1881, Guy de Maupassant – La ragazza di Paul


Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques,  1850 – Parigi, 1893), 1881. «La femme de Paul», in La Maison Tellier [?]

[div class="doc" class2="typo-icon"]Pubblicato nella raccolta Le Maison Tellier del 1881. Tratto da http://www.logoslibrary.eu/pls/wordtc/new_wordtheque.w6_start.doc?code=51032&lang=it; in francese allo http://www.gutenberg.org/ebooks/30587; qui come doc http://www.leswiki.it/repository/maschi/1881maupassant-la-ragazza-di-paul.doc
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LA RAGAZZA DI PAUL

Il ristorante Grillon, vero falansterio di canottieri, si stava lentamente vuotando. Davanti all’uscio era una confusione di grida, di richiami; e dei giovanottoni con la maglietta bianca, gesticolavano tenendo i remi sulla spalla.

Le donne, in freschi abbigliamenti primaverili, salivano con grande attenzione sui canotti, si sedevano a poppa aggiustandosi l’abito, mentre il padrone del ristorante, un pezzo di giovane con la barba rossiccia, famoso per la sua forza, dava la mano alle donzelle, mantenendo in equilibrio le fragili imbarcazioni.

A loro volta i rematori si mettevano al posto, braccia nude e petto in fuori, posando per la platea che era composta di borghesi vestiti a festa, di operai e soldati appoggiati coi gomiti alla balaustra del ponte, e attentissimi allo spettacolo.

Ad una ad una le imbarcazioni si distaccavano dal pontone. I rematori si curvavano in avanti, poi si gettavano all’indietro, con movimento regolare; sotto la spinta dei lunghi remi ricurvi i veloci canotti scivolavano sul fiume, s’allontanavano, rimpiccolivano, scomparivano infine sotto l’altro ponte – quello della ferrovia – scendendo giù verso il Ranocchiaio.

Era rimasta soltanto una coppia. Il giovanotto, ancora quasi imberbe, esile, pallido in viso, stringeva per la vita la sua amante, una brunetta magra che si muoveva come una cavalletta; ogni tanto si guardavano profondamente negli occhi.

                Il principale gridò: – Via, sbrigatevi, signor Paul. – I due s’avvicinarono.

Paul era fra tutti i clienti della casa il più benvoluto e rispettato. Pagava bene e con regolarità; mentre gli altri si facevano lungamente pregare, quando addirittura non sparivano, lasciando il debito. In secondo luogo egli rappresentava per il ristorante una specie di reclame vivente, perché suo padre era senatore. Quando un estraneo chiedeva: – Chi è quel giovanottino là, tanto attaccato alla sua damigella? – un cliente gli rispondeva sottovoce, con aria d’importanza e di mistero: – È Paul Baron, non lo conoscete? il figlio del senatore… – E invariabilmente l’altro non poteva fare a meno di dire: – Poveraccio! ha preso una bella cotta!

La sora Grillon, una brava donna, pratica del commercio, chiamava il giovane e la sua compagna «le sue due tortorelle», e pareva molto commossa da quell’amore così proficuo per la ditta.

La coppia veniva avanti piano piano, la iole Madeleine era pronta; al momento di salirvi i due si baciarono, tra le risate del pubblico che gremiva il ponte. Paul, afferrati i remi, si diresse anch’egli verso il Ranocchiaio.

Quando arrivarono, erano quasi le tre, e il gran caffè galleggiante rigurgitava di gente.

L’immensa zattera, ricoperta da un tetto incatramato sorretto da colonne di legno, è unita alla graziosissima isola di Croissy da due passerelle, la prima delle quali entra nel mezzo della costruzione acquatica, mentre l’altra ne unisce l’estremità a un minuscolo isolotto con un albero piantato nel mezzo, chiamato il Vaso da Fiori; e di là arriva fino a terra, accanto al botteghino dello stabilimento.

Paul legò la sua imbarcazione a fianco dello zatterone, scavalcò la balaustra del caffè, e di lì, afferrando per le mani la sua amante, la sollevò e tutti e due si sedettero all’estremità d’una tavola, uno di faccia all’altro.

Una lunga fila di carrozze era allineata dall’altra parte del fiume sulla strada d’alzaia.

Le vetture di piazza s’alternavano alle lussuose carrozze degli elegantoni: le prime pesanti, con l’enorme ventre che schiacciava le molle, attaccate a un ronzino con il collo cascante e le ginocchia rotte; le altre snelle, slanciate sulle ruote sottili, avevano i cavalli con le gambe esili e tese, il collo dritto, il morso bianco di schiuma, e il cocchiere, tutto contegnoso nella sua livrea, con la testa che sbucava rigida dal grande colletto, stava teso, con la frusta poggiata sulle ginocchia.

