campare.

Un filantropo ne prese cura e col permesso del padre la chiuse in un ritiro, in cui le regole troppo strette e la vigilanza ben fatta, non adattandosi al carattere della inferma, fecero sì che essa insistesse per essere chiusa altrove.

Da quel primo passò in altro ritiro ove si accolgono fanciulle pericolanti o pericolate e ravvedute. Presso le compagne di questo ricovero si trovano le prime notizie delle regole mestruali della X, ed a quanto pare sarebbero comparse verso il quindicesimo anno di età.

Sino dal principio fu ben voluta dalle sue compagne sulle quali prese presto molt’ascendenza, ed anche le superiori le usavano  [inizio pag. 204] deferenza permettendole delle scapataggini non escluso il fumo. Prese ivi affetto grandissimo ad una tale Rosina, giovanetta dai capelli neri, dal seno procace, dagli occhi voluttuosi e dall’aspetto lascivo; dalla prostituzione passata al ravvedimento. Le relazioni divennero subito più che intime, riuscirono dapprima a dormire nell’istessa camera, e ben presto per qualche ora nell’istesso letto.

Io ho avuto l’opportunità di scrutare i più minuti particolari di questo connubbio; poiché la Rosina, ritornata in prostituzione, fu da me diverse volte curata nel sifilicomio. Quando mi bisognò di vederla per le informazioni sulla inferma, essa si fece un pregio di svelarmi, dapprima titubante, ma poi minutamente, la verità nuda e cruda con linguaggio anche più vero di quello che avrebbe fatto una delle protagoniste di Emilio Zola.

 Quel ricovero è formato di diverse larghe camere, in ognuna delle quali sono da sei ad otto letti ad un sol posto. La X adunque la notte, appena fosse ben sicura che le sue camerate tutte dormissero intrepidamente si alzava, smorzava il lume ed ascendeva al talamo. La Rosina, come donna che aspetti l’amplesso, sentiva nella soprastante amica voglie, azioni e voluttà da uomo, cui solo mancasse 1’organo copulatore.

Questa leggiadra etèra fu la prediletta ma non la sola amica della X, quasi tutte le più figliuole del ritiro furono troppo deboli con lei infida e volubile, che a guisa di ape or dall’uno or dall’altro fiore suggeva il dolce miele. La troppo condiscenza usata alla X fece anche malignare sulle proposte a quello ospizio; ma questa, che con abitudine d’antico libertino si vantava di ogni sua conquista, tacque di ogni relazione con quelle. Fu sospetto calunnioso, o fu ritegno di confessarsi amante di donna nella quale l’antica freschezza si era già cambiata in due rughe? A me non preme indagarlo, perché superfluo: è però certo che nel carnevale del 1881, nonostante le regole di questi luoghi, si permise che la X fosse rimasta per quattro giorni vestita da uomo, facendo il D. Giovanni tra tante donne, cui la reminiscenza degli antichi piaceri faceva più ambìto novello amplesso o in simulacro almeno.

La X godeva e pagava: un piccolo assegno settimanale fattolo dal padre, e quello che lei guadagnava facendo guanti o cucendo  [inizio pag. 205] per commissione di sarti da uomo, era tutto speso per far regalo alla Rosina o manicaretti più saporiti alle sue predilette. Pretendeva in compenso la fedeltà. Gelosissima degli uomini, non permetteva che si parlasse di amore per quelli, più volte minacciò di picchiare e di sfregiare la Rosina s’essa fosse tornata a procurarsi l’innamorato. Confessava di non aver mai avuto nè di aver trasporto pel sesso opposto, era dolente di essere nata donna, e come tale di aver menata vita tanto dissimile dalle sue sorelle, di cui avrebbe voluto imitare le virtù. Sentiva forte avversione pel matrimonio e s’irritava se la conversazione cadesse su questo soggetto, come spesso avveniva tra quelle rinchiuse, le quali solo maritandosi potevano uscir libere senza essere ricondotte bon gré mal gré alla prostituzione. Lo diceva alla Rosina che a lei piacevano solo le donne, e che in presenza di una bella giovane, alla vista di un seno ignudo e di altre parti muliebri scoperte a caso sentivasi voltar la testa, farlese la pelle d’oca e tremar da cima a piedi irresestibilmente spinta ad abbracciare, a stringere, a godere.

