Guma, Debora

Debora Guma: “una lesbica fortunata”
Intervista di Michela Pagarini, gennaio 2011.



Co-fondatrice del CLR, attuale presidente di Visibilia, dieci edizioni di “Immaginaria: Festival internazionale del Cinema delle donne Ribelli Lesbiche Eccentriche” alle spalle; una vita di passioni, lavoro e grandi sogni, dal cambiamento sociale alla costruzione di un nuovo immaginario possibile

Quando e come hai capito di essere lesbica?

Il mio percorso dipende dalla mia età: ho 43 anni e quando sono arrivata a dirmi lesbica per la prima volta era il 1990 e ne avevo 23. In quegli anni, sembra incredibile dirlo ora, ma nemmeno nelle grandi città come Napoli si pensava che potessero esistere le lesbiche. Con il senno di poi ho capito di esserlo da sempre, però all’inizio non lo sapevo e ho vissuto la prima parte della mia vita inconsapevolmente; mi sono anche sposata, nel 1990 mi pare e fino a quel momento ho avuto il percorso di una qualunque donna eterosessuale. Quando ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito avevo 16 anni, lui era più grande di me e ha insistito moltissimo perché ci sposassimo. Ho vissuto anche l’esperienza del matrimonio in maniera totalmente inconsapevole, ricordo che dovevo dare l’ultimo esame prima della tesi e che per me era quella la cosa importante, l’università era stata dura e io pensavo solo a finirla. Il mio ex marito si è occupato da solo di tutti i preparativi, io praticamente mi sono solo presentata per sposarmi.

In quel periodo ho vinto una borsa di studio per il Belgio e due settimane dopo la cerimonia nuziale sono partita per Gand. Lì vivevo alla casa dello studente dove tutto era una festa, è stata un’esperienza bellissima; tante persone nuove e tante che dall’Italia mi venivano a trovare, tra le quali una collega di università. Lei era un’amica e una compagna di studi da anni, ma quella notte abbiamo dormito insieme e abbiamo fatto l’amore. Io avevo 22 anni ed ero sposata da due mesi e la cosa suona incredibile e strana anche per me che la racconto.

E come ti sei sentita?

Io sono una lesbica fortunata sai, perché non ho mai vissuto il mio lesbismo con sensi di colpa. Quella notte ho messo insieme tutti i pezzi della mia vita, tutti i segnali che avevo avuto del mio essere lesbica e che non avevo saputo decifrare; ancora oggi ricordo quel momento come bellissimo. Non immaginavo proprio che potesse esistere il lesbismo e lo dico un po’ come una cosa bella e un po’ con vergogna, ma in quella notte tutto è andato a posto: le cose che non avevo mai detto a me stessa, le attrazioni che avevo provato per altre ragazze senza esserne davvero consapevole, tutto quello che ero ma non sapevo di essere. Questo è bello e tremendo, perché significa che ancora negli anni Novanta, come forse anche oggi in tante parti d’Italia, era ed è possibile viversi in maniera così inconsapevole. Comunque insisto nel dirmi fortunata, perché né quella notte né dopo (e credo mai succederà) ho vissuto la mia identità con senso di colpa. Per me è stata una cosa meravigliosa, mi si è aperto un mondo. Immediatamente e con tutti i travagli del caso ho lasciato il mio ex marito – che ovviamente non ne è stato felicissimo, ma questa è un’altra storia, comune a molte altre che sono state sposate – e da quel momento sono stata felice. Punto.

L’altra cosa molto bella è stata che da quella notte ho capito che dovevo fare qualcosa per me e per le altre lesbiche. Dirmi lesbica infatti ha subito significato impegno politico, lotta, cambiamento della cultura, forse proprio perché mi sono accorta di aver vissuto tanto tempo nell’inconsapevolezza e nell’ignoranza. Oggi le informazioni che le donne hanno a disposizione sono molto diverse e tante di più, internet ha avuto una importanza fondamentale in questo senso, perciò mi auguro che, sapendo che esiste questa possibilità, le giovani facciano una scelta del lesbismo molto più consapevole della mia. Allora anche saperlo non era semplice, sembra un mondo di due secoli fa e invece era il 1990 e in Italia non c’era quasi niente; considera che la Prima Settimana Lesbica si è tenuta nel 1991 e in quel periodo, anche se in alcune città esistevano già dei gruppi, ancora l’informazione faceva molta fatica a passare.

Dove vivevi in quegli anni?