La riva era ricoperta di gente che giungeva raggruppata in famiglie o in brigate, o a coppie, o solitaria. Strappavano qualche filo d’erba, scendevano fino all’acqua, risalivano sull’alzaia, e tutti, arrivati allo stesso punto, si fermavano aspettando il traghetto. Il pesante battello andava continuamente da una riva all’altra, scaricando i viaggiatori nell’isola.

Il braccio di fiume (chiamato il braccio morto), sul quale s’affaccia il caffè galleggiante, pareva che dormisse tanto debole era la corrente. Sulle onde immobili scorrevano flotte di iole, di skifs, di sandolini, di podoscafi, di gigs, imbarcazioni di ogni forma e tipo, che s’incrociavano, si mischiavano, si urtavano, si fermavano all’improvviso per uno strappo delle braccia, e di nuovo si slanciavano avanti in un brusco sforzo dei muscoli, guizzando con vivacità come lunghi pesci gialli o rossi.

Altre sopravvenivano continuamente; le une da Chatou, a monte; le altre da Bougival, a valle; sull’acqua, da una barca all’altra correvano risate, richiami, domande o rimbeccate. I canottieri esponevano al sole ardente la carne abbronzata e modellata dei loro bicipiti; e, simili a strani fiori, a fiori natanti, s’aprivano, in fondo ai canotti, gli ombrelli di seta rossa, verde, bianca o azzurra delle timoniere.

In mezzo al cielo fiammeggiava un sole di luglio, l’aria sembrava colma di bruciante allegrezza; non un alito di vento muoveva le foglie dei salici o dei pioppi.

Laggiù, di faccia, il solito Monte Valérien mostrava nella cruda luce i suoi pendii fortificati; mentre, a destra, l’adorabile poggio di Lauvenciennes, seguiva il fiume, s’incurvava in semicerchio, lasciando scorgere a tratti, attraverso la verzura rigogliosa e scura dei grandi giardini, le mura bianche delle case di campagna.

In prossimità del Ranocchiaio una folla di gente passeggiava sotto gli alberi giganti, che fanno di questo angolino d’isola il più delizioso parco del mondo. Donne e ragazze coi capelli gialli, coi seni smisuratamente grossi e i fianchi abbondanti, il viso impiastrato di belletto, gli occhi bistrati, le labbra sanguinolente, strette e fasciate in vestiti stravaganti, trascinavano sull’erbetta fresca il chiassoso cattivo gusto dei loro abbigliamenti; ed al loro fianco c’erano giovanotti ridicolmente addobbati secondo i figurini della moda, coi guanti gialli chiari, gli stivaletti di coppale, i frustini sottili come fili e i monocoli che accrescevano la grullaggine del loro sorriso.

Proprio al Ranocchiaio c’è una strozzatura dell’isola, e sull’altra sponda – dove anche lì c’è una chiatta che trasporta in continuazione la gente di Croissy – il rapido braccio, tutto gorghi, risucchi e schiuma, scorre come un torrente. Un distaccamento di pontieri, in uniforme di artiglieri, era accampato su quella proda; i soldati, seduti in fila su una lunga trave, guardavano scorrere l’acqua.

Nel caffè galleggiante c’era una gran folla che s’accalcava, furiosa e urlante. I tavolini di legno, sui quali le bibite versate formavano rivoletti appiccicosi, erano coperti di bicchieri mezzi vuoti e attorniati di persone mezze ubriache. La folla urlava, cantava, schiamazzava. Gli uomini coi cappelli all’indietro, i visi arrossati, e certi occhi lustri da ubriachi, si dimenavano vociando, spinti da un naturale e animalesco bisogno d’allegria. Le donne, in attesa di pescare qualche preda per la sera, si facevano pagar da bere; nello spazio rimasto libero fra i tavolini dominava il pubblico abituale di quei luoghi, ossia un reggimento di canottieri chiassosi, insieme alle loro compagne in gonnellino di flanella.

Uno di essi si dimenava al pianoforte, sembrava che usasse insieme le mani e i piedi; quattro coppie saltellavano una quadriglia, osservate da alcuni giovanotti eleganti, dignitosi, i quali sarebbero parsi perbene, se, nonostante tutto, il marcio ch’era in loro non fosse stato evidente.

Costì, difatti, si odora a pieni polmoni la schiuma della società, la crapula verniciata, la muffa della società parigina; un guazzabuglio di commessi, di attorucoli, di giornalisti d’infimo ordine, di gentiluomini dissestati, di sospetti giocatorucci di borsa, di buontemponi bacati, di vecchi gaudenti marciti; equivoca accozzaglia di tutte le persone sospette, mezzo conosciuti, mezzo perduti, mezzo riveriti, mezzo disonorati, borsaioli, birbanti, lenoni, cavalieri d’industria con la camminatura dignitosa e l’aspetto di spacconi, che pareva volessero dire: – Il primo che mi tratta da mascalzone, lo squarto.