Poco meno di un’anno indietro la Rosina, stanca di clausura e di eccitamento artificiale, abbandonò il ritiro tornando ad iscriversi tra le donne di piacere.

Il padre della X ci assicura che da circa un’anno anche sua figlia non volle più starsene chiusa, e che si altercò con la superiora e scappò via.

Ritornata presso la famiglia un bel giorno per futili motivi dette fuoco alla casa, ne chiuse la porta e da un’altura soprastante, con gusto da Nerone, stette a dilettarsi dell’opera divastatrice delle fiamme. Essa accusò dell’incendio suo fratello, il quale per postuma confessione della calunniatrice, e per i favori di persone altolocate scampò da seria condanna.

La X fu nuovamente chiusa nell’ospizio, dal quale era fuggita. Vi rimase brevissimo tempo, e ne uscì accompagnata dalla pubblica sicurezza, perché questa volta era venuta alle mani colla superiora, che le negava il permesso di uscita.

Consegnata al padre fu da questi allegata presso una zia. Ogni vigilanza era inutile, ogni esortazione perduta, non mancava giorno che la X sola non facesse le sue scorrerie. Bellina di volto, con contorni pronunziati del petto e dello altre parti che destano il desiderio, era seguita e corteggiata dai giovanotti  [inizio pag. 206] di avventura e specialmente da un marinaio: alle promesse di amore ed alle lusinghe rimase sempre sorda e sdegnosa.

Un bel giorno vendette diverse masserizie e col ricavato comprò abiti virili.

Una sera la Rosina, già dimentica della X, era nella sala di allettamento della sua casa di piacere spensierata ed allegra: sentì chiamarsi in camera da un giovane imberbe con cappello calato alla sgherra, e con un bastone da guappo tra le mani. Sussultò parendole conoscerne la voce, avvicinataglisi riconobbe in lui travestita da uomo l’antica amica, cui anche i capelli erano caduti sotto il taglio delle forbici. Tra lo stupore ed il timore la Rosina rifiutò la chiamata, il cui prezzo era già stato anticipatamente pagato. Non valsero preghiere e minacce della X a persuaderla; fu recisa nel rifiuto. Un po’ di bisbiglio cominciava nella sala, sicchè quella fu costretta a scendersene lanciando un’ultimo sguardo corrucciato e torvo alla infida amica.

Un’altro giorno per le vie più pregiudicate della città, un giovanotto faceva del chiasso soverchio con donne di male affare, la morale pubblica ne pareva troppo offesa, sicchè l’ardito damerino fu condotto alla sezione di pubblica sicurezza. Si riconobbe in lui una giovane in abiti da uomo. Saputo da lei il suo casato la si consegnò al padre; perchè, trovata vergine, non la si potè ascrivere alla prostituzione. La meraviglia dell’ispettore fu non poca al racconto del padre; ma più ancora fu quella di questi nel pensare come sua figlia immezzo a tanta sregolatezza di vita non fosse ancora caduta nel disonore. Agli avvertimenti dell’ispettore, la X, in presenza del padre rispondeva franca ed istruita sul modo di garantire la sua verginità.

Allogata dopo questo fatto presso sua sorella, vi rimase poco tempo. Avendo saputo che il cognato era il depositario dei suoi abiti da uomo, andò a trovarlo e lo minacciò di fare un chiasso nel palazzo, se non le avesse presto dato i calzoni e la giacca comperati da lei. Ad evitare spiegazioni innanzi ai suoi padroni il cognato fu condiscendente, e la X, vestitasi di nuovo da uomo, trionfalmente ricominciò la scorreria. Fu nuovamente arrestata per le vie dopo qualche giorno e riconsegnata al padre.

Il povero uomo disperato, a consiglio della famiglia nella quale serviva, si decise di chiudere la figlia in un manicomio.  [inizio pag. 207]

Ivi fu non poco lo stupore delle infermiere nel ricevere la X con i capelli tagliati, con scriminatura laterale, con portamento altero e con apparenza di giovanotto sotto abiti muliebri. Qualcuna di esso più sensibile ne sussultò.