Il mio lesbismo è iniziato in Belgio, poi sono tornata in Italia e la mia vita era in pieno stravolgimento: appena rientrata ho discusso la tesi, vivevo a Napoli ancora con il mio ex marito e subito dopo hanno cominciato ad arrivarmi le prime offerte di lavoro, tantissime, da altre città (erano altri tempi anche da questo punto di vista). Napoli però è la mia città e io l’amo di un amore viscerale: proprio lì militavo nella FGC, facevo volontariato sociale con gli scugnizzi e frequentavo i centri sociali che allora si chiamavano centri di aggregazione, le case del popolo del Partito Comunista, quindi per me andarmene aveva il peso di una sconfitta. Per molto tempo ho continuato a cestinare le offerte che arrivavano dal resto d’Italia, finché ho capito che lì non c’erano sbocchi ed era opportuno che me ne andassi, anche perché la situazione con il mio ex marito era tesa e piena di episodi spiacevoli. Un giorno ho preso una delle lettere che avevo buttato – ricordo ancora quel gesto e il cestino della carta in cui l’avevo lanciata – e ho deciso di fare un colloquio. Così mi sono trasferita a Roma.

La relazione con la ormai ex-collega d’università, durata fino a quel momento, è diventata più difficile: lei era rimasta a Napoli e dopo il mio trasferimento vedersi era più complesso, eravamo giovani e senza soldi e la nostra storia era travagliata anche dai sensi di colpa. Direi che è stato un rapporto d’iniziazione, comunque dopo sei mesi che vivevo a Roma mi sono innamorata di un’altra donna e con lei ho iniziato una relazione che sarebbe poi durata otto anni.

Come hai impostato la tua nuova vita da lesbica romana?

Forse per i miei trascorsi di militanza sociale, ho sempre vissuto con l’anelito al cambio della cultura e come ci credevo per Napoli, altrettanto lo volevo per le lesbiche, ma ahimè, dopo vent’anni ancora non si è realizzato! Parallelamente all’impegno sociale avevo letto tantissimo sul femminismo, conoscevo Carla Lonzi, avevo seguito le organizzazioni degli Otto marzo che a Napoli erano state imponenti e quindi, appena trasferita a Roma, ho cercato un posto dove fare politica con e per le lesbiche. Benché la grande città, rispetto ad altre realtà, fosse una situazione privilegiata, ti assicuro che trovarlo non fu cosa facile. Allora esisteva già il Collegamento fra le Lesbiche Italiane (CLI) e tantissime donne facevano politica al Centro Femminista Separatista (CFS) che ora è la Casa Internazionale delle Donne, ma ripeto che trovare le informazioni era difficile, una complessità che ha caratterizzato i percorsi di molte altre donne della mia generazione.

Io mi sono trasferita nel 1991 e per tre anni ho cercato, finché sul Manifesto ho visto un trafiletto che riportava la notizia di una “riunione dei gruppi lesbici italiani al Centro Femminista Separatista in Via San Francesco di Sales 1/a”. Erano cinque righe in tutto, ma arrivavano dopo tre anni di ricerca e tentativi, finalmente! Credo fosse un sabato e naturalmente mi sono “fiondata”.

L’arrivo a quella riunione rimarrà per sempre impresso nella mia mente: l’ingresso era una piccolissima porticina verde – un verde tremendo fra l’altro – senza campanello né insegna, nessuna indicazione, ma io non scorderò mai il momento in cui abbiamo varcato quella soglia. Io, più determinata e la donna con cui stavo, più scettica, ci siamo messe ad aspettare finché sono arrivate le prime donne e seguendo loro siamo entrate in una sala dove c’erano una quarantina di lesbiche. Le lesbiche! Mi sono seduta e ho cominciato ad ascoltare.

Anche in questo caso sono stata fortunata, perché alcune delle donne che mi sono trovata ad ascoltare a questa mia prima riunione erano Simonetta Spinelli, Rina Macrelli, Giovanna Olivieri, tutte coloro che allora facevano politica a Roma (a mia insaputa che per tre anni le avevo cercate) e poi c’erano anche Marina[1] e Cristina (Genovese – Zanetti), ossia le donne di Visibilia, ed erano presenti veramente tutte le (poche) realtà lesbiche esistenti allora in Italia.

Era il novembre 1994 e si discuteva – io non capivo niente ovviamente perché le lesbiche, oggi come allora, parlano per pregressi- di come investire i soldi rimasti dalla Prima Settimana. Dopo tre anni si stava decidendo – anche questo è un classico delle lesbiche- cosa fare con il ricavato di quell’evento che era stato organizzato appunto dal CLI e da Visibilia. Durante la riunione alcune donne si avvicinarono a noi che eravamo nuove arrivate, ci accolsero e ci invitarono a cenare con loro: quella sera abbiamo mangiato in un ristorante cinese in Via della Lungara con un gruppo in cui c’erano anche Cristina e Marina e per la prima volta ho sentito parlare del festival Immaginaria.