Luoghi come questo trasudano la bestialità, puzzano di canagliume, di galanterie da bazar. Maschi e femmine son degni gli uni degli altri. Vi aleggia un odor d’amore, e si fa un duello per un sì o per un no, per sorreggere riputazioni putride che le sciabolate o le palle di pistola corrodono maggiormente.

Tutte le domeniche c’è qualche abitante di quelle parti che passa di lì a curiosare; ogni anno vi fanno la loro comparsa giovani e giovanissimi che vengono a imparare a vivere. I bighelloni vengono a gironzolare; gli ingenui a perdersi.

Giustamente viene chiamato il Ranocchiaio. Accanto allo zatterone coperto dove si beve, e vicinissimo al Vaso da Fiori, si fa il bagno. Le donne che hanno bastevoli rotondità vengono a mettere a nudo la loro mercanzia e a cercar clienti. Le altre, sdegnose, e però imbottite dal cotone, tenute su a forza di elastici, raddrizzate di qua, aggiustate di là, con aria di disprezzo guardano sguazzare le loro sorelle.

Su un piccolo trampolino si pigiano i nuotatori per tuffarsi. Lunghi come pali, tondi come zucche, nodosi come rami d’ulivo, curvati in avanti, o sospinti indietro dall’ampiezza della pancia, invariabilmente sporchi, saltano nell’acqua facendola schizzare su fino a quelli che bevono il caffè.

Nonostante gli immensi alberi che s’incurvavano sulla casa galleggiante, e nonostante l’acqua tanto vicina, una calura soffocante empiva il luogo. Le emanazioni dei liquori rovesciati si mischiavano all’odore dei corpi e dei forti profumi dei quali era impregnata la pelle delle mercantesse d’amore, e che evaporavano, in quella fornace. Sotto tutti questi diversi odori aleggiava un lieve profumo di cipria che talora spariva, ritornava, e sempre si ritrovava come se una mano nascosta avesse scosso nell’aria un invisibile piumino.

Lo spettacolo era sul fiume, dove l’incessante andirivieni delle barche attirava gli sguardi. Le donne si mettevano in mostra nei sedili, di faccia ai loro maschi con i muscoli d’acciaio, ed osservavano con disprezzo le mendicanti di desinari che gironzolavano nell’isola.

Talvolta, quando passava un equipaggio lanciato a tutta velocità, gli amici da terra gridavano, e allora tutto il pubblico, preso da un’improvvisa follia, si metteva a urlare.

Dove il fiume faceva angolo, verso Chatou, si vedevano di continuo nuove barche. S’avvicinavano, diventavano più grandi, e a mano a mano che venivano riconosciuti i visi, si levavano altri clamori.

Un canotto coperto da una tenda, con quattro donne a bordo, scendeva lentamente il fiume, seguendo la corrente. Colei che remava era piccola, magra, sfiorita; indossava un vestitino di mussola, aveva i capelli rialzati sotto un cappello incerato. Di fronte a lei una grossa biondona in un vestito maschile, di flanella bianca, stava sdraiata sul fondo del canotto, con le gambe sollevate e poggiate sul sedile ai lati della rematrice, fumando una sigaretta: ad ogni colpo di remi il petto e il ventre di lei, sballottati dalla scossa, fremevano.

Dietro, sotto la tenda, due belle ragazze alte e snelle, una bruna e l’altra bionda, si tenevano per la vita guardando di continuo le loro compagne.

Dal Ranocchiaio partì un grido: – Ecco Lesbo! – e si levò un improvviso furioso clamore; vi fu uno spaventoso pigia pigia: i bicchieri cadevano, la gente saliva sui tavolini, e tutti gridavano in un delirio di chiasso: – Lesbo! Lesbo! Lesbo! – Il grido s’ingrossava facendosi indistinto, nulla più che uno spaventevole urlìo; all’improvviso pareva innalzarsi di nuovo, salire su nello spazio, coprire la pianura, empire il fogliame folto dei grandi alberi, espandersi fino alle colline lontane, arrivare fino al sole.

La rematrice sentendo l’ovazione s’era tranquillamente fermata. La grossa bionda distesa sul fondo del canotto si sollevò sui gomiti, volgendo la testa con noncuranza; e le due belle ragazze, da dietro, si misero a ridere e salutarono la folla.

Il vocìo raddoppiò, facendo tremare lo stabilimento galleggiante. Gli uomini si levavano i cappelli, le donne agitavano i fazzoletti, e tutte le voci, acute o gravi, gridavano insieme:«Lesbo!». Si sarebbe detto che quell’accozzaglia di gente corrotta salutasse un capo, come le squadre navali che salutano a colpi dl cannone un ammiraglio.

Anche la numerosa flotta di barche applaudiva il canotto delle donne, che ripartì in quel suo modo sonnolento per toccar terra un poco più avanti.

