2007, Liana Borghi – Come il potere disciplina i corpi

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Liana Borghi, 2007. “Una storia delle lesbiche italiane: come il potere disciplina i corpi”, Liberazione, 14 luglio 2007, p. 3.

 

E’ la recensione al libro Fuori della norma.

 


Esce il volume “Fuori della norma” firmato da un gruppo di studiose e curato da Luisa Passerini e Nerina Milletti.
Una raccolta di saggi sul Novecento, disposti in ordine cronologico e basati, spesso, su materiali biografici


Che questo sia dichiaratamente il primo libro sulla storia lesbica italiana del Novecento dice molto sui ritardi e sulla negligente disattenzione di certa nostra storiografia, anche femminista. Nell’introduzione a Fuori della norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento (a cura di Nerina Milletti e Luisa Passerini, edizioni Rosenberg & Sellier, pp. 241), la storica Luisa Passerini, madrina e garante insieme a Nerina Milletti del valore di questa raccolta di saggi, sostiene la necessità che anche l’accademia italiana si apra finalmente a questo tipo di studi.
In altri paesi, specie anglosassoni, le ricerche sul lesbismo possono contare su un vasto campo di contributi interdisciplinari sui rapporti di amore tra donne visti nel contesto di pratiche sessuali non normativamente eteropatriarcali – contributi che hanno influenzato l’indirizzo e il metodo stesso della storiografia generale, così come è avvenuto da noi per la storia di genere.
La storiografia lesbica straniera si è costruita su icone (Saffo, Marie Antoinette, Gertude Stein, Marina Navratilova…) che ci interrogano su cosa costituisse in certi periodi e luoghi l’omosessualità femminile che ora chiamiamo lesbismo. Possediamo già varie tipologie presunte transnazionali: una descrive asessuate amicizie romantiche, matrimoni bostoniani, solidarietà politiche, e molteplici relazioni di necessaria convivenza consumate nell’alveo della rispettabilità; altre coprono le scandalose trame di seduzioni, fughe e tradimenti delle ricche espatriate nelle colonie di Parigi, Venezia, Firenze, Capri; altre ancora denunciano la costruzione, medicalizzazione e contenzione di comportamenti sessualmente e socialmente devianti, non solo nelle classi alte ma tra lavoratrici, serve, schiave, prostitute, in occidente e comparativamente in altri paesi e tempi.
Ma in Italia, per quanto non del tutto assenti, specie in ambito sociologico, gli studi sul lesbismo sono rimasti studi di nicchia e di Movimento, producendo materiale che se da un lato compie un necessario lavoro di divulgazione di testi stranieri non tradotti, dall’altro alimenta narrative ed immagini di importazione con un loro cachet neocoloniale di cui risente anche il nostro immaginario, Glbtq o etero che sia.
Accanto a queste pubblicazioni italiane c’è però da anni un filone semi-sommerso che si nutre di risorse alternative, quali il sentito-dire, ricordi, interviste e testimonianze registrati su radio e tv o pubblicati sulle riviste del Movimento, questionari, cronologie dei gruppi, discussioni internet, portali, liste, blog. Più gossip che cultura, si è detto; ma grazie a incroci di sinergie personali e culturali, e a nuove opportunità di pubblicazione (come la maggiore editrice lesbica, Il Dito e la Luna), grazie alla crescita di piccole biblioteche e archivi, la storia lesbica italiana comincia a prendere una sua forma. E ci piace che a pubblicare questo libro sia una casa editrice non schierata (Rosenberg & Sellier) che negli anni ha molto sostenuto gli studi delle donne.
Se una generazione di storiche lesbiche femministe non solo straniere si è specchiata in situazioni dove la solidarietà contava più della sessualità, le autrici di Fuori della norma , costruzioniste post-foucaultiane, sono impegnate a ricercare quali strutture di potere costruiscano discorsi e identità collegati alla sessualità («quel nucleo centrale dove corpo e psiche incontrano il sociale per costituire il soggetto»), e quindi come nasce, cambia, si afferma e performativamente si riproduce la categoria “lesbica” in quanto contestato significante che collega esperienze devianti rispetto alle varianti specifiche della normatività eterosessuale.
Le sei autrici di questa raccolta (Elena Biagini, Alessandra Cenni, Nerina Milletti, Nicoletta Poidimani, Gabriella Romano, Laura Schettini) verrebbero definite altrove «ricercatrici indipendenti» – appassionate e competenti studiose dalla cui etichetta amatoriale traspare la dedizione a uno scavo storico condiviso dalle associazioni Glbtq. Il materiale (con un’ottima bibliografia) proviene da fonti orali, archivi, testi dell’antropologia positivista e giornali di inizio Novecento, interviste e narrativa, letteratura di propaganda e proclami fascisti; gli strumenti critici attingono alla sociologia e alla sessuologia, dalle politiche identitarie alle teorie sul genere alla performatività del queer.
Nel saggio introduttivo dedicato al lessico di questa raccolta, Nerina Milletti – che in saggi precedenti aveva analizzato come la costruzione antropologica del corpo lesbico serva a costruire meccanismi di controllo sul genere, definendone la “naturalità”, e come anche il linguaggio si faccia portatore di storia e identità situate e posizionate – definisce il lesbismo una istituzione sociale con una storia politica usata per stigmatizzare ed escludere soggetti che non si conformano a questa norma, o vi resistono. La prospettiva storica implica ricostruire lo sviluppo di un’idea, dai gesti di singole donne fino ai movimenti di oggi, e si impegna a investigare forme di socialità diffusa che ignoriamo, ipotizzando una subcultura ancora da scoprire.
Ordinati con taglio cronologico, alcuni saggi usano quindi l’analisi biografica. È il caso di Cordula (Lina) Poletti – la “fanciulla maschia” di Sibilla Aleramo poi amante irrequieta di Eleonora Duse – di cui Cenni descrive l’orientamento lesbico «come parte integrante di un progetto di mutameto femminista dell’ordine politico e sociale». È il caso delle quattro donne lesbiche nate tra il 1905 e il 1925 (Nietta Aprà, Flafi, “Maria”, Silvia Mazzoleni) che Romano studia attraverso diari e interviste, scoprendo vite trascorse nella segretezza del privato durante il fascismo fino al dopoguerra, e nel caso di “Maria” fino all’attivismo nel Fuori!. Certi elementi sono ricorrenti in queste storie di lesbiche: lo stigma sociale, l’isolamento, il rifugio nel privato, l’autocensura.
Di cancellazione del lesbismo durante l’omofobo e misogino regime fascista, in famiglia come nel contesto pubblico, parla anche Biagini cercando di individuare la formazione dell’identità lesbica e le strategie di sopravvivenza di sette donne da lei intervistate, nate tra il 1922 e il 1931. Per creare questa storia sono stati necessari nuovi paradigmi al cui interno negoziare nuove identità che per quanto fragili e pericolose sono state cementate dalla ricerca di economie di vita sostenibili, anche finanziariamente. Le lesbiche raramente hanno avuto uno spazio di identificazione possibile – disprezzate dalle etero, ignorate dalle femministe, demonizzate dalla religione. Alle identità filtrate dai giornali e da qualche testo letterario (come Il pozzo della solitudine ) non corrispondeva infatti né una organizzazione né una sottocultura (Milletti, Biagini, e Romano: «lo spazio abitato dalle donne omosessuali, e non, era quello della casa»), e per le donne, si sa, anche le infrastrutture sessuali sono state cosa rara.
Il potere oppressivo dello stato e l’intreccio politica-scienza nella costruzione e mantenimento delle identità predominano nei saggi successivi. Milletti analizza attraverso i documenti archiviati dalla polizia tre casi di condannate al confino. Schettino evidenzia come nuovi modelli di comportamento venissero divulgati tramite le notizie sensazionali e fantastiche di donne travestite, matrimoni e altri inganni di genere, riportate da alcuni quotidiani tra il 1900 e il 1950; ma come allo stesso tempo queste narrative assistevano l’antropologia positivista nel compito tassonomico di svelare e classificare il “corpo lesbico” fino ad allora rimosso nel discorso sull’omosessualità.
Il saggio di Poidimani, sulla “disciplina della sessualità femminile nell’impero fascista”, esamina in chiusura il Manifesto del razzismo italiano (1938) e altre pubblicazioni del periodo, indagando l’intreccio fra scienza, ideologia e propaganda mutuato dall’antropologia criminale e altre teorie organiciste. L’associazione di ibridi razziali e sessuali a una eventuale degenerazione della specie e dell’impero fascista giustifica la disciplina dei corpi e il controllo medico-politico sui ruoli razziali e di genere, decreta il compito esclusivamente materno della donna bianca e la conseguente stigmatizzazione di sessualità non riproduttive. Quel regime, conclude Poidimani, è morto, «ma il suo lugubre spettro torna a farsi vivo… ogni qual volta il modello della famiglia tradizionale e patriarcale – ideologicamente definita “naturale” – viene evocato per criminalizzare le pratiche di autodeterminazione delle sessualità».
Insomma, questo libro è importante. Ben fatto, forte e coraggioso, fa crescere il desiderio di continuare a cercare, raccontare, scrivere. E come ha scritto recentemente Luki Massa ricordando quante storie che conosciamo non hanno rappresentanza nemmeno nelle storiografie interne ai movimenti che si assumono l’autorità di rappresentarci, «se è vero che la storia siamo noi, bisogna aggiungere che la storia come sempre la dobbiamo scrivere noi se non si vuole essere cancellate».

 


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