1996, Piera Zanotti – La vita politica di una lesbica proletaria


La vita politica di una lesbica proletaria a Milano dagli anni Cinquanta a oggi. Conversazione con Piera Zanotti condotta da Cristina Gramolini, Bologna, giugno 1996.

[pubblicata nel 2005 sul sito donnagay.it non più esistente. Su Piera Zanotti (1934-1999) anche il documentario Odio i saluti. Un ricordo di Piera Zanotti, di Julia Pietrangeli, Italia, 2001]

Piera Zanotti è una militante con una lunga espe­rienza e vaste conoscenze che ha attraversato atti­vamente fasi differenti della politica italiana collabora alla gestione di una sede politica e ludica per sole donne, il CDM, e fa parte del Coordina­ mento delle lesbiche di Milano.

xx: Posso fare qualche foto?

Piera Zanotti: Non ho problemi di sorta. Il  mio muso è sempre quello.

Cristina Gramolini: Introduco brevemente per dirvi come abbiamo pensato dì strutturare questa conversazione. Piera Zanotti è una*lesbica, ha lavorato come operaia metalmeccanica per 38 anni, adesso è in pensione; noi ci frequentiamo politicamente in un coordinamento di lesbiche a Milano e ci occupiamo di attualità politica; da questa  frequentazione è nata l’idea di portare alla  Settimana Lesbica un racconto. Ci siamo dette  che non vogliamo fare soltanto un come eravamo ma riannodare una trama che parte da lontano e arriva fino ad oggi. Piera è una militante lesbica

Piera Zanotti: Una comunista.

Titti De Simone: Bravissima.

Cristina Gramolini: Una comunista, come tiene a specificare, e in questa conversazione le chiederò di parlarci di come ha vissuto il lesbismo prima del femminismo: quello che vorrà raccontarci, affinché noi possiamo sapere che tipo di esperienza lei ha avuto in una società diversa da quella dove oggi noi viviamo. In secondo luogo le chiederò di parlarci dell’arrivo dell’autunno caldo, del  femminismo e dell’emergere dì una soggettività prima omosessuale e poi lesbica. Il terzo momento sarà la ricostruzione del  passaggio deglì anni Ottanta, quando sono cambiati tutti i registri della politica, anche quelli delle donne, e ci sono state le sconfitte in termini materiali per lei come lavoratrice,  anche se non tutto si deve ridurre a perdita e dispersione. Per ultimo, proprio per fare chiarezza sul fatto che questa conversazione si proietta nel futuro, intendo chiedere a Piera il suo giudizio sulla situazione presente e le sue proposte per il movimento lesbico.Speriamo di riuscire a dire tutto ciò che vorremmo.

Piera Zanotti: Senza far venire la barba alle astanti.

Cristina Gramolini: Allora, “prima del femminismo” come vivevi?

Piera Zanotti: lo vorrei iniziare da molto presto, vorrei iniziare così: io entro nel mondo del lavoro a dodici anni e tre mesi e da lì inizia la mia traiettoria verso la produzione, verso il mondo dell’essere qualcuno. Ho sempre avuto molto chiaro che ero lesbica, l’ho capito a sette anni, però quando si è così piccole siamo nel gioco; le mie prime simpatie nascono proprio nella casa dove lavoravo come piccola cameriera, piccola servetta, chiamatemi come volete. Mi innamorai della figlia del mio datore di lavoro, una brava, coscienziosa, onesta. I passaggi li lascio alla fantasia vostra: questa donna mi mise voglia di scappare dal mondo, e dai tredici ai diciotto anni, con la consapevolezza di essere diversa dalle altre, avevo pronta la dote per andare in convento. Pensavo che il nascondermi nel convento, la pulizia, l’ordine, il dover dire sempre di sì, mi sarebbe costato ma avrebbe nascosto la mia differenza.

Nel ’54 ci trasferimmo da Bergamo a Milano con la mia famiglia e lì in due diverse fabbrichette andai a imparare a lavorare sul telaio, tessitrice. Dopo un anno di apprendistato gratuito trovammo posto, con altre ragazze, a quindici chilometri dal nostro paese e tutte le mattine si faceva la strada dalle sette alle otto e poi otto ore di lavoro. E lì mi innamorai; con consapevolezza, ricambiata, da telaio a telaio ci siamo scaldate. Il primo bacio lo ricevetti in inverno, dietro il Corriere della Sera, dopo aver mangiato la cioccolata, perché d’inverno si faceva pane e cioccolato per tutte. E questa persona, seduta sulle cassette della trama vicino a me, vicino alla stufa per scaldarci, mi diede un bacio qui. C’eravamo capite, di volerci bene. La cosa più buffa fu che quando tornai a casa, perché abitavo in centro, passai di fronte alla chiesa e la prima cosa che feci, perché ero molto cattolica e non avevo altri mezzi per comunicare la gioia che avevo dentro per essere stata finalmente riconosciuta e ricambiata, in senso platonico, fu che in chiesa ringraziai Dio e tornai a casa. La mia storia con questa persona, per essere brevi, durò dieci anni. Con la conclusione amara che lei si sposò, e mi fermo qui. Nel frattempo avevamo cambiato fabbrica, ho smesso di voler scappare in convento, ho piantato lì, però amavo ed ero riamata. Morale: fino a ventiquattro anni vivo il mio lesbismo di paese, felice, mi sentivo bella. A ventiquattro anni la mia mamma scoprì me e la mia morosa fra le due porte della sala da pranzo che ci baciavamo. Mia mamma aprì la porta non disse niente, ma da allora mi fece sentire in colpa. La mattina dopo con il caffè in mano, era molto discreta mia madre, era donna onesta, una matriarca, però una donna  seria, lei non voleva mai sminuire nessuno di fronte agli altri fratelli, noi eravamo in nove in casa. Io ero così felice e lei mi disse: “se lo sapessero i tuoi fratelli”. Ecco, l’unica cosa che non ho perdonato a mia madre è questo ricatto. Non seppe dirmi altro che “se lo sapessero i tuoi fratelli”, perché mio padre esisteva, in senso simbolico, a casa mia vigeva il matriarcato e andava avanti così. Dai diciotto anni ai ventotto, comunque, io vissi beatamente, poi questa qui si fidanzò.  Io speravo che… ragazze, essere lesbiche negli anni Cinquanta non era facile, non è facile neanche oggi, però allora veramente era essere fuori dal mondo, e allora dovevamo usare tutte le maschere che ci potevano mimetizzare. Ho fatto ridere Cristina perchè sabato ha voluto vedere delle fotografie che non menziono mai perché le considero maschere, travestimenti: il cappello in testa, guanti, le scarpe così, il vestito cosà. Ridete, ridete ragazze, adesso rido anch’io, ma allora non era da sorridere. La corte dei maschi io  non l’ho mai accettata, ma per ragioni ovvie li frequentavo: eravamo sette amiche, andavamo tutte a ballare, oramai eravamo autonome economicamente, qualche automobilina i maschi cominciavano ad averla, allora si andava a Vigevano a ballare, alla Capannina che era di moda, come bere del vino bianco, eccetera. Tutte queste mimetizzazioni le dovevamo fare, come quella di andare all’oratorio a cantare con le suore e a ridere. Io mi sono ribellata a 33 anni a mia madre per non andare in chiesa.