Un battesimo fortunato, dopo aver tanto cercato…

Sì, da quella riunione ho cominciato a frequentare il CFS e in capo a pochissimo abbiamo deciso di fondare un gruppo. Nel marzo 1995 a casa mia e dopo una discussione per redigere un manifesto d’intenti, è nato il Coordinamento Lesbiche Romane (CLR). Fra le fondatrici oltre a me c’erano Caterina Dietrich, Lucilla Ciambotti, Cristina B. eravamo in tante, allora c’era anche Simonetta Spinelli e altre che non so se vorrebbero essere citate. L’aggettivo romane fu fortemente voluto e l’espressione coordinamento rappresentava bene la nostra idea, ossia la volontà di un’organizzazione che connettesse le realtà esistenti. Da quel momento, tramite questo gruppo cominciammo a fare politica; i progetti erano tanti, fra i quali una banca dati del lavoro -recentemente un’idea simile è stata riproposta nell’ambito delle Cinque Giornate Lesbiche del 2010 – ma noi quindici anni fa l’avevamo già in mente e gli avevamo anche trovato un nome, avrebbe dovuto chiamarsi B.A.D. (Banca Attività Donne). Nel 1997 organizzammo il convegno di Roma del 20-22 giugno Il mondo da fare – Sul ruolo politico del movimento delle lesbiche. Per non fare censura, ti posso dire che proprio in occasione di quel convegno ci fu uno “scazzo” tremendo fra le separatiste e la neonata Arcilesbica. Sembra strano a dirlo ora, ma in Italia fino a quel momento non era esistito un altro movimento lesbico se non quello separatista; ovviamente c’erano alcune donne -anche importanti- in Arcigay, ma non militavano in gruppi organizzati e autonomi. Comunque alcune delle presenti fra le quali Titti de Simone, durante l’intervento di Simonetta Spinelli (che ne fu molto amareggiata) abbandonarono la sala, chiamandoci “zavorre” e accusandoci di portare avanti un movimento antiquato.

Tu come ti ponevi rispetto al separatismo?

Per quanta politica io abbia fatto, di sicuro non sono una teorica, ma è certo che se il mio lesbismo è stato tutt’uno con l’impegno politico, il separatismo è la corrente alla quale appartengo di natura, perché dà delle opportunità preziosissime. La prima fra tutte è quella di avere un luogo privilegiato dove poter stare solo fra donne e nel quale non si attuano tutti i meccanismi che tipicamente si scatenano in presenza degli uomini, come l’insicurezza e la delega incondizionata.

Per quanto mi riguarda, credo di poter dire che essere lesbica, fare politica ed essere separatista sono cose nate insieme e naturalmente, anche quando non sapevo nemmeno il significato del termine separatismo.

E dopo il convegno?

Nel ‘98 un’altra idea diventò un progetto che continua a rendermi orgogliosa perché prosegue tutt’oggi, ed è la trasmissione ospitata da Radio Onda Rossa Una calamità di cui ci rendiamo perfettamente conto. Citazione tratta dal famoso film L’assassinio di Sister George – che è uno dei primissimi film lesbici se così si può definire – nel quale c’è una scena in cui una donna dice all’altra, riferendosi al suo lesbismo: “…ma non saranno tutte come te?” E la lesbica risponde con la frase citata. Anche la radio è stata un progetto bellissimo, così come partecipare all’organizzazione del festival a Bologna e alle manifestazioni, portando in giro le nostre voci, i corpi, i volti. Parlare in piazza e con le istituzioni e poter dire “…io sono Debora Guma e sono lesbica, lavoro con altre lesbiche e queste sono le nostre opinioni sulla politica ufficiale, su quello che succede nel mondo, sugli psicoterapeuti e così via…”, è la mia lotta: portare fuori il nostro punto di vista. Se anche in una sola persona che vede o ascolta riesco a insinuare un ragionevole dubbio che il nostro modo di vivere e la nostra volontà di cambiare il mondo hanno motivo di esistere, sono contenta, è proprio quello che voglio.

Come sei arrivata a Immaginaria?

Dopo aver conosciuto le donne di Visibilia, avevo provato più volte a contattare Marina per offrire la mia collaborazione per il festival, ma non ero mai riuscita a trovarla e lei, per lo scetticismo che aveva rispetto alle neofite, non mi aveva mai richiamata. Perché, diciamolo chiaramente, spesso chi si avvicina a eventi e gruppi organizzativi o politici lo fa per motivazioni che di politico non hanno nulla, magari altrettanto nobili, perché certo è lecito avvicinarsi anche per trovare amiche, fidanzate eccetera, però sono intenti che con la politica non hanno nulla a che vedere. Quindi lei non mi richiamò mai, finché finalmente un giorno riuscii a trovarla e andai a Bologna a farmi conoscere. Cominciai subito a fare la gavetta, e trascorsi tutta la terza edizione del festival a cambiare cassette, chiusa nella stanzetta del cinema Lumière di Bologna insieme alla traduttrice e mentre cambiavo cassette, vedevo tutti i film. Tutte queste immagini erano incredibili, una felicità enorme, ricordo che c’era un documentario sul movimento negli Stati Uniti: tutte queste lesbiche mi riempivano gli occhi. Maura – che è stata la nostra traduttrice per tutte le 13 edizioni – ormai aveva una cultura lesbica enorme pur essendo assolutamente etero, e nelle minime pause dalla traduzione parlava con me e mi spiegava le questioni del movimento lesbico nel mondo, di cui io non avevo nessuna idea. Anche questo è un ricordo bellissimo.

