1976, Laura Di Nola – Donna più donna

donna più donna ovvero l’esclusione
Effe, dicembre 1976

http://efferivistafemminista.it/2015/01/donna-piu-donna-ovvero-lesclusione/


nessun discorso sui ruoli sessuali può essere verificato senza un confronto diretto con l’esperienza omoerotica.

Fra le tante angolazioni da cui si può parlare della coppia lesbica, ritengo che una delle più rilevanti sia quella del condizionamento sociale. Sebbene esistano analisi concernenti la specifica oppressione subita dai devianti, omosessuali in primo luogo, da parte della società amministrata, credo che l’insistenza su questo punto sia utile, soprattutto se l’attenzione viene rivolta alla coppia omosessuale femminile, per quanto di specifico, e quindi di irriducibile, presenta rispetto ai modelli egemoni di comportamenti socialmente accettabili.

Al movimento femminista è indispensabile superare il momento solo teorico dell’analisi della sessualità, in cui rientra anche il lesbismo, e prendere coscienza del fatto che nessun discorso sui ruoli sessuali può essere verificato senza un confronto diretto con l’esperienza omoerotica. E’ probabile che la molteplicità di riflessioni sulla sessualità non abbia definitivamente scongiurato il pericolo che anche all’interno di gruppi femministi permanga ,occulto, un modo di rapportarsi all’omosessualità femminile che è ancora tributario dell’ideologia del potere maschile: pensare cioè a chi non vive la propria identità erotica esclusivamente nel rapporto eterosessuale, con la tolleranza, o anche con la comprensione e la solidarietà che è dovuta al portatore di una particolarità, di una dimensione di libertà personale che va salvaguardata dalle tendenze uniformanti e repressive dell’apparato sociale e dalla sua ideologia identificante; ma senza mettere in gioco la propria sessualità, proiettando la diversità all’esterno, obiettivandola nella figura della lesbica, operando così una accettazione ideologica, per il tramite della presenza dell’omosessuale, della totalità e polimorfità dell’eros, senza mettere in discussione la propria identificazione profonda ai modelli tradizionali.

Questo atteggiamento — che potrebbe essere responsabile della separazione di fatto tra movimento femminista e movimenti omosessuali di liberazione, non meno che della difficoltà che molte lesbiche incontrano a militare in gruppi femministi per il timore di vivere anche al loro interno un’esperienza di separazione, e che quindi sono costrette a «scegliere» la via della soluzione individuale — svela facilmente il tentativo di rimuovere dalla coscienza un fenomeno che per il nostro inconscio culturale non cessa di essere inquietante. Così nella difficoltà di molti gruppi ad affrontare senza reticenze il problema del lesbismo, affiora il debito ideologico verso la cultura dominante.

Tuttavia, è importante rilevare che in tale sudditanza ideologica si esprime una reale paura: quella dell’emarginazione. Anche chi non provi più angoscia per la scelta di una vita femminile che non riconosca i valori della castità, del matrimonio, della maternità come unica e necessaria realizzazione di sé in quanto donna, non può non vivere il timore dell’esclusione con cui pagherebbe la propria omosessualità. Nonostante l’apparente permissività in campo di costumi sessuali, scegliere il medesimo sesso come partner erotico, suscita la violenza della repressione, nell’immediatezza di un meccanismo di esclusione che scatta pressoché automaticamente anche a livello individuale, a danno di chi presenta deviazioni dalla norma.

Così una donna omosessuale vive nel timore costante di essere «riconosciuta», non solo da chi detiene un potere su di lei — padre, datore di lavoro, superiore gerarchico — ma anche dalle persone cui è legata da rapporti di stima e di amicizia, nell’incubo di compromettere tali rapporti nel caso che l’altro scopra di avere a che fare con una lesbica e tema di esserne coinvolto a livello emotivo o della propria rappresentazione sociale. Analogamente, la violenza della negazione nei confronti della donna omosessuale si manifesta nella forma del giudizio espresso su di lei: il lesbismo diventa la chiave — l’unica chiave — di interpretazione della sua personalità. Ogni suo atto, ogni sua espressione intellettuale o emotiva diventa il sintomo della diversità, viene decodificato sulla base univoca del canone della devianza: sia che il giudizio pronunciato su di lei sia riduttivo e sprezzante, marchio brutalmente impresso su una schiava ribelle e perciò degna di violenza e volgarità, sia che invece la valutazione voglia apparire obiettiva o magari benevola: doti rilevanti, per quanto disparate possano -essere, — volitività, dolcezza, intelligenza, remissività, comprensività, ambizione, ecc.. — sono tutte ricondotte all’unico denominatore, individuando un’unica causa: l’appiattimento delle dimensioni reali della personalità della donna è costante.

E’ troppo facile, per la teoria, rilevare che si tratta di un processo coatto di identificazione, della riconduzione forzosa al Medesimo, al nome del Padre, anche quando in apparenza si salva — isolandola — la particolarità. L’isolamento, la quarantena, in cui il giudizio sociale relega la lesbica, non è, evidentemente, che una modalità dell’atteggiamento con cui si guarda a chi è «perduta» al sociale, ai suoi riti di iniziazione, ai suoi ingranaggi di integrazione, e soprattutto «perduta» al valore che ne struttura l’ideologia: il Fallo come potere. La rinuncia alla appropriazione (simbolica) del Fallo è certo uno dei gesti più eversivi dell’ordinamento oppressivo.

Ripercorrere per sommi capi i momenti della paura — quella della società per il diverso, che genera la repressione; e quella dell’omosessuale per la società che la induce a nascondersi — serve all’analisi del rapporto di coppia omosessuale, a ribadire come nella privatezza più «privata», più celata, più difesa, vi sia un’invadenza del potere, una spietata violenza ideologica. Già la necessità di occultarsi, di darsi apparenze rispettabili, interdice ogni manifestazione pubblica di affetto, anche la più misurata: infatti se la coppia lesbica può acquisire un vago diritto di cittadinanza, almeno nel nostro paese gravato da tabù vetero-cattoliei, accade solo se si riveste di futilità — gioco di società, diversivo erotico — o meglio ancora se si riduce a merce, accanto a tutto il resto — nella pornografia, nella promozione pubblicitaria, a rinsaldare la «desublimazione repressiva» di cui il maggior beneficiario (si fa per dire) è l’uomo. I limiti di tolleranza del lesbismo sono quelli assegnati dalla concessione maschile; mai come tale nella sua forza di alterità rispetto ai consueti moduli di comportamento maschile e femminile, il lesbismo ha trovato possibilità di espressione culturale, di comunicazione con le altre forme dell’esperienza. Tutto ciò si riflette spesso nella dinamica del rapporto lesbico in tensioni che possono anche minarlo: ammettendo di porre tra parentesi i complessi di colpa connessi alla «trasgressione», il destino della esclusione condiziona per lo più ‘ in due modi diversi. e complementari la coppia lesbica: 1) Il rapporto di coppia è il luogo in cui si cerca comprensione, protezione dall’ostilità esterna: la partner diventa il demiurgo di un mondo sognato della realizzazione affettiva perseguita talora da lungo tempo. E’ evidente che qualsiasi minaccia alla unità e alla stabilità della coppia provoca l’angoscia connessa alla perdita di questo mondo «buono» e alla ricaduta, magari senza nuove prospettive, nel mondo negativo del sociale. Di qui la possessività che connota a volte in modo vistoso la coppia lesbica, e che altro non è che il sintomo del timore di ricadere in balia del mondo «normale», con il destino di solitudine, frustrazioni e nevrosi che comporta. E’ l’insicurezza della propria posizione che può indurre a comportamenti aggressivi o distruttivi le donne che temono di perdere, con l’amata, quel brandello di identificazione così difficoltosamente conquistato. 2) Il rapporto omosessuale si presenta come il culmine positivo di tutte le dimensioni della propria esperienza, e quindi viene vissuto con pienezza di significati intellettuali e affettivi, tendenzialmente come esperienza privilegiata, i cui lati positivi sembrano largamente compensare il prezzo della emarginazione. La coppia, in questo caso, diventa il luogo di una iper-iden-tificazione, con i connotati dell’emancipazione, sessuale ed emotiva, da una norma imposta, con un’enfatizzazione, talora involontaria, del valore della propria diversità, Vi si può leggere in negativo la mancanza di confronti intersoggettivi alle proprie esperienze e la chiusura, magari un po’ elitaria, in un paradiso iniziatico di realtà bellissime ma incomunicabili. Anche qui viene in luce la scissione fra la modalità di rapportarci al mondo esterno, necessariamente falsata dall’esigenza di difendersi, e l’«integralità» del proprio essere all’interno della coppia: permane la forma borghese della separazione — assolutamente illusoria — fra sfera pubblica e sfera privata, ma del tutto priva della capacità di offrire tutela agli individui dallo strapotere sociale, anche perché formalmente priva dei crismi morali e giuridici della famiglia «normale».

Si dovrebbe anche rilevare che spesso a consentire un rapporto il più possibile scevro di complessi di colpa e di tensioni psicologiche e consapevole della sua collocazione, sociale è la ricchezza delle mediazioni culturali: ancora una volta, persino l’esperienza non traumatica della «diversità» può essere legata alla possibilità di accedere ai beni economici e agli strumenti culturali, oltre che a favorevoli contingenze nell’esperienza di vita. Il fatto che la coppia lesbica debba costruire ex novo la propria identità, e sia esposta totalmente ai rischi della sperimentazione, e dell’eventuale fallimento, mostra a sufficienza come la cultura patriarcale sia riuscita finora a impedire il sorgere di un’identità femminile non legata alla riproduzione del modello patricentrico, in cui la sessualità, non finalizzata al concepimento e al piacere genitale dell’uomo, esprimesse un’inventività liberamente e specificamente femminile. In tale tentativo di invenzione, è inevitabile che siano avvantaggiate le donne meno tributarie dell’ideologia e del potere economico, quelle che hanno il privilegio di poter riflettere sul proprio condizionamento e di sottrarsi al sortilegio dei modelli introiettati, non meno che al ricatto economico, che ancora spinge tante donne al matrimonio. Le figure di grandi lesbiche che hanno trovato posto nell’universo della rappresentazione maschile sono sempre state classificate sotto l’etichetta rassicurante dell’isteria, della nevrosi, della frigidità. Bisogna invece ribadire che la scelta omosessuale non è necessariamente legata all’incapacità di avere rapporti soddisfacenti con l’uomo, e che spesso, anzi, le lesbiche hanno capacità di godere nel rapporto eterosessuale superiori alle altre donne. Ma il significato del loro gesto sta appunto in questa smentita clamorosa dei luoghi comuni dell’ideologia maschilista, in una radicalizzazione dell’esigenza che è di tutte le donne: cercare di vivere la propria femminilità in rapporti non soppressivi, senza fissità di ruoli, e soprattutto senza la violenza di nessuna posizione di potere, in cui finalmente si spezzi la spirale della riproduzione della «personalità autoritaria»; in cui ognuna possa avere un’esperienza gioiosa e appagante della sessualità e possa realizzare le proprie esigenze senza conformarsi a modelli eteronomi. Se questa aspirazione è sufficientemente chiara, la realtà dei tentativi è finora la frammentarietà, la difficoltà in cui ogni coppia, consapevole o no che ne sia, si muove, ancora troppo in balia dei ricatti sociali.

Ritengo che sia importante che le lesbiche parlino delle loro esperienze, che comunichino la gioia e l’appagamento, la progressiva acquisizione di consapevolezza rispetto al proprio corpo, della valorizzazione delle qualità e delle esigenze che ogni donna sente più proprie, ma che generalmente sono cancellate. Tuttavia, questo non è sufficiente, nella situazione attuale in cui permane l’oppressione della donna e della omosessuale in particolare. Limitarsi a dire la gioia della nuova identità che l’omosessualità può far scoprire, rischia di essere un’altra mistificazione: non perché questa gioia non sia reale e sperimentabile, e parlarne non possa essere motivo di riflessione per le tantissime donne divise e incerte nell’inventare nuove forme di rapporto; ma perché questa stessa felicità non può venire assolutizzata, dal momento che è insidiata, frammentaria, ha troppo spesso un prezzo esorbitante, per poterne parlare con la sicurezza di una conquista definitiva. T. W. Adorno diceva che non vi può essere vita vera nella falsa, e che per giudicare di una reale felicità non ci si può limitare agli attimi, agli istanti privilegiati, eccezioni in un contesto di sofferenza e di oppressione.

Così credo che debba essere anche ih questo caso, e che sia necessario per tutte le donne, in primo luogo alle femministe, rendersi conto che nella esperienza omosessuale è contenuto un potenziale di liberazione immenso, e che l’omosessualità deve essere riconosciuta come realtà non solo di chi la proclama, ma come componente ineliminabile, struttura fondamentale della personalità di tutte le donne, e che prenderne coscienza può aiutarci a costruire un’identità non subalterna.

Nello stesso modo, credo che le donne che vivono esperienze lesbiche debbano convincersi che il perseguimento di una soluzione individualistica ai loro problemi è fallace, in quanto le rende tanto più esposte al ricatto; ma che anche il gruppo separato rischia di essere un’ulteriore ghettizzazione, facendo il gioco della società, confermandone il verdetto di un’identificazione separata e quindi perdente. Io credo che il primo passo sia quello di spezzare l’omertà che circonda il fenomeno omosessuale, costringendolo nonostante le sue dimensioni rilevanti, a essere per lo più ignorato o trascurato.

Sollevare la cappa del silenzio con cui la cultura patriarcale ha coperto questa trasgressione, non significa solo rompere l’isolamento dei «diversi», ma anche far conoscere a tutte le donne un potenziale di felicità che la società cerca disperatamente e violentemente, di soffocare, affinché il regnp del Padre non possa essere revocato in dubbio.

 

 

 

Sola: questa parola ti scoppia nella mente

e sento il cervello

andare in pezzi.

Poi un giorno

scendi per strada

e scopri che

nonostante tutto

anche tu

tu sei una donna.

Non maledici più

Il destino che ti ha reso diversa.

Forse ti ha reso solo libera…

Laura Di Nola

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