Cristina Gramolini: Tua madre, dopo averti vista, faceva finta di non sapere?

Piera Zanotti: Sì, Però le ho sempre imposto le mie donne a casa mia! Io non ho mai obbedito a mia madre. Un momento, tu non mi fai vedere la Rina, e la Rina è il mio referente. E’ come quando cucino, Rina: se non ho un referente, una, non riesco a cucinare.*Malgrado mia madre mi avesse ricattato, io non ho mai obbedito, facevo sempre l’opposto di quello che lei voleva. Non vorrei dilungarmi, perché mi fece molto male quando questa si è sposata nel ’65, ma devo fare un altro passo indietro e raccontare un fatto importante per la mia vita, quello che mi diede l’identità anche politica, perché io ero democristiana, ragazze non meravigliatevi False bandiere, false croci, tutto falso, però dovevamo stare là, perché solo là avevamo lo spazio per poter esistere. Quando arrivai nella fabbrica metalmeccanica, nel ’61, incontrai anche il partito comunista; non è che non sapessi che esisteva, lo sapevo, però lì nella fabbrica, con 2500 persone, trovai un maestro, in questo caso non una maestra, un maestro di comunismo, di marxismo, e lì portai a casa un guadagno enorme anche per la mia vita privata: la dignità.*Il bello fu comunicarlo a casa dove tutti erano democristiani, mia madre cattolica, non bigotta ma cattolica, che ci condizionava tutti a andare a messa, a dire il rosario. Io non volevo fare niente che non sapessero, volevo agire alla luce del sole, ho sempre voluto essere onesta, essere credibile, fare delle cose alla faccia di tutti, non nascostamente. Solo l’amore con la mia fidanzata lo facevo di nascosto, perché questa era la cosa che mi veniva nascosta dagli altri. La comunione non la facevo più, andavo a confessarmi dal prete e a fare conversazione, perché lui aveva bisogno di me per confessare altre lesbiche e cosa dovevo dire? “Ma lasciale amare” gli dicevo, “benedicile, mandale in paradiso”.*Questo prete era venuto a patti con me perché ero onesta, veritiera, dovunque stesse la verità la volevo, perché le cose contorte o false non le ho mai volute incontrare. Allora lui si fidava di me, ormai eravamo diventati ‑ pseudamente amici. Poi lui è morto e mi son staccata da ogni cosa. Perché Rina fai quella faccia?

Rina Macrelli: No, cerco solo di immaginare.

Piera Zanotti: Quando, a casa, ho detto: “devo parlarvi” era mezzogiorno, l’ora canonica, mangiavamo tutti. “Ho da dirvi una scelta molto importante per la mia vita, io da oggi sono comunista, mi sono iscritta al PCI di Arconate”. La risposta fu una michettata: mio fratello mi tirò un panino in faccia da capotavola a capotavola, due metri e mezzo. Un altro fratello, più piccolo di me ma una persona seria, che non fa mai errori, ancora oggi per lui ho un po’ più di riguardo, questo più pacatamente mi dice: “ricordati che alle spalle c’hai cinquanta persone”. Noi in famiglia eravamo cinquanta persone, però non ha mai specificato cosa volesse dire con quella frase. Di lì non ritornai indietro, alla fine del ’64 ci furono i grandi scioperi. Siamo ancora in tema?

Cristina Gramolini: Mi ha colpito l’atteggiamento di tua madre che di fronte al bacio fra te e la tua fidanzata dice solo: “se lo sapessero i tuoi fratelli”. Cosa ha fatto di fronte a questa tua dichiarazione di adesione al movimento comunista?

Piera Zanotti: Ha lasciato fare ai miei fratelli. Io risposi, siccome nel ’64 avevo trenta anni, non ne avevo uno, che ero consapevole di avere fatto una scelta positiva, che sarei stata coerente e che non avrei fatto cadere i malefici sulla mia famiglia, perché non li ho mai mangiati i bambini io. Ho risposto: “per questo problema tu sei a posto, non pensarci, non farò ricadere anatemi su di voi, io sarò la Piera di sempre”.

Cristina Gramolini: Tu mi hai detto una volta che nel periodo prima degli scioperi, prima del ’68, l’oppressione non si sentiva.