Paul, al contrario degli altri, tratta di tasca una chiave cominciò a fischiare con tutta la sua forza. La sua amante, nervosa, ancora pallida lo guardava ora con occhi irati. Ma egli pareva esasperato, mosso quasi da una gelosia di maschio, da un furore profondo, istintivo, disordinato. Balbettò, con le labbra che gli tremavano dall’indignazione:

- È una cosa vergognosa! Dovrebbero affogarle come cagne, con una pietra attaccata al collo!

Madeleine s’adirò improvvisamente; la sua vocina acerba diventò sibilante, e prese a parlare con volubilità quasi per difendere la propria causa.

- Di cosa t’immischi tu? Forse non son libere di far quello che vogliono, dal momento che non devono nulla a nessuno? Lasciaci in pace, coi tuoi modi, impicciati degli affari tuoi…

- Se ne immischierà la polizia, però, e io le farò scaraventare a Saint-Lazare!

La donna ebbe un sussulto:

- Tu?

- Sì, proprio io! E intanto ti proibisco di parlarci, con loro, capito? te lo proibisco!

Gli fece una spallucciata:

- Bello mio, – disse, improvvisamente calma; – farò quel che mi parrà; e se non sei contento puoi filar via subito. Sono tua moglie? No; e allora stai zitto.

Il giovane non rispose, e rimasero a faccia a faccia, con la bocca contratta; e il respiro affannoso.

Le quattro donne stavano entrando dall’altra parte nel grande caffè di legno. Le due vestite da uomo camminavano davanti: una era magra e pareva un ragazzetto invecchiato con le tempie ombreggiate di giallo; l’altra colmava il vestito di flanella bianca, col sedere arrotondava i larghi calzoni, e ondeggiava come un’oca grassa perché aveva le cosce enormi e le ginocchia in dentro. Le due amiche le seguivano e la folla dei canottieri veniva a stringer loro la mano.

Fra tutt’e quattro avevano preso in affitto un villinetto in riva al fiume e ci vivevano, come se fossero state due coppie di sposi.

Il loro vizio era pubblico, ufficiale, palese. Se ne parlava come se fosse stata una cosa naturale, che quasi quasi le rendeva simpatiche, e si sussurravano sottovoce strane storie, di drammi nati dalle furiose gelosie femminili, e di segrete visite alla casetta in riva al fiume di donne conosciute, di attrici.

Un vicino, disgustato di tanta scandalosa rinomanza, aveva avvisato la gendarmeria, e il brigadiere assieme a un gendarme era venuto a fare un’inchiesta. Era una missione delicata: in fin dei conti non si poteva rimproverare nulla a quelle donne, le quali non si davano alla prostituzione. Il brigadiere, molto perplesso e perfino ignaro di quali delitti precisamente si trattasse, fece alcune domande a caso, e stese un monumentale rapporto che si concludeva sostenendo l’innocenza delle quattro donne.

Le risate erano arrivate fino a Saint-Germain.

Attraversarono il Ranocchiaio a passettini, come regine, apparivano fiere della loro celebrità; felici di tanti sguardi fissi su di loro, superiori alla folla, alla turba, alla plebe.

Madeleine e il suo amante le guardavano venire: negli occhi della donna s’accese una fiamma.

Appena le prime due furono all’estremità del tavolo Madeleine gridò: – Pauline! – La grassa si volse, si fermò, e tenendo sempre per il braccio il suo mozzo femmina:

- Guarda chi c’è!… Madeleine… Vieni qui, debbo parlarti, gattina.

Le dita di Paul s’aggranchirono sul polso dell’amante; ma costei gli disse: – Bello mio, se vuoi, te ne puoi anche andare – con un tono tale che egli si trovò messo in disparte.

Le donne parlarono sottovoce fra loro tre, restando in piedi. Sulle loro labbra fiorivano fuggevoli segni d’allegrezza; parlavano fitto; ogni tanto Pauline dava di sfuggita un’occhiata a Paul, con un sorriso beffardo e cattivo.

A un tratto egli non resse più, si alzò e di slancio le fu accanto, tutto tremante. Afferrò Madeleine alle spalle: – Vieni, te lo ordino, – disse; – t’ho proibito di parlare con queste sfacciate…

Pauline a gran voce cominciò a caricarlo di tutti gli insulti del suo repertorio di pescivendola. Si sentiva un rumore di risate, intorno: chi s’avvicinava, e chi s’alzava in punta di piedi per vedere meglio. Il giovane, sotto quella scarica di sporche ingiurie rimase male; gli pareva che le parole, uscendo dalla bocca di lei e cadendogli addosso lo lordassero, e dinanzi allo scandalo imminente, si tirò indietro e s’andò ad appoggiare coi gomiti alla balaustra verso il fiume, voltando la schiena alle tre donne vittoriose.