In breve volgere di tempo l’eroina conseguì molt’ascendenza non solo sull’animo delle ricoverato meno gravi, ma anche su quello di parecchie infermiere. Ad indicare il predominio che aveva su tutte, le si dette presto il titolo, riconoscendone in lei gli attributi, di uno dei gradi della camorra.

Le prime prodezze cominciarono con una giovane folle di belle forme, sicchè la X qualche notte, credendo di eludere la vigilanza, tentò passare nel letto di quella.

Cambiata per questo di camera, cercò rifarsi ad usura dell’onta sofferta predeliggendo una delle infermiere giovane, e bionda, e di gentile aspetto. La confidenza soverchia, il piacere d’isolarsi entrambe, qualche dubbia posa sorpresa alla sfuggita autorizzarono il sospetto di reciprocanza, e la separazione della coppia impreveggente.

La X ne rimase adirata e minacciante vendetta e, come n’ebbe il destro, pigliò per la gola colei che essa credette causa del suo danno, e più ancora le avrebbe fatto se non si fosse corsi a tempo.

Il proverbio lontan dagli occhi lontan dal cuore produsse anche allora il suo salutare effetto, e la X ben presto si riconsolò nella varietà di un nuovo amore. Sempre felice nella scelta volle anche il contrasto di tipo, per altro non fu questo meno pregevole dell’ultimo, pel bruno del viso, il nero dei capelli, l’occhio penetrante e l’incedere provocatore.

Dormirono vicino di letto, conversarono spesso sino a tarda ora, sebbene, per i suoi obblighi di vigilanza notturna, le ore libere dalla brunetta più che ad Adone avrebbero dovuto sacrificarsi a Morfeo. Ebbero agio di passare spesso anche il giorno sole ed indisturbate nel disimpegno di un’incarico al quale era proposta la condiscendente amica. Ma l’occhio vigile ed indiscreto di qualcuno passò una volta da un foro nel dolce nido, ed un’altra crudele separazione ne fu 1’effetto.

Per coincidenza o conseguenza la X, che anche altra volta fu melanconica e pianse in un giorno di uscita della cara compagna,  [inizio pag. 208] languì davvero dopo l’amaro distacco, parve meno florida e certo ora è più pallida in viso.

La X parla il dialetto con coerenza e buona associazione d’idee e con timbro di voce muliebre; spesso è arguta nelle risposte; presta buona attenzione ai discorsi ed a tutto ciò che le si svolge d’intorno. Ha perfetta coscienza del suo stato presente, e la sua propria personalità non solo e da lei conosciuta; ma agisce come eco dispiacevole sulla sua psiche, poichè ella con le sue tendenze ed i suoi affetti rimpiange e si addolora di essere nata donna. Indebolito e quasi mancante è il sentimento della famiglia e l’affetto ai suoi congiunti; di religione e di conforto nel pensiero di Dio, non la ho mai intesa parlare. Tenuto anche calcolo della sua educazione e delle sue tendenze pervertite, il sentimento morale ed il pudore paiono indeboliti. Non è scomposta nell’abbigliamento e non si è fatta mai sorprendere in pubblico nei suoi trasporti amorosi, anzi non li confessa, o quando lo fà, afferma con viso sereno essere il suo semplice sentimento di amicizia (3), però per qualunque discorso ardito le si tenga non arrossisce mai. Commossa alle parole di compatimento, ed allettata forse alle promesse di curare i suoi anormali trasporti, più che narrare o svelare l’intimo dei suoi pensieri, si è limitata ad affermare con un sì della testa, ma punto vergognandosi, tutte le notizie che si erano raccolte sulla sua vita, specialmente in ordine al disturbo della sfera sessuale. Ella non lo fa rimontare prima dello sviluppo della pubertà. Alla proposta di osservazione dei suoi organi genitali ha resistita; ma non quanto avrebbe dovuto una giovane vergine. Si è facilmente persuasa, quando le si è affermato che si diceva di lei essere incinta, e che per smentire le voci calunniose non vi era altro mezzo che la osservazione medica della sua verginità. Prima di assoggettarvisi ha preso qualche ora di tempo, e l’ha spesa da donnina accorta nel farsi un pò di nettezza o nel ricambiarsi la biancheria. Venuto il momento, è rimasta perfettamente senza emozione e senza quel pochino di resistenza che precede quella osservazione in quasi tutte le donne.  [inizio pag. 209]