Piera Zanotti: No, non c’era. lo leggevo molto ma per quanto si leggesse nulla parlava di lesbismo. Il pozzo della solitudine l’ho comprato a Milano e ho pianto tanto. Io lo chiamo “il muro del pianto” invece che “pozzo della solitudine”, perché ci abbiamo fatto tante di quelle lacrime, le lesbiche della mia generazione, era l’unico libro autentico in circolazione. Sapete, si andava al cesso della stazione a darsi l’ultimo bacio fra amanti di città diverse, prima che l’altra partisse. Lo so io cosa ho dovuto pagare per essere così. Adesso è diverso.  Quando i maschi non ci sono le donne si liberano, ma quando i maschi tornano, l’acqua si richiude sul sasso. 1 cessi sono sempre aperti.

Cristina Gramolini: Tu mi hai detto che anche a lavorare non si sentiva l’oppressione, non ci si sentiva sfruttate.

Piera Zanotti: No, il posto di lavoro era importante per la sopravvivenza e per l’autonomia di comprare un vestìto, le sigarette, le scarpe col tacco. Queste sono le chicche, ragazze, che non vi dovete dimenticare neanche negli anni 2000, 3000 perché non vi manchi questo pezzo di storia di quando le lesbiche si rendevano conto dì essere diverse dalle altre, però dovevano fare come tutte le altre per essere accettate… Dovevo fare anche le cose che non mi piacevano per stare con le mie amiche, le mie compagne, dovevo fare quello che facevano loro. L’amore c’era, il lavoro c’era, se poi mi vestivo un po’ così, non ci davo tanto peso, perché altrimenti sarei stata da sola come un cane. Se non volevo fare come la Spolato, come quelle che sono impazzite, che sono state cacciate, sul serio, esautorate, non per ridere Quando sei consapevole che per avere una autonomia devi avere un’economia, ti passano tutti i grilli per la testa, per questo non pensavamo all’oppressione.

Cristina Gramolini: Hai sentito arrivare il cambiamento? Hai sentito arrivare la rivoluzione?

Piera Zanotti: Sì, perché io smisi la gonna. Adesso vi faccio ridere, ragazze: io ho sempre avuto la fortuna di vivere in una casa dove abitava una sarta di quelle di lusso, una di quelle che hanno imparato a lavorare dalle veneziane. Avevo un bel guardaroba, l’autonomia economica me lo permetteva. Lasciai a mia cognata tutto il guardaroba. Mia sorella aveva preso dei jeans a mio cognato, mi disse: “sai li ho presi un po’ stretti, non gli vanno bene”. Falli provare a me!” e non li ho più tolti Ho lasciato il guardaroba, un capitale, e non me ne è fregato niente, mi son messa le scarpe basse che si usavano al tempo. Zoccoli non ne ho mai portati, mi facevano male ai piedi e li portavo già in fabbrica. Ho trovato il mio look.

Cristina Gramolini Hai fatto il passaggio dal  femminismo al movimento omosessuale e  viceversa?

Piera Zanotti: Vorrei fermarmi ancora momento sugli anni Settanta, quando portammo a casa tutto. Economicamente portammo a casa anche prima perché si facevano buoni contratti, molti scioperi, politicamente portammo a casa dagli anni Settanta in poi.*La Piera che parla adesso è simbolica, qui parla la stagione, chissà quante donne come me… Economicamente stavamo già bene, però in fatto di politica non si stava bene affatto, c’erano le repressioni, comandavano loro, tu non comandavi mai. Se si dichiara guerra si deve poterla vincere, dichiaro guerra se vinco altrimenti faccio coda  in mezzo alle gambe. Quando nel ’69 scoppiarono le università, gli studenti ci resero qualcosa indietro, io l’ho sempre voluto questo, cioè chi sale deve rendere qualcosa me, a me come mondo produttore, alle Piere Zanotti operaie che producono, ai contadini che producono tutto. Il sapere è il primo  ad avvertire, la Francia prima, l’Italia, il mondo intero, grazie agli studenti scoppiarono e noi ci affidammo a loro. Non fu come con le Brigate Rosse, quando non ci affidammo; gli operai non si fidarono delle BR ma si fidarono degli studenti. E grazie a loro uscì anche il femminismo, le donne uscirono e il primo gruppo che si formò a Milano fu a Via Cherubini, lì c’erano donne che si incontrano ancora oggi, e cominciarono a venire i giornali, le letture e tutto. A me è sembrato un approdo, ero nata. Ascoltavo con avidità quello che loro dicevano. Gli operai sono emozionali, non sono intellettuali, e io aspettavo il sabato per ascoltare, perché loro riunivano di sabato, dalle 7 alle 10, poi alle 10.15 avevo il pullman; ascoltavo senza sentirmi ancora autorizzata alla parola, perchè la conoscenza mi ha sempre schiacciata. Cioè a me dover parlare con una avvocata, con un dottoressa, con una professoressa, ragazze, adesso rido, ma allora non ridevo, bevevo le loro produzioni, i loro sproloqui ed ero talmente timida che ascoltavo e poi me ne andavo. Però grazie a loro sono nata, io a Via Cherubini, alla Lia Cigarini, alle donne grandi del femminismo nazionale dirò sempre grazie. Anche se oggi fanno cose che non mi piacciono, mi piaceranno meno quelle di domani, però grazie a loro Piera, le Piere sono nate. Perché se non c’era il femminismo, io non so se avremmo avuto tanto lesbismo. Arriviamo al ’71 di maggio, dove una persona di Roma, tre o quattro di Torino, due di Milano e qualche altro uscirono fuori a San Remo, con gli pseudonimi, tranne qualcuno che non lavorava alle dipendenze. Queste persone che uscirono, o erano studenti o intellettuali molto grossi, uno con una casa editrice, Pezzana, Coen, Sismondi (era uno pseudonimo perché lui lavorava come professore) e il sedicenne Mario Mieli. Fino al ’74 io stetti con Mieli, feci un lungo pezzo di strada con lui. Lui non aveva problemi a uscire col suo nome, coi suoi anelloni, con le labbra dipinte, con le scarpe col tacco, col vestito da maschio con la cravatta. Quando tornò da San Remo chiamò a sé un po’ di gente, ci mettemmo insieme alla meno peggio; eravamo un po’ naif, nuovi di zecca. Io venni via da Cherubini e mi avvicinai; ci trovammo senza un minimo di organizzazione né di coordinamento, finché nel ’72 non ci fu un preconvegno nazionale qui a Bologna, da Re Nudo, però le donne erano poche o nessuna. Eravamo una grande compagnia di maschi con qualche sparuta donna, perché per le donne è sempre stato più difficile che per i maschi Poi nel ’74 a rompere con i maschi furono le donne alle quali era stato permesso di fare un solo numero del giornale FUORI, il FUORIdonna che io, nel bruciare il mio archivio, ho perduto. Voglio significare che i gay comunque sono maschi. Un momento, non voglio discriminarli, perché già li discrimina la Chiesa che ricorda Sodoma e Gomorra, mentre per la Chiesa le donne non hanno mai trasgredito.