Rimase lì, guardando l’acqua, e talvolta, con gesto rapido, come per strapparsela, si tergeva nervosamente col dito una lacrima che si era formata all’angolo dell’occhio.

Il fatto è ch’egli era appassionatamente innamorato, senza sapere perché; malgrado i suoi istinti delicati, malgrado la sua ragione, malgrado la sua volontà. Era caduto in quell’amore, come si può cadere in una buca piena di fango. Emotivo e delicato per natura, aveva sognato amori squisiti, ideali, pieni di passioni, ed ecco che quella cavalletta di donna, stupida come tutte le ragazze, d’una esasperante stupidità, nemmeno bella magra e stizzosa, l’aveva preso, imprigionato, posseduto, dalla testa ai piedi, corpo e anima. Ed egli subiva quella stregoneria femminile, misteriosa e onnipotente, quella forza sconosciuta, quella prodigiosa dominazione, venuta non si sa di dove, del dèmone della carne, che può gettare l’uomo più equilibrato ai piedi d’una qualsiasi ragazza, senza che nulla in lei possa spiegare il suo potere fatale e sovrano.

Ora sentiva che alle sue spalle si stava preparando qualche infamia. Sentì alcune risate che gli giunsero fino al cuore. Che fare? Lo sapeva, ma non poteva.

Guardava fisso, sulla riva di faccia, un uomo immobile che pescava con la lenza.

All’improvviso quegli, con gesto brusco, trasse dal fiume un pesciolino d’argento che guizzava in fondo al filo. Cercò di levar l’amo, e lo torse, lo rivoltò, ma invano, spazientito cominciò a tirare e uscì un brandello di carne e un fagotto d’interiora. Paul fremette, egli stesso lacerato fino al cuore; gli parve che quell’amo fosse il suo amore e che se fosse stato necessario strapparlo, insieme, sulla cima ricurva d’un ferro attaccato al fondo del suo essere e di cui Madeleine avesse retto il filo, sarebbe uscito tutto quel che aveva nel petto.

Una mano gli si posò sulla spalla; egli sussultò, si volse: la sua amante era accanto a lui. Non si parlarono: ella s’appoggiò alla balaustra, come lui, fissando il fiume.

Cercava cosa dovesse dire ma non trovava nulla. Non era neanche capace di capire chiaramente che ci fosse in lui; quel che provava era soltanto la gioia di sentirsela accanto, ritornata, ed una vergognosa vigliaccheria, un bisogno di perdonar tutto, di permettere tutto, purché ella non lo lasciasse.

Infine, in capo a qualche istante le chiese con voce dolcissima:

- Vuoi che ce ne andiamo? Si starà meglio in barca.

- Sì, gattino mio, – rispose lei.

L’aiutò a scendere nella iole, sostenendola, stringendole le mani commosso, con gli occhi ancora umidi. Ella lo guardò sorridendo, e si baciarono di nuovo.

Risalirono il fiume pian piano, costeggiando la riva coperta di salici, folta d’erbe, umida e dolce nel tepore pomeridiano. Quando tornarono al ristorante Grillon erano appena le sei; sicché, lasciando l’imbarcazione, s’incamminarono a piedi nell’isola, verso Bezons, attraverso i prati, seguendo gli alti pioppi che costeggiano il fiume.

I prati, prossimi alla falciatura, erano colmi di fiori. Il sole calante vi stendeva sopra una tovaglia di luce rossiccia, e nel calore raddolcito del giorno morente le fluttuanti esalazioni dell’erba si mischiavano agli umidi sentori del fiume, impregnando l’aria d’un languore tenero, d’una lieve felicità, simile a un vapore di benessere.

Una snervante mollezza prendeva i cuori, e insieme un senso di comunione col calmo splendore della sera, col vago e misterioso brivido della vita diffusa nell’aria, con la penetrante e malinconica poesia che pareva uscir dalle piante, dalle cose, e sbocciare, rivelata ai sensi in quell’ora dolce e raccolta.

Egli sentiva tutto questo; ma lei non lo capiva. Camminavano a fianco a fianco; e all’improvviso, stanca di star zitta, la ragazza cominciò a cantare. Cantò con la sua voce asprigna e in falsetto un motivo in voga, un ritornello che tutti avevano in mente, squarciando d’un tratto la profonda e serena armonia della sera.

Egli la guardò e sentì che fra loro due c’era un abisso invalicabile. Con l’ombrello ella percuoteva le erbe, stava con la testa un po’ china, guardandosi i piedi, e cantava facendo degli acuti, tentando dei gorgheggi, azzardando dei trilli.

E dunque quella fronte piccola e stretta che tanto amava era vuota, vuota! Lì dentro c’era solo quella musica di organino; e i pensieri che per caso vi nascevano erano uguali a quella musica. Non capiva niente di lui: erano separati più che se non fossero vissuti insieme. I suoi baci, dunque, non andavano mai più in là delle labbra?

