2004, Rosanna Fiocchetto – Fenomenologia e pratica della rabbia: Amazzoni di ieri e di oggi

image_pdfSalvaimage_printStampa

Rosanna Fiocchetto, 2004. «Fenomenologia e pratica della rabbia: Amazzoni di ieri e di oggi», intervento al 4° Convegno internazionale di Studi lesbici “Furore e giubilo”, 9-12 aprile 2004, Bagdam Espace lesbien – Toulouse.

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]NOTE LESWIKI: Testo originale sul sito dell’associazione Fuoricampo[/div]


Quali Amazzoni?

Quando dico “Amazzone”, non mi riferisco alla figura dell’Amazzone come costruzione mitica maschile, come stereotipo patriarcale.

Questo stereotipo ha un doppio aspetto. Il primo aspetto è l’immagine diffusa dai padri della storiadilui, da Erodoto a Diodoro Siculo (1). Il loro racconto delle Amazzonomachie, le guerre patriarcali contro le Amazzoni, copre un periodo di circa cinquemila anni e sviluppa il cliché delle guerriere sanguinarie e dominatrici, che utilizzano sessualmente gli uomini e poi li soggiogano o li uccidono, bramose di potere, conquistatrici. Questa immagine ha attraversato i secoli come un sex symbol sadomasochista, è dilagata sugli schermi cinematografici e televisivi, poi sugli schermi di Internet: è funzionale alle fantasie eterosessuali e al loro intreccio ripetitivo di dominio e sottomissione.

Nel secondo aspetto, l’Amazzone sconfitta nella sua indipendenza lega il suo destino a quello dei nuovi padroni. Diventa una suddita armata al servizio dei padri e dei fratelli. Da Athena a Giovanna d’Arco, dalle guerriere del Dahomey (2) alla scorta tutta femminile del dittatore libico Gheddafi, viene arruolata nelle imprese militari e politiche maschili. Abbandona la magia misterica della labrys, la doppia ascia lunare (3), per le armi falliche.

Vi propongo, invece, un incontro ravvicinato con un terzo tipo di Amazzone. La sua esistenza/resistenza e la sua lotta costituiscono una vera minaccia all’ordine patriarcale e fratriarcale (4). Questa Amazzone del terzo tipo demolisce completamente il concetto del mondo che ha prevalso in cinquemila anni di sperma (5). Questa Amazzone non viene descritta, ma descrive; non si unisce ai colonizzatori, ma se ne separa. Questa Amazzone si unisce ad altre Amazzoni, crea comunità di donne, è animata da un movimento ontologico partenogenetico. La fonte della sua forza è la rabbia vulcanica che può sprigionare, che può liberare dalla prigione dell’addomesticamento senza paura dell’eccesso, dichiarando se stessa “infedele alla civiltà” (6). Le sue magiche grida di battaglia hanno il potere di paralizzare i nemici. Questa Amazzone vive dentro ognuna di noi. E sta a noi evocarla e risvegliarla.

Rabbia e separatismo

Dunque, la rabbia. Gli uomini hanno un sacro terrore della rabbia delle donne, e per questo cercano di indurci a reprimerla e a soffocarla, con strumenti che vanno dall’educazione all’intimidazione. I miti che stanno alle fondamenta della cultura patriarcale occidentale manifestano chiaramente questo terrore in molte rappresentazioni simboliche: le Erinni (dal greco “le furiose”), chiamate anche Furie, Dirae (in latino “le maledicenti”), Maniae (“le folli”), Praxidikae (“le persecutrici”); le Gorgoni, le Graie, le Arpie, la Nemesis. Le Erinni erano emanazioni della triplice dea nel suo aspetto di giustiziera e di vendicatrice, la Dike (“la Giusta”, che oggi potremmo pronunciare Dyke…). Guidate dalla dea Necessità, Ananke, esse avevano la capacità di maledire e di perseguitare chi si era reso colpevole di violazione dell’originario diritto matriarcale; iniettavano un veleno spirituale che i greci chiamavano miasma e che spingeva all’autodistruzione. Venivano raffigurate con occhi iniettati di sangue, capelli di serpenti, ali di pipistrello, talvolta con teste di cagne; spesso brandivano torce, fruste o rettili, e in qualche caso collaboravano con le Arpie. Tale era il terrore che le Erinni incutevano ai greci, che essi cercarono di blandirle e di esorcizzarle evitando di chiamarle con il loro nome, al quale sostituivano vari eufemismi: le Semnai (“le venerabili”), le Potniae (“le splendide”), le Eumenidi (“le benevole”). Le Gorgoni in origine erano una tribù di Amazzoni nordafricane, più tardi “mitificate” e ridotte a tre sorelle nel mondo greco. La rappresentazione di una di esse, la Medusa anguicrinita, è un simbolo del potere femminile presente in tutto il Mediterraneo, nel mondo etrusco, e fino alle steppe russe; rimane incisa sullo scudo della dea greca Athena e della Minerva romana. E’ una rappresentazione connessa al culto africano della Dea Serpente. Le sue sacerdotesse, le Pizie nere, davano oracoli vestite di pelli di pitone e brandendo serpenti e doppie asce, un tema poi diffuso nell’età del Bronzo a Creta e in tutto il mar Egeo.