Monika: Ma le donne ci sono pure state, Virginia Woolf e le altre.

Anna Fraternale: Ma qui c’è un uomo!

Monika: No, io sono una donna.

Anna Fraternale: No, per me sei un uomo, non sei una donna.

Piera Zanotti: Ma come? Mi parli di Virginia Woolf? La mia scelta interiore mi ha fatto arrivare alle scrittrici, alle artiste, ma solo dopo, quando già io sapevo; solo quando sono diventata cosciente ho raccolto ciò che avevo seminato in esclusione negli anni precedenti. Ma fino al ’73, quando i gay ci hanno fatto scrivere l’unico numero di FUORI, dentro di noi ragionavamo, eravamo in quattro o cinque, e ci dicevamo: “Loro sono il potere, sono maschi e sono il potere alla fin fine”. Allora nel ’74 decidemmo di fare un congresso separatista a Roma, eravamo in 17 da tutta Italia.

Cristina Gramolini: Perché quando hai cominciato a frequentare il FUORI ti sei allontanata dai gruppi femministi?

Nera Zanotti: Perché era più importante per me esprimere la mia identità. H femminismo mi ha fatto nascere come donna, mi ha fatto capire che avevo dei diritti come donna, però non mi trovavo come lesbica, là parlavano di femminismo, là c’erano gli zoccoli, i vestiti lunghi.

Cristina Gramolini: Ma c’erano le lesbiche?

Piera Zanotti: Certo che c’erano.

Cristina Gramolini: Tu le riconoscevi?

Piera Zanotti: Certo, anche adesso sono lesbiche, però si mimetizzano ancora. Qualcuna ha avuto il coraggio ed è uscita, quelle a cui stava stretto il femminismo. Di fare del lesbismo fra le quattro pareti non me ne fregava perché io volevo essere una lesbica pubblica, una lesbica vera, e andare a dire delle cose al mondo, però non avevo ancora gli strumenti, dovevo conquistarli.

Cristina Gramolini: Non ti era difficile conciliare la fabbrica con questi intellettuali straricchi che potevano permettersi delle trasgressioni?

Piera Zanotti: Vorrei spendere qualche parola su Mieli, che era figlio di grandi ricchi. Ho capito che ci univa solo il tipo di sessualità che c’eravamo scelti, diverso dall’eterosessualità. Però in comune non avevamo altro. Mieli era così piccolo, grande ma piccolo, così vero, trasgressore, una persona che secondo me ha trasgredito a tutto, forse un po’ meno alla ricchezza.

Antonia Ciavarella: Ho appena finito di leggere di libro di Pezzana dove lui che ne è stato un leader, definisce il FUORI come*interclassista. Oggi Pezzana è di Forza Italia mentre all’epoca era legato al Partito Radicale. Allora il FUORI era una realtà politica di sinistra o no? Tu come ti muovevi?

Piera Zanotti: Quando una persona sta per morire di fame non guarda a quale tavola si deve sedere. A me è servito tutto, ragazze, non mi interessava quanto fosse alto il trampolino di lancio, per portare a casa la mia personalità, la mia conoscenza, il mio essere lesbica. Altrimenti oggi non sarei qui. Se non avessi avuto la frequentazione alta.

*: Scusatemi un attimo, io la storia del Partito Radicale l’ho vissuta, nel ’76 non aveva certo l’orientamento politico che ha adesso.

Antonia Ciavarella: Mi interessava capire come facevi a conciliare l’essere comunista con l’essere lesbica.

Piera Zanotti: Ho fatto la triplice militanza, niente di più facile.

Cristina Gramolini: Tu dai dei riconoscimenti agli intellettuali?

Piera Zanotti: Senza di loro non sarebbe successo niente, ma usano gli operai per fare la rivoluzione, non per dargli ascolto. lo non mi fido mica.

Cristina Gramolini: Una volta mi hai detto che non vuoi le intellettuali per amanti.

Piera Zanotti: Mai. Mai, Rina. Mai. (risate) Ho fatto l’amore con due intellettuali, pseudo, e mi hanno mandato in bianco, come il mio padrone. Il mio padrone almeno mi pagava, queste mi hanno fatto lavorare senza dirmi “costi 100 lire, 200 lire,cosa so? Addirittura una si è addormentata. Questa è un po’ la critica che la Piera Zanotti faceva alle intellettuali, perché se pensi troppo di testa… (risate e applauso generale)*No, non voglio il battimani, è proprio la mia presa di posizione, coscienziosa, contro quella subalternità che forse non ho ancora perso del tutto, tranne che con quelle persone con cui ho un rapporto di base molto forte, però a me non piacciono le intellettuali che parlano e non concludono un fico secco. Io lavoro otto ore, però dopo vorrei un dolcetto per me, un fiore per me. Cioè io non mi accontento, non mi sono mai accontentata solo delle parole. Io ho sempre avuto dei piccoli fatti, ma ho voluto fatti. Le intellettuali mi hanno fatto lavorare senza pagarmi. Io esisto, ma le intellettuali pensano di esistere solo loro. Ragazze, nella mia vita è successo, voi date il giudizio sui vostri rapporti, i miei sono stati questi. In quegli anni si trasgrediva tutto, ragazze, si andava a letto con tutte e con nessuna. Fortuna che in quel periodo io non avevo la fidanzata e potevo essere moralmente libera di spaziare, insomma di fare l’amore con chi mi pareva. Si dissacrava tutto in quel momento, ragazze, oh! Fame, avevamo fame, non solo in senso sessuale, fame di coccole, fame di accoglienza, di trasgredire ma dire: ti riconosco senza le cravatte, senza i pantaloni, senza il ruolo che il mondo voleva che noi portassimo addosso, come dei da visita.

Cristina Gramolini: Tu le cravatte le hai mai portate?

Piera Zanotti: Sì, io sì.

Cristina Gramolini: Cioè sei passata dai guanti alle cravatte?

Piera Zanotti: Io mettevo la gonna, le scarpe col tacco, già mocassini, giacche sempre fatte divinamente da questa felice mia sorella, con persino le asoline, di taglio maschile, le camicie di Oxford e le cravatte di pura seta. Questa era la divisa della domenica, quando andavo in città con una bottiglia di whisky, accolta da una ragazza che avevo conosciuto, una abbastanza matta che mi spellò viva, e dal suo vicino di casa, un travestito, Domenico. In questa casa, dato che non si sapeva in quale luogo andare, la domenica era lunga, bevevamo la bottiglia e poi la sera si andava a ballare in un posto chiamato Quíntosole.

Cristina Gramolini: Uscita dal FUORI che cosa hai fatto?

Piera Zanotti: Voglio dire alle donne che io non sono mai uscita dal FUORI, il FUORI è diventato l’Araba Fenice, che poi è diventata il Phoenix. Da questi gruppi io non sono mai uscita, mai. Però c’è stato un periodo in cui ho frequentato molto la Libreria delle donne: nel ’77‑’78 mi prestarono i primi libri per fare il palchetto in fabbrica. La Lia Cigarini credeva molto in me, come la proletaria che si era evoluta in senso politico, che si era avvicinata a loro. Molti sabati la Libreria delle donne era un mio punto di riferimento. Il sabato pomeriggio che era mio, mi cambiavo da festa.

Cristina Gramolini: Senza più cravatta?

Piera Zanotti: Noo, mi vestivo casual, però elegantina, insomma bellina. Pantaloni, stiratini… L’abito ragazze, per il proletario è come una corazza, una maschera: siccome noi ho altro da mettere sul tavolo, il sabato e la domenica mi è permesso di mettermi l’abito buono. Adesso capisco tante cose, anche allora le capivo perché andavo come protagonista e non come subalterna, però l’abitino ce l’avevo ancora. E’ un senso ancestrale di riverenza, presentarsi bene, poi magari bestemmiavo perché sono sempre stata un po’ sanguigna come soggetto, ma l’abito mi salvò un po’.

Cristina Gramolini: Ti hanno convinta quelle della Libreria delle donne, negli anni Ottanta?

Piera Zanotti: Allora non si parlava di autorità. Oggi l’autorità la riconosco anch’io a chi ce l’ha e gliela do incondizionatamente: chi è finferlo rimarrà un finferlo. 1 finferli sono funghi, non lo sapete? Da un certo punto in poi, ho sempre fatto politica con le donne lesbiche, ma ho alzato un po’ la cresta dopo che mi avevano accettato, scelto, proposto di fare un turno in Libreria, credevano in me, mi sentivo diventata un po’ adulta.

Penso che qualunque cosa abbia fatto o faccia la Libreria, anche se momentaneamente posso non essere d’accordo, e io qui lo devo dire molto onestamente, valeva la pena farla. Mi riferisco alle grandi, e, detto tra parentesi, qualche donna di quelle passerà alla storia. Perché se non fa politica la Libreria delle donne, con le sue uscite che stanno in gestazione per cinque dieci anni, mi dite voi chi la fa, se non arriviamo noi dopo di loro? Parliamoci chiaro: le cose o le facciamo noi o le fanno loro. Perciò come fai a dire a queste donne che fanno politica teorica nel mondo “fermatevi”? O ci mettiamo con loro, come hanno fatto molte lesbiche italiane col Sottosopra rosso, perché sono le lesbiche italiane che l’hanno fatto e poi due o tre della Libreria l’hanno coordinato. Ma che l’hanno fatto sono le lesbiche italiane, non dimentichiamolo: vi faccio nome, cognome e dove abitano e i loro telefoni se volete. Perciò ragazze, se abbiamo il coraggio di dire: “non producete più?  produciamo noi. O lo fanno loro o lo facciamo noi.

Antonia Ciavarella: Su che cosa non sei d’accordo in poche parole con loro?