In quel momento la giovane alzò gli occhi verso di lui e sorrise di nuovo. Paul profondamente sconvolto spalancò le braccia con raddoppiato amore, e la strinse appassionatamente.

Poi si mise a spiegazzarle il vestito e lei allora si scostò, sussurrandogli, come contentino: – Ah, ti voglio proprio bene, gattino mio!

Ma Paul l’afferrò per la vita e come pazzo la trascinò correndo; e intanto la baciava sulle guance, sulle tempie, sul collo saltando di gioia. Caddero ansimando ai piedi di un cespuglio incendiato dai raggi del sole al tramonto, e prima ancora d’aver ripreso fiato si unirono, senza ch’ella capisse perché mai egli fosse così esaltato.

Stavano tornando indietro tenendosi per mano, quando a un tratto videro di tra gli alberi, sul fiume, il canotto delle quattro donne. Anche la grossa Pauline li vide, perché si sollevò su, mandando baci a Madeleine, e gridandole: – A stasera!

Paul ebbe l’impressione che il cuore gli si fosse coperto improvvisamente di ghiaccio.

Sistemati sotto un pergolato vicino all’acqua, cominciarono a mangiare in silenzio. Appena fu calata la sera portarono una candela rinchiusa in un globo di vetro, che mandava una luce debole e vacillante; ogni tanto si sentivano gli scrosci di risa dei canottieri, nel salone del primo piano.

Verso le frutta Paul disse a Madeleine, stringendole dolcemente una mano: – Mi sento molto stanco, topino. Se vuoi andremo a letto presto.

Ma ella capì il gioco, e gli lanciò un’occhiata enigmatica, quell’occhiata di perfidia tanto pronta ad apparire nello sguardo delle donne. Dopo aver riflettuto, gli rispose: – Tu puoi andartene a letto, se credi, io per me ho promesso che andrò al ballo del Ranocchiaio.

Paul fece un sorriso penoso, uno di quei sorrisi con cui si cerca di nascondere le sofferenze più orribili, ma rispose con tono carezzevole e accorato: – Se tu volessi essere gentile si potrebbe restare qui noi due soli soli. – La ragazza fece segno di no con la testa, senza aprir bocca. Egli insistette: – Te ne prego, gattina mia…

Allora ella esplose: – Hai capito quello che t’ho detto? Se non sei contento, la porta è aperta. Nessuno ti trattiene. Per quanto mi riguarda, io l’ho promesso, e ci andrò.

Paul appoggiò i gomiti alla tavola reggendosi la fronte con le mani e rimase così, immerso in dolorosi pensieri.

I canottieri scesero giù, sempre schiamazzando. Ripartivano sulle loro iole per il ballo del Ranocchiaio.

- Deciditi, se vieni o non vieni, – disse Madeleine a Paul; – perché allora chiederò a uno di questi signori di accompagnarmi.

Paul si alzò e mormorò: – Andiamo.

E si mossero.

La notte era nera, piena di stelle, attraversata da un alito rovente carico d’ardori, di fermenti, di vivi germi, i quali, mischiandosi alla brezza, ne rallentavano il corso. Faceva scorrere sui visi una calda carezza, accelerava il respiro rendendolo affannoso, tanto sembrava densa e pesante.

Le imbarcazioni cominciarono a muoversi recando a prua una lanterna veneziana. Non si vedevano gli scafi, ma solo i lampioncini colorati, svelti e ondeggianti come lucciole in delirio; si sentivano voci correre nell’ombra, per ogni dove.

La iole dei due giovani scivolava dolcemente. Allorché un’imbarcazione lanciata in piena corsa passava accanto a loro, vedevano a un tratto la schiena bianca del canottiere illuminata dalla lanterna.

Quand’ebbero voltato, dove il fiume faceva gomito, apparve in lontananza il Ranocchiaio ornato a festa con candelabri, festoni di palloncini colorati, grappoli di luci. Sulla Senna circolavano lentamente alcuni barconi che raffiguravano duomi, piramidi, complicati monumenti, mediante fuochi d’ogni specie. Festoni infiammati sfioravano l’acqua; e ogni tanto un lampione rosso o azzurro, in cima a una immensa e invisibile canna da pesca, pareva una grossa stella sospesa.

Tutta quella luminaria spandeva chiarore attorno al caffè, illuminando di sotto in su i grandi alberi della riva, che si stagliavano coi loro tronchi color grigio pallido e le foglie, verde latte, sul nero profondo dei campi e del cielo.

L’orchestra, composta di cinque suonatori da strapazzo, gettava al vento la sua musica da ballo popolare, secca e saltellante, che indusse Madeleine a cantarellare nuovamente.

Volle entrare subito. Paul voleva, prima, fare un giretto per l’isola; ma dovette cedere.