Tutti gl istinti muliebri in lei sono pervertiti o meglio sono invertiti. Non l’attaccamento alla famiglia, non la vita casalinga, non il trasporto all’abbigliamento donnesco ed ai lavori del suo sesso, non il desiderio di essere ammirata e corteggiata dai giovanotti, non il tormentoso pizzicore del matrimonio, non la riservatezza e il pudore della fanciulla. La vita girovaga, la scelta di occupazioni virili, la ripugnanza all’uomo e la tendenza verso il proprio sesso, l’ardire del discolo e l’improntitudine dello scapestratello fanno del suo carattere un’insieme armonizzante interamente col carattere di un giovane, cui si sia allentata la briglia sul collo.

In questo amore alla donna trovasi giustamente compenetrato il lato platonico e l’effettuazione dell’atto carnale, la parte morale e l’azione che l’appaga. In questa inversione di tutti i fattori dell’istinto sessuale non vi è nulla di esagerato: è la esplicazione intera ed ordinata dell’insieme del sentimento sessuale di un’uomo trasfuso nel corpo di una donna. Lo scegliere con accorgimento, il pretendere di essere riamato amando, la gelosia che accompagna l’idilio, l’amplesso in luogo, tempo e circostanze che non offendono il senso comune, attributi ordinarii dell’amore del giovane, accompagnano senza differenza di sorta l’invertito sentimento sessuale della nostra paziente.

La X non si distingue certamente per una memoria pronta e tenace, ma d’altra parte questa facoltà non sembra gran che infiacchita. Non ha saputo p. e. precisare la sua età affermando di avere 17 anni quando ne ha venti, nè ha saputo precisarci l’epoca della sua prima mestruazione; però gli altri fatti della sua vita passata, e quelli che si svolgono presentemente sotto i suoi occhi sono da lei sufficientemente ricordati.

Non si può affermare se la sua volontà sia impotente a frenare i suoi istinti, poichè la paziente, o per la poca confidenza, che ha nel medico, o pel ritegno di diffondersi sulle anomalie del suo sentimento sessuale, parla poco e non lascia scorgere nessuna lotta che agiti il suo interno. Se quindi le sue tendenze siano accompagnate da atti volitivi pel piacere che si trova nell’appagarle, o siano del tutto irresistibili, non è ben noto. Però un certo dominio della volontà sull’istinto si può facilmente dedurre dal non vedere mai in pubblico alcuna azione scomposta risultante dal pervertimento delle sue tendenze.  [inizio pag. 210]

Il viso piuttosto corto, i pomelli un pò sporgenti, le linee poco delicate della fisonomia, i capelli neri, abbondanti, duri, tagliati e divisi con accuratezza di lato danno espressione poco muliebre all’insieme della figura. La peluria che corre il viso non differisce da quella che leggiermente notasi sulla faccia delle donne. La X veste il camice senza allacciarlo alla cintura, forse per occultare la pronunziata convessità delle mammelle e la lussuria delle anche. La pelle è morbida, bianca e, salvo sul pube, perfettamente glabra, il connettivo sottocutaneo a sufficienza fornito di adipe dà la rodontità femminea all’insieme del corpo, i muscoli molto bene sviluppati e la conformazione scheletrica robusta si allontanano un pò dall’ordinario tipo della donna, la X è alta m. 1,55.

