Bouchard, Sara


Sara Bouchard: l’arte dello stare insieme, ovvero la politica.
 

Intervista di Michela Pagarini, febbraio 2011

 

 

Co-fondatrice e referente per otto edizioni del campo lesbico di Agape, Sara Bouchard, falegnama, educatrice, madre, lesbica e femminista separatista: l’ideologia e la concretezza.

 

 


Quando e dove sei nata?

Il 12 dicembre 1966, a Milano. I miei genitori si erano appena trasferiti a Cinisello Balsamo, periferia industriale in piena espansione, luogo scelto da loro per un intervento socio-culturale per conto della chiesa valdese: una scuola serale gratuita per la licenza media e un centro culturale con annessa una parte di residenza fissa e comune per i nuclei familiari e le persone single che negli anni hanno partecipato all’iniziativa scegliendo di vivere lì. Lì, dove ho vissuto fino ai tredici anni: nella comune di Cinisello, casa mia, la casa di molte altre persone. Con alcune di queste ero, in parte sono ancora, legata da qualcosa di molto simile alla parentela. L’educazione dei miei genitori è stata molto ideologica e decisamente poco affettiva. Mi sentivo sola, come figlia ultima di tre e unica femmina; sola, nonostante le tantissime persone che giravano alla comune e le amicizie vissute nei cortili e i campi aperti di Cinisello.

Come sei stata cresciuta?

Dell’infanzia non ricordo quasi nulla. Ho capito molto più tardi che mi sentivo sminuita in quanto femmina, facevo la “brava bambina” per guadagnarmi amore. Si guadagna l’amore? Nessuno mi ha insegnato ad amarmi, sono cresciuta con il terrore della solitudine intesa come luogo dove non trovi risposte; poi proprio lì ne ho trovate!

Alle elementari mi dava una grandissima soddisfazione battere tutti i miei compagni di classe a braccio di ferro, i giochi da bambina mi annoiavo, mi sentivo un po’ maschiaccia perché, certo, è più divertente correre saltare e sporcarsi, ma guai se mi scambiavano per un maschio! Poi mi viene in mente questa frase: “mamma come farò a trovare un marito da grande, come si fa?” Non ricordo la risposta.

Quando, all’inizio della terza media, abbiamo dovuto traslocare a Roma per me è stato terribile. Non mi sentivo a casa fra le mura che chiudevano la nostra ristretta famiglia. Nemmeno nel ricco e fascista quartiere Prati, decisamente diverso dall’ambiente di Cinisello. Mi sono mancati gli ampi, se pur squallidi, campi, le corse in bici, i pattini, l’atletica, le amiche e le persone tutte. Ho sentito nel sonno, per mesi e mesi dopo il trasloco, il suono della chiave nella toppa esterna della porta della comune. Non era stato un luogo così adatto ai desideri di una bambina ma era stato casa mia, nonché la mia àncora di salvezza da due genitori poco presenti.

Che adolescente sei stata?

Ribelle, femminista, atea.  Poco spensierata. A Roma mi mancavano Marcella, Eralma, Floriana, Gino, Lorena e tutte le persone con le quali ero cresciuta; non mi bastavano i miei genitori e presto presi a contestarli, non mi bastavano i miei due fratelli, (i figli maschi!) che si facevano allegramente i fatti loro. Insomma mi sono trovata sola, dentro a una famiglia e priva di relazioni. Smisi di fare la ‘brava bambina’.

Silvia, figlia di un collega di mio padre, è stata la mia prima amica a Roma, vivevamo nello stesso isolato, entrambe a Roma per scelte di lavoro dei nostri padri. Dopo anni ci ritroviamo nuovamente vicine di casa e sempre amiche: qua a San Germano, dove vivo ora, paesino piemontese ai piedi delle Alpi Cozie.

A 15 anni con la mia ‘migliore amica’ Orestina ho fatto l’amore. Ci dicevamo “ti amo”e  andavamo in giro per mano baciandoci per strada, scrivevamo sui muri: “siamo lesbiche!” … solo che nel frattempo ci dedicavamo anche ai nostri fidanzatini di turno. Eravamo ribelli e provocatorie su tutto e ci siamo confuse. Facevamo politica bazzicando la Fgci e Dp (democrazia proletaria) nel quartiere Trionfale di Roma, più aperto di Prati, dove si trovavano il nostro liceo e il suo collettivo politico interno. Mi domando come mai non ci siamo inserite nei luoghi, diventati storici, del femminismo romano. Li abbiamo conosciuti e visitati, eppure…