La clientela s’era purificata. Rimanevano quasi soltanto i canottieri, qualche raro borghese, e alcuni giovanotti con le loro ragazze. Il direttore e organizzatore di quella baraonda, maestoso in uno stanco vestito nero, portava a spasso in tutte le direzioni la sua testa rovinata di vecchio mercante di pubblici piaceri a buon prezzo.

La grossa Pauline e le sue compagne non erano ancora arrivate: Paul respirò.

Si ballava: le coppie, a faccia a faccia, saltellavano a tutt’andare buttando le gambe in aria e facendole arrivare fino al naso del proprio compagno.

Le femmine ancheggiando schizzavano di qua e di là, fra un turbinio di gonnelle che metteva in mostra la loro biancheria. I loro piedi arrivavano con sorprendente facilità più su della testa; e dondolavano le pance, sculettavano, scuotevano i seni, spandendo intorno un forte odore di sudore femminile.

I maschi s’accoccolavano come rospi, con gesti osceni, si contorcevano, smorfiosi e orrendi, facevan la ruota poggiando le mani a terra, oppure, cercando di esser buffi, cercavano d’imitare gli atteggiamenti femminili con ridicola grazia.

Una grossa serva e due garzoni servivano ai tavolini.

Siccome il caffè galleggiante era ricoperto soltanto da un tetto, e non c’era nessun assito che lo dividesse dall’esterno, il disordinato ballo si svolgeva al cospetto della notte tranquilla e del firmamento impolverato di stelle.

D’improvviso parve che il Mont-Valérien, laggiù, di faccia, si rischiarasse come se gli avessero dato fuoco, di dietro. Il chiarore s’allargò, s’accentuò, invadendo a poco a poco il cielo e descrivendo un gran cerchio luminoso, d’una luce pallida e bianca. Poi apparve, e subito ingrandì, qualcosa di rosso, un rosso ardente come il metallo sull’incudine. Lentamente prese forma, divenne rotondo, sembrava che uscisse di sotterra; e presto la luna, distaccatasi dall’orizzonte, salì dolcemente nello spazio. A mano a mano che s’innalzava la tinta porporina s’attenuava, diventava gialla, d’un giallo chiaro e splendente; e l’astro allontanandosi sembrava rimpicciolire.

Paul la guardò a lungo, perdendosi nella contemplazione, e si dimenticò della sua amante. Quando si voltò, era sparita.

La cercò inutilmente. Scorreva i tavolini con sguardo ansioso, andava continuamente su e giù, domandando a questo o quello. Nessuno l’aveva vista.

Vagava così, spasimando per l’inquietudine, quando uno dei garzoni gli disse: – Cercate la signorina Madeleine? È uscita proprio ora insieme alla signorina Pauline. – Nello stesso istante Paul scorse in piedi in fondo al caffè il mozzo e le due belle ragazze, che si tenevano tutt’e tre per la vita, e lo guardavano bisbigliando fra loro.

Capì; e come un pazzo si slanciò verso l’isola.

Dapprima corse in direzione di Chatou; ma trovandosi davanti alla pianura tornò indietro. Allora si mise a frugare nei cespugli, a vagabondare all’impazzata, fermandosi ogni tanto per ascoltare.

I rospi, intorno, gracidavano col loro verso breve e metallico.

Dalla parte di Bougival un uccello ignoto modulava alcuni gorgheggi che giungevano indeboliti dalla distanza.

La luna riversava sui prati vasti un chiarore molle, come una polvere d’ovatta; penetrava in mezzo al fogliame, faceva scorrere la sua luce sui tronchi argentati dei pioppi, picchiettava con la sua pioggia brillante le cime frementi dei grandi alberi. La poesia inebriante della serata estiva penetrava in Paul, suo malgrado, passava attraverso la sua folle ambascia, agitava il suo cuore con feroce ironia, esasperando, nella sua anima dolce e contemplativa, il bisogno d’un ideale affetto, di appassionate effusioni sul seno d’una donna amante e fedele.

Fu costretto a fermarsi, soffocato dai singhiozzi precipitosi, strazianti.

Passata la crisi, si rimise a girare.

A un tratto, gli parve di ricevere una coltellata: qualcuno si stava baciando, dietro a quel cespuglio. Vi si precipitò: eran due innamorati, e al suo avvicinarsi le due figurine s’allontanarono in fretta, allacciate, unite in un bacio senza fine.

Non aveva il coraggio di chiamare, sapendo che lei non avrebbe risposto; aveva anche una paura tremenda di scoprirle all’improvviso.

I ritornelli delle quadriglie, con gli a solo strazianti delle trombe, le false risate del flauto, l’acuta stizza del violino, gli stringevano il cuore, esasperando la sua sofferenza. La musica rabbiosa e zoppicante correva sotto gli alberi, ora più debole, ora resa più forte da un soffio improvviso di brezza.