Da allora e fino all’ultima edizione non ho mai smesso di lavorare al festival, che immediatamente ha assorbito tutto il mio tempo libero, diviso con la militanza romana finché sono rimasta nella capitale e totalmente dedicato dal momento in cui mi sono trasferita a Milano.

Quanto lavoro c’è dietro l’organizzazione di un festival?

E’ un impegno lungo tutto l’anno e man mano che crescevano le sue proporzioni, la mole di impegno è aumentata, noi non avevamo né sabati né domeniche: per riuscire a fare anno dopo anno l’edizione successiva ci siamo fatte assorbire completamente, lavorando fra le moltissime difficoltà. Perché se già ti ho detto quanto è cambiato il mondo da allora, è vero che alcune cose purtroppo non siamo riuscite a cambiarle. Organizzare eventi culturali di qualunque genere è difficile di per sé, ottenere fondi per la cultura lo è di più. Riuscire ad averne per eventi omosessuali è complicato almeno il doppio, ottenerne per eventi lesbici separatisti è stata la nostra più grande difficoltà.

Pensa che per fare la prima edizione, Marina e Cristina sono andate fisicamente a prendere i film direttamente in Olanda, in macchina, nell’unica distribuzione europea che aveva materiale anche lesbico oltre che femminista e li hanno portati in Italia. Nel frattempo il mondo cambiava e nel 1995 sono comparsi i primi software per inviare e-mail, ma le prime quattro edizioni sono state fatte tutte tramite fax e telefono, dovendo rispettare fusi orari internazionali. Puntavamo la sveglia nel cuore della notte per chiamare l’America e parlare con le registe che a loro volta non capivano mai la questione degli orari, così alle tre di mattina mentre dormivi ti svegliava il telefono e ti dovevi alzare per parlare di film, o partiva il fax con le risposte da oltreoceano.

Nell’era pre-internet, come tenevate i contatti e come facevate a rimanere aggiornate su ciò che accadeva nel resto del mondo?

Soprattutto tramite relazioni internazionali che abbiamo costruito nel corso degli anni. Una grossa e importantissima è stata quella con Cineffable, l’associazione che organizza Quand le lesbiennes se font du cinema, il festival lesbico separatista di Parigi: è l’evento lesbico più grande d’Europa, per il quale arrivano anche tremila donne da tutto il mondo. Noi andavamo ai festival, guardavamo tutti i film, li selezionavamo e alla fine le organizzazioni davano ai colleghi e colleghe di altri Paesi una cosa preziosissima che si chiamava Source List, l’elenco titolo per titolo delle proiezioni con i contatti delle registe, delle produzioni e delle distribuzioni. Una volta tornate a casa, si cominciava a contattare tutti. Questo, finché Immaginaria non è stata più conosciuta, è stato difficilissimo. In quanto italiane, in ambito internazionale non abbiamo una buona reputazione, abbiamo dovuto impegnarci molto per convincere le registe a fidarsi, a mandarci le cassette, promettendo e giurando che avremmo pagato loro i diritti, ma è stata una gran fatica.

Negli anni poi il festival è cresciuto e non c’è stato più bisogno di rincorrere le registe, erano loro che rincorrevano noi. Finivamo un’edizione e venivamo già sommerse di cassette provenienti da tutto il mondo in previsione dell’edizione successiva. Nel frattempo, anno dopo anno avevamo costruito altre relazioni, come quella con il festival australiano Mardi gras, quello di san Francisco Frameline, quello di Londra (che esiste credo da 20/25 anni); il tutto sempre via cavo, perché non è che la nascita di internet e la costruzione di siti gay e lesbici sia stato un tutt’uno. Ad esempio in Italia, i primi siti lesbici sono comparsi praticamente in contemporanea, ed erano il sito di Visibilia e le Pagine Lesbiche di Nerina Milletti (che poi diventerà Ellexelle), chiamate così perché appunto erano le prime pagine lesbiche italiane che arrivavano nel mondo. Quindi, mentre gay e lesbiche imparavano ad utilizzare il mezzo, noi andavamo avanti ancora con fax, telefono e relazioni personali.