Piera Zanotti: Sul fatto che loro non sono uscite con la loro identità, perché escono coi loro nomi e cognomi, però nessuna parla di sé.*Oggi io vi ho fatto un tracciato, uno spaccato della mia vita da lesbica proletaria, però sono partita sempre e solo da me. Non dimenticando che non ero da sola, c’erano tutte le altre che facevano il mio lavoro politico. Loro sono persone con cui io ho fatto politica, con tutte loro, ma non si sono firmate: “Piera Zanotti, lesbica”, che fa 40 anni di storia parlando di sé e della triplice militanza. E anche fra loro qualcuna grandìna c’è. Negli anni Ottanta facemmo sì conquiste femminili, ma come proletarie, operaie, non portammo a casa molto perché venimmo espropriate, devo parlare al plurale, espropriati, di tutto ciò che avevamo conquistato negli anni Settanta. Qualcuno dice che il comunismo è morto col muro di Berlino, qualcuno dice per il Woytila polacco, per me il comunismo e le conquiste della classe operaia morirono a Torino con lo sciopero fallito alla FIAT che mandò in piazza i 40 mila per il diritto al lavoro contro chi scioperava. Questo è ciò che posso dirvi come donna che produceva, proletaria, operaia. Invece come donna politica femminista, lesbica, in quegli anni si conquistò un sacco di cose ma da parte economica restituimmo tutto ciò che eravamo riusciti a recuperare. Tutto. Non ci fu più un contratto buono, finché nell’85 vennero le cosiddette riconversioni, ristrutturazioni, cassa‑integrazioni, che ho subito prima che mi mandassero in prepensionamento, e fui contenta perché in fabbrica si viveva già male. Così finisce la mia vita produttiva.

Cristina Gramolini: Piera, prima hai detto che se le cose che fanno altre non ci piacciono, dobbiamo fare noi, ma tu mi dici spesso di non insistere troppo con le altre donne per un impegno politico maggiore se voglio evitare il fuggi‑fuggi, perché non è questo che le donne vogliono sentirsi chiedere. Allora?

Piera Zanotti: Io faccio parte di un collettivo a Milano che ha 130 socie, la più piccola ha sedici anni, la Piera ne ha sessantuno. C’è dentro un po’ di tutto. Le giovani leve io le chiamo l’asilo Mariuccia, la nursery, per essere più eleganti. Personalmente penso che il nostro gruppo culturale sia un po’ la nursery di tutto il lesbismo milanese. Quando le donne diventano adulte, mescolate alle bambine si sentono a disagio e vanno. Non del tutto, perché tornano alle iniziative culturali, alle cene, ma di domenica non vengono perché ci sono le bambine. lo dico a Cristina: “queste nuove, nuovissime generazioni hanno bisogno di gioco”, di molto gioco, e io sono tollerante, perché ho sempre giocato pochissimo, non mi è mai stato permesso. Addirittura la mia ultima fidanzata a Natale, o per il mio compleanno, arrivava , invece che con dei fiori, con dei giocattoli, delle bambole. Mi regalava pupazzetti, pelouches e io dicevo “cosa me ne faccio io?”. Adesso so cosa farne, non che ci giochi, però in casa ne ho un po’ che fanno bella mostra sul divano, qui mi siedo io, là stanno loro. Perciò io con le lesbiche non sono dura, mi sento di essere una tenerona. Ho detto: “giocate ragazze” mi spiace che nel gioco ci entriamo un po’ tutte, perché si fa soffrire, si soffre, l’abbandono, li tradimento, per gioco intendo questo, non altro. lo tollero il gioco fino a trenta anni, quando una donna è consapevole di sé e allora deve rendersi conto che il gioco è finito, si può giocare in due ma seriamente, non si può giocare con due o su tre o quattro tavoli. O che trovate la compagna che è talmente emancipata, che ha passato il seminario del gruppo delle Amanti, ha fatto il suo laboratorio interiore di così larga libertà da poter ammettere la terza, la quarta, allora mi sta bene. Ma io non penso che il laboratorio delle Amanti sia capace di fare questo, perché non ha aperto molti spazi reali ma solo intellettuali, di carta scritta. Perciò fino a trenta anni giocate ragazze, poi se volete fare le lesbiche serie, c’è la possibilità.

Cristina Gramolini: Cosa hai voglia di fare adesso politicamente? Vuoi preparare i giochi per la nursery?

Piera Zanotti: Voglio stare con la nursery perché è importante, perché nella storia qualche lesbica si è anche detta, esisteva, andava a teatro, si metteva la giacchetta, il bastoncino, il papíllon, ma erano le ricche che potevano farlo. Siccome il movimento delle lesbiche si è allargato in senso orizzontale, ciò che non è avvenuto nel femminismo, noi troviamo 16 anni e 61, quante generazioni ci sono fra queste due persone? Ci siamo allargate e dobbiamo pur proporre per le nuove leve delle cose nuove per il domani. Per esempio a me che sono una lesbica separatista da sempre, non mi sembra di essere una separatista becera se dico, come ho fatto in una discussione al CLM di Milano, che il dibattito sui diritti civili doveva essere aperto (agli uomini n.d.r.). Quando abbiamo votato, eravamo tredici o quattordici, io da separatista ho detto: “aperto”, subito, perché sono separatista ma ho premesso prima che devo andare a dire delle cose al mondo, per non farle dire ai maschietti, alle intellettuali bla bla, devo andare io a dirle come le sento io. Allora io ero per il dibattito sulla Risoluzione di Strasburgo, su cui noi stiamo lavorando da circa un anno, aperto a tutto il mondo. lo vi ho spiegato il mio separatismo: non voglio che nel mio mondo di donna, nel divertimento, nel gioco, a cena da me, ci siano dei maschi, né gay, né etero. Non per questo dimentico che esistono, ci devo fare i conti tutti i giorni, dal postino, al lattaio, al portiere, al bancario, però non devono essere nella mia vita privata e in un certo senso neanche in quella pubblica, perché non voglio più fare la triplice militanza, non voglio essere divisa in cinque, adesso sono Piera Zanotti.

Cristina Gramolini: In una delle occasioni in cui ci siamo viste, tu hai detto che i maschi ci esautorano perché noi lasciamo gli spazi vuoti. Secondo te dobbiamo continuare con le micropratiche di gruppi di dieci, cinque, tre persone sparse qua e là, oppure pensi che occupare gli spazi richieda altre forme di intervento politico, coordinato, organizzato?

Piera Zanotti: Si incomincia a vedere qualcosa di politico: siamo uscite fresche fresche da elezioni politiche in cui, turandoci il naso o no, abbiamo fatto in modo che le sinistre andassero là, però abbiamo dovuto sacrificare molte donne. Questi partiti eterogenei che si sono messi a convivere hanno penalizzato noi, e alla larga. Però io non colpevolìzzo i partiti, se dico una bestialità correggetemi, colpevolizzo le donne che non hanno dato fiducia alle donne. Per questo io dico che gli spazi che ci occupano noi ce li lasciamo occupare. Ragazze, se lei è al Senato e lei è alla Camera, nella mia circoscrizione io cerco di fare proselitismo, di fare la grancassa, dire: “votate lei perché almeno saremo rappresentate” anche se io non ho la voglia di potere, però perdio siamo comandate in tutte le istituzioni solo da maschi. Qualche donna che ci rappresenti ci sarà? Tu vuoi sapere dove andiamo, cosa facciamo, ma adesso la domanda potremmo farla anche alle donne qui. Domandiamocelo insieme, ché lei le domande difficili le fa solo a me, dove andiamo, dovremmo dirlo un po’ tutte, dove vorremmo essere… io non voglio essere collocata da nessuna parte, sto sempre con le donne perché il mio mondo è questo. Se devo essere onesta, non è che mi soddisfino sempre perché noi donne siamo un po’ paurose, un po’ tanto, un po’ pavide. lo mi sono ribellata a tutto, a tutti tranne che contro l’alzarmi alle 5.30 dei mattino, per trentotto anni.

Rina Macrelli: Non ho capito se fai il mea culpa o se sotto sotto te ne compiaci.

Cristina Gramolini: Dicci cos’è la moralità.

Piera Zanotti: Sono coerente, dicendo sì al lavoro avevo la mia autonomia, era l’indipendenza, era la casa, la macchina, il viaggio importante in giro per il mondo, la vacanza assicurata con la mia fidanzata. Non è che mi dico: “che brava, che brava” e mi batto le mani, no, però mi dava la possibilità di avere altro: ho comprato la casa, compravo i libri, in cambio però al lavoro non ho mai detto di no, perché i comunisti dovevano essere seri.*Lorenza vuole sapere come è andata a finire con mia madre: lei tutto sommato, a distanza, mi ha chiesto scusa, quando la mia seconda fidanzata nell’85, ad agosto, se ne andò, dicendomi, dopo undici anni di convivenza: “non vengo al lago a trovarti”. lo ho una casa sul lago e portavo sul lago mia madre per due mesi. La mia fidanzata mantenne la parola, non venne a trovarmi e io piangevo, mangiavo minestra e lacrime. La domenica venivano a trovarmi, in gruppo di otto ‑ dieci, le mie amiche di Milano che sapevano che stavo male. Il riconoscimento che mi diede mia madre è una delle due cose che volevo dalla vita; cercando l’attenzione delle altre donne disse in bergamasco: “com’è stupida mia figlia, guardate come siete belle, può scegliere una di voi e piange per quella cretina dì Milano che non la vuole.” La mia mamma. Questo è stato il primo riconoscimento, nell’85, nel ’90 mia madre morì. E’ stata una cosa che lì per lì mi scosse, e tutte ci guardammo in faccia. Le mamme sanno, ragazze, vogliono solo il nostro bene le buone mamme. Invece le mamme che sono rivali delle figlie, gelose della loro libertà, non saranno mai contente se voi siete felici. Ma le mamme, quelle che ci amano, anche se non ce lo dicono, vogliono solo che stiamo bene.*La mia compagna veniva accettata in casa mia, l’ho fatta accettare, la mia famiglia tutta sa che io ero lesbica, io gliel’ho detto: “tu ami tua moglie e io amo questa, se ti va lo accetti, se non ti va me lo dici che andiamo fuori dalle palle”. Così è. Sono sempre andata col mio viso, ragazze, sia in cellula sia alla sede del Partito Comunista. Ho fatto chiarezza anche lì perché non ho voluto lasciare niente al caso. Cristina sabato a casa mia ha detto una cosa santa, che non vuole le persone false, le cose false. E io sono altrettanto, quando ho potuto sono andata con la mia identità, come Piera Zanotti, lesbica, comunista, sindacalista, ma soprattutto lesbica. Il PCI, la CGIL, dopo ho mollato tutto, anche quelle cose lì, sono rimasta solo Piera Zanotti lesbica.*La seconda cosa che Lorenza vuole sapere riguarda ancora mia madre, che ha avuto tredici figli e io sono quella di mezzo. Ho sempre avuto la sensazione di non essere stata coccolata, di non essere stata amata. Lei mi voleva bene però non era molto espansiva, non ci spupazzava, ci spupazzava di più nostro padre. lo le dicevo: “mamma, tu mi hai messo giù troppo presto, a due anni ” Perciò in me c’è una bambina che ha sempre qualcosa da chiedere, o alla mamma o al suo passato. Io nella vita avrei voluto che mia madre mi dicesse che ero brava e questa è la risposta che chiedo da sempre: “che brava”, ma non in senso convenzionale, formale, e l’aspetto ancora, Lorenza.

Lucía Giansiracusa: Però Piera noi te l’abbiamo detto in più dì una maniera e in più di un’occasione.

Piera Zanotti: Ragazze, l’ho premesso, forse volevo che me lo dicesse mia madre, che invece faceva la grossa alle mie spalle quando il Partito Comunista mi mandava a Napoli alla conferenza delle donne o quando andavo a scioperare a Reggio Calabria o a Torino, a Roma e lei diceva: “stai a casa, non hai paura? sparano”. Però lei si faceva pavone con le vicine di casa, con le sue amiche, con mia cognata, con mia sorella: “che brava, si fidano di lei, allora si capisce che è brava”, e questo l’ho saputo da mia cognata quando mia madre è morta. Che mi ha amato non lo metto in dubbio, però non l’ha mai detto, a me ha sempre detto di no. Comunque non li ho mai fatti sfigurare, vi assicuro, ho sempre avuto frequentazioni molto oneste, sono una cattolica fin fine. L’onestà, trasgredire sì ma correttamente.

Anna Fraternale: lo non mi riconosco molto come proletaria, ho un passato di figlia di immigrati all’estero e una decina d’anni meno di te. Dal ’64 fino al ’75 ho fatto l’operaia e mi sentivo discriminata come donna perché percepivo la metà della paga del ragazzo che lavorava vicino a me e scaricavamo tutti e due cinquanta chili. Tu che sei passata al PCI non ti sentivi discriminata come lavorante?

Piera Zanotti: Percepivo la stessa paga perché i metalmeccanici erano la punta di diamante del movimento operaio nazionale. Se discriminazione era, come tu vuoi sapere, era solo nelle qualifiche e come comunista sugli aumenti di merito, perché io sebbene fossi del consiglio di fabbrica, sono sempre stata l’ultima nei passaggi di categoria. Quando si lavora con coscienza quello che si fa si fa in qualità, però malgrado facessi il lavoro fatto bene, eri comunista e quindi venivi discriminata e non perché ero una donna. La discriminazione veniva piuttosto dai colleghi di lavoro che, siccome non mi facevo palpare le tette, quando ho dovuto imparare ad essere perita, a cambiare la mola da sola, alle spalle mi chiamavano Piero. Oppure le donne mi discriminavano perché ero quella più avanti nel senso culturale e le volevo far avanzare con me, farle camminare e correre con me. Tutte eterosessuali, non ce n’era una di lesbica in fabbrica e io dovevo starle ad ascoltare quando volevano gli aumenti di merito, essendo delegata devi ascoltare la base. Quando loro si strizzavano l’occhio per andare a bere insieme il caffè io mi sentivo discriminata e feci una lettera aperta un 8 marzo, dove dicevo che di loro conoscevo tutto, dalle masturbazioni del periodo del fidanzamento, alla cacchina gialla dei loro bambini, dai debiti che avevano al rossetto che si mettevano, però non sapevo altro, e quando andavano alla macchina del caffè non mi dicevano “crepa”, e io ero una donna, non ero mica un robot, dopo vennero i robot ma io ero ancora una persona. Queste cose le ho vissute come discriminanti, quanto alle questioni economiche io vivevo quello che vivevano tutti.

Anna Fraternale: Però il PCI non ha dato il femminismo in mano alle donne, né in Italia né da nessuna parte.

Piera Zanotti: Io ho avuto un maestro comunista, un operaio come me al 5° livello superiore che mi ha insegnato il marxismo ma poi ho criticato il partito di maschi che non dà parola alle donne, se non a quattro madonnine.

Anna Fraternale: Per me adesso è importante capire quello che hai detto prima sull’aprire ai gay. Nel ’74 ‑ ’75 per me scoprire il femminismo è stato scoprire di avere dei diritti in quanto donna, individua. Allora ho detto: sì, esisterò non perché sono sposata, non perché dopo vivo con una donna, ma come singola. Abbiamo lottato con questo desiderio, con questa parola d’ordine, contro la famiglia, contro l’istituzione. Adesso dobbiamo pensare ai diritti civili dei gay?

Piera Zanotti: Delle lesbiche e dei gay. lo ho parlato della Risoluzione di Strasburgo e non della risoluzione dei gay. Strasburgo mi dà la possibilità di essere riconosciuta come soggetto. Singolarmente. La Risoluzione non è una legge ma un “se vuoi”, una raccomandazione che dipende dai rapporti di forza interni agli Stati, perciò dipende anche da noi. Questi sono gli spazi che dovremmo occupare, perché dovremmo essere coinvolte in prima persona a far si che gli Stati facciano diventare leggi queste risoluzioni.

Anna Fraternale: Ma io ho paura della coppia.

Rìna Macrelli: Ma tu non l’hai letta la Risoluzione? Sono 16 articoli, il 14° ha molti commi di cui solo quattro si riferiscono al matrimonio e convivenze, tutti gli altri articoli e molti commi ruotano sui diritti della persona singola Puoi leggere questa proposta di legge sul Quaderno Viola 4, faccio pubblicità.

Piera Zanotti: Ragazze vi dico grazie a tutte perché non mi avete fatto sentire in imbarazzo. Grazie, perché culturalmente sono un po’ spiazzata, perché sono quella che sono, però a spanne sono riuscita a dire delle cose e se non mi vergogno di voi vuol dire che non mi vergogno di me. Anche se davanti al mio nome non c’è scritto avv. dott. prof. mi state ad ascoltare, riesco ad esprimermi in questi termiti!, in altri termini no, perché l’intellettualismo non mi appartiene e, anche se non sono l’ignorantona che sta dietro alla lavagna, uso questi termiti che sono consoni al mio ceto sociale. Dalle mie radici non voglio distaccarmi, sono quelle che mi identificano.

Cristina Gramolini: Siamo noi a ringraziarti.

http://www.donnagay.it/*

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