D’improvviso disse a se stesso che forse lei era già tornata al caffè. Sì, sì, era rientrata! perché no? Aveva perso la testa, da stupido, senza nessun motivo, trascinato dalle sue paure, dai disordinati sospetti che lo prendevano da un po’ di tempo a quella parte.

Così, in uno di quei momenti di strana calma che attraversano talora i dolori più grandi, tornò verso il locale.

Percorse la sala con un’occhiata. Non c’era. Fece il giro dei tavolini, e ad un tratto si trovò un’altra volta di faccia alle tre donne. Evidentemente il suo aspetto doveva essere disperato e buffo, perché tutt’e tre insieme scoppiarono a ridere, vedendolo.

Se ne andò, tornò nell’isola, gettandosi nella macchia, ansimando. Si mise un’altra volta in ascolto; stette così per parecchio tempo, perché gli ronzavano le orecchie; infine gli parve di sentire lontano una risatina acuta che ben conosceva; e avanzò pian pianino, strisciando, scostando i rami, e con il cuore che gli tempestava talmente nel petto che non poteva più neanche respirare.

Due voci stavano mormorando parole che non poteva ancora distinguere; poi tacquero.

Gli venne allora una grandissima voglia di scappare, di non veder nulla, di non saper nulla, di fuggire per sempre lontano dalla furiosa passione che lo traeva a rovina. Sarebbe tornato a Chatou, avrebbe preso il treno, e non sarebbe tornato più, non l’avrebbe più vista. Poi, improvvisamente, l’immagine di lei lo riprese, e la rivide, quando la mattina si svegliava, nel loro letto tiepido, e tutta languida si stringeva a lui, gettandogli le braccia al collo, coi capelli sciolti, un po’ arruffati sulla fronte gli occhi ancora chiusi e le labbra aperte per il primo bacio; e l’improvviso ricordo di quell’abbraccio mattutino gli destò un rimpianto frenetico e un grandissimo desiderio.

Sentiva parlare di nuovo; s’avvicinò, piegato in due. Un gridolino corse attraverso i rami, vicinissimo a lui. Un grido! Uno di quei gridi d’amore che aveva imparato a conoscere nelle ore frenetiche della loro intimità. Avanzava ancora, sempre, come controvoglia, invincibilmente attirato, senza aver coscienza di nulla… e la vide.

Oh! se almeno l’avesse trovata con un uomo. Ma così! così! Si sentiva paralizzato dalla loro stessa infamia. E rimase annientato, sconvolto, come se avesse scoperto all’improvviso un cadavere amato e mutilato, un mostruoso delitto contro natura, una immonda profanazione.

Gli venne a mente, in un lampo involontario, il pesciolino del quale aveva sentito strappare gli intestini… E Madeleine mormorò: – Pauline! – con lo stesso accento appassionato di quando diceva: – Paul! – Lo percosse un dolore tale che fuggì via più svelto che poteva.

Andò a sbattere contro due alberi, inciampò in una radice proseguì e si trovò a un tratto davanti al fiume, davanti al braccio rischiarato dalla luna. La corrente torrentizia formava ampi vortici nei quali si rifletteva la luce. L’alta sponda dominava l’acqua come una scogliera, e al suo incontro con l’acqua in una larga striscia scura si sentivano i mulinelli nell’ombra.

Sull’altra riva si potevano vedere i casolari di Croissy, in piena luce, digradanti.

Paul vide tutto questo come in sogno, o attraverso un ricordo; non pensava a nulla, non capiva nulla, e tutto, perfino la sua esistenza, gli appariva incerto, lontano, obliato, finito.

C’era il fiume. Capì quel che faceva? Volle morire? Era pazzo. Però si volse verso l’isola, verso di lei; e nella calma aria della notte in cui continuavano a danzare i ritornelli deboli e ostinati del ballo lanciò un grido spaventoso, con voce disperata, acutissima, disumana:

- Madeleine!

Lo straziante richiamo attraversò il largo silenzio del cielo, corse tutto l’orizzonte.

Poi con un enorme salto, un salto da bestia, si precipitò nel fiume. L’acqua schizzò, si richiuse e là dove egli era scomparso si formarono uno dopo l’altro dei grandi circoli che allargarono fino all’altra sponda le loro luminose ondulazioni.

Le due donne avevano sentito. Madeleine si levò: – È Paul. – Le venne un sospetto. – S’è affogato; – disse. E si slanciò verso la riva, dove la grossa Pauline la raggiunse.

Un pesante barchetto con due uomini sopra girava e rigirava sull’acqua. Uno dei due barcaioli remava, l’altro immergeva nell’acqua un gran bastone, e pareva che cercasse qualcosa. Pauline gridò: – Che fate? Cos’è successo? – Una voce sconosciuta rispose: – Un uomo s’è affogato.

Le due donne, stravolte, strette l’una contro l’altra, seguivano le evoluzioