1919, Sibilla Aleramo – Il passaggio: La favola


Sibilla Aleramo  [pseudonimo di Rina Faccio; Alessandria, 1876 – Roma, 1960], 1919. «La favola», ne: Il passaggio.

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]L’indicazione dei relativi numeri di pagina dalla seconda edizione (pubblicata a Firenze da R. Bemporad nel 1921) qui come pdf http://www.leswiki.it/repository/testi/1919aleramo-il-passaggio.pdf

Nel 1908 durante il Congresso delle donneSibilla Aleramo incontra Cordula (Lina) Poletti. Le due ebbero una relazione che durò circa due anni; nella sua seconda opera, Il passaggio, a lei Sibilla dedicherà il capitolo «La favola», pp. 125-136 parlandone anche nel successivo – «Gli occhi eroici» – come la “fanciulla maschia”, pp. 137 e “la donna di cui non dico il nome”, p. 144.

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LA FAVOLA

Ho io timore ? Non l’ebbi allora.

Invoco, che mi serbino il loro bene, le donne dolci e pure che ho sulla terra: il volto roseo accorato della mia sorella, nata ultima di mia madre e di mio padre, che ha bimbe ora uguali a quella ch’ell’era, a quella che ancora in certi sonni buoni riveggo e vezzeggio, cara tenerezza: il volto d’un’amica giovinetta, il quale fa quando m’appare che armonia ritorni, anche nell’ore più aspre, tanto è immagine ed essenza di musa, tanto io credo ch’ella intenda e sollevi la vita: [fine p. 125] ed altri, altri volti ancora, attenti e fedeli: donne, misteri che non tento di sciorre le più sante come le più maliarde….

Cominciò puerilmente come cominciava la primavera: voci d’alati sul poggio mi destavano all’alba, vibravano nuove; mai le mutazioni nel cielo di marzo m’avevan tanto commossa; ingenua e indocile una forza nell’aria pareva ad ogni ora pregarmi e nascondersi.
La favola era bionda. Un color caldo si moveva su tutte le cose. Qualcuno giungendo ogni giorno mi riempiva di fiori il grembo, diceva: «vieni», mi conduceva correndo all’argine vivo e silenzioso del fiume. Cantava. Due punti d’oro negli occhi, una piega violenta e luminosa nei capelli.

Innamoramento, voce dal lento volo! [fine p. 126] Lungo raggiare di sguardi, e senza che una sola sua ciocca mi toccasse la fronte, s’io chiudevo gli occhi mi permaneva sulle ciglia una festa splendente.
Baci sulle mie mani, lunghi. E le sue dita immerse nelle mie trecce, profonde come vento nelle radici.
Più vicino! Più vicino !
Trasfigurato è il mondo. Regnano le silfidi. Mi preme così la bocca con la bocca, in questo brivido vasto d’innocenza, oh luci d’oro, una che è donna come me, e fanciulla.
Una.

Iddio non mi mise in petto timore.
Iddio ha sempre voluto nel suo terribile cuore chiamarmi leale.
Iddio, che unico sopporta i miei pianti, i miei gridi laceranti, la miseria e la devastazione che sul mio viso talora [fine p. 127] balenano come su una landa battuta dalla sua notturna ira, unico anche sa s’io sono stata, s’io sono degna d’aver accettato per l’eternità il suo patto.

La mia voce non vale – che non posso accordarla su cembali risonanti su cembali squillanti né su arpa o cetra – ad attestare che per ogni mio ardimento ebbi tanta gloria di felicità quant’ebbi di pena. Vale invece questo stesso viso, quand’è asciutto di lagrime, il mio aspetto, ch’io conobbi il sole e ne fui penetrata e seppi le grandi contentezze, vale questo liscio di rosa sotto l’ala d’argento dei densi capelli. Un piacere forte, d’alta prateria, prova chi mi vede. Gli anni lontani e ieri ancora, tacitamente, m’ hanno smaltata. Per questo che su me riluce, potere mattutino, come su una qualunque genzianella pulviscolata di ghiaccio, [fine p. 128] io mi amo, per questo, potere mattutino, illimitato, fra tutte le fantasie del creato la più magica. Amo la mia natura feminea, gagliarda in riconoscenza. Ma fortunata la sorte virile! Portando sotto il cielo la sua maschera sprezzante l’uomo m’incontra, m’abbatte, gode di me riversa, di me, nobiltà dolce di forme, bontà dolce di petali. Ore di tripudio, fra messi mature e api liete di miele. Chi dei due più s’avvicina all’infinito? La donna nella stretta, resupina, non ha quasi più sguardo; e s’anche l’abbia aperto in attesa profonda (la morte, la morte può venire, ci trovi intenti e belli e non fuggiremo) meglio fortunato sempre l’uomo, che la contempla fatta a simiglianza di soave nube per lui inserta in terra. Gioia dagli occhi gli ride. Fra messi mature o tra quercie e pietre e acque, brillando l’aurora, una [fine p. 129] spalla di ninfa bianca secreta è parola imperitura.

«Tu non puoi sapere» diceva la creatura dagli occhi d’oro.
Ella supponeva a sé stessa un maschio cuore; e foggiata s’era veramente a strana ambiguità, sul nativo indizio forse del timbro di voce, forse della tagliente sagoma. S’era foggiata ed agiva. Con volontà d’uomo o d’angelo ribelle, con forza quasi di dannato — ma io, nessuno potrà mai giudicare se più demente o più veggente, ero toccata invece da ciò che in lei permaneva d’identico alla mia sostanza. Tentavo persuaderla dal mio canto: «Tu non sai». «Non sai quanto il tuo amore sia diverso, per quanto tu faccia, dall’amore che gli uomini possono darmi. Com’è leggera la tua carezza! Non mi penetri ma mi accosti — come [p. 130] niuno mai. Ti cedo con franco tremore, hai un piccolo nome che suona come il mio d’una volta, e un tenero rossore su la guancia se ti raccogli ai miei piedi. Balzi, cosa viva, e le labbra non ti s’aggelano come a colui che mi desidera. Sei tessuta di calore, e sei anche simile a una colonna d’acqua trasparente attirante. Non sai quanto nostra sia questa allegrezza e quanto nostra questa malinconia, così assoluta, che reggiamo perchè abbiamo ali…»
Ci movevamo in una immensa campana di vetro abbagliante, la vicendevole iniziazione ci dava chiari occhi eroici.

Imparai, amore, che il tuo mistero non è nella legge che perpetua le speci.

Più alto, indifferente, estatico.
Io bacio una creatura perchè ho gioia di saperla bella sotto il cielo, perchè mi [p. 131] ferma un momento nel mio andare nel mio pensare, e per un momento tutto ciò ch’io sono glielo dono baciandola.
E quella era il simbolo della fanciullezza e della corsa e della rapitrice eco.
Come una in fasce può far ch’ io l’adori per le sue aperte manine, meravigliate meraviglie, o una presso che centenaria, sola e lontana, che non sa e non chiede.

Ebbi orrore della viltà mentale d’ogni vivente intorno. E la sentii insieme fatale, piansi, avevo gli anni di chi pianse nell’orto di Getsemani, la passione gravò, l’oro della fiaba si sfrangiò in porpora.

Sangue, angoscia gorgogliante, sangue, chi mi salverà?

E le vene pesanti, brucianti, invocan sollievo. [fine p. 132]

Nessuna cosa più santa di una nudità che arde e rabbrividisce e si tende come il manto delle stagioni.

Fammi morire!

Fammi morire, chiunque tu sia, è l’ora che la mia carne non può oltre sopportare, l’ora che si preparava ma che non attendevo — fermentano fra macerie i cadaveri, una statua risplende per faro — fammi morire, chiunque tu sia, l’indicibile è questa necessità che tu mi ricopra, oh calore, oh tremore, vicino, più vicino! Hai ragione anche se t’inganni, ha ragione chiunque, sia greve o lieve la sua mano, cogliendomi in quest’ora mi sottometta e mi consoli, nudità contro nudità, brivido sterile e vasto, ch’è l’ora, i sensi finalmente son disciolti, godono essi e spasimano non più asserviti [fine p. 133] alla natura, natura essi stessi ineffabilmente, e oblio e follia hanno ali sospese d’ aquila.

Più su d’ogni rupe, ali sospese a saluto.

Oblio e follia si nomano dov’è la terra e il suo travaglio: dov’io stessa m’affanno, figlia di donna, e che questi nati lucidamente s’ammettano, invano, e mi stempro in vane lacrime, e le valli e i laghi non si riempiono tuttavia, mi stendo e m’avvinghio crudelmente sino a desiderare di mai più vedere a sera gli astri sereni, sino a strider di ribrezzo se una messe per me, di gigli mi piova intorno alle carni, gelida messe ch’era alta nel sole per la gioia di tutti e di nessuno. Oblio e follia in terra. Dov’è crepitìo di secca legna fra alari, dove son foreste e [fine p. 134] ruvidi frutti di pino, dove sono tombe. Tombe bianche fra grandi cespi di gerani scarlatti, lungo le vie deserte di isole verdi-dorate, o accanto a cedri o accanto ad ulivi. Cimiteri, odorosi di rosmarino, ronzanti di pecchie, profili d’un poco di mondo bruno contro un poco di cielo terso. Dove son giornate di vento lucide, e sulla duna imprecante turbina la sabbia fra cardi azzurri. E templi, bionda pietra porosa tagliata e edificata da mani greche, incanto del travertino incrostato d’alghe, nell’atmosfera paludosa che splende come sguardo in delirio templi aurati, vertici di venustà.
Terra, come sei bella! Le sere che mi appari impenetrabile, con la tua scia infinitamente delicata e nello stesso istante infinitamente violenta, parola senza sillabe, le sere che il tuo colore ottenebrandosi in valli e laghi irride, oh [fine p. 135] squisitamente, ad ogni umana eloquenza, mi danno, esse certo, di poter salutarti così, anima librata in bacio.

Baci vuole la terra, plaga disamata.
Canti vuole di felice lievità e di forte carità.
Dioniso ! Dioniso !

[fine p. 136]

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