1995, Cristina Gramolini – Ancora sul fascismo

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Maria Cristina Gramolini, 1995. «Ancora sul fascismo», I Quaderni viola, n.4 numero speciale ‘E l’ultima chiuda la porta. L’importanza di chiamarsi lesbiche’. Milano: Nuove Edizioni Internazionali, pp.34-42.

 
Cristina Gramolini

Trascritto da N.M. Per una storia de I Quaderni viola vedi allo http://sites.google.com/site/quaderniviola/Home

 


 

1. Ipotesi

La storiografia marxista individua la genesi del Fascismo nel pericolo di rivoluzione sociale, seguito alla Gran-de Guerra: la classe dominante, in quell’occasione, scelse la repressione extralegale del movimento operaio e la dittatura, sacrificò il parlamentarismo alla conservazione dell’ordine proprietario. Secondo questa impostazione, la ; politica familiare e sessuale del Fascismo-regime deve essere intesa come coordinata a quella dei bassi salari: la famiglia venne riorganizzata perché potesse mitigare gli effetti della diminuzione del potere d’acquisto del lavoro.

L’approccio classista, a buon diritto, oggi denuncia che analoghe condizioni di erosione dei redditi sono sottese all’attuale ripresentarsi del familismo in politica. Tuttavia è noto che la forza-lavoro maschile e quella femminile, storicamente, sono assorbite ed espulse dal mercato del lavoro capitalistico secondo criteri e modalità distinte, e che le differenze rimandano a considerazioni extraeconomiche. Le donne furono arruolate in massa al lavoro di fabbrica, ad esempio, durante il I e il II conflitto mondiale, data la penuria di forza-lavoro maschile; ma ogni riconversione ha implicato la sostituzione delle donne. Le donne vengono utilizzate come forza-lavoro di riserva. Risulta impossibile spiegare, attenendosi a una lettura rigidamente classista, la liquidazione della forza-lavoro femminile, perché la disparità salariale avrebbe dovuto garantirne un’inossidabile competitività. Ilaria Papanti Pelletier annota che, durante il regime, «mentre all’interno delle fabbriche il lavoro operaio si è andato distinguendo in categorie alla cui differenziazione corrisponde un diverso salario, il lavoro femminile, caratterizzato quasi sempre dalla particolare destrezza e delicatezza con cui viene svolto, risulta compreso in una unica categoria, il cui salario medio è la metà dell’operaio meno qualificato (al di sotto dell’operaio comune)» (1). Anche nella società contemporanea «i datori di lavoro maschi spesso non assumono personale qualificato femminile, anche quando potrebbero pagarlo meno del personale maschile, ciò comprova che ben altri elementi entrano in gioco oltre al movente del profitto» (2). Bisogna assicurare che i maschi siano i maggiori percettori di reddito. Affiora così una autonomia del conflitto sessuale dalle regole del mercato.

Le possibili considerazioni circa l’urgenza borghese di collocare i reduci della I guerra mondiale (o i disoccupati di oggi) al fine di attutire il conflitto sociale, confermano l’esistenza di una “questione maschile” più che ricondurci a soluzioni tutte interne all’andamento della lotta di classe. Gli ex-combattenti si scagliarono contro «le operaie in calze di seta», «il cui lavoro era frutto del desiderio (vanità) e non della necessità» (3): si sarebbero battuti per cancellare le intollerabili possibilità delle lavoratrici.

Quella generazione di uomini espresse nel fascismo l’interesse maschile al ripristino dell’ordine sessuale, che è poi l’ordine eterosessuale. Chiamiamo “ordine eterosessuale” il sistema che regola l’acquisizione maschile, da una posizione di dominio, dei servizi sessuali e riproduttivi erogati dalle donne, da una posizione di soggezione.

Dissentiamo dalle interpretazioni che spiegano la servitù sessuale delle donne come espediente finalizzato al profitto capitalistico. La subalternità femminile può essere utilizzata per finalità economiche, ma essa esiste per assolvere un altro obiettivo: quello di assicurare l’accesso maschile al corpo delle donne e al controllo della prole. L’ipotesi che si vuole qui avanzare è quella del fascismo come variante del nostro ordine eterosessuale . Non per questo si intende negare che il fascismo possa legittimamente essere studiato come variante dell’ordine sociale borghese: solamente in quest’ultima luce esso è stato abbondantemente indagato.

Il fascismo non coincide con l’ordine eterosessuale, che gli preesiste e gli sopravvive, ma ne costituisce una brutale variante. Il pericolo rappresentato dalla recente ascesa delle destre, in Italia e in Occidente, è da noi preso in considerazione esattamente come minaccia di una variante più brutale dell’ordine dei sessi (e della proprietà). Ordine dei sessi col quale siamo in conflitto anche in cicli politici diversi, perché «la destra e l’estrema destra radicalizzano idee che esistono dappertutto, in ogni caso ovunque le idee dominanti non siano combattute. Per idee dominanti io intendo le idee che lavorano alla costruzione e alla riproduzione sociale del dominio, le idee legate all’instaurazione o all’esercizio del potere» (4).

 

2. La compagna dell’uomo (fascista) ovvero: a vantaggio di chi va?

Il fascismo condannò il movimento di emancipazione femminile in Italia come fenomeno di importazione di rapporti sociali estranei alla civiltà latina. Aver tollerato le suffragiste era una delle colpe del “vecchio sistema”, molle, parlamentare e fatiscente, che l’aggressiva-gioventù-innovativa-fascista aveva spazzato via. L’accusa nazionalista di esterofilia, rivolta al movimento femminista, equivale all’imputazione di attentato alla sicurezza della Patria e all’ammissione della pericolosità politica delle donne indipendenti. L’attacco fascista contro le donne si sviluppò a partire dalla derisione nei confronti della zitella, grottesca aspirante alle prerogative maschili, destinata al fallimento.

Teresa de Lauretis, intervenendo su altri temi nel corso di un incontro femminista voluto dall’Associazione Orlando, a Bologna nel novembre 1992, (5) si interrogò eplicitamente sulla funzione ideologica dei modelli teorici, e ci invitò a fare altrettanto, chiedendosi costantemente: a vantaggio di chi va questo o quel discorso? Si tratta dell’approccio marxista allo studio delle idee.  [inizio pag. 35]

Nel nostro caso, la zitella, modello negativo, è donna senza uomo che la protegga, che la mantenga, che la possieda sessualmente, che ne tragga dei figli, ed è la fautrice i e il prodotto dell’emancipazione. La zitella è donna deforme, DE-GENERE, al contempo denigrata e compianta per il suo stile di vita, il quale è presentato come vuoto, incompiuto, non rispettabile, sessualmente insoddisfacente perché sottratto all’abbraccio maschile.

A vantaggio di chi va questo discorso? Non è superfluo rilevare che si tratta di un’ideologia eterosessuale, tesa a forzare l’orientamento delle donne verso gli uomini. Victoria de Grazia interpreta il consenso femminile nei confronti del fascismo come risultante del processo di nazionalizzazione delle donne, realizzato dal regime per via autoritaria, con l’inclusione delle donne nella liturgia della politica, invece che attraverso la concessione dei diritti politici. I riti collettivi, l’irreggimentazione della società, l’intrusione del regime in ogni aspetto della vita, associata e privata, fornirono un vitale surrogato della partecipazione democratica soppressa. George Mosse ha ampiamente mostrato nei suoi studi (6) quanto i miti collettivi costituirono un’alternativa valida alla democrazia rappresentativa, anche per gli uomini che prestarono consenso alla dittatura. Un simile surrogato poté essere ancora più significativo per le donne italiane, le quali prima del fascismo non avevano goduto del diritto di suffragio, non erano state integrate nella propaganda politica ufficiale, né erano state le destinatarie di alcuna politica statale di servizi sociali. Il regime fascista invece si fregerà della fondazione, già nel 1925, dell’ONMI, Opera Nazionale Maternità Infanzia, dell’istituzione della tassa sul celibato nel 1926, della legge sulla prostituzione, dell’inasprimento delle pene per il reato di aborto, rubricato fra i crimini contro Io Stato. Lo strumento della nazionalizzazione autoritaria delle donne sarà soprattutto l’elevazione alla politica della differenza femminile: a partire dal discorso dell’Ascensione, del 26 maggio 1927, si inaugura la celebrazione pubblica della donna come Madre della Stirpe. In un’Italia sovrappopolata e segnata d TV emigrazione, il lancio della campagna demografica ha lo scopo di ripristinare l’ordine sessista, restituendo ai maschi ciò che le donne ancora usurpavano, e di fungere da pretesto per le mire coloniali del regime. L’esaltazione del ruolo femminile nella difesa della razza comporta un pieno riconoscimento politico della donna e, allo stesso tempo, il rigetto della femminilità deteriore, causa di denatalità. La propaganda fascista contrappone alla donna-crisi, cosmopolita, urbana, magra, isterica, decadente, sterile, la donna-madre, patriottica, rurale, florida, forte, tranquilla e prolifica (7). Prima dell’ab-braccio con la Chiesa Cattolica, il fascismo aveva propugnato il libero amore, ideologia uguale e contraria a quella familista, quanto all’essere vettore della pretesa maschile di accedere per diritto al corpo femminile. Il passaggio dal sessismo pagano dell’esordio, al sessismo cattolico, come la transizione dallo squadrista turbolento al padre di famiglia, rappresentano la normalizzazione sopraggiunta dopo la lotta conclusasi vittoriosamente.

Con raccapriccio apprendiamo del risuonare dell’altoparlante nel giorno della Festa della Madre nel 1933, quando le donne più prolifiche, di ciascuna delle province italiane, vennero chiamate per numero di figli, anziché per nome (8). È un fatto che mi ispira un senso di profanazione del corpo femminile più tragico dell’assassinio, che mi ispira un bisogno di raccoglimento di riparazione nei confronti di quelle donne, di mia madre, del mio genere.

Di pari passo procedeva la mostrificazione della renitenza alla prolificità, considerata un comportamento morbosamente egoistico: ancora nel 1937 l’Unione Famiglie Numerose, un gruppo di interesse e di pressione a guida maschile che sarà democristiano nel dopoguerra, si scagliava contro chi, rifiutando il matrimonio e la prole, mostrava «delle tare, degli arresti di sviluppo, delle involuzioni» (9).

Oggi, nel contesto della rivitalizzazione di questo repertorio ideologico, appare ancora più inequivocabile che a sorreggere i fautori di politiche pronataliste sia la preoccupazione eterosessuale: la scelta dell’Ordine dei Medici, sostanzialmente condivisa da tutte le forze politiche, di escludere le singole e le lesbiche dall’accesso alle Tecniche di Riproduzione Assistita (TRA), collegata ad una generale rimessa in discussione della legge 194/78, dimostrano che ciò che si vuole impedire è l’esistenza femminile indipendente dall’uomo. Nello stesso momento in cui si lamenta la crescita zero della popolazione, si ostacola la maternità indipendente: non si deve abbandonare l’uomo alla sua desolata inessenzialità, non si deve intralciarlo nell’esproprio della prole (esproprio proletario ha detto un’amica).

Il fatto che la propaganda natalista del fascismo non sortì risultati quantitativamente significativi non dimostra affatto che sia fallita, come vorrebbero le Autrici di «Piccole Italiane» (10), dato che il suo obiettivo non era strettamente demografico, ma di ordine sociosessuale, e questo fu realmente centrato con la distruzione del femminismo, con il dispiegamento di una politica estera coloniale, con il consenso di massa ottenuto dal regime negli anni Trenta. Il progetto fascista di ricondurre la donna «alla naturale sudditanza all’uomo» (11) era dichiarato. Moltissimi furono gli atti concreti in questa direzione e tutti imperniati sulla ricostituzione della dipendenza economica della donna. Fra gli impedimenti inferiorizzanti opposti dal regime alle donne ricordiamo il divieto di assumere incarichi direttivi nella scuola, l’esclusione dall’insegnamento di italiano, latino greco, storia, filosofia, economia politica nei licei e negli istituti tecnici, l’imposizione di tasse raddoppiate per l’accesso delle studenti a scuole e università, la possibilità di escludere le donne dai bandi di concorso per impieghi nella P.A., l’introduzione del tetto del 10% di personale femminile nelle aziende. Quest’ultimo provvedimento fu vanificato dalla guerra che impose il ricorso alla forza-lavoro delle donne; ma questo sia detto senza alcun trionfalismo perché, ancora una volta, gli uomini ricorrevano alle donne come a una risorsa di scorta, per i momenti di emergenza e del tutto transitoriamente. Doriana Giudici ci indica come, nelle recessioni registrate dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,1’80% della forza-lavoro spinta nella marginalità sia stata ogni volta costituita da donne (12).

A vantaggio di chi va?

Il fascismo è uno dei possibili modi dell’ordine eterosessuale, o patriarcato che dir si voglia. Lo distingue specificamente una sintesi di elementi: una teoria della  [inizio pag. 36] differenza sessuale biologistica, che informa una pratica di segregazione sessista idealizzata, una cornice dittatoriale che si autolegittima come strumento della realizzazione dell’utopia organicistica di una società epurata dal conflitto, nella quale le parti si armonizzano, attenendosi alle funzioni che sono loro proprie. Il fascismo fu la realizzazione più vicina all’ideale di complementarità fra le parti di un tutto gerarchizzato; esso definì perentoriamente i limiti della rispettabilità della condotta femminile.

Finché non sapremo porre l’ammissibilità delle scelte femminili al di là del senso maschile di ciò che è rispettabile in una donna, saremo esposte alle abusive pretese maschili. Si può dire che, come il salario, nel modo di produzione capitalistico, varia in base allo sviluppo della società, ma resta comunque al di sotto della soglia che consentirebbe alla forza-lavoro di emanciparsi dal lavoro salariato, allo stesso modo le opportunità concesse alle donne nella società maschile variano in base al grado di evoluzione dei rapporti sociali, ma devono restare entro limiti che impediscano alle donne di sottrarsi all’obbligo eterosessuale. Finché cercheremo di condividere con gli uomini il senso della nostra libertà, saremo costrette alla complementarità, alla eterosessualità.

 

3. «Saranno le prime a venderci». Della seduzione. Della paura.

Era esistita una forte corrente del femminismo prefascista che aveva rivendicato il suffragio femminile in nome del valore sociale della maternità, a sua volta intesa come pilastro della Nazione. La tattica di giocare sul terreno della controparte, muovendosi nel contesto di valori condivisi, in quel caso fu fallimentare: portò a continui arretramenti, a concessioni al nazionalismo dilagante, prima che le sue ispiratrici fossero congedate e il loro programma assorbito e definitivamente stravolto dalla fraseologia eterosessista del regime (13).

«Saranno le prime a venderci. Torneremo nelle catacombe»: così si è espressa una autorevole lesbica nel corso di un seminario sull’ascesa delle destre e sulla politica lesbica, svoltosi a Terradilei nel luglio del 1995. Si riferiva alle donne del movimento femminista che, come tutte, temono di essere accusate di lesbismo e fanno in modo di evitarlo. Esiste infatti un limite invalicabile, non sempre esplicitato, ma operante a pieno ritmo, che vieta la frequentazione del lesbismo. L’osservanza di detto limi-te dimostra che abbiamo un controllo maschile piantato nel centro della nostra intelligenza e che ci facciamo banditrici dei valori dell’uomo: primo fra i quali quello che stabilisce che una donna è degna di considerazione a patto che dia garanzie di eterosessualità.

Tutte sperimentiamo il ricatto secondo cui una lesbi-ca, poiché respinge da sé l’uomo, non ha a cuore l’umanità, non fa testo, non si gioca nulla. Irresistibilmente penso ai triangoli neri, apposti dai nazisti su donne come noi, che rimproveravano — asocialità — (furono riservati anche ai malati di mente e agli anarchici).

Io penso che, come è stato finora, saranno le lesbiche a sottrarsi al ricatto delle condizioni di rispettabilità poste dal patriarcato. Noi ci sentiamo fra quelle, mentre vediamo le donne continuare a muoversi entro una scena di seduzione con l’uomo. Alcune donne vogliono educarlo e perseguono una politica che bacchetta l’uomo ma lo fa comunque sentire amato, al fine di non comprometterne le attenzioni. Altre donne non nutrono sogni d’amore con l’uo­mo nuovo, anzi spesso lo disprezzano e l’hanno estromesso dalle loro vite, ma con molta riservatezza. Comprendiamo le possibili ragioni di questa scelta, come il temere l’uo­mo, le sue ritorsioni. Conosciamo questo sforzo costante di non attirarci la violenza, per strada, al lavoro o dove preferite immaginarci. Le nostre omologhe riservate, secondo il mio modo di vedere, sviluppano una pratica mi­metizzata, che tace e rivela insieme, la quale allerta l’uo­mo ma lo induce a sottostimare la portata del fenomeno. Tale pratica allusiva ha il vantaggio di essere comunicabile alle sognatrici dell’uomo nuovo, perché dà loro assicura­zione di non revocare il rapporto eterosessuale.

Il femminismo italiano ci ha convinte di quanto la Ma­dre possa essere una potenza simbolica, fonte femminile di autorità, mediazione necessaria in vista di ogni trasfor­mazione. L’esperienza di questo femminismo è cresciuta senza che i maschi le dessero l’assalto e senza che le donne si ritraessero inorridite dalla violazione di un tabù, ed essa ha trasformato. Ugualmente essa ha dovuto affrontare l’ostilità che sempre si genera quando le donne produ­cono un «tendere alla libertà indipendentemente dalla ri­cerca maschile di libertà» (14). Ma la Madre e la differen­za femminile sono proprio i paradigmi che l’eterosessismo ha piegato, distorcendoli, ai suoi scopi di dominio, ieri e oggi. Ora che le destre si fanno avanti, noi vediamo questo femminismo correre sul filo del rasoio di un altro recupero da parte dell’ordine che esso invece combatte.

La politica lesbica, per parte sua, non trova la tolleran­za maschile, al contrario apre al conflitto, e si sa che i maschi non fanno esclusione di colpi. Delegittimazione, derisione, aggressione, esclusione… quelle che amano gli uomini non vogliono perderli, quelle che non li amano non vogliono indisporli fino a questo punto. Per questo motivo la politica lesbica non ha molta fortuna, neppure fra le donne, neppure fra le lesbiche. Stando così le cose, il risultato è la rinuncia a confutare il dogma della ineludibilità del legame della donna con l’uomo, il dogma della complementarità eterosessuale.

Non a caso, la notevole mobilitazione femminile del 1995 si è caratterizzata per una bronzea astensione dalle controversie che riguardavano le lesbiche, portate alla ri­balta dalla Risoluzione di Strasburgo o dall’Ordine dei Medici. Il movimento delle donne non ha ritenuto di doversi esprimere, in ogni modo non sono mancate le im­plicite prese di distanza dalle lesbiche, le riprovazioni e talvolta una vera reattività, nutrita di stereotipi patriarca-li (15). Tutto questo mentre dovevamo assistere alla pro-fusione di argomenti seduttivi eterosessuali, del tipo «la relazione fra donna e uomo è matrice di civiltà», utilizzati per richiamare gli uomini politici, smarriti in un solilo­quio bioetico, a un’autentica condivisione con le donne che promette loro maggior felicità. Sappiamo bene che affidarsi alla seduzione di fronte alla minaccia è una tradizionale arma femminile; ciò non toglie l’aura di osce­nità che circonda la scena. Antonella Nappi ha scritto: «La cultura delle donne si dimostra essere guidata spesso dal timore di perdere l’accordo  [inizio pag. 37]  con l’uomo, l’attrattiva sessuale, l’integrazione sociale, la maternità» (16).   Saranno le prime a venderci? Certamente il verbo può essere coniugato al passato e al presente, sul futuro sono plausibili le ipotesi.

Questo lealismo, peraltro, non vanta significativi successi se pensiamo a quanto accadde dopo la soppressione, decretata dal fascismo, delle organizzazioni socialiste e comuniste e la dispersione dei relativi segmenti emancipazionisti: le femministe borghesi ripiegarono sull’adattamento alla dittatura, occupandosi di intervento caritativo e mantenendo un profilo politico molto basso. Ciononostante, venne ugualmente, fra il 1935 e il 1938, 3 il momento dello scioglimento forzato che consentì di interrompere la stessa trasmissione della memoria storica del femminismo (17).

Non è conveniente giocare sul terreno dell’avversario per scongiurarne l’ostilità, se questa è costitutiva.

Noi vogliamo affermare con forza che l’attacco contro le lesbiche, in ogni sua forma, a partire dalla censura e a seguire, riguarda l’intero genere umano femminile, perché mira a scoraggiare i rapporti fondamentali fra don-ne. Il bersaglio siamo soprattutto noi, ma non solo noi.

Se gli uomini usufruiscono della disponibilità femminile a stringere relazioni importanti con loro, nonostante tutti gli abusi, perché mai dovrebbero realmente rinegoziare le regole? Occorre togliere loro questo diritto, allora forse si tratterà. In questo ravvisiamo la rilevanza politica del movimento lesbico: il solo nominarci equivale a spezzare l’universalità della disponibilità femminile nei confronti dell’uomo.

Certo anche noi siamo passibili di distorsioni e recuperi patriarcali (non mi sfugge il consumo pornografico del lesbismo). Anche noi indulgiamo all’opportunismo tutte le volte, e sono molte, che non riusciamo ad essere visibili e ci camuffiamo in panni più accettabili, per quanto controcorrente.

Ma noi siamo materialmente estranee al bisogno erotico dell’uomo, che così risulta decentrato di fatto e non secondo un tentativo surrettizio; nessun divieto, nessuna sanzione hanno potuto impedire il riprodursi clandestino delle comunità lesbiche; sono esistite ed esistono maternità indipendenti dall’uomo che inverano tante esaltazioni cartacee del potere generativo femminile; l’amore per l’altra non è all’insegna della mutua tolleranza della paura di cambiare, perché non può avvenire senza cambiamenti radicali. Anche quando non lo teorizziamo, noi investia-mo le nostre risorse, tempo, soldi, rispettabilità, ambizione, con altre donne, perché questa è la nostra vita.

Confidiamo nel fatto che i dati oggettivi producano effetti sul piano della coscienza. Non automaticamente, ma con il lavoro politico. Per questo noi investiamo sulle lesbiche.

Il nostro femminismo si chiama lesbismo. Esso non è una parte del femminismo così come il femminismo non è una parte del lesbismo. Non siamo una parte della sinistra anche se facciamo considerazioni che a volte coincidono con quelle della sinistra. I soggetti non sono parti.

Noi non amiamo gli uomini, non vogliamo sedurli, non vogliamo adularli e neanche prenderli in giro.

Benché noi li temiamo, li accusiamo di crimini continuati ai danni dell’umanità femminile. Aspettiamo di vedere cosa questo produrrà e che cosa sarà necessario fare. Ci si fa spesso presente come non sia realistico e/o desiderabile distruggere gli uomini: come se accusare di crimini il sistema razzista implicasse il programma di strage di tutti i collusi. Ci sentiamo impegnate in uno sforzo costante di allontanamento degli uomini dalle nostre esistenze, per quello che ora significano gli uomini, nondimeno intendiamo negoziare anche con loro le regole della convivenza umana, purché a partire dalla distruzione del patriarcato, cioè dell’ordine eterosessuale.

 4. Chiediamo della vita delle lesbiche

Victoria de Grazia ostenta una certa disinvoltura nell’utilizzare il termine “lesbica”, che ricorre nel suo lavoro 3 o 4 volte, quasi a testimoniare l’estraneità della studiosa ad ogni omertà sull’argomento. Tuttavia il termine ricorre senza dare luogo ad alcuna riflessione; è solo un’evocazione, incapace di divenire oggetto del pensiero. Noi ravvisiamo in questa modalità una variante dell’omertà.

1) «Quest’ultima (l’eroina del romanzo “La garçonne”) dopo aver abbandonato l’incomprensione dei genitori […] passava attraverso un’esperienza lesbica e rapporti promiscui eterosessuali, per approdare infine a un rapporto di coppia e al matrimonio (18).

2) «Tra i doveri delle allenatrici non veniva ultimo quello di controllare che l’amicizia femminile, incoraggiata in nome dello spirito di squadra, non degenerasse in relazioni lesbiche.» (19).

  3) La FILDIS, Federazione Nazionale Laureate e Diplomate, non poté mai troncare gli stretti rapporti con il movimento internazionale, né coi gruppi di donne indipendenti, ebree, intellettuali, lesbiche che socializzavano attorno alla Casa della Laureata di Roma e a quella di Milano» (20).

Si tratta di riferimenti che potrebbero avere importanza nell’economia della ricerca, ma nulla ci è dato sapere in più, nel corso del lavoro. Da una parte si può dire che De Grazia, studiosa americana, lascia sole le italiane nel provincialismo che le inchioda al mutismo più assoluto sulle lesbiche. Ma dall’altra parte il nominare di De Grazia equivale a non dire nulla: a leggere il suo libro non si capisce se l’esistenza lesbica fosse sottaciuta dal fascismo o se invece fosse apertamente combattuta, mentre viene ora sottaciuta dall’Autrice. Si ricava che De Grazia consideri poco significativo l’orientamento sessuale delle donne, come molti e molte critiche. Ma il conflitto fra i sessi è eminentemente sessuale e non solo sessuato: cioè esso non si riduce esclusivamente alla differenza fra i sessi, intesa in senso discriminatorio per le donne, ma si impernia su questa elaborazione della differenza per orientare eterosessualmente i soggetti e fissarli in determinate posizioni di reciprocità asimmetrica, le quali hanno dato vita a quello che chiamiamo patriarcato. Poiché il conflitto è sessuale, sorvolare sull’orientamento sessuale significa negare il conflitto, spostarlo dalla sessualità alla sessuazione e fraintenderlo.  [inizio pag. 38]

Nella sezione documenti presentiamo un intervento di Claudie Lesselier sulle ricerche avviate dalle lesbiche francesi nel campo della storia, della letteratura ecc. che dimostrano come queste si sviluppino essenzialmente nell’ambito della militanza lesbica. La storica Claudia Schoppman ammette le difficoltà delle ricerche sulla vita delle lesbiche, per la mancanza o l’inaccessibilità dei documenti, ma anche per la problematicità del ricorso, alla storia orale. Le testimonianze da lei raccolte sulla_Repubblica di Weimar presentano «lacune nella memoria, interpretazioni soggettive del passato, paura di ammettere la propria omosessualità» (21), oltre al fatto che la maggior parte delle protagoniste di quel periodo è oggi scomparsa.

Si comprende la somma delle difficoltà, ma non è davvero credibile che la metodologia della ricerca storica non fornisca approcci e percorsi possibili per un’indagine sulla vita delle lesbiche. Il movimento lesbico si è fatto carico di un compito ignorato da altre/i per motivi politici e nient’affatto scientifici.

A nostra conoscenza questo elementare rilievo non è stato sollevato pubblicamente da alcuna, storica o femminista, o militante. Al contrario un numero speciale di Legendaria (22) dedicato alla recensione del libro di Victoria de Grazia, ha ospitato una pluralità di interventi, unanimi nel ravvisare una portata positivamente innovativa alla ricerca, perché complessa e non ideologica.

 5. Victoria de Grazia: ambivalenze, trastulli e un caso di accordo.

L’aspetto innovativo, cui alludono insistentemente le critiche, è l’individuazione dell’ambivalenza come caratteristica del rapporto donne-fascismo, aspetto oscurato dalle letture ideologiche del passato ma che invece permette una più nitida messa a fuoco dell’esperienza femminile nel ventennio. De Grazia presenta, costantemente appaiati, i caratteri reazionari e quelli innovativi della politica femminile del fascismo: dittatura da una parte, coniugata però con la modernizzazione del ruolo dello Stato; rifiuto del suffragio femminile da un lato, ma nazionalizzazione delle donne e promozione dell’associazionismo femminile filantropico; controversa reclusione delle donne nella famiglia, data la possibilità di guidarla in senso oppositivo rispetto alle pretese dello Stato stesso… e così via. Miriam Mafai ad esempio giudica “illuminante” aver notato la contraddizione fra la richiesta di emulazione della Regina Elena, rivolta alle italiane, affinché offrissero l’anello nuziale per sostenere il Paese di fronte alle conseguenze della guerra di Etiopia, e la tradizionale pretesa di fare delle donne solamente delle brave mogli e madri. Questa situazione «creava incertezza su quale dovesse essere il primo obbligo delle donne: verso il Duce, il Fascismo, la Nazione o verso il marito e figli?» (23).

La narrazione di De Grazia procede evidenziando le ambiguità e, se non perviene a soluzioni univoche circa le contraddizioni rilevate, si affianca però talvolta a pericolose interpretazioni revisioniste.

L’associazione ex-missina Centro Studi Futura, in un convegno del 1990 intitolato «Gli angeli e la rivoluzione» e dedicato al fascismo femminile, ha elaborato un giudizio che fortuitamente coincide con quello della Nostra: per Pino Rauti «il fascismo avrebbe promosso u emancipazione delle donne, modernizzandone il comportamento e includendole nel processo di nazionalizzazione delle masse», «senza che la loro specifica natura subisse alterazioni o deviazioni» (24). L’attuale eurodeputato AN Roberta Angelilli prese parte a quel convegno e intervenne sottolineando che «le donne, anche umili, riuscirono […] a incarnare perfettamente i grandi ideali del momento, non avendo bisogno di una scheda elettori per partecipare ai destini della propria Nazione» (25).