Andavamo però a tutte le manifestazioni studentesche e femministe. Ricordo benissimo, in quegli anni, la prima manifestazione di protesta: siamo donne non morale o pudore, come invece ci definiva la legge che avrebbe punito la violenza sessuale come oltraggio, appunto, alla morale e al pudore. Il simbolo femminista ha decorato i nostri diari che ci scambiavamo insieme ai pensieri esistenziali\adolescenziali, ai baci, le scoperte della sessualità (agita purtroppo prevalentemente coi maschi) e dell’autoerotismo (invece solo nostro!). Ma il nostro amore è diventato platonico, la nostra vita etero e le nostre scelte private. Non ce l’abbiamo fatta a trovare una consapevolezza e il conflitto ha dominato la nostra relazione di ‘amicizia’, durata per diciotto anni… fino al mio ‘risveglio’.

La prima volta che ti sei innamorata di una donna?

Ecco appunto, il mio “risveglio”. A 31 anni provo la prima, grande, attrazione consapevole per una donna: è etero “come me”, vivo una bella commozione senza seguito. Un anno dopo, finalmente mi innamoro! E inizia una lunga e tormentata storia d’amore lesbico. Trovo la forza per lasciare il mio compagno, padre di mio figlio che ha ormai 3 anni, e provo un grandissimo senso di liberazione. Sento il dolore, la fatica e la paura che mi  seguono, senza fermarmi: tutto sembra dire “non lo fare Sara! tieniti quello che hai costruito fino ad ora”. Mia madre me lo scrive in una lettera che proprio recentemente abbiamo rivisto insieme, ma con altri sguardi e la soddisfazione di aver fatto un lungo e difficoltoso percorso di relazione.

Comunque da quel momento non mi ferma più nessuna! Tocco il cielo con le dita anche se tutto sembra crollare e molto crolla davvero. A fatica riesco ad essere madre, ad affrontare la solitudine del quotidiano e il giudizio più o meno esplicito di molte persone vicine: sto sfasciando una famiglia, privando mio figlio della vicinanza col padre, agisco avventatamente, potrei pentirmene (non accadrà!) potrei non farcela (ce l’ho fatta). Le amiche mi chiedono: “sei lesbica?”  “non so”, dico, “sono innamorata di lei”. Intanto è iniziata la mia adolescenza lesbica e incorro come una ragazzina in delusioni, passioni, dolori e amori, tutto fortissimo e senza tregua. Mi sembra di vivere una vita rimossa per trent’anni. Vorrei dedicarmi solo al “nuovo” e dimenticare\rinnegare ogni scelta passata che mi suona “falsa”.

Mi accorgo per la prima volta in vita mia di desiderare un aiuto. Inizio un percorso di psicoterapia. Scopro che l’anelata autonomia (affettiva?) non si accompagna con la frase scritta da qualche parte dentro di me,  “non ho bisogno di niente e di nessuna\o”.

Come hai vissuto il tuo essere una madre lesbica?

Jacopo l’ho partorito a 29 anni e la mia scala delle priorità ha iniziato a modificarsi. Con mio figlio sono ri-nata anch’io, da quel momento nella mia vita il fare ha lasciato spazio al sentire. Ho lasciato Roma e cambiato vita, sono passata dai gatti ai cani, dalle grandi città a una casa vicino al fiume di un paese; ho traslocato il mio laboratorio di falegnameria rimanendo imprenditrice di me stessa. Come madre lesbica ho sentito il bisogno di cercare una collettività e dei significati politici da condividere al di là delle relazioni personali. Mi  sono iscritta alla mailing list lli-mamme e sono nate presto relazioni significative (con Malù e Sonia cresceranno legami fertili e profondi) e stimoli di gruppo.

Abbiamo iniziato a riunirci (credo che la prima volta sia stata proprio qua in casa mia) per conoscerci, mettere insieme i nostri percorsi e dare modo alle nostre figlie e ai nostri figli di far incontrare le loro storie simili. Sono nati altri appuntamenti a Milano, a Torino e nell’Astigiano ed è proseguito e cresciuto il confronto di idee, desideri ed esperienze di maternità lesbica attraverso la mailing list. In lista e negli incontri dal vivo abbiamo praticato l’accoglienza delle madri più titubanti alla visibilità, timorose delle possibili ripercussioni. In un bellissimo clima di scambio, incontro e prospettive abbiamo iniziato a pensare ad una associazione di mamme lesbiche. Les-mamme è uno dei nomi possibili che ricordo. Ero entusiasta. Poi .. il progetto ha cambiato direzione..  ed è nata l’attuale associazione Famiglie Arcobaleno, aperta anche ai genitori o aspiranti genitori gay e destinata a lavorare principalmente sulla rivendicazione dei diritti delle famiglie omogenitoriali. Non vi ho partecipato: politicamente ero ormai da tempo separatista e ci sono rimasta. Ho vissuto questo epilogo come la prima, grossa, delusione politica.