Nessuna anomalia negli apparecchi organici, solo il ventre è un pò gonfio, parte per adipe, parte per meteorismo. Le diverse sensibilità integre, la forza dinamometrica è di 50 con la mano destra, 45 con la sinistra; 59 con entrambe le mani; forse sarebbe maggiore se l’inferma sapesse meglio stringere il dinamometro. Le misure craniometriche prese con cappelli abbondanti sono le seguenti:

                    Diam. ant. post. massimo…………… 168

  »   tras. massimo…………………. 134

                    » biauricolare……………………. 120

                    » frontale minimo…………………. 110

Indice cefalico……………………… .79,76

Curva ant. Post……………………… 280

                    » biauricolare……………………. 330

Circonferenza……………………….. 520

Altezza del viso…………………….. 160

    »    totale della faccia………….. 120

    »    semplice della faccia………… 74

Diametro bizicomatico………………… 128

Angolo facciale……………………… 71°

Il cranio dunque è mesaticefalo e piuttosto piccolo, il tipo del viso abbastanza prognato.

Gli organi genitali sono regolarmente sviluppati secondo il tipo femmineo. L’imene è sano con foro centrale, non è però molto teso, il clitoride, completamente coverto dal prepuzio, non sorpassa  [inizio pag. 211] la grandezza ordinaria. Solo nella parte superiore della vulva le ninfe sporgono un pò sul livello delle grandi labbra e sono tumide e rosee. Le mammelle piuttosto grandi sono sode, non prolassate ed hanno il caporello completamente spianato. La mestruazione viene senza sofferenze; di durata ed in quantità normale, ha però spesso sospensione per qualche mese. Durante le regole la X è un poco più eccitabile.

Non vi sono convulsioni, non errori di sensi o di giudizio e la permanenza nel manicomio è solo giustificata dalla inversione del suo sentimento sessuale e dagli atti, ai quali la paziente è spinta sotto l’imperio di questa anomalia.

Dei casi d’inversione congenita ed abituale dell’istinto sessuale riscontrati nella donna e pubblicati ne conosco tre: quello di Westphal (4) quello di Gock (5) e quello di M. Wise (6). Questo numero, comprendendovi il mio è certamente inferiore a tutti quelli che si sono riscontrati nell’uomo.

Se non fosse possibile qualche dubbio risulterebbe evidente la minoranza delle donne a soffrire di questo pervertimento; lo Charcot crede che ciò dipenda dalla facilità più grande con la quale queste riescono a nascondere il disturbo istintuale. A questa opinione aggiungerò che, oltre alla facilità di nascondere, il che potrebbe essere anche fatto dagli uomini, la ragione debba pure cercarsi nella retrosia dalle donne sentita nel confessare tutto ciò che ha relazione con la sfera sessuale. E questa retrosia si accentua certamente dippiù in quelle povere disgraziate, le quali, riconoscendosi donne ed educate alla maniera muliebre, sono costrette ad aborrire quella organizzazione sessuale, la quale non risponde all’ordine delle loro idee e dei loro istinti.

Dallo studio di tutti i casi sinora pubblicati d’inversione dell’istinto sessuale congenito ed abituale, si rileva un’altra [inizio pag. 212] differenza nel modo di manifestarsi e di appagarsi del pervertimento nei due sessi. L’amore dell’uomo per l’uomo è più puro ed ordinariamente scevro di sensualità, e se qualche volta i genitali vi pigliano parte con involontaria erezione ed ejaculazione nella veglia o sotto l’imperio di sogni voluttuosi l’infermo lo soffre dispiacentemente; non è infrequente però l’onanismo solitario o reciproco, o l’appagamento per via di carezze; più raro è riscontrare l’individuo affetto che si spinga a cercare irresistibilmente l’amplesso, sia attiva o passiva la parte che debba sostenervi.

Per lo contrario nei quattro casi studiati nella donna si nota unito alla idealità dell’affetto il carnale appagamento, e se a conseguire questo si frappone l’ostacolo di una terza persona, si può trascorrere sino ad atti violenti contro di essa.

Quale la possibile ragione di questa differenza? Forse la maggior forza della volontà nel sesso maschile a dominare la impulsione morbosa; forse il maggiore ribrezzo che desta nell’uomo la schifosità delle parti che dovrebbero entrare nell’abbominevole azione.

Il pervertimento della X pare che non abbia punto di partenza da stimoli locali: non la si è mai vista masturbare, e nelle sue parti genitali non si trova traccia certa di onanismo; non è quindi il desiderio dell’attrito che la spinge in braccia delle sue amanti, ma il contatto reciproco dei genitali è solo l’ultimo epifonema della passione che conturba ed agita la paziente. Per lo contrario l’ammalata di Westphal e quella di Gock erano spinte all’onanismo dalla rimembranza della donna amata. L’ammalata di Wise, sebbene senza trasporto, potette acconciarsi a coito naturale e n’ebbe un figlio, la X sino a questo momento ha ripugnanza assoluta per ogni sentimento ed atto sessuale fisiologico.

Nella storia da me riportata non si trova evidente la eredità, e se vi è stato qualche disturbo del sistema nervoso fra gli ascendenti, ha dovuto essere di tal natura che non ha lasciata impronta sull’animo delle persone, che sono state interrogate sul proposito. Però un fratello della X,  [inizio pag. 213] se non è individuo da manicomio, è così sregolato nella condotta, dedito al vizio e infingardo pel lavoro da essere tutto predisposto al malfare o alla pazzia. Ed esiste d’altronde un’altra degenerazione nella famiglia della inferma, non meno importante nello imprimervi un carattere di degradamento, la tubercolosi riscontrata nella zia, nella madre e nella sorella della X.

L’inversione del senso genitale pare non siasi originata prima dello sviluppo della pubertà, la quale fu per se stessa ritardata; però il terreno sul quale prosperò il pervertimento era già molto ferace. Le anomalie della fanciullezza, i disordini dei primi anni giovanili della inferma facevano già prevedere che qualche cosa più grave dovesse aspettarsi. L’impulso piromaniaco concomitante col disturbo genitale, la debolezza della memoria, la ottusità della mente nell’imparare la grossolana istruzione elementare, la poca o nessuna intensità dei sentimenti affettivi e religiosi, la testa un pochino più piccola completano il quadro di un’essere abbastanza degenerato. Su queste condizioni che accompagnano il pervertimento dello istinto genitale è stata già richiamata l’attenzione dai distinti alienisti o medici legali che si sono occupati dell’argomento. Il Tamassia, prima ancora che fosse pubblicato il lavoro dello Charcot e Magnan, ed in opposizione del Westphal vi aveva data tutta quella importanza necessariissima per risolvere la questione della imputabilità degli atti commessi sotto l’imperio dì questa inversione dello istinto sessuale.

Il Kirn (7) nel suo lavoro sulla importanza clinico legale del pervertimento dell’istinto sessuale in tutto le sue forme, consacrando qualche pagina all’istinto sessuale inverso, crede anch’egli necessario lo studio minuto antropologico, etiologico, delle proprietà psichiche e morali, delle tendenze patologiche e delle altre manifestazioni della degenerazione mentale, che si riscontrano generalmente nei delinquenti di questa specie. Il Krafft—Ebing, (8) [inizio pag. 214] ritornando sopra questa questione dal punto di vista medico legale in un novello lavoro, dichiara pure che l’esistenza isolata della inversione del senso genitale, in assenza di altre anomalie psichiche, merita più ampio esame, e che la questione della responsabilità dipende, nel caso speciale, dalla estensione dei sintomi psicopatici osservati. La costatazione della vuotezza intellettuale ed etica costituiranno condizioni a discarico, perchè in queste circostanze l’impulso organico ad atti sessuali anormali non trova innanzi a se alcun correttivo morale per arrestarlo, e l’attrazione invincibile pel medesimo sesso, che a noi sembra perversa per la nostra normale organizzazione, è sentita da quei disgraziati con tutti gli attributi di una sensazione naturale, parendo ad essi il solo modo possibile di relazione sessuale e di voluttà; il paziente, lungi dall’aver coscienza della reprensione che i suoi atti meritano, li considera come naturali.

Ma oltre alle condizioni morbose che accompagnano il pervertimento genitale, e che per se stesse sono sufficienti, per parere concorde di coloro che si sono occupati dell’argomento, a determinare la irresponsabilità dei poveri disgraziati, vi è un’ultima grave considerazione a favore della irresponsabilità istessa. In questi pazienti o è invertita la idea fondamentale dell’io, la coscienza della propria personalità in rapporto al sesso, o con questa coscienza discretamente conservata in mezzo alla fiacchezza della mente, la volontà non è così forte da opporsi al pervertimento istintuale.

E sono questi davvero i due argomenti essenziali per giudizio della responsabilità.

Quando la inversione accompagna altre forme di pazzia e perdurante questa venissero commessi attentati al buon costume, non sarebbe per nulla dubbio il giudizio, rientrando il fatto nelle norme generali stabilite per i vizii della mente.

 Ma quando l’individuo affetto da tale pervertimento si comporta all’occhio del pubblico apparentemente sfornito di tutte quelle qualità di una forma chiara di pazzia, allora è che sorge innanzi al magistrato la grave questione della responsabilità.  [inizio pag. 215]

Ammettendo pure, ciò che sinora non si è mai verificato, che dal complesso dei fatti clinici risultasse isolata e scevra di ogni altra complicazione morbosa la inversione del senso genitale, accompagnata però dal pervertimento della coscienza del proprio essere, tanto basterebbe a giustificare quelle tendenze contro natura, che sarebbero il corollario fatale della morbosa percezione del me. L’essere che organizzato virilmente, e che per legge naturale, fondamentale per la perpetuazione della specie, dovrebbe sentire la necessità di accoppiamento con persone del sesso opposto, e che invece vi trova ripulsa, perchè in se riconosce attributi opposti alla conformazione anatomica, è un essere sfornito di uno degli elementi fondamentali della mente: della giusta appreziazione dello scopo del suo organismo rispetto alla specie a cui appartiene. Ora questo individuo che sconosce o non valuta giustamente la differenziazione, elementare, essenziale, necessaria tra sesso e sesso non può essere responsabile delle azioni commesse in rapporto alla sessualità medesima.

Questa questione della imputabilità però si affaccia sotto altro lato in cui sembra più vulnerabile, ossia quando non esiste l’abolita coscienza della propria organizzazione. Tutto l’edificio parrebbe crollare innanzi alla giusta riconosciuta differenziazione anatomica.

Qui giova una riflessione: la conformazione sessuale secondo il tipo maschile o femminile è vero che può non sfuggire all’apprezzamento di coloro che soffrono del pervertimento di tale istinto; ma in questi casi appunto i pazienti sono ancora maggiormente addolorati per la contraddizione tra l’organizzazione fisica e le loro tendenze pervertite, le quali non si limitano solo alla sfera sessuale; ma affettano il carattere morale dei pazienti: molti degli attributi del sesso contrario sono avvertiti come proprii da questi, e nella lotta tra i loro sentimenti e l’idea della organizzazione fisica non sempre la vittoria resta all’intelletto, e spesso quindi la volontà perde il predominio sulle azioni dei poveri disgraziati.

Che si dirà delle possibili frodi alle quali in questa questione d’imputabilità potrebbe andare soggetta la giustizia  [inizio pag. 216] umana? Un criterio in questi casi mi pare di molto valore; perchè contro l’andamento naturale ordinario del godimento sessuale: la provata indifferenza, avversione o ripulsa verso le persone del sesso opposto: l’uomo che non si sente mai spinto verso l’affascinante bellezza muliebre, non è un’uomo; la donna che non desidera mai essere avvinta tra due maschie più forti braccia, non è una donna.

 NOTE [NELL’ORIGINALE, A PIE’ DI PAGINA]

(1) Rivista Sper. Fasc. I 1878.

(2) Archives de Neurologie N. 7 e 12 1882

(3) Dopo avere scritto questa storia la X avendo presa più confidenza con me ha spontaneamente confessate le sue debolezze. Ricorda bene che i suoi trasporti pervertiti cominciarono presso a poco all’epoca della prima mestruazione.

(4) Arch. für Psych. II 1870.

(5) Arch. für Psych. V 1875.

(6) The Alienist and Neurologist N. 1 1883.

(7) Allg. Zeitschr f. Psych. XXXIX 2 et 3.

(8) Allg. Zeitschr f. Psyeh. u. psych. gerichtt med. XXXVIII 2 et 3.

[fine pag. 216]

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