Quando dici “noi”, a chi ti riferisci, quante eravate ad occuparvi del festival?

Come in tutti i gruppi c’erano varie partecipazioni e ognuna dava il contributo che si sentiva di dare, per cui nei giorni di Immaginaria, le donne di Visibilia che ci lavoravano arrivavano a una ventina. In realtà poi, che vi si dedicavano anima e corpo per tutto l’anno erano Marina e Cristina all’inizio, e poi anch’io e per alcuni anni la donna con cui avevo allora una relazione. Quindi eravamo in tante, ma quando dico “noi” mi riferisco a quelle che investivano tutto il loro tempo libero nel festival e in generale nella politica lesbica. Perché non facevamo solo Immaginaria, ovviamente. Siamo andate alla Fiertè lesbienne che è l’insieme di eventi lesbici del Gay Pride di Parigi, partecipavamo a incontri in Germania, in Inghilterra, alle riunioni dell’European Women’ Film Festival che è il coordinamento dei festival di cinema di donne europeo. Lì erano rappresentati moltissimi festival, anche quelli famosissimi come Feminale, Femme totale, Cineffable, Immaginaria, il festival delle donne di Russia e quello norvegese: ci incontravamo almeno due volte l’anno per discutere, aiutarci e lavorare insieme.

Le selezioni, le relazioni, la settimana di fFestival, le raccolte fondi: un’infinità di lavoro…

Per avere anche solo il patrocinio non oneroso, ossia semplicemente il bollino del comune di Bologna sul catalogo, dovevi fare quindici riunioni nell’arco dell’anno. Un vero e proprio lavoro a tempo pieno, ci si rapportava con la città, con le istituzioni, con registe, produttrici, autrici e distribuzioni straniere e italiane, con le lesbiche del’associazione e con quelle del pubblico.

Ti assicuro che in quegli anni non c’è stato un momento di riposo tranne tre settimane di vacanza d’estate. Questo è possibile avendo la passione della politica lesbica e perché ci si diverte, creare un grande evento lesbico costa tantissima fatica ma porta anche altrettanta unione, divertimento e senso di comunità. Per quanto arrivassimo stanche ai giorni del Festival – e noi ci arrivavamo sfinite, perciò a volte sembravamo dei “cani arrabbiati” -, vedere mille donne insieme, mille lesbiche, arrivate da tutta Italia era una cosa che non succedeva e non succede tuttora mai. Fatta eccezione per le Cinque Giornate Lesbiche di Roma del 2010 che hanno avuto quella bellissima affluenza che tutte abbiamo visto.

Quanti film lesbici hai visto in questi 13 anni?

Considera che per ogni edizione proiettavamo in media dai settanta agli ottanta film e per selezionarli ne vedevamo circa il triplo: io che ho fatto “solo” 10 edizioni, ho visto circa duecento film l’anno, diciamo duemila in totale.

Tu hai potuto vedere come le altre lesbiche hanno scelto di raccontarsi e raccontarci, sia nel corso del tempo che da un’ottica internazionale: com’è stato questo percorso?

Lo sguardo è stato assolutamente privilegiato, sarebbe interessante fare una pubblicazione sul cinema lesbico e su come è cambiato negli anni. I primi contributi avevano una bassa qualità tecnica e parlavano quasi esclusivamente di coming out o della moda del momento, che poteva essere quella del sadomaso – che fra le lesbiche va a ondate – o quella dell’aids, proposto da molte tramite film sul sesso sicuro che sembravano tentare in tutti i modi di appropriarsi di un problema che sostanzialmente non è mai stato nostro. Poi con il passare del tempo la qualità è molto migliorata e gli argomenti sono cambiati. Nelle ultime edizioni hanno cominciato a produrre film che non parlavano più di coming out, ma partivano da un assunto di vita lesbica e poi sviluppavano una storia di qualsiasi tipo: gialli, romanzi, fantasy, qualunque cosa. Per noi è stato bellissimo, quasi la coronazione di un sogno, era proprio quello che volevamo. Perché il festival era la voglia di costruire per noi un immaginario diverso, positivo e vederlo avvicinarsi, anno dopo anno è stato emozionante.

Immaginaria poi non era fatta solo dai film, era proiezioni, dibattiti, artiste, libreria, conoscere le lesbiche e quello che succedeva nelle altre parti del mondo. Questa credo sia la cosa che mi manca di più adesso.

 E oggi?

Le difficoltà economiche che ci hanno sopraffatte e la morte di Marina, che a vari livelli ci ha minate personalmente minando anche l’eterogeneità del gruppo, hanno pregiudicato la fattibilità del festival.