Quando ti sei dichiarata lesbica e come è stato l’incontro con le altre?

Scopro, in pieno, l’agio dello stare fra donne, tante donne, come accade quando una moltitudine si riunisce per passare del tempo o, meglio, dei giorni insieme. L’arte dello stare insieme.. è già stata definita politica, non da me.

A 33 anni, dal microfono di Agape durante un intervento al Campo Politico Donne dico “sono lesbica”. Qualcuna poi mi  ringrazia per questo gesto, io un pò stupita rispondo: “perchè? non lo fate tutte?” In effetti poi scopro che no, il mondo lesbico che mi aspetta e accoglie non è perfetto come l’immaginavo! il mio cuore pensa: “ma come? l’ho atteso per così tanto tempo e ora può deludermi?” La consapevolezza è intermittente. Il coraggio tanto. La paura un sentimento col quale inizio a convivere. Mi rendo conto solo dopo che mentre parlavo a quel microfono stavo contemporaneamente parlando a me stessa.

Le relazioni personali lesbiche (ma già anche politiche nei loro significati visibili e nei loro gesti  pubblici) proseguono e crescono; I coming-out aumentano. Come una furia cerco di recuperare il tempo perduto; mi dichiaro lesbica con la famiglia, gli amici e le amiche di Roma, con mio figlio (da subito nei gesti e poi con parole di volta in volta adatte alla sua età) e le sue maestre; con i colleghi e le colleghe di lavoro (perchè nel frattempo ho chiuso la mia falegnameria sigh non ce l’ho fatta a salvare tutto!). Sento un forte bisogno di dirmi al mondo e a me stessa. Dirmi lesbica. Un ostacolo dopo l’altro vado avanti. Non senza danni, perdite. Senza soldi, o quasi. Ma con una grande forza dentro, so dove sto andando e le tappe sono dolorose e fantastiche insieme. Niente più mi tiene ferma, il mio dolore lo sto conoscendo, ricostruisco la mia storia: è fantastico! Ancora di più lo è condividerla. In particolare condivido questo pezzo di percorso con due carissime amiche: Debora e Daniela. Abitiamo abbastanza vicine e possiamo scambiarci presenza e aiuto reciproco. Per me sono, oltre che affetti importanti, relazioni di grande crescita: il loro percorso lesbico è già più ‘avanti’ del mio. Con Daniela mi incontro, per lungo tempo, oltre che per condividere la nostra maternità lesbica, per leggere diversi testi post-femministi, ma non solo. Questa esperienza arricchisce e declina il mio essere femminista lesbica politica.

Cosa ti ha portata alla politica lesbica?

Le relazioni con le altre, appunto, insieme alla forte necessità di aprire lo sguardo oltre me. Inizio a collaborare con i Campi politici Donne portando interventi elaborati nel corso dell’anno (ma spesso scritti la sera prima!) cresciuti e condivisi con Daniela durante le nostre letture.

Dentro di me c’è una gioia immensa. Desiderio di apertura e confronto. Impegno. Curiosità. I significati del mio percorso non si sentono più stretti nel mio vissuto, scopro che appartengo ad una storia collettiva, a spazi e luoghi politici di resistenza e di contaminazione fertile. Oltre alle forti relazioni, anche a distanza, nate in questi anni, negli spazi che mi rimangono dal faticosissimo quotidiano di madre sola e lavoratrice precaria, mi butto con Debora anche nella Torino lesbica, notturna, diurna, spensierata e impegnata; variegata. Nascono altre relazioni, politiche e personali. Nasce un gruppo letture che si ritrova a casa mia ogni quindici giorni; composto per lo più da lesbiche ma non solo. Ci prestiamo la voce nel leggere pagine di donne e di lesbiche. Saggi. Elaboriamo pensiero con la semplicità e la convivialità del pasto preparato insieme e le chiacchere personali che lo accompagnano. È per me uno dei luoghi di ricchezza e di crescita. Politico? Direi di si, pur svolgendosi fra le mura di una casa privata.

Perchè hai scelto una vita pubblica?

Credo che una vita lesbica visibile sia in sè una vita pubblica, il passaggio non è netto e il concetto di scelta nemmeno. Io sono stata mossa da un forte desiderio e bisogno di libertà.

In ogni caso nel 2001, a 34 anni, dall’impegno satellite per il Campo politico Donne sono passata all’impegno costante per il nascente Campo Lesbico di Agape. Ho creduto nella necessità di incontrarsi, conoscersi e ‘contaminarsi’… trovare la forza, insieme, di portarsi nel mondo senza solitudine e poterlo rendere anche ‘nostro’. Quindi mi sono dedicata con passione e consapevolezza (sempre crescente) alla pratica politica lesbica. Le relazioni con le amiche e\o compagne di lavoro e studio , hanno arricchito enormemente il mio percorso, la mia vita e il suo senso. Il mio pensiero. Anche i miei dubbi. E viceversa.

A proposito di tappe per una vita lesbica pubblica mi viene in mente l’articolo di giornale (La Stampa) che ha pubblicizzato la seconda edizione del Campo Lesbico nel 2003: lessi l’articolo con Roberta e ci fece effetto trovare i nostri nomi sul giornale. L’avevamo scelto, senza pensarci troppo. A me ha dato una grandissima forza di libertà e possibilità comuni, collettive e condivisibili. Anche un bel senso di potenza: possiamo arrivare dove vogliamo!

Una riunione durante il campo lesbico di Agape


E come sei arrivata al campo lesbico?

L’ipotesi di campo lesbico è nata dallo scambio di idee, desideri ed energie fra diverse agapine; negli ultimi campi donne si sentiva la necessità di uno spazio politico d’incontro specifico lesbico, per prendere parola a partire dal vissuto di ciascuna in quanto lesbica e di avere come referenti visibili e nominate altre lesbiche.

Forti di questa necessità Daniela (direttora di Agape), Patrizia (Pianeta viola di Brescia) e io abbiamo dato vita alla prima edizione del Campo Lesbico (che è avvenuta e avviene ogni anno nei quattro giorni di Pasqua).

Dopo la riuscita esperienza del primo anno e arricchite dalle molte collaborazioni, si è pensato di proseguire… cioè che io proseguissi! “Largo alle giovani” mi hanno detto. Grazie della fiducia! Il mio nome e cognome si accompagneranno al progetto per otto anni: sarò la referente per Agape della staff (ancora tutta da costruire!) del Campo Lesbico e mi sento un ponte nel mondo lesbico che invitiamo ad incontrarsi, per quattro giorni all’anno da passare insieme. Mi sono dedicata anima e corpo a creare e portare avanti un gruppo, sempre in cambiamento, che coltivasse e lasciasse crescere questa occasione di incontro, riflessione e ascolto fra lesbiche di tutta Italia. Per raccogliere le ricchezze, anche fuori dall’Italia, di una moltitudine lesbica.

Cosa vuol dire “campo lesbico di Agape”?

Vuol dire che il campo non è  un progetto “solo” lesbico: perchè fa parte del più ampio progetto dei campi di Agape (www.agapecentroecumenico.org) e da dieci anni vive rinnovandosi, prendendo forma all’interno della struttura non come ospite bensì come parte integrante.

I progetti relativi ai vari campi sono molteplici e hanno tematiche e specificità proprie che vengono sviluppati dai gruppi staff che lavorano alla preparazione di ogni singolo campo incontrandosi durante l’anno ed elaborando pratiche di lavoro in gruppo. Rimanendo in connessione, più o meno fluida, con l’intera vita di Agape. Negli anni sono nati (fra gli altri) i campi politici donne, i campi donne pasqua e i campi fede e omosessualità. Il campo lesbico, nato nel 2002, si è inserito sul terreno di queste esperienze.

Agape offre, ad ogni età, la possibilità di crescere nell’incontro con persone provenienti da diverse realtà italiane ed estere. Le caratteristiche del luogo fanno sì che avvengano incontri ed esperienze significative per la vita di moltissime persone, infatti l’ampia struttura ha circa cento posti letto.

Ho frequentato Agape fin da quando ero bambina. Ho continuato ad andarci da ragazza; ed ho iniziato lì le mie prime esperienze di volontariato. E’ un posto al quale sono legata, una delle mie ‘case’. Quando ci sono tornata da adulta (dopo un periodo di lunga assenza) per i campi politici donne, ero già madre: mio figlio ha imparato a gattonare sulle pietre che pavimentano il grande salone.

Come si costruisce un campo?

Lo schema tipo di un campo ad Agape verte su laboratori e lavori esperienziali di gruppo, modalità meno frontali che si accompagnano alla forma più classica di interventi di relatrici/ori e dibattiti in plenaria.  Durante un campo, quale che sia, si condividono per alcuni giorni momenti e gesti quotidiani: nel salone si mangia, si discute, si balla, si chiacchera, si ascolta, si parla, si osserva ecc… le camere son a tre letti e i bagni comuni; partecipando ad un incontro in Agape si abita il luogo e ci si lascia accogliere dalle montagne che lo circondano; si respirano le tracce di ogni persona passata di là e si può condividere la propria spiritualità. Organizzare un campo vuol dire far sì che tutto ciò possa scorrere ed accadere intriso dai significati specifici.

La prima edizione del campo lesbico (2002) l’abbiamo preparata  Patrizia e io durante l’inverno scegliendo come titolo: Al centro del desiderio: desiderio e dipendenza nelle relazioni personali e politiche lesbiche. Ciò che da subito abbiamo iniziato a condividere, come staff, è lo scambio/incontro delle proprie ricchezze in una libera circolazione dei saperi e dei vissuti: prerogativa di ogni campo ad agape, infatti qualsiasi tipo di contributo è da sempre volontario.

 Quando, il secondo anno, abbiamo iniziato a lavorare nella nuova  staff eravamo molto stimolate e piene di idee. Io mi sono sentita rassicurata dal piccolo gruppo di lavoro che si è creato e dalla rete di relazioni lesbiche. Intorno a noi staff, infatti, è cresciuto un percorso di relazione con luoghi, persone e iniziative lesbiche in Italia e all’estero. Questo percorso ha trovato intreccio con le forme e i contenuti che abbiamo elaborato per ogni campo successivo.

Il progetto ha preso forma partendo dalla pratica politica della relazione e dallo scambio tra lesbiche in una prospettiva di reciproca contaminazione dei saperi tra chi organizza l’evento e chi vi partecipa come relatrice, laboratorista, artista o campista. (- Dar parola ai propri saperi – sarà il tema del 2004).

Gran parte del lavoro iniziale si è sviluppato nel tessere contatti con le singole e nel creare connessioni con le molteplici realtà lesbiche esistenti. Diverse sono state le ospiti straniere che abbiamo potuto invitare; e molte le realtà lesbiche italiane che sono venute a raccontarci la loro esperienza volendola condividere e far conoscere. Anche artiste, musiciste e letterate hanno offerto il loro contributo al progetto. (per i programmi dettagliati e le singole partecipazioni ai campi lesbici – e alla staff – si può consultare il neonato sito, ancora in costruzione, allo  http://campolesbico.women.it

Quest’anno il Campo lesbico compie 10 anni! Niente male per un progetto lesbico eh?

Il gruppo e il lavoro – la staff:

Negli anni il gruppo della staff si è allargato e diversificato; si sono modificate le pratiche di lavoro man mano che l’esperienza è cresciuta e ci ha suggerito nuove forme. Il frequente ricambio delle componenti del gruppo ha molto arricchito il percorso, pur rendendo a tratti difficile la percezione, da parte di tutte, del suo filo continuativo.

La staff ha cominciato fin da subito ad assumere l’impronta, che la caratterizzerà, di casual staff: ciascuna partecipa portando il proprio modo di essere, il proprio percorso, e contribuisce al progetto nei modi, nelle forme e nei tempi che le appartengono in quel momento. (il nome è nato nel 2003 quando abbiamo invitato il ‘casual group’ dall’Olanda e nella loro pratica di sostituzione-presentazione dei propri lavori ci siamo riconosciute. Proprio quell’anno chi aveva preso parte  al lavoro di preparazione durante l’anno non era presente nei giorni di svolgimento del campo   – a parte me –  mentre chi  ha condotto il campo non aveva partecipato alla preparazione).

Ci vuol coraggio per autorizzarsi, per prendere parola, per progettare qualcosa che fino ad un attimo prima non esisteva ed ora si comincia appena ad immaginare: che si parli di un progetto neonato o del proprio desiderio di impegno che cresce e matura con passione sempre nuova; o che si parli di un costante impegno per un progetto in perenne mutamento che vede coinvolte persone di diversa provenienza, consapevolezza e disponibilità.

Mi sono formata all’interno di questo percorso e come me molte altre hanno vissuto pezzi delle proprie vite di attiviste o neo-attiviste all’interno del gruppo e del progetto nel suo insieme. 

Lavorare di anno in anno su un progetto di quattro giorni richiede modalità specifiche: come erano le relazioni, e come hanno interagito col progetto?

Lavorando nella casual staff  mi sono resa conto che spesso, o inevitabilmente, abbiamo dentro alcuni modelli di ‘attivista’ che, anche se non desideriamo ascoltarli, banalmente si traducono in “sono capace? Dove voglio e vogliamo arrivare? Chi decide come si fa?” eccetera.

Come staff, abbiamo provato a non chiederci (e non chiedere alle altre) sforzi razionali ma saper cogliere la singola ricchezza  proprio nel suo specifico contributo, ‘limitato’ e spontaneo. “Nessuna è perfetta” ci siamo dette, “non ci piace il modello forte, la ricchezza sta nella nostra diversità e nelle sfide personali che ognuna si pone liberamente; nella fragilità; il gruppo non vuole stressare nessuna ad un ruolo prestabilito di staffista”. Eccetera. Ma mettere insieme tutto questo nel lavorare in un gruppo cosa significa? E’ difficile misurarsi continuamente con la diversità senza cadere nel limite del somigliarsi o rispecchiarsi così diffuso nelle relazioni personali e politiche lesbiche. Muoversi insieme unendo diversi desideri e capacità, trovare un filo di senso che si costruisce via via è affascinante ma anche destabilizzante. Significa non pensare “dobbiamo fare così” ma “desidero fare così, è possibile? chi lo condivide? chi mi aiuta?”. Oppure: “trovo un senso in questo ma non ho gli strumenti per farlo, qualcuna di noi li ha?” E ancora: “qui un senso proprio non lo trovo, ma se una o più  lo sostiene, questo senso diventa nostro”. Eccetera. Significa anche che si creano dei vuoti o dei troppo pieni all’interno delle relazioni.

Ci siamo appoggiate e riconosciute nelle nostre diverse capacità. Fidate. Ci siamo scontrate e rassicurate nella scelta non facile di cosa proporre ogni anno e come. È stato molto fertile e audace, a tratti direi anche ingenuo, ma funzionava. Il percorso di costruzione di ogni campo ci ha viste, di volta in volta, passare moltissimi momenti insieme come gruppo, scegliendo di condividere gesti quotidiani, ludici e personali oltre che la serietà del lavoro:  interi w.e. passati insieme, nottate a giocare a carte, pranzi e cene preparate con cura, momenti di sperimentazione e anche di accoglienza personale. Tutto molto forte ed intenso; non privo di tensioni che gli spazi di agio che ci siamo offerte hanno potuto ‘contenere’.

Ogni campo è nato da ciò che abbiamo condiviso, scambiato e sperimentato durante l’anno di preparazione e in fase di valutazione di ogni campo appena concluso. Ma negli otto anni nei quali  ho organizzato, insieme alle altre, il campo lesbico, mi ha sempre accompagnata la sensazione che, per quanto si preveda e proponga con attenzione ogni singolo momento di incontro, poi ciò che accadrà in quei giorni è affidato alla forza che scaturisce dal trovarsi e ri-trovarsi insieme; in tante con diverse parti del proprio essere che si mettono in gioco; si incontrano  differenti forme dell’abitare il mondo e di essere se stesse, una miscela esplosiva.

Anche come staff ci siamo immerse nei quattro giorni di lavoro con forti energie e passioni travolgenti, a tratti estenuanti (non è semplice accogliere per quattro giorni cento lesbiche!). Condividere fra noi la riuscita di ogni campo ci ha offerto sempre energie rinnovate e moltissima gioia.

Profonda e potente, è un’esperienza non sempre facile: lasciar scorrere e lasciar accadere anche ciò che non si è previsto minimamente, sia esso grande o piccolo, felice o doloroso. Quando due anni fa il gruppo si è sfasciato in seguito ad un conflitto inaffrontato, io sono uscita dal progetto. Il lavoro collettivo di anni e l’attenzione che alcune di noi hanno messo nel momento caldo del conflitto, nonché nei mesi immediatamente successivi, fanno sì che il progetto continui con solide basi in Agape e nel mondo lesbico.

 

Intervista di Michela Pagarini, febbraio 2011


 

http://www.leswiki.it/repository/testi/whos/sara-bouchard-per-leswiki.doc

 

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