2004. Cristina Gramolini – Contributo alla discussione

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Maria Cristina Gramolini, 2004. “Contributo alla discussione: Le due omosessualità”, Genesis, vol 3, n. 1, pp. 197-200.


Cristina Gramolini


Ho letto “Diversi da chi?” e “Omosessuali moderni” come persona interessata, sono un’attivista lesbica da 15 anni. Gli studi sull’esistenza delle persone gay, lesbiche e trans sono stati in Italia finora autogestiti. Si è trattato di lavori talvolta pregevoli, ma elaborati e discussi all’interno al movimento. Invece in questo caso siamo di fronte a ricerche maturate in ambito scientifico che, merita ricordare, sono costate agli autori l’estromissione dall’Osservatorio nazionale sulla famiglia, nel febbraio 2004. Grazia Sensini, sottosegretaria alle politiche sociali, ha giustificato il provvedimento dicendo “certo non chiamiamo a occuparsi di famiglia chi in questi anni ha dimostrato di non credere nella famiglia […] non chiamiamo chi si è dedicato a studi su forme diverse di convivenze che famiglie non sono, interessanti ma non pertinenti ai nostri interessi”.

La tesi centrale di “Omosessuali moderni” è quella del tramonto del paradigma dell’inversione nelle relazioni fra persone dello stesso sesso. Il modello attivo-passivo ha attraversato in modi diversi le figurazioni del desiderio omosessuale, dalla pederastia classica, fino alla teoria del terzo sesso, al modello medico dell’inversione, alla coppia butch-femme, ovvero della lesbica maschia-lesbica femmina degli anni Cinquanta. Oggi per sostenere la scena erotica omosessuale non è più necessario che uno dei partner assuma il ruolo del genere opposto. L’omosessuale moderno nasce nell’ultimo trentennio, in concomitanza con la democratizzazione dei rapporti tra i generi, e agisce la reciprocità con un partner endogamico, cioè altrettanto identificat* come gay o lesbica. Secondo Barbagli e Colombo ciò che permane dello schema attivo-passivo, un tempo importante supporto identitario, è oggi residuo del passato. “Diversi da chi?” conferma questa lettura e osserva che la  deistituzionalizzazione delle coppie etero insieme alla stabilizzazione delle coppie gay e lesbiche sta avvicinando le due realtà.

Vivendo nella comunità lesbica, noto la rarefazione delle lesbiche maschie, sostituite da lesbiche meno connotate, ma le tendenze artistiche e erotiche sono segnate dalla ripresa di motivi drag king, di performance di maschilità, riappropriate in clima postfemminista, come gioco e sperimentazione.

Barbagli e Colombo rilevano che la scoperta di desideri omoerotici determina una dissonanza cognitiva nei soggetti, maschi e femmine, i quali tenderebbero a negare la loro anomalia ricorrendo agli argomenti dell’alterazione (ero ubriac*), dell’irripetibilità (non capiterà altre volte) o della bisessualità (non sono omosessuale, posso essere attratt* da persone di entrambi i generi).

Il disagio è fatto risalire al mancato riconoscimento della legittimità dell’amore omosessuale da parte dello stato e della Chiesa; all’assenza di figure di riferimento, di precedenti di valore della propria esperienza; al sentire comune, anche all’interno della famiglia, che considera con ripugnanza l’amore e il sesso fra due donne o due uomini; alla mancata protezione dall’omofobia che si registra nelle istituzioni scolastiche e culturali, dove peraltro l’omosessualità è espunta dai contenuti di studio. Non per niente il coming out è “una scelta rimuginata a lungo” e chi lo mette in atto si sforza di dare un’immagine positiva del suo stile di vita. Saraceno registra che l’impegno a gestire la tensione causata dallo stigma diviene parte integrante dell’identità, perché l’omosessualità è esperienza rischiosa che espone a violenze, minacce, maltrattamenti. La persona omosessuale patisce di non dare nome ai suoi sentimenti, di non poter “iscrivere le proprie emozioni in una cornice di esperienze comunicabili”. Coloro, più femmine che maschi, che non arrivano al coming out con se stessi e con gli altri, necessitano di un’autodefinizione più incerta e operano un coinvolgimento minore nella comunità omosessuale. I due studi convergono nel riconoscere all’associazionismo lesbico e gay un ruolo importante di autorizzazione e consolidamento dell’identità, pur considerando allo stesso tempo il comunitarismo come un indicatore di perdurante marginalità sociale, portatore una richiesta di conformità ai partecipanti.

“Omosessuali moderni” e “Diversi da chi?” stimano una differenza sensibile fra lesbiche e gay, oltre che alcuni tratti comuni. Barbagli e Colombo premettono che “l’esperienza lesbica è profondamente femminile, quella gay è spiccatamente maschile”. Saraceno spiega che “l’essere al mondo con corpi sessuati maschili e femminili sembra continuare a immettere in mondi di significati e di sistemi di relazioni e di risorse differenti, indipendentemente da ciò che con quel corpo si fa dal punto di vista della sessualità”. Benché sia largamente maggioritaria l’aspirazione a creare legami stabili, i gay tendono a costruire coppie aperte, che risultano più longeve, mentre le lesbiche prediligono la monogamia e ottengono relazioni di più breve durata. “Omosessuali moderni” fa risalire questa differenza all’assenza di controllo sulla sessualità maschile, con cui si spiega anche l’esclusiva gay del sesso impersonale, una vera tradizione che va dai vespasiani alle odierne saune e che non ha riscontro nei copioni di comportamento lesbico. Il sesso impersonale era emerso come risposta alla riprovazione sociale ma sopravvive grazie alla sua componente di erotismo trasgressivo. La visibilità è più spesso gay, i luoghi di ritrovo per lesbiche sono meno diffusi di quelli gay e spesso si autodefiniscono genericamente “locali per donne”, più lesbiche che gay considerano ideale la bisessualità, le lesbiche sono meno motivate alla richiesta di riconoscimento di diritti civili. I due studi inquadrano diversamente il senso della differenza di genere nel mondo omosessuale. “Omosessuali moderni” rinvia al minor potere delle persone di sesso femminile, che indurrebbe le donne a una maggiore plasticità, ovvero vulnerabilità alle norme sociali, a una maggiore disponibilità a piegarsi agli obblighi o a violarli furtivamente. Nell’alternativa defezione o protesta, più donne che uomini sceglierebbero la prima.

“Diversi da chi?”, invece, accentua il senso positivo dell’alterità femminile: le donne, storicamente  confinate in spazi privati, avrebbero sviluppato competenze relazionali e attenzione alla concretezza, che si rivelano oggi preziose attitudini alla complessità. Secondo Saraceno, i gay partono dalla consapevolezza del loro desiderio per riconoscersi omosessuali, le lesbiche si scoprono tali a partire da una concreta relazione d’amore. Inoltre le lesbiche sembra sappiano accettare meglio la fluidità, rinunciando alla semplificazione di rileggere in modo coerente e teleologico le loro biografie. Le lesbiche appaiono anti-identitarie per un felice esito storico.

A mio avviso, è certo che la trasgressione omosessuale agita dai due versanti della dicotomia  eterosessuale uomo-donna, determini modificazioni diverse dell’ordine dei generi, ma non mi sono riconosciuta nella lettura di Saraceno. La comunità lesbica che io conosco evidenzia positivi  caratteri di consapevole differenziazione ma è stata a lungo attraversata dalla tentazione di rimanere appartata e estranea. La scena pubblica è per noi un luogo in cui non siamo invitate né attese, per questo siamo in difficoltà ad aspirare a diritti riconosciuti e diamo la preferenza all’esercizio di libertà nascoste, tutelandoci così da minacce sempre avvertite come incombenti. I dati di “Omosessuali moderni” indicano che la presenza maschile nella scena omosessuale italiana è di venti volte superiore a quella femminile fra i nati prima del 1955, ma solo di due volte fra i nati nel 1982. Nella comunità lesbica esiste dunque una crescente modalità “moderna” e un’aspirazione emancipazionista, che sconta una minore disponibilità di mezzi e si misura con una mediazione gay a volte sospettosa dell’autonomia lesbica. Come Saraceno attesta, nei posti di lavoro le persone omosessuali laureate risultano meno visibili delle non laureate, probabilmente a causa di preoccupazioni riguardanti la possibile compromissione della carriera. Chi ha più da perdere, è più prudente e penso che le lesbiche sentano in modo più acuto di avere da perdere, come risulta dichiaratamente quando si tratta di proteggere i figli, ma anche negli altri casi, forse per un’autopercezione di debolezza, imposta alle persone di sesso femminile. A proposito di genitorialità, segnalo che le due ricerche elencano adozione, inseminazione artificiale e relazioni eterosessuali, come opportunità di essere madri e padri per le persone omosessuali, ma mostrano di non conoscere il ricorso all’autoinseminazione, ovvero la collaborazione non coitale fra un donatore e un’aspirante madre, che invece è sempre più frequente nella comunità italiana.

A differenza della ricerca di Barbagli e Colombo, quella curata da Saraceno tratta anche dei soggetti trans, odierni destabilizzatori dell’ordine dei generi. FtM e MtF riproducono il fantasma dell’invertit* e con questo scatenano ansie e fobie che gli omosessuali moderni non suscitano più. Le persone trans  si dichiarano prigioniere del corpo sbagliato, sono emarginate dalle professioni e dai luoghi di socializzazione, sono massimamente esposte alla violenza. Forse le persone trans sono oggi quello che eravamo gay e lesbiche nel secolo scorso, vale a dire omosessuali premoderni? Saraceno annota che MtF e FtM non si sentono omosessuali, ma segnala con un’osservazione di grande interesse che la pratica chirurgica ha creato la categoria trans, offrendo la riassegnazione del sesso a coloro che non si riconoscono nel ruolo di genere assegnato.

Le due ricerche attestano che lesbismo è più tollerato dell’omosessualità maschile e, anche a proposito di transessualità, Saraceno sostiene che il passaggio da donna a uomo è meno stigmatizzato di quello inverso da uomo a donna. Si tratta di una considerazione che mi pare contraddica i dati raccolti sulle aggressioni subite da gay e lesbiche per ragioni legate all’omosessualità e pubblicate in “Diversi da chi?” p.192, che depongono in senso opposto, fatta eccezione per i maltrattamenti subiti da parte delle forze dell’ordine o nei luoghi di battuage. Vorrei comunque osservare che la donna in abiti maschili può essere tollerata, ma se si fa usurpatrice del ruolo maschile e si muove fuori dalla compatibilità con quanto consentito al suo sesso, è duramente rigettata. Accadeva alle butch perché manifestavano senza ambiguità il loro stile di vita. Il femminismo ha consentito alle donne l’accesso a privilegi e significanti maschili, mentre non si è avuto un analogo movimento per la liberazione del maschio dalle costrizioni del ruolo di genere. Un uomo in abiti femminili non ha spazi di ambiguità, viene registrato immediatamente come colui che profana il suo genere e fatto bersaglio di ritorsioni. Forse la funzione del movimento gay sarà analoga a quella del femminismo?

 

M. Cristina Gramolini


http://www.leswiki.it/repository/testi/2004gramolini-genesis.doc

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