Constatiamo che nostalgici e revisionisti hanno scoperto, prima di noi donne, le ambivalenze nel rapporto fra il fascismo e le donne e che le hanno interpretate respingendo ogni concezione vittimistica del consenso femminile al regime.

Il programma di Isabella Rauti, presidente del C Futura la quale fa parte anche della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità, è fin dal 1979 «difenderci dall’attacco concettual-ideologico delle femministe. Di specificare la nostra posizione. Se il femminismo proponeva l’antagonismo fra i sessi … il nostro non voleva essere un femminismo e neppure oggi accettiamo questa definizione. Perché ogni sorta rivendicazionismo non ci appartiene. Come allora non apparteneva la contrapposizione fra i sessi, ma neanche la logica dell’emancipazione e della liberazione»(26)

Victoria de Grazia insiste anche sul fatto che il regime fascista predispose servizi sociali e assistenziali, rinnovando il ruolo dello Stato rispetto a quanto avevano realizzato i liberali: in questo modo il fascismo in Italia attese a riforme che altrove erano prerogative di un welfare state a guida socialdemocratica.

Sentiamo di dover ribadire la netta linea demarcazione che distingue l’intervento dello Stato quale erogatore di servizi, intesi come diritti di cittadinanza, atti dovuti della sbiadita redistribuzione sociale della richezza, (quella possibile nel contesto del modo di produzione capitalistico), dall’interventismo paternalistico dello  Stato che elargisce privilegi, ai quali si accede in via discrezionale per meriti di lealtà nei riguardi del potere politico. Victoria de Grazia ci istruisce dettagliatamente sul fatto che lo Stato “sociale” fascista fosse del secondo tipo, che servizi e sussidi fossero clientelari e venissero so ministrati in modo tale da mettere in competizione coloro che versavano nelle medesime condizioni di bisogno, per prevenire la formazione di un potenziale blocco di opposizione. Nonostante questo, l’Autrice trova comunque convincente collocare fra le ambivalenze anche quella del potere ultrareazionario dalle prerogative modernizzanti, finendo per trovarsi anche qui in compagnia del revisionismo storico.

Saremo forse perdonate per il nostro semplicismo se nelle tante antinomie enucleate da De Grazia individuiamo più un disegno coerente di dominio di classe e di sesso che contraddizioni plateali.

In conclusione del suo lavoro De Grazia allude brevemente al «masochismo forma di adattamento a una vita insoddisfacente e limitata. Una delle strategie per convincersi che i vincoli sono opportunità» (27). Questo garbato riferimento ci lascia nel dubbio: ci troviamo di  [nizio pag. 39] fronte all’ennesima intrigante ambivalenza o De Grazia ade­risce all’interpretazione di ascendenza reichiana del consenso femminile al fascismo, avanzata nel 1976 da Maria Antonietta Macciocchi ne «La donna nera»?

 

6. Nuove destre e omosessualità

Le destre sanno nominare l’omosessualità e l’additano pubblicamente come devianza e pericolo sociale.

Annotiamo per inciso che anche le destre presentano, impedimento a riferirsi apertamente al lesbismo, preferendo stigmatizzare una neutra omosessualità. C’è chi pensa che questo dipenda dalla cultura sessuale fallocratica, la quale combatte la perversione ma, non ravvisando sessualità alcuna in assenza del pene, non si scaglia contro il lesbismo. È probabilmente vero che ogni maschio pensa che la le­sbica possa essere convertita, o quanto meno smentita, dato che essa è stuprabile. Non così per un gay che non altret­tanto facilmente può essere costretto a fornire prestazioni di sessualità maschile normale. Insieme alle precedenti e molto ragionevoli argomentazioni, vorremmo avanzare anche il concorso di un altro fattore: quello del silenzio sul lesbismo finalizzato ad occultare il fenomeno stesso, come se del lesbismo si paventasse la diffusione attraverso la semplice ammissione di esistenza.

L’8 febbraio 1994 il Parlamento Europeo approvava una risoluzione «sulla parità dei diritti degli omosessuali nella Comunità» che invitava gli Stati membri a «vietare in tutti i settori ogni discriminazione basata sull’orientamento ses­suale» (28), dalle prestazioni sociali ai diritti di adozione e di successione, dal diritto penale alla sicurezza del posto di lavoro, dalla promozione culturale dell’associazionismo alla libertà di opinione e di stampa. Benché la risoluzione riconoscesse diritti a individui, coppie, comunità, associa­zioni, le destre italiane con un considerevole appoggio cle­ricale si sono mobilitate soprattutto contro l’accoglimento giuridico delle «unioni contro natura, i matrimoni omo­sessuali» (29). Sono nati i Comitati di Difesa dell’Ordine Familiare Naturale e Cristiano, che vantano la raccolta di 70.000 firme contro quella che giudicano la promozione di un vizio, rivendicato da «una minoranza spudorata e arrogante» (30). Fra le personalità che hanno aderito all’appello troviamo citati fra gli altri Fini, Fiori, Poli Bortone di AN, La Loggia di FI, Michelini candidato sconfitto alla Presidenza della Regione Lazio, i vescovi di Belluno e Trieste, alti prelati ed esponenti della nobiltà nera. Rober­to de Mattei, presidente del Circolo Culturale Lepanto che ha pubblicato nel gennaio 1995 un opuscolo di Fabio Bernabei su «Chiesa e omosessualità – le ragioni di un immutabile condanna», esplicita in un intervento di combat­tere «non la pratica privata del vizio omosessuale, peraltro abominevole, ma la sua tutela giuridica e la sua promozio­ne pubblica» (31). Il professore evidenzia che «c’è diffe­renza tra la pratica dell’omosessualità e la sua teorizzazione, tra il fatto omosessuale e la cultura omosessuale» (32).

Ci spiace constatare che è proprio davanti a tanta e tale concitazione, legittimata da politici di rilievo, che si deve registrare l’assenza di dibattito e di iniziativa del movimento delle donne, e l’afasia della sinistra che non l dà rilevanza strategica alle rituali affermazioni del diritto alla libertà individuale e che per questione morale intende solitamente l’allontanamento dei funzionari dalle più vicine casse.

Agghiacciante appare la coincidenza dell’indicazione che ci viene da tutte le parti politiche di mantenere privato e non tradurre politicamente il nostro orientamento ses­suale.

De Mattei aggiunge lucidamente che a guidarlo non è la ripulsa emotiva, che pure prova, ma una valutazione politica: «l’omosessualismo (movimento omosessuale ndr) svolge un ruolo di destabilizzazione morale analogo a quello svolto dal femminismo agli inizi degli anni ’70, negando in radice la legge morale e l’ordine naturale» (33). Prendiamo atto che la destra non individua più nel femminismo tale pericolo. Per quel che ci riguarda, noi ammettiamo di negare l’ordine morale che consiste nei bordelli, negli stupri, nell’assassinio continuato delle donne, nello sfruttamento maschile del lavoro femminile, nella sottrazione della prole alle madri, nell’«innaturale tabù contro il toccarsi delle donne» (34).

Gli opuscoli dei Comitati allertano i cattolici contro il relativismo, che condurrebbe i giovani a «considerare l’omosessualità come innocua scelta fra le altre»: «nella mancanza di distinzione fra i sessi si vedrebbero scom­parire i fondamenti perenni dell’ordine familiare e cri­stiano» (35).

