1992, Gabriella Bosco – Sorpresa, Dumas a Lesbo

Gabriella Bosco, “Una storia di amori saffici attribuita al padre dei Moschettieri. Sorpresa, Dumas a Lesbo”. La Stampa, mercoledì 8 aprile 1992, p. 19.

Una storia di amori saffici attribuita al padre dei Moschettieri. Sorpresa, Dumas a Lesbo E lui l’autore del «Roman de Violette»

Parigi. Ormai è certo: Violette è proprio la sorella minore, un po’ scostumata, di D’Artagnan. Saffico, sino ad oggi ritenuto apocrifo e fino al 1957 all’indice, Le romani de Violette è ora ufficialmente riconosciuto opera di Alexandre Dumas. Trionfa Claude Schopp, studioso e bibliografo del grande scrittore, che può per la prima volta inserire l’erotico scritto nel catalogo delle opere complete di Dumas, con lo stesso diritto del Conte di Montecristo, dei Tre moschettieri e della Collana della regina.

Pubblicato clandestinamente a Lisbona nel 1870 come operà postuma di una Celebrità Mascherata, il romanzo veniva allora offerto al pubblico come «delizia letteraria, rimedio sicuro contro la frigidità». Un catalogo di inizio secolo, che taceva il nome del «celeberrimo autore» per «ovvi sentimenti di riserbo», approfondiva la descrizione: «In uno stile sempre decente, i quadri lascivi si succedono e crescono d’intensità capitolo dopo capitolo. L’impressione che se ne trae è a ogni pagina più viva e sensuale. Le scene saffiche, in particolare, sono idealizzate con grazia ma insieme dipinte con la più minuziosa esattezza. E’ un libro che deve trovare posto nella biblioteca segreta di tutti i voluttuosi di entrambi i sessi». Il satiro osceno della copertina originale aveva lasciato il posto a un medaglione ovale contenente un busto di donna con filo di perle al collo.

Lettore appassionato del romanzo, Guillaume Apollinaire non azzardò, nel suo Catalogo dell’Inferno della Biblioteca Nazionale (1919), un’attribuzione certa, indicando come altrettanto probabili Dumas padre, Théophile Gautier oppure la contessa Mauriac de Boissiron, autrice di un altro noto romanzo d’amore lesbico, Le cugine della colonnella. Nessuno, da allora, aveva osato rimuovere il giudizio di un esperto in materia come Apollinaire. Ma Claude Schopp fremeva. A intuito, forte di una assidua frequentazione di tutta l’opera di Dumas,  Era convinto che si trattasse di un’opera a ispirazione largamente autobiografica, nata dalla «strana curiosità» che sempre Dumas aveva provato nei confronti degli amori saffici, non rari nelle sue pagine. La virile Eugénie Danglars che fugge con la maestra di musica e amante Louise d’Armilly, nel Conte di Montecristo, è uno dei tanti esempi citabili.

All’epoca, l’interesse per gli amorì definiti «anti-fìsici» andava nel senso non della perversione, ma della rivolta contro le categorìe morali fissate dall’uomo. Dagli ermafroditi di Gautier agli amorì lesbici di Les fleùrs du mal (condannati in tribunale nel 1857), l’anticonformismo a sfondo sessuale attraeva Dumas, che in proposito aveva affermato: «L’antico e il vero sono spesso nudi, mai indecenti».

Mancavano però a Claude Schopp le prove sufficienti per difendere scientificamente l’attribuzione. Fino a che un giorno, il cartografo della letteratura Réginald Hamel gli fece per puro caso notare un passo del romanzo in cui l’autore diceva che il padre della protagonista, morto suicida, era «guardiano delle porte di Lilla». Fu questo il déclic che fece scattare in Claude Schopp il meccanismo dell’identificazione. Dumas aveva avuto, a partire dal 1837, una giovane amante di nome Henrìette Chevallier. Conosciutala quindicenne, l’aveva iniziata ai piaceri e poi instradata alla carriera teatrale. E l’aveva con tutta probabilità resa anche madre, abbandonandola poi a se stessa e ad amori meno ortodossi, che la giovane pagò morendo prematuramente a soli 25 anni. Di lì a poco il padre di lei, Mathieu-Henrì Chevallier, si era impiccato non sopportando il dolore per la morte della figlia. L’uomo era stato, secondo quanto riportarono i giornali di quei giorni, «guardiano delle porte di Valenciennes».

Null’altro che un segnale, ma per Claude Schopp uno stimolo irresistibile. Sfidando Apollinaire, si mise ad accumulare prove e oggi – riferendone dettagliatamente nell’ampio saggio introduttivo – pubblica il romanzo (Edizioni Mercure de France) «finalmente con il nome del suo unico vero autore».

La protagonista Violette è – come la fanciulla amata da Dumas – sartina che cade tra le braccia dell’io narrante, il pittore Christian. In un turbinio di avventure, calessi, giarrettiere di seta, profumi inebrianti; da un’alcova in penombra solo socchiusa a un’altra del tutto violata; fra travestimenti, vertigini e profondissimi languori, la giovane si dà alla contessa di Mainfroy, ma è al contempo sedotta dall’amante di lei Florence, sua insegnante di arte drammatica. Ne derivano l’allontanamento di Christian e la tragica morte, seguita dal suicidio del genitore.

Ai fini dell’identificazione, Schopp fornisce una,serie,di dati, riferimenti sicuri, alla vita amorosa di Dumas che all’epoca della stesura del romanzo, nessun altro all’infuorì di lui poteva conoscere. Ma più convincenti delle prove di natura autobiografica, risultano quelle basate sui riscontri testuali. Nel Roman de Violette c’è un passo in cui il protagonista – dopo aver defiorato Violette – la incita a non lasciarsi condizionare dalla società, a liberare senza timore i propri istinti in ogni direzione. Schopp lo confronta con un brano di Un’avventura d’amore in cui Dumas tratta lo stesso tema. Le rispondenze saltano agli occhi.

E definitivi sono i numerosi errori di stampa riportati dall’edizione originale, che corrispondono con precisione alla non piccola serie di errori d’ortografia che Dumas commetteva con estrema frequenza. Ad esempio, uno tra i più curiosi, la parola «carresse» (carezza) scritta sempre con due erre. La ritroviamo nel Roman de Violette, là dove la tenera fanciulla viene «colta» dalla sapiente contessa. Il narratore, non visto, le osserva: «Entrambe arrivarono frementi davanti al camino. Via via che la spogliava, sentivo la contessa lodare le parti del corpo su cui la sua mano indugiava. A ognuna riservava carezze, il collo, le braccia, la schiena, le spalle, il seno, le reni…». E di nuovo qualche riga più in là, la carezza fatale: «Trionfo della donna che si fa rivale dell’uomo».

Gabriella Bosco

 

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