C’è un elemento fondamentale che va sottolineato: queste donne tremende agiscono insieme, in trinità, in gruppo, in tribù. Sono così minacciose, così spaventose, perchè, come ha osservato Adrienne Rich, “il legame tra donne è la forza più temuta, più problematica, la forza col più alto potenziale di trasformazione del nostro pianeta” (7). Non a caso la cultura lesbica e femminista radicale che si è sviluppata a partire dal 1970 si è identificata proprio in questi archetipi, archetipi negativi da un punto di vista patriarcale. Questa controcultura ha reso pubblicamente visibile l’equazione “rabbia = separatismo” nel nome dei suoi gruppi e delle sue iniziative, come “The Furies Collective” di Washington, “Le Nemesiache” a Napoli, “The Gorgons” di Seattle, le pubblicazioni “Dykes and Gorgons”, “The Amazon Analysis”, “Amazones d’hier, lesbiennes d’aujourd’hui”, “Labrys” e molte altre, per non parlare dei tanti bar e librerie intitolati ad Artemide o a Lilith (8). “Noi siamo i miti. Noi siamo le Amazzoni, le Furie, le streghe… Noi siamo già state noi stesse”, ha scritto Robin Morgan (9).

Il tema della rabbia, vissuto esplosivamente da un’Amazzone solitaria come Valerie Solanas nel suo “SCUM” del 1967 e nell’attentato ad Andy Warhol, è stato presente come arma politica vitale sin dai primi “manifesti” del movimento lesbico femminista. Le “Radicalesbians” nordamericane aprivano così “The Woman Identified Woman”, la loro dichiarazione di lotta del 1970: “Una lesbica è la rabbia di tutte le donne condensata fino al punto di esplodere”. E il documento di nascita del collettivo “The Furies”, nel 1972, si concludeva con questa affermazione: “Per le donne cinesi i cui piedi sono stati legati e storpiati; per le Ibibos dell’Africa la cui clitoride è stata mutilata; per ogni donna che è stata stuprata fisicamente, economicamente, psicologicamente, noi prendiamo il nome delle Furie, dee della vendetta e protettrici delle donne”. (10)

Fenomenologia della rabbia nella teoria lesbica

Il fatto che l’espressione della rabbia rappresenti un vero e proprio tabù individuale e sociale per la maggior parte delle donne, e che essa sia un “interdetto di pensiero” (11), ha spinto parecchie scrittrici, filosofe e studiose lesbiche ad analizzare la sua fenomenologia e la sua pratica personale e politica. Marilyn Frye ha osservato che l’uso della rabbia viene permesso alle donne solo in difesa degli altri, non in propria difesa, e che “espandere il raggio della propria rabbia intelligibile significa cambiare il proprio posto nell’universo”; per noi, dunque, “la rabbia può essere uno strumento di cartografia” (12). La poeta Audre Lorde si presentava in questo modo: “Sì, sono Nera e Lesbica, e ciò che sentite nella mia voce è furia, non sofferenza” (13). Lorde, nelle bellissime “Poems for Women in Rage” (14) e in alcune conferenze, ha evidenziato il potenziale rivoluzionario della rabbia nei confronti di un contesto sessista, razzista ed eterosociale. Ha anche messo a fuoco gli effetti della sua repressione nel rapporto tra donne: “La rabbia che sentiamo illecita o ingiustificata viene tenuta segreta, senza nome, e preservata per sempre. Siamo piene di furie, contro noi stesse, le une contro le altre…”(15). Quindi, sosteneva Lorde, dobbiamo imparare a “orchestrare le furie” perchè non ci dividano, a indirizzare con precisione contro le oppressioni personali e istituzionali questo “arsenale ben immagazzinato” che sta dentro di noi come un congegno inesploso, perchè esso, tradotto in azione, “può diventare una potente fonte di energia funzionale al cambiamento”. Si tratta di un atto di chiarificazione liberatorio e corroborante, a proposito del quale Lorde affermava: “Ogni discussione tra donne deve includere il riconoscimento e l’uso della rabbia. Questa discussione deve essere diretta e creativa perchè è cruciale (…) La mia reazione al razzismo è la rabbia. Ho vissuto con questa rabbia per la maggior parte della mia vita, ignorandola, nutrendomi di essa, imparando ad usarla prima che essa devastasse le mie visioni. Una volta lo facevo in silenzio, timorosa della responsabilità. La mia paura della rabbia non mi ha insegnato nulla. La vostra paura di questa rabbia non insegnerà nulla neanche a voi” (16). La teologa e filosofa Mary Daly vede nella rabbia una manifestazione non solo immanente, ma anche trascendente: è “la furia del nostro proprio genere contro i padrini che hanno bruciato le nostre antenate come streghe durante il cosiddetto ‘rinascimento'”, una rivolta creativa in cui diventiamo “sorelle pirotecniche che costruiscono il fuoco nutrito dalla furia” (17). Per Daly la rabbia è un’esplosione di “ginergia”, di energia femminile, che ci consente di uscire dallo Stato di Depressione e di Mummificazione che è lo stato normale nel patriarcato. E’ una metamorfosi attiva che attraversiamo trasformando il nostro modo di pensare, di sentire e di agire, e che ci consente di liberarci dalla pseudovirtù della “victimhood” per acquistare “le Virtù/Vizi Vulcanici di una Virago” (18)

E’ una forza che, rispondendo al richiamo del selvaggio e del non-addomesticato in noi, comporta il risveglio dei sensi e delle emozioni anestetizzate, sguinzaglia la passione. Per significarne l’insorgere e la pratica, Daly inventa le espressioni “pirogenesi” e “piromachia”, e definisce “piromagnetismo” l'”attrazione reciproca di donne-drago che respirano il fuoco”. Chi sono queste “draghe”? Sono le donne che si situano “al di là del compromesso” e vivono “nella tradizione delle Furie, rifiutando di venire indotte a mettere da parte la nostra rabbia per quella mutilazione primordiale che è la separazione ontologica della madre dalla figlia, della figlia dalla madre, della sorella dalla sorella” (19). Anche nella sua opera più recente, “Quintessence”, Mary Daly ribadisce che “la Giusta Rabbia, il sentimento più adatto alla realtà presente”, è un indispensabile carburante creativo per compiere quei ripetuti “atti di Coraggio Oltraggioso” grazie ai quali possiamo realizzare l’utopia, aprendo il circolo vizioso delle recriminazioni, del dolore e della paura in una spirale di speranza (20).

Il ruolo di percezione politica e la natura cognitiva della rabbia sono state analizzate da un’altra filosofa lesbica, Sarah Hoagland, nei termini di giudizio etico: “Quelli che dominano censurano la rabbia delle subordinate per mandare in corto circuito i loro giudizi politici e morali. Questo significa che arrabbiarsi è un modo di sfidare il rapporto dominante/subordinata, e che la rabbia può trasformare la coscienza (…) La rabbia come emozione non è indipendente dalla ragione (…) Capiamo a molti livelli che la rabbia è politica. Insieme con l’amore e il desiderio, è stata la principale fonte di movimento nell’emergere del lesbismo, della prospettiva e dei progetti lesbici (…) Il nostro desiderio lesbico e la rabbia per l’oppressione hanno alimentato ciò che esiste ora come comunità lesbica” (21).

Gloria Anzaldùa, scrittrice chicana patlache (cioè lesbica in lingua Nahuatl), vede così la paralisi storica del furore reattivo delle donne: “Bloccate, immobilizzate, non possiamo muoverci in avanti, non possiamo muoverci all’indietro. Quel movimento contorto da serpente, il movimento stesso della vita, più veloce del lampo, è congelato”. E, nella poesia “Canciòn de la diosa de la noche”, canta: “Sono pazza / ma scelgo questa pazzia../ Avvolta in pelle di pantera/ suono i cimbali che rendono pazze. / Mi libero di nodi e ornamenti, / pronuncio il primo no…/ Indossiamo il mantello piumato / e andiamo alla carica del nostro destino.” (22)

La pratica politica e sociale della rabbia

Il movimento di liberazione delle donne e delle lesbiche ha quindi sempre individuato nella nostra rabbia (mostrificata, criminalizzata, o tabuizzata dagli uomini) un prezioso strumento di coscienza e di ribellione. Non lasciarci espropriare di questo strumento è particolarmente importante oggi, in tempi di patrifratriarcato neoliberista, poichè ci troviamo ancora una volta di fronte, come in un brutto film già visto, ad una situazione in cui è estremamente necessario attivare tutte le nostre capacità di resistenza e di rivolta. La rabbia è contagiosa, come la libertà. Dobbiamo espandere il contagio, senza rassegnarci a una realtà repressiva e depressiva, senza pensare che essa non possa essere cambiata, per quanto improbabile questo possa sembrare: perchè solo quando tentiamo l’assurdo possiamo ottenere l’impossibile.

Le case editrici maschili, soprattutto quelle americane, in questa “età della terapia” hanno ricominciato a pubblicare manuali indirizzati alle donne su come “gestire” e sublimare la rabbia, presentandola come una “emozione distruttiva” da tenere sotto controllo. Ma la nostra vera terapia è accoglierla come una messaggera che porta il desiderio di cambiamento nella nostra vita, come una maestra che ci insegna a identificare i problemi e le responsabilità e a sviluppare la nostra autoprotezione, come un’alleata che mobilita in noi l’energia necessaria a rispondere a una minaccia e a combattere l’ingiustizia personale e sociale. La rabbia è un dono della dea. Ed è tatuata in noi, è inscritta nel nostro corpo.

L’etnologa Victoria Katherine Burbank ha studiato una comunità aborigena australiana, Mangrove, dove le bambine vengono iniziate dalle donne adulte agli atti aggressivi: non come vittime che si difendono, ma come protagoniste di un attacco. Questo tipo di iniziazione dapprima è stato per l’etnologa un vero e proprio “choc culturale”, che contraddiceva il suo stereotipo del “sesso pacifico” che “reagisce” ma non “agisce” l’aggressione. Burbank riferisce che le aborigene parlano spesso di storie di aggressioni e di lotte. Chiamano wungari il vero e proprio combattimento fisico, in cui utilizzano appositi bastoni, i nulla nulla, mentre gula è la parola usata per definire un’aggressione fisica minore, oppure verbale. Le donne agiscono il 61% delle aggressioni che si verificano nella comunità, più frequentemente contro gli uomini e spesso solo per uno sguardo che a loro non piace. Osservando le Mangroviane, Burbank ha notato che “quando le donne prendono l’atteggiamento di chi aggredisce, sperimentano l’aggressione in modo diverso dalle donne che la sperimentano primariamente come vittime”. Aggiunge che in tutti i gruppi sociali il risultato della repressione della rabbia è la cosiddetta “violenza orizzontale” e che, in 317 società umane, nel 91% le donne attaccano altre donne attraverso l’ostracismo, la violenza verbale e l’ostilità, rafforzando così il potere patriarcale. E conclude: “Ciò che ho imparato dalle donne a Mangrove è: le donne possono essere aggressive, e nell’essere aggressive, potenzialmente aumentano se stesse invece di diminuirsi”. (23)

Una lunga storia di arrabbiate: materializzazione di un mito

Storicamente, la rabbia ha nutrito una lunghissima resistenza delle donne alla colonizzazione patriarcale, anche se nelle scuole e nelle università dei colonizzatori non abbiamo certo occasione di conoscerne l’entità, nè di avere un’idea della durata, dell’estensione e delle progressive modificazioni delle civiltà matriarcali E, tra l’altro, continuiamo a parlare di matriarcato e di patriarcato al singolare (anzichè al plurale), come se si trattasse di una transizione rapida e improvvisa, e non di un processo conflittuale che ha assunto varie forme, e che non è ancora concluso. L’archeologa lituana Marija Gimbutas ha dimostrato che, dopo una lunghissima civiltà matriarcale incentrata sul culto della Grande Madre e documentabile almeno dal 30.000 a.C., il patriarcato è stato introdotto nell’antica Europa da due successive ondate di invasori Kurgan, pastori nomadi provenienti dalle steppe asiatiche, a partire dal 4.300 a.C. (24). Tra la prima e la seconda ondata di colonizzazione (3.000 a.C.) vanno collocate le radici del mito delle Amazzoni.

La mitologia e la storia greco-romane sono state elaborate e interpretate da maschi del tutto inattendibili, ma traumatizzati da eventi ancora abbastanza recenti. Attraverso di esse conosciamo più di cento nomi di Amazzoni; sappiamo che fondarono e abitarono città, grandi regioni, isole di sole donne; conosciamo il loro abbigliamento, le loro armi, i loro culti di divinità femminili. E il “mito” ha continuato a materializzarsi. Si è improvvisamente materializzato nel 1542, mentre in Europa si bruciavano le streghe, durante la spedizione esplorativa nell’America del Sud dello spagnolo Francisco de Orellana, messa in fuga da una schiera di guerriere armate di archi che crivellarono di frecce i brigantini dei conquistadores, sbucando dalla foresta lungo quel grande fiume che, per questo, venne chiamato Rio delle Amazzoni. Per inciso, questo episodio è stato descritto dal religioso Gaspar de Carvajal, che accompagnava la spedizione del 1541-2 come cronista e testimone oculare, e che per l’appunto perse un occhio, trafitto da una freccia, durante l’assalto delle Amazzoni.

Il mito si è materializzato nelle ricerche di studiose dapprima isolate e che disponevano di pochi strumenti di confronto, come Helene Diener (25); e poi, dopo il femminismo e lo sviluppo dei “women’s studies”, nel lavoro incrociato e interdisciplinare di archeologhe, storiche, etnologhe. Si è materializzato, allargando la mappa dei territori amazzonici, con i ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni in Turchia, in Russia, in Cina, alla frontiera del Kazakhstan, in Ucraina, in Siberia, che hanno portato alla luce centinaia di tombe di Amazzoni sepolte con le loro armi: la datazione delle tombe copre un periodo che va dall’età del bronzo al primo medioevo (26). Sappiamo che sotto la maschera del mito patriarcale stanno non soltanto Amazzoni guerriere realmente esistite, ma anche comunità di sole donne che hanno vissuto e sopravvissuto sia in un contesto eterosociale, sia al di fuori di questo contesto o prima di esso.

Il lavoro della studiosa tedesca Heide Goettner-Abendroth ci ha offerto preziose informazioni sulle società matriarcali e matrilineari nel corso della storia fino all’età moderna, e su quelle tuttora esistenti, insieme ad un dettagliato studio delle Mosuo cinesi, un popolo matriarcale di quindici milioni di abitanti che miracolosamente è riuscito a sopravvivere in un remoto altopiano dello Yunnan, e che ancora oggi resiste alle pressioni del governo e del turismo (27). Inoltre, da numerosissime ricerche etnologiche e antropologiche su culture locali sono emerse testimonianze rivelatrici.

In Italia, uno dei casi più interessanti per la sua estensione nel tempo è il matriarcato barbaricino in Sardegna (28). E anche sui monti più isolati della Calabria, tra il 1850 e il 1890, vivevano ancora le “sbraie”, una comunità di sole donne che avevano fama di maghe. Un’anziana vedova di un paese vicino, intervistata da un etnologo alla fine dell’Ottocento (29), riferiva un canto locale: “chi fuocu ardenti, femmini ccu fimmini! chi furori!” (che fuoco ardente, donne con donne! che furore!). E raccontava che le “sbraie” erano “forti cumi Lucifero” (forti come Lucifero) e che potevano guarire le malattie delle donne restando a letto con loro per otto giorni. Il liquido emesso dalla “sbraia” in questa occasione risanava l’inferma: “è simenta fuornici sbraiata, è acqua chi sane e chi ristore, è iazzu chi stute lu furori, è fuocu chi l’acqua ti addissicche; biniditta chini l’ha criata, biniditta a’ donna chi la tene” (è seme di sbraia, è acqua che sana e che ristora, è gelo che spegne i furori, è fuoco che l’acqua ti dissecca; benedetta chi l’ha creata, benedetta la donna che ce l’ha).

Ma, tornando al mito delle Amazzoni, esso si è materializzato anche nelle due successive ondate del movimento femminista e lesbico nel XX secolo, e continua a materializzarsi nel nuovo millennio con la nostra vita, con le nostre lotte, ogni volta che NOI ci materializziamo. Nel peggiore dei futuri possibili – un futuro distopico in cui continuasse a prevalere la cancellazione patriarcale – potremmo diventare anche noi, con i nostri concreti e viventi corpi lesbici, un mito immateriale, che altre donne dovranno configurare in realtà, di cui dovranno dimostrare l’esistenza? E si tratterebbe anche per noi di un mito distorto, da decifrare traccia dopo traccia, come quelli delle Amazzoni africane ed euroasiatiche, delle Americhe e delle isole del Pacifico? Come le Amazzoni di ieri, noi Amazzoni di oggi subiamo la sottrazione violenta dell’identità. Molte di noi hanno espresso ed esprimono giustamente la nostra rabbia per questa sottrazione violenta con un’affermazione radicale, rifiutando la visibilità moderata e il camaleontismo dell’integrazione.

Dal furore al giubilo

Nel 2000 un gruppo internazionale di scienziati, esperti in paleogenetica, ha dimostrato che il cromosoma femminile X si è definito in Africa 143.000 anni fa, mentre il cromosoma maschile Y si è definito (sempre in Africa) 59.000 anni fa (30). Ulteriori analisi condotte su centinaia di campioni hanno portato a correggere al rialzo la stima: il cromosoma femminile è più vecchio di 125.000 anni di quello maschile. Ciò significa che in tutto questo periodo la riproduzione era esclusivamente partenogenetica e non eterosessuale. La partenogenesi è la capacità naturale delle donne, delle animale e delle piante di autofecondarsi, riproducendo altri esseri femminili non identici, arricchendo dunque l’eredità genetica, e non ha nulla a che fare con la clonazione (31). La natura consente solo agli esseri femminili questa indipendenza biologica: le donne possono tranquillamente riprodursi senza l’intervento maschile, qualora le circostanze lo richiedano (per esempio nel caso della scomparsa del genere maschile).

Cosa facevano le Amazzoni quando non facevano la guerra? E soprattutto cosa facevano le donne in quei centoventicinquemila anni? La risposta senza dubbio ha a che fare con il secondo tema di questo convegno, il giubilo. Per me, e sicuramente anche per le mie lontane antenate, poter fare a meno degli uomini è sempre motivo di giubilo.

Il giubilo interviene quando il furore delle Amazzoni diventa furore creativo, estro: l’altra faccia delle Furie è l’esaltazione spirituale ed erotica, l’ebbrezza magica della libera invenzione. E’ il giubilo di poter essere AZionarie invece di essere REAZionarie, come ha scritto Linda Shear (32): nel senso di poterci concentrare sulle nostre priorità le une rispetto alle altre e con le altre, invece di dover reagire alle nefandezze degli uomini pressochè continuamente, visto che fanno sempre qualcosa di orribile. E’ il giubilo delle Mènadi (33) e delle loro danze orgiastiche, il canto esistenziale del libero battito del cuore, del nostro ritmo. E’ il giubilo che Monique Wittig ha chiamato “età della gloria” in “Brouillon pour un dictionnaire des amantes”, e che in “Virgil, non” ha chiamato “paradiso”: la pura felicità di essere lesbiche, di creare liberamente la nostra vita e di giubilarci a vicenda, perchè il furore/giubilo lesbico è tribale.

 

NOTE NEL TESTO

(1) Gli storici Erodoto di Alicarnasso (484-425 a.C.) e Diodoro Siculo (90-20 a.C.) hanno descritto le Amazzonomachie rispettivamente ne “Le Storie”, libri IV e IX, e nella “Biblioteca Storica”, libri I-IV. (2) Il nome del regno nordafricano del Dahomey è stato cambiato in Repubblica Popolare del Benin nel 1975. L’armata tutta femminile del regno ha combattuto anche contro i colonizzatori francesi, con 2000 elementi, fino alla resa di Béhanzin nel 1894. Una storia di questo esercito di amazzoni si trova nel libro di Helene D’Almeida-Topor “Les Amazones – Une armée de femmes dans l’Afrique précoloniale“, Editions Rochevignes, Paris 1984. (3) La labrys, la doppia ascia delle amazzoni il cui disegno richiama quello delle doppie labbra della vulva, era anticamente un simbolo di partenogenesi, cioè di potere femminile, e anche uno strumento di misurazione dei cicli lunari. Si ritrova nelle culture preistoriche europee, africane ed asiatiche. Nel grande insediamento neolitico di Catal-Huyuk in Turchia (7000-6500 a.C.), numerosissime labrys sono sempre associate all’immagine della dea. Nelle tribù di amazzoni, oltre che un simbolo lunare, con il suo doppio crescente, era anche simbolo delle due regine. La parola “labrys” è di origine minoica e ha la stessa raice della parola “labirinto” (anch’esso associato al culto della dea madre e usato nei rituali di iniziazione). Il simbolo della labrys, oltre che dai fascisti francesi, ci è stato espropriato dai fascisti mussoliniani e anche dai neofascisti di “Ordine Nuovo”. Nello stesso modo i nazisti hanno scippato la svastica, un antico simbolo orientale delle regine kami. Nella cultura lesbica e femminista la labrys è ritornata ad essere un simbolo femminile di forza e di autonomia. “Labrys” è anche il titolo di una nuova rivista internazionale on line di studi femministi (www.unb.br/ih/his/gefem), dove si può trovare una pagina dedicata al significato del simbolo. (4) Il fratriarcato, il potere dei fratelli come associazione cooperativa degli uomini, struttura insieme al patriarcato la società patrilineare che ha sostituito la società matrilineare. Nelle società ancora matrilineari di transizione al patriarcato, il fratello ha dapprima, a partire dal 5000 a.C., un ruolo subalterno in qualità di “fratello della madre”, zio che si occupa dell’allevamento dei figli maschi (ancora oggi è così, ad esempio, nel caso del popolo matriarcale delle Mosua cinesi). Poi, circa dal 3000 a.C., il fratello condivide il potere con la sorella, che spesso nella mitologia è sua sposa, dalle coppie divine dell’antico Egitto dinastico Nut-Geb, Osiris-Isis e Nefthi-Seth, a quella indù Yama-Yamuna. Infine il fratello subentra al padre nel ruolo di capofamiglia, come nell’esempio biblico di Labano, fratello maggiore di Rebecca, o come nel modello greco di Oreste, che legittima simbolicamente con il suo matricidio la nuova organizzazione patriarcale. Durante il XIX secolo, con il consolidamento del capitalismo corporativo e con lo sviluppo di forme adeguate di regolamentazione sociale – e inoltre, come sostengono alcuni studiosi, da Foucault a Harry Brod, contemporaneamente alla “morte di Dio padre” – nel mondo occidentale ha avuto luogo un’altra svolta verso il fratriarcato, che corrisponde meglio alla forma “moderna” dell’androcrazia. Il processo di “fratriarchizzazione” (al quale dobbiamo, ad esempio, il titolo del nostro inno nazionale, “Fratelli d’Italia”) oggi è ancora più accentuato. Nella storia contemporanea, questa mutazione patriarcale ha coinvolto non solo le donne della sinistra che si sono associate ai fratelli-compagni, ma anche una parte del femminismo e molte lesbiche, le quali non sono riuscite a sottrarsi al sistema di riferimento privilegiato tra maschi – sia pure gay – e ne subiscono l’egemonia. In questo senso, l’attentato di Valerie Solanas contro Andy Warhol è un vero e proprio “sparo contro il fratriarcato”. Per il passaggio dai clan matriarcali a quelli basati sull’associazione sorella-fratello, vedi Evelyn Reed, “The Fratriarchy”, in “Woman’s Evolution from matriarchal clan to patriarchal family“, Pathfinder Press, New York 1975; e Riane Eisler, “The Chalice and the Blade“, Harper & Row, San Francisco 1987 (in italiano “Il calice e la spada“, Pratiche Editrice, Parma 1996). Il moderno fratriarcato androcratico è stato oggetto di vari “gender studies”, i quali però non sono stati ancora pienamente percepiti dalla teoria femminista e lesbica. (5) “Cinquemila anni di sperma”: espressione usata per definire il patriarcato dalla filosofa Mary Daly nel corso di una conferenza a Bologna, 21 febbraio 2004. (6) Adrienne Rich, “Disloyal to Civilization: Feminism, Racism, Gynephobia”, 1978. Tradotto in italiano da Marina Camboni in “Come la tela del ragno – Poesie e saggi di Adrienne Rich“, La Goliardica, Roma 1985. (7) Adrienne Rich, op.cit. (8) Cfr. A questo proposito “The Evolution of Lesbian Separatist Consciousness” di Sidney Spinster, 1982, incluso nell’antologia “For Lesbians Only” curata da Sarah Lucia Hoagland e Julia Penelope, Onlywomen Press, London 1988. (9) Robin Morgan, “Going Too Far: The Personal Chronicle of a Feminist“, Random House, New York 1977, p.142. (10) A proposito del riferimento contenuto in questo manifesto alle mutilazioni sessuali subìte dalle donne africane, occorre però precisare che la clitoridectomia è stato anche un fenomeno europeo e americano, finalizzato alla repressione della sessualità femminile e del lesbismo. Su questo tema, vedi: Rosanna Fiocchetto, “L’amante celeste – La distruzione scientifica della lesbica“, Estro, Firenze 1987; ristampato da Il Dito e La Luna, Milano 2003. E: Alice Walker, “Possessing the Secret of Joy“, Harcourt Brace Jovanovich Publishers, Orlando, Fl., 1992 (in italiano “Possedere il segreto della gioia“, Rizzoli, Milano 1993). Walker ha dedicato il suo libro “con tenerezza e rispetto, all’incolpevole vulva”. (11) Nicole Brossard, “L’apprezzamento critico”, 1981, in “La lettre aérienne“, Montréal 1985 (in italiano “La lettera aerea“, Estro, Firenze 1990). (12) Marilyn Frye, “A Note on Anger”, in “The Politics of Reality“, Crossing Press, New York 1983, pp.86-93. (13) Audre Lorde, ” The Uses of Anger: Women Responding to Racism”, 1981; in “Sister Outsider“, Crossing Press, New York 1884, p.124. (14) In “Chosen Poems: Old and New” di Audre Lorde, Norton, New York 1978. (15) Audre Lorde, “Eye to Eye: Black Women, Hatred, and Anger”, 1983; in “Sister Outsider“, op.cit. (16) Audre Lorde, “The Uses of Anger”, op.cit. (17) Mary Daly, “Separation: Room of One’s Own“, 1978. (18) Mary Daly, “Webster’s First New Intergalactic Wickedary of the English Language“, con Jane Caputi, Beacon Press, Boston 1987. (19) Mary Daly, “Gyn/Ecology – The Metaethics of Radical Feminism“, Beacon Press, Boston 1978. (20) Mary Daly, “Quintessence: Realizing the Archaic Future – A Radical Elemental Feminist Manifesto“, Beacon Press, Boston 1998. (21) Sarah Lucia Hoagland, “Lesbian Ethics – Toward New Value“, Institute of Lesbian Studies, Palo Alto, Cal. 1988 (in italiano, “Etica Lesbica – Verso nuovi valori“, Antelitteram, Fano 2000). (22) Gloria Anzaldùa, “Borderlands: the new mestiza – La Frontera“, Aunt Lute, San Francisco 1987 (in italiano, “Terre di confine – La frontera“, Palomar, Bari 2000). (23) Victoria Katherine Burbank, “Fighting Women – Anger and Aggression in Aboriginal Australia“, University of California Press, Berkeley 1994. (24) Marija Gimbutas, “Gods and Goddesses of Old Europe” (1974) e “The Language of the Goddess“, Harper & Row, San Francisco 1989 (in italiano “Il linguaggio della Dea – Mito e culto della Dea Madre nell’Europa neolitica“, Longanesi, Milano 1990). (25) Helene Diener, “Mutter und Amazonen“, 1932. (26) Le archeologhe-pioniere di queste ricerche sono state Renate Rolle, Elena Fialko, Natalya Polosmak, Jeannine Davis-Kimball, così come Marija Gimbutas lo è stata per la scoperta degli insediamenti matriarcali nell’antica Europa. (27) Heide Goettner-Abendroth, “Das Matriarchat“, Kohlhammer, Stuttgart 1988-1991; e “Matriarchat in Sudchina“, Stuttgart 1998. (28) Maria Pitzalis Acciaro, “In nome della madre. Ipotesi sul matriarcato barbaricino“, Feltrinelli, Milano 1978. Su questo argomento, vedi anche il mio saggio “Viaggio nella Sardegna matriarcale: dee, deinas, janas, fadas, donni di fuora”, 2003, in www.fuorispazio.net, e in www.universitadelledonne.it. (29) Giovanni de Giacomo, “La farchinoria: eros e magia in Calabria“, 1889; ristampato da De Simone, Napoli 1972. L’intervista alla vedova Teresa Sarsale è riportata da Nerina Milletti nel saggio “Calavrisella mia, facimmu ‘amuri? La storia delle lesbiche contadine italiane attraverso le tradizioni orali”, in “Quir” n.11, 1994, pp.23-26. (30) I risultati di questa ricerca, coordinata dagli scienziati Peter Oefner e Peter Underhill della Stanford University (Usa) sono stati pubblicati nella rivista “Nature Genetics“, ottobre 2000. Inoltre il genetista dell’università di Oxford Bryan Sikes (autore del libro “The Seven Daughters of Eve“, Norton, New York 2001) ha analizzato la struttura del DNA mitocondriale (la sostanza genetica che si trasmette solo dall’ovulo materno, matrilinearmente) nell’intera Europa. Il suo lavoro, che ha sviluppato e approfondito i risultati ottenuti nel 1987 dall’équipe scientifica guidata da Rebecca Can, Mark Stoneking e Allan Wilson, ha dimostrato che i geni dei sette grandi gruppi etnici europei provengono da un unico ceppo, quello delle nostre progenitrici vissute in Africa da 215.000 a 143.000 anni fa. E’ interessante notare, a questo proposito, che le fonti storiografiche classiche concordano nell’affermare che le amazzoni africane erano più antiche di quelle euroasiatiche. (31) Sulla partenogenesi vedi il libro di Marianne Wex “Parthenogenese heute“, Frauenmuseum Wiesbaden, 1996 (in italiano “Partenogenesi oggi“, Edizioni Lilaurora, Motrano 2003); e il saggio di Chris Sitka “Lesbian Rebirth”, in “Lesbian Ethics“, vol.IV, n.1, 1990. (32) Linda Shear, “Album Liner Notes from A Lesbian Portrait”, 1977; in “For Lesbians Only – A Separatist Anthology“, a cura di Sarah Lucia Hoagland e Julia Penelope, Onlywomen Press, London 1988, pp.264-67. (33) Le figure simboliche del giubilo e insieme l’archetipo delle “donne selvagge” sono le Mènadi, chiamate anche Baccanti, Thyadi, Bassaridi, Dysmainai (a Sparta), Clodones (in Macedonia). Nel patriarcato sono state associate al culto dionisiaco, ma la loro origine è matriarcale: sacerdotesse della dea lunare della gioia, profetesse, correvano sui monti al suono dei timpani e si radunavano in un “loco sonoro” che vibrava di note sacre, saltando. Il loro corteo si chiamava tiaso. La parola “Mènadi” ha assunto nel mondo greco il significato di “furenti, folli, invasate, ispirate”, ma la sua etimologia è orientale e la sua radice significa “luna”.

*      *      *
 

 

Share:

Author: Owner

Lascia un commento