Smettere di farlo è stato un dolore e la domanda che ci facciamo adesso è: cosa significherebbe Immaginaria oggi? Perché nel frattempo il mondo è davvero cambiato. Per esempio, noi ci siamo inimicate la metà dei gruppi lesbici se non tutti, perché una richiesta che ci veniva sempre fatta e a cui noi opponevamo un rifiuto, era di avere i film gratis da proiettare, senza che nessuna capisse che questa era un’idea che andava contro il nostro principio, quello di pagare i film alle registe. Perché “passare” i film danneggia loro, le produzioni e le distribuzioni, con tutta la fatica che ovunque nel mondo fanno per sopravvivere! Ma oggi, con Emule e Torrent si trovano tantissimi materiali perché purtroppo c’è gente che li mette in rete (e magari nel frattempo la regista si è indebitata fino al collo per fare un prodotto di qualità, ma questa è la realtà), quindi, che senso avrebbe oggi fare un festival? Questo ci domandiamo.

L’altra cosa brutta è che oggi tutti fanno rassegne e rassegnine. Non brutto perché si fanno, ma a volte dipende da come, si fanno. Spesso ci domandavano con che criterio selezionavamo i film da proiettare, la risposta è: in base a quello che eravamo e pensando all’obiettivo che volevamo raggiungere. Volevamo portare la conoscenza del resto del mondo, combattere la lesbofobia interiorizzata, mostrare una figura di lesbica e di donna finalmente vincente, Gran parte dei contenuti che abbiamo portato a Immaginaria erano infatti femministi, perché per noi il lesbismo non poteva (e non può) non essere femminista.

Una lesbica che oggi fa riferimento a se stessa come una persona e che pensa che la parità tra uomo e donna sia raggiunta credo sia priva di una coscienza, non dico politica, ma proprio di ciò che siamo oggi. Vero è che oggi potrebbe essere anacronistica anche una politica prettamente identitaria, ma non si può prescindere dal soggetto e da quel che siamo e viviamo tutti i giorni e soprattutto da quello che vogliamo. Andare a letto con le donne è facilissimo ed estremamente piacevole, però dipende molto dal significato che tu gli dai. Se a questo attribuisci il senso della rivoluzione (altra parola anacronistica alla quale però tengo tantissimo) della cultura imperante, allora tutto diventa diverso, ed è lì che vengono fuori anche i criteri di selezione con cui fai un festival. Per farlo ci vogliono delle professionalità, non possiamo far finta che non sia vero, perciò il fatto che oggi tutti facciano rassegne ha l’aspetto positivo della facile accessibilità, ma bisogna cominciare a porsi il problema di cosa si va a vedere e come. Insomma il significato che si dà alle cose che si fanno.

Immaginaria in quegli anni era “L’evento”. Come avete vissuto, da organizzatrici, l’annosa questione del riconoscimento delle lesbiche per le lesbiche?

Dalle lesbiche in generale (ora non sto parlando di gruppi) abbiamo percepito sempre una grossa vicinanza, sentivamo che la maggior parte delle donne che veniva capiva l’importanza dell’evento e la fatica che facevamo. Non tutte, ma molte sì. E mettevamo in conto anche le critiche che ricevevamo. Tante erano distruttive e dovute ai soliti meccanismi che si scatenano in qualunque gruppo chiuso (quale siamo in quanto lesbiche), ma molte altre sono state costruttive, quindi le abbiamo ascoltate e fatte nostre. In generale, direi che ci siamo sentite abbastanza riconosciute per quello che facevamo, mentre invece non ci siamo sentite supportate. Perché, quando finalmente abbiamo manifestato – e dico finalmente perché per anni il fatto di non parlarne è stato un nostro problema – le difficoltà che incontravamo, (erano gli inizi degli anni 2000) lì effettivamente ci siamo sentite poco sostenute, sia dalle singole che dai gruppi. Perché c’è tanta voglia di fare le utenti ma poca di darsi da fare. Per cui da un lato continuiamo a fare autocritica, perché non siamo state capaci negli anni precedenti di costruire un seguito, qualcuna che continuasse il nostro lavoro nel caso in cui noi non avessimo più potuto portarlo avanti. Di contro devo dire che da un certo momento in poi abbiamo tanto cercato aiuto e la risposta è stata bassa, molto bassa. Però io non credo sia un problema specifico di Immaginaria, credo coincida con una mancanza generale di voglia di fare volontariato, perché di questo si è sempre trattato, ed è una difficoltà che incontrano molti gruppi.

Io oggi come allora ascolto e considero le critiche di chi lavora, perché qualunque diversità abbia con me, penso che l’impegno e il credo in qualche modo siano comuni, mentre m’indignano le critiche di chi non agisce, le trovavo e le trovo gratuite e inutili.

Avevate rapporti con gli altri gruppi?

Quando il festival è diventato l’evento da centomila euro, Visibilia aveva poco tempo per intrattenere relazioni e questo certo non è andato a suo vantaggio, anche se nello stesso periodo non è mancata a nessuno degli eventi importanti della politica lesbica. Abbiamo partecipato a tutti i coordinamenti separatisti, abbiamo organizzato con altri gruppi When night is falling che era l’evento lesbico all’interno del World Pride di Roma, abbiamo avuto scambi con molte altre realtà. La relazione con loro è stata spesso travagliata per due motivi: il primo è che le relazioni fra gruppi sono sempre travagliate, l’altro è che Visibilia è sempre stata molto radicale e, nel bene e nel male, con idee molto precise. Ad esempio, è stata il primo gruppo separatista in Italia a cercare e trovare alla fine il rapporto con le istituzioni, in anni in cui il lesbismo separatista era contro le istituzioni “a prescindere”. Questa è stata una scelta sicuramente lungimirante, perché oggi tutti vogliono avere a che fare con le istituzioni, ma in quegli anni fu una scelta rivoluzionaria che creò sconcerto e critica da parte di tutto il resto del movimento. Anche far capire che in Italia il Festival doveva rimanere l’evento con la E maiuscola e che quindi le richieste di portare Immaginaria in tutte le città con piccoli eventi andavano contro il progetto stesso è stato difficile e faticoso da far capire, e anche questo ha creato grandi problemi.

Devo dire che è stata Marina a dare una connotazione molto forte a Visibilia ed è sempre stata l’anima del gruppo: era una donna assolutamente radicale e all’interno del movimento si muoveva spesso come un elefante. Si perseguivano gli obiettivi andando dritte per la propria strada, non cercando alleanze. L’alleanza c’era su progetti o su comunanze di visione, altrimenti non si cercava soltanto per forma o per diplomazia. Queste scelte hanno portato Visibilia ad essere quello che era, ossia una delle più grandi associazioni in Italia, ma dall’altra parte hanno creato tantissimi problemi nelle relazioni esterne, anche se quando sei radicale lo metti in conto e quindi non ci meravigliavamo più di tanto. Anche perché per esempio abbiamo tentato, per citare una delle relazioni più travagliate, di avere delle relazioni con Arcilesbica, ma quando si hanno politiche così diverse non c’è mediazione che tenga, alla fine la rottura arriva sempre. Uno degli episodi più famosi ha coinvolto Visibilia, Arcilesbica e Azione Gay e Lesbica, i tre gruppi più importanti in quel momento in Italia, ed è stato quando abbiamo provato a organizzare insieme il treno Nord-Sud per il World Pride del 2000. Un treno che scendesse da Milano e toccando le principali città d’Italia, arrivasse a Roma, un treno lesbico.

La famosa Freccia Lesbica…

Esattamente. In quella situazione tutte noi che abbiamo lavorato a quel progetto abbiamo cercato di mediare il più possibile per concretizzare quel benedetto treno, ma alla fine non si è fatto, perché le nostre politiche erano diverse. Perché i gruppi separatisti, e ora parlo in generale, fra i tanti difetti che possono avere, di sicuro non hanno quello di voler rappresentare tutte le lesbiche d’Italia. Hanno ben chiara la distinzione fra delega e rappresentanza. Io per esempio, che ora sono la presidente di Visibilia, se vado a una riunione come rappresentante ci vado come Debora Guma e presidente di Visibilia ma sono una delegata, qualsiasi decisione venga presa io la condivido fino alla noia con le mie compagne, non le rappresento e non decido per tutte. Questo è uno dei fondamenti dei gruppi separatisti.

La freccia non si è fatta per quella che può sembrare una sciocchezza, ma che in realtà testimonia la differenza di politiche. L’accordo era che non ci fossero giornaliste, perché volevamo che tutte prendessero quel treno, sia le lesbiche visibili che quelle che non lo erano. Arcilesbica invitò una giornalista e su questo ci fu una rottura pazzesca. Visibilia stranamente, nonostante la sua radicalità appena descritta, cercò di mediare fra le posizioni contrapposte e molto forti di azione Gay e Lesbica e Arcilesbica, ma alla fine non se ne fece niente. C’è poco da fare, o le collaborazioni partono da una condivisione di valori di base, di un’etica comune e comunque stanno su progetti specifici, o alla fine non ce la fai.

In tutti questi anni di lavoro e di passione, hai mai pensato di “mollare”?

Seriamente mai. Una grossa crisi nella mia voglia d’impegno c’è stata quando anche nell’equipe di Immaginaria, come prima o poi succede a tutti i gruppi, c’è stata una spaccatura. Ma non fu tanto per la rottura in sé o per i suoi esiti, perché è vero che ognuna dava un contributo ma è altrettanto vero che questi contributi avevano valori molto diversi, e in quel caso il nucleo che teneva in piedi il festival rimase, e rimase unito. Quindi il problema non fu tanto sui risvolti pratici di questo episodio, ma furono i motivi che lo crearono, ossia il riconoscimento dei diversi valori. Se lavori di più, impari di più e quindi avrai più competenze: mi sembrano concetti banali ma a volte nel mondo lesbico non sono per niente scontati. Non è che chi lavora meno ha meno voce in capitolo, però almeno dovrebbe sentire un dovere all’ascolto, e chi lavora ha il diritto di essere ascoltata. Invece c’è sempre la tendenza a fingere che democrazia significhi essere tutte uguali in ogni circostanza.

Ecco, sentire che dopo tanto lavoro insieme non eravamo riuscite a condividere un messaggio così semplice – che però spesso è il vero problema della politica lesbica in Italia – e vedere che ancora una volta una spaccatura era generata da quello, ci ha fatto sentire un grosso senso di fallimento, il non riconoscimento degli impegni reciproci in un gruppo in cui si lavorava insieme da anni.

E’ stato un brutto momento, una gran voglia di mandare tutto al diavolo, perché ti chiedi chi te lo fa fare, di passare la vita fra il lavoro “ufficiale” necessario a sopravvivere e questo impegno così grande da sacrificare fidanzate, amanti, svago e tempo libero, se poi ti devi scontrare con il fatto che tutto questo non serve nemmeno a far passare questi semplici concetti di base.

Come sei cambiata dal giorno in cui hai varcato la porticina del CFS per incontrare le lesbiche, attraverso questo lungo percorso (che certo di lesbiche te ne ha fatte vedere parecchie)?

Lavorando ho acquisito rispetto al mio lesbismo una serenità e una tranquillità che mi danno molta sicurezza nel mio muovermi nel mondo. Spesso le donne che mi hanno vista sul palco a battagliare con le autorità, oppure che hanno trovato il mio nome e cognome su internet dove è sempre associato alla parola lesbica, mi hanno definita coraggiosa. Io non lo sento come coraggio, è che questo lavoro e questa passione mi hanno dato una pace che non credo sarei riuscita a raggiungere se avessi avuto esperienze diverse, per esempio vivendo il mio lesbismo soltanto attraverso le cene con le amiche o andando a letto con le donne. Non sai mai quali sono le piccole cose della vita che ti fanno bene, quali i momenti, le persone, le esperienze che sedimentano, ma c’è un edificio che mattone dopo mattone si costruisce dentro di te. Io in questi anni sono stata fortunata, dalle esperienze fatte è derivata molta pace con me stessa.

Cos’è la politica lesbica per te?

La politica lesbica e la mia vita sono due cose inscindibili e una cosa che ho imparato praticandola è che è difficilissimo farla, gli “scazzi” sono tremendi, così come i dolori e le separazioni, e anche i litigi tra gruppi sono esperienze tremende. Però l’eccitazione e la soddisfazione che nascono dal progettare e costruire insieme, dal crescere, dall’ascoltarsi, alla fine spazzano via tutte le amarezze, non c’è niente da fare. Lucilla Ciambotti del CLR una volta disse una frase che per me è rimasta importantissima e segnò la mia vita: “io da sola sono stupida”, ed è vero, io da sola posso fare la mia vita e avere le mie storie, con una vita migliore o peggiore a seconda della fortuna, ma i risultati – anche intellettuali – che si possono avere lavorando con le lesbiche per un progetto o per cambiare la cultura che ci ammazza, sono la cosa più bella, perciò non potrei mai vivere senza.

Tornando al palco: è vero che quando si lavora in un contesto pubblico e si ha un ruolo che ti dà visibilità, si “cucca” tantissimo?

Ti dico la verità: no, ma proprio no. O dipende dalla persona? Io non ho mai cuccato tantissimo, forse perché sono sempre stata molto occupata, e poi ci metto così impegno e passione e concentrazione che non vedo nemmeno le altre. Loro invece magari vedevano me ma, me l’hanno detto anni dopo, spesso avevano “paura”, non tanto di me personalmente ma del mio ruolo e delle mie compagne. Quindi in realtà non si cucca per niente!

Cioè insomma si cucca un po’, ma gli stuoli di donne che ti si buttano ai piedi io non li ho mai visti. Ahimè!

 

Intervista di Michela Pagarini –  gennaio 2011

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NOTA: [1] Marina Genovese, scomparsa nel 2008, fondatrice di Visibilia e di Immaginaria e compagna per 9 anni di Debora Guma.  Vedi allo https://www.immaginariaff.it/marina-genovese/


http://www.leswiki.it/repository/testi/whos/debora-guma-per-leswiki.doc

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