Nel già citato «Chiesa e omosessualità…» il già citato De Mattei parla di “vizio obbrobrioso”, di “crimine ne­fando”, di “delitto che assume paradossalmente carattere di diritto” (36) e adduce svariate citazioni, bibliche e neotestamentarie, della Patristica e dei filosofi cristiani, dei papi fino a Woytila compreso, che confermano un acutissimo timore di contagio omosessuale. Ma vi riman­diamo a una lettura integrale.

Nella nostra breve cronologia sugli eventi in tema di “nuove destre e omosessualità” collochiamo la squallida provocazione dell’Ordine dei Medici che, prima in una direttiva e poi nel nuovo Codice Deontologico, ha istitu­ito nel corso del 1995 l’esclusione delle omosessuali e delle singles dall’accesso alle TRA.

Nel documento del Virginia Woolf B, redatto anche in seguito a questo avvenimento, “la prima parola e l’ulti­ma” abbiamo potuto leggere e condividere che «le donne rispondono del loro corpo solo al profondo della propria coscienza e a coloro che amano». Ma “coloro” è un neu­tro, come viene letto? La ricorrente formula sessuata qui non viene usata. È scontata? E un salvagente?

Le destre stanno facendo molto per la visibilità omo­sessuale: non possiamo non menzionare il Consiglio Co­munale di Verona che nel luglio ’95 (è stato un anno denso) nei suoi atti ufficiali ha equiparato omosessualità, alcolismo e tossicodipendenza. Molti consiglieri si sono abbandonati ad eccessi verbali sintomatici dell’attualità della discriminazione e della possibilità della persecu­zione. Risparmiamo di citare affermazioni ampiamente riprodotte sulla stampa nazionale, ma, per inciso,diciamo che non ci risultano prese di posizione delle filosofe ve­ronesi di Diotima.

L’obiettivo minimo della destre è impedire l’attivismo omosessuale. Ma qual è la differenza tra lesbismo e atti­vismo lesbico? È quella che passa tra un comportamento  [inizio pag. 40]  e la sua traduzione politica, che evidentemente risulta più temuta della mera fattualità. Si possono dare molteplici traduzioni politiche del fatto lesbico, da un minimo di richiesta di diritti di piena cittadinanza, a un massimo di offensiva contro l’ordine dei sessi, con tante varianti in­termedie: tutte implicano una operosità culturale, econo­mica e la visibilità. Le destre, tanto per non sbagliare, si scagliano contro tutte le traduzioni politiche dell’omo­sessualità, avvertendole, senza esclusioni, come dirompenti. Agitando il programma della ricristianizza­zione, le destre si attivano per inibire la propagazione di stili di vita femminili eroticamente indipendenti dall’uo­mo, ma anche contro modelli anticonformisti di condotta maschile.

Alcune donne ci chiedono pubblicamente: «che effi­cacia ha dirsi lesbica?». E una domanda sbalorditiva ma legittima, perché concordiamo sul fare solo le cose che possano essere efficaci. Non sapremmo sostenere la fatica dell’esporci come lesbiche se non ci fossimo interrogate sul senso della visibilità e se non avessimo trovato ragioni insopprimibili in suo favore.

L’efficacia del dirsi lesbiche consiste nel rendere ineludibile per il contesto che “sebben che siamo donne” non siamo compagne degli uomini, mentre siamo com­pagne delle donne. Il nominarsi invalida l’automatismo dell’eterosessualità. Oltre a questo, abbiamo capito che il non dirsi di una lesbica è un’obbedienza al comando maschile che vorrebbe indurci alla vergogna del nostro amore per la libertà: è un perverso meccanismo che ritorce le colpe contro di noi e distrae dalle assurdità del patria1 caco. Semplicemente noi non prendiamo lezioni dagli adoratori della violenza. Ci onoriamo di essere loro invise.

Molte ci obiettano di considerare sacro l’amore per una donna e di non volerlo offrire a chi lo offende e lo degrada. Rispondiamo che il porsi come lesbica non dice nulla dei nostri sentimenti ma solo attesta che non ci sen­tiamo affatto degradate e che non siamo più ricattabili attraverso quest’arma.

Non proviamo vergogna ma sollievo per il nostro disamore nei confronti dei dissipatori della vita delle donne e siamo più forti quando sappiamo dirlo.

 

7. Contro la complementarità

La pretesa universalità dell’eterosessualità si fonda sull’altrettanto pretesa complementarità: «il femminismo latino vedeva la differenza come complementarità e col­laborazione fra uomini e donne, mentre i maschi del fa­scismo la intendevano come gerarchia sessuale e subordinazione femminile» (37). Le destre attuali rinno­vano l’ideologia della complementarità fra i sessi: è at­tualmente in discussione un progetto di legge regionale per la promozione della famiglia in Lombardia (38), di cui è cofirmatario Roberto Formigoni, che è una prova generale per la ristrutturazione dei rapporti fra i sessi. L’articolato è introdotto da considerazioni dalle rilevan­tissime implicazioni politiche e quella che qui ci interes­sa enuncia l’intento di «superare una concezione diffusa della sessualità, ridotta alle tematiche dei rapporti ses­suali, e proporre una definizione legata alla maturazione affettiva che avviene in una relazione complementare fra i sessi» (39). La proposta di legge intende sostenere con incentivi economici (taluni di mussoliniana memoria) le famiglie, purché fondate sul matrimonio. Nel caso dell’assegnazione degli alloggi, la proposta contempla anche le famiglie di fatto «purché costituite su stabili legami — socialmente assunti da almeno 3 anni — di convivenza eterosessuale (40). Come si vede l’omosessualità sta diventando oggetto di legislazione discriminatoria.

La pericolosità dell’iniziativa formigoniana è estremamente alta perché si tratta di una proposta organica che monetizza l’allontanamento delle donne dal mercato del lavoro, quando sia motivato dalla scelta di accudire anziani o malati in casa, rinunciando all’ospedalizzazione; perché intende diminuire la disoccupazione espellendo forza-lavoro femminile; perché vuole abbattere la spesa sociale addossando i costi dei servizi alle casalinghe; pep ché apre spazi di intervento al capitale, privo di impiego redditizio, nel settore dei servizi stessi, attraverso il capzioso principio della sussidiarietà. Secondo questo principio lo Stato deve intervenire solo laddove non possa farlo l’iniziativa degli individui, pena il soffocamento illiberale della vita associata (il riferimento è al comunismo), mentre deve ritirarsi se la società —leggi: impresa — è in grado di predisporre da sé i servizi necessari. Spudoratamente la proposta introduce la nuova accezione di «funzione pubblica come attività svolta nell’interesse generale o del popolo … il nostro progetto di legge rifiuta questa equazione: funzione pubblica = ente pubblico gestore» (41). Dunque per costoro le cliniche private sono un servizio pubblico.

Questa famiglia risponde obiettivamente ai bisogni del capitale e si sa che «il cuore della borghesia batte nei forzieri», tuttavia non è il caso di attestarsi alla valutazione economicistica della questione. Nel progetto si fa balenare una promettente contropartita di potere sessuale per i maschi che perdono potere d’acquisto e di partecipazione democratica. Si profila un nuovo patto sociale fra maschi, un nuovo blocco di consenso, consumato sul sacrificio delle donne.

Tornando da scuola in treno, vedevo tutti i giorni un murale: un’asola aperta, amorfa se non per l’apertura, con sotto la scritta “vagine libere”. Ogni volta guardavo dall’altra parte, ma come si vede è un graffito nella mia memoria.

«Uomini di tutte le classi non sono insensibili all’offerta di un aumento del loro potere sulle donne, in cambio dei loro sacrifici come lavoratori» (42).

La nozione di complementarità svolge un ruolo cruciale nell’intero impianto della proposta di legge ed è un paradigma dell’ordine eterosessuale. Complementari sono le differenziate parti di un intero, che trovano senso nel realizzare l’intero stesso, vincolandosi l’un l’altra. Se i due sessi sono complementari allora traggono compiutezza dal relazionarsi reciprocamente, in maniera necessaria e mantenendo la differenziazione, ovvero non confondendosi. In questo caso porsi fuori dalla reciprocità è illegittimo e insensato. Secondo Monique Wittig «tutti gli oppressi conoscono questo potere ed hanno a che fare con esso. E quello che dice “tu non hai il diritto di parlare”» … «la società eterosessuale è basata sulla necessità del differente/Altro. [inizio  pag. 41]  Non può funzionare economicamente, simbolicamente, politicamente, senza questo concetto […] ma che cos’è il differente/Altro se non il dominato? […] La funzione della differenza è mascherare ad ogni livello i conflitti di interesse» (43).

La complementarità è un dogma dell’eterosessismo, decostruendola ci sciogliamo da un obbligo. La stessa coimplicazione di femmina e maschio nella riproduzione è tutt’altro che complementarità, visto che il processo generativo è tutto ad opera del corpo femminile, mentre maschile è il contributo, necessario ma esterno alla vicenda. E giusto parlare di cooperazione, di interdipendenza nella disparità delle funzioni, ma non è lo stesso che complementarità perché quella si può negoziare e modificare, mentre questa no.

Lavorando a questo Quaderno, ci siamo chieste se avessimo della proposte da avanzare alle donne dei «Quaderni Viola» che hanno voluto discutere con noi di politica: una proposta è certamente quella di concorrere alla liquidazione della complementarità, che è la vecchia arma degli imbonitori che distolgono dalla lotta, predicando l’armonia e negando gli antagonismi.

L’obbligo all’eterosessualità è di intralcio nei rapporti fra donne.

«Poiché noi parliamo, lasciateci dire che rompiamo il contratto eterosessuale. Così, questo è ciò che dicono le lesbiche in questo Paese e in molti altri, se non con le teorie, almeno attraverso la loro pratica sociale, le cui ripercussioni sulla cultura e sulla società eterosessuale sono ancora imprevedibili» (44).

 

8. Prospettive in un esempio francese

In Francia la destra è al governo mentre l’estrema destra, antisemita, razzista, nazionalista è una forza di massa e non è impegnata in alcuna rifondazione democratica.

Le lesbiche francesi sono impegnate contro il pericolo fascista, sia con l’iniziativa autonoma, sia in collegamento con il movimento femminista e con quello gay.

I materiali lesbici disponibili sull’estrema destra danno l’idea di un lavoro di ricerca e di elaborazione approfondito e continuativo: i programmi e le attività dei neofascisti sono stati studiati a fondo, tanto dal punto di vista teorico che propriamente politico.

Fra i principali nodi affrontati troviamo:

– la concezione dello Stato come garante di un ordine morale fondato sull’ordine naturale, la riproposizione della società dei valori e l’individuazione della famiglia come antidoto alla disgregazione della comunità e della tradizione (lo stesso Fronte Nazionale di Le Pen è costruito come un partito-famiglia) (45);

– la centralità delle affermazioni identitarie che giustificano l’odio nei confronti degli immigrati, i quali sono a tutt’oggi il bersaglio manifesto preferito dell’estrema destra. (46);

– l’uso abbondante di metafore sessuali nei discorsi dei leaders dell’estrema destra (47);

– il caratteristico metodo di addossare le responsabilità di tutti i mali alla democrazia, per proporne la soppressione e scongiurare la decadenza incombente. Tutte le forme di intolleranza e di eversione trovano in questa chiave una legittimazione. (48);

– la considerazione dell’omosessualità come anomalia biologica e sociale, e l’esplicito programma di impedirne l’attivismo e la visibilità. (49);

– il tentativo delle destre, moderate ed estreme, di accattivarsi le simpatie delle donne attraverso l’insistente richiesta di aumento delle pene per gli stupratori, identificati con gli immigrati; attraverso l’esaltazione di immagini femminili, rese compatibili con la visione del mondo fascista, dalla Vergine Maria a Giovanna d’Arco; o ancora con la promozione dell’impegno politico femminile, inteso come prolungamento di quello privato di madre ed educatrice (50);

– il militantismo femminile di estrema destra e il suo inquadramento satellite rispetto alle omologhe oganizzazioni maschili. Si sono evidenziate diverse tipologie di donna tradizionalista impegnata: dalla integralista cattolica alla nazionalista radicale, dalla aderente per fini specifici (tipo pena di morte…) alla coerente sostenitrice del FN. (51).

Il gruppo CHLAF, Comitato Omosessuale e Lesbico Antifascista, si batte contro gruppuscoli gay che teorizzano un’omosessualità misogina, guerriera e razzi-sta, sottolineando come questi inducano nel senso comune l’identificazione del gay con il collaborazionista e della lesbica con la sadica (52).

«Elles sont pour» un raggruppamento di associazioni femministe, nei suoi volantini chiama ad aderire alle manifestazioni contro FN in nome di «solidarietà e uguaglianza di diritti, contro la messa in discussione dei diritti e delle libertà delle donne e delle/degli omosessualiî», e si dice collegato «con numerose altre associazioni e or-ganizzazioni antirazziste, sindacali, politiche» (53).

A leggere il reciproco riferirsi di gay, lesbiche e femministe eterosessuali si direbbe che il settarismo non paralizzi l’azione politica.

Le lesbiche che si occupano del fenomeno-destra sollecitano un dibattito collettivo, il cui obiettivo concreto è di contribuire ad impedire la avanzata del fascismo. Contestualmente alla riflessione interna alla comunità lesbica (54), ci si preoccupa di organizzarsi con altri soggetti antifascisti, salvaguardando la riconoscibilità e l’originalità del contributo lesbico nel blocco di forze che si oppone alla deriva totalitaria. Il tono dei documenti e dei volantini è quello di lesbiche che si rivolgono alle donne, cercando di farsi capire e di stabilire una comunicazione: «l’ascesa dell’estrema destra costituisce una minaccia per i diritti essenziali acquisiti dalle donne, il diritto all’autonomia, il diritto al lavoro, il diritto alla scelta di vita (lesbismo), il diritto di avere o meno dei bambini (contraccezione e aborto)» (55).

Si raccolgono firme, si lanciano petizioni, si cercano contatti internazionali.

In questo modo, a mio parere, si fa una politica lesbica che interagisce davvero con il contesto, ritrovando il senso della realtà e recuperando la consapevolezza del fatto che l’evoluzione del conflitto dipende da ciò che anche noi mettiamo in campo.

In Italia, mentre il 3 giugno sembra orfano, fra donne e fra lesbiche spesso discutiamo, ma è probabilmente l’organizzazione il nodo del presente. [inizio  pag. 42]

——

NOTE

(1) Caravaggi, Natoli, Giudici, Papanti Pelletier , Lorini, Sarcina «Le donne e il diritto. Dall’incapacità giuridica al nuovo Diritto di famiglia» Ed. Sindacale Italiana 1976 p.93.

(2) Adrienne Rich «Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica» sta in Nuova DWF 23-24 .1985 p.17.

(3) Victoria de Grazia «Le donne nel regime fascista» Marsilio 1993 pp. 233-235.

(4) Claudie Lesselier dattiloscritto dell’intervento reso agli «Stati Generali per il diritto alla contraccezione e all’aborto» – Parigi 1992.

(5) Convegno “Teorie del femminismo made in USA” Bologna, 26/27/28 nov. 1992 a cura del Centro Documentazione delle Donne.

(6) Cfr George Mosse «La nazionalizzazione delle masse» Il Mulino 1975 e «L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste» Laterza 1982.

(7) V. De Grazia op. cit. p.109.

(8) ibidem p.108.

(9) ibidem p. 181.X

(10) Cutrufelli, Doni, Gianini Belotti, Lilli, Maraini, Di S.Marzano, Serri, Valentini «Piccole Italiane. Un raggiro durato vent’anni» Anabasi 1994 p. 14; 85; 101; 123.

(11) P. Araldi «La politica demografica di Mussolini» 1929; G. Gentile «La donna e il fanciullo» 1934; F. Loffredo «La politica della famiglia» 1938; N.Pende «Femminilità e cultura femminile» 1941.

(12) Giudici e altre «Le donne e il diritto…» op. cit. pp.110-113.

(13) De Grazia op. cit. pp.46-53 e oltre.

(14) Luisa Muraro «Oltre l’uguaglianza» sta in Diotima <<Oltre l’uguaglianza» Liguori 1995 p.116.

(15) Mi riferisco al tono generale del dibattito che ha preparato la giornata del 3 giugno ’95 e, in particolare, agli interventi emessi nel corso dell’assemblea milanese del 17 maggio e personalmente patiti.

(16) Coord. Nazionale Donne di Scienza «Bioetica sì no: perché? Centro Doc. Donne di Bologna 1992 p.92 . La sottolineatura è mia.

(17) De Grazia op. cit. pp. 317-322 ; Daniela Danna «Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore fra donne» Mondadori 1994 cap.Vl «Prima del buio». Rita Thalmann, che si è occupata di storia delle donne nel Terzo Reich, nel seminario «Limites-Frontières» (Parigi 10-05-85) ha riproposto lo studio del processo che portò le organizzazioni delle donne, nel periodo weimariano, a reagire alla crescita della ostilità antifemminista con l’emarginazione delle radicali, con il rigetto del lesbismo e con l’esaltazione del tema della specificità femminile, il quale sarebbe stato poi manipolato dai nazisti.

(18) De Grazia op. cit. p.171. Non è chiaro cosa intenda l’Autrice quando afferma che «non esisteva in Italia né nella finzio-ne, né tantomeno nella realtà l’equivalente di Monica Lerbier , l’eroina dell’indipendenza» (la protagonista de «La gargonne» ndr) ivi.

(19) De Grazia op. cit. p.293.

(20) ibidem p. 321.

(21) Citato da Annette Runte «Allemagne: confrontation à I’histoire», articolo del Dossier sull’estrema destra e le donne, curato dai «Cahiers du feminisme» n. 54 .1990.

(22) Legendaria genn. febb. 1995 pp.3-13.

(23) ibidem p. 5.

(24) Citato da Paola di Cori «Donne di destra: approcci storiografici del femminismo» sta in Democrazia e diritto 1,1994 pp. 325-340.

(25) Pirkko Peltonen «Irene, Titti e le altre. Conversazioni con le nuove protagoniste della politica italiana» La Luna 1995 p.85.

(26) ibidem p.41 sottolineatura mia: Isabella Rauti ritiene che il femminismo sia venuto a più miti consigli rispetto a quando si attardava sull’antagonismo fra i sessi.

(27) De Grazia op. cit. p.337.

(28) punto 9 della risoluzione A3-0028/ 94 relatrice On. Claudia Roth.

(29) Famiglia- domani flash, mensile dell’associa Famiglia Domani, anno VII ott.nov. 1994.

(30) Testo della Petizione inviata dai Comitati… al I del Consiglio e al Presidente del Parlamento Europeo contro la legalizzazione delle “famiglie omosessuali” e per «la difesa dell’identità naturale e cristiana della nostra Nazione e della Civiltà  Occidentale».

(31) Dichiarazione resa alla conferenza-stampa dei Comitati… il 20 gennaio 1995 a Roma.

(32) ibidem.

(33) ibidem.

(34) Mary Daly «Pirata negli anni Novanta. Il viaggio di una filosofa femminista radicale» sta in «Un posto per noi. Atti e misfatti della prima settimana lesbica» 1992 p.65.

(35) Famiglia-domani flash cit.

(36) Op. cit. pp.5-30.

(37) De Grazia op.cit. p.315.

(38) Regione Lombardia – Proposta di legge 0056, il 27 luglio 1995, su iniziativa di consiglieri CDU.

(39) Legge 0056 cit. La citazione è tratta dalla introduttiva. La sottolineatura è mia.

(40) ibidem.

(41) ibidem.

(42) Volantone verde «Separatismo lesbico nel presente di destra» Officina lesbica- Bologna nov.1994.

(43) Monique Wittig «The straight mind» sta in Bollettino del CLI – febbraio 1990 pp.5-14.

(44) ibidem.

(45) Birgitta Orfali «Le FN ou le parti-famille» sta in Esprit n.5.1990 pp.15-21.

(46) Francoise Paul-Lévy «Le Pen: attention danger!>> sta in  Les Temps Modernes n. 475.1986 pp.147-152.

(47) Myriam Lallemand «La métaphore sexuelle dans le discours de J.M.Le Pen» sta in Celsius n. 42.43. 1991

(48) Patrick Tort «Sur les ressorts psycho-sociologiques et réthoriques du fascisme dans le discours sanitaire>> Sta in: Sida’venture Ed. Syllepse 1989.

(49) Oriane Mericour e Altre «Dossier: l’extreme droite et les femmes» sta in Cahiers du feminisme n. 54.1990

(50) Claudie Lesselier «Les Integristes catholiques et les femmes» sta in Les Cahiers d’Article 31, n.1.1990

(51) Gaëlle Erdenet «Une autre manière d’être féministe?>> sta in M, Mensuel, Marxisme, Mouvement n. 53. 1992

(52) CHLAF «Fascistes et homosexuels. Le cas Gaie France>> 24 p. autoproduzione 1987.

(53) Elles sont pour «Le FN c’est…» 1992 volantino 8 cité Prost, 75011 Parigi.

(54) Claudie Lesselier «L’extrème droite: ça fait male>> sta in Archives, Recherches et Cultures Lesbiennes n.7. 1988 pp.25-32; Noëlle Bisseret-Moreau «De la decadence de la race au viellissement de la population» sta in Les Temps Modernes n. 529-530. 1990; Rita Thalmann «La tentation nationaliste>> Ed. Tierce 1990 237 p.; Colette Capitan e Colette Guillaumin «L’ordre et le sexe: discours de gauche, discours de droite>> sta in Futur Anterieur n.9. 1992.

(55) MIEL, Mouvement d’information et d’expresion des lesbiennes «Racisme, sexisme, homophobie» 1987 volantino, 8 cité Prost, 75011 Parigi; Lesbienne Offensives «Racisme=Sexisme=Homophobie» 1992 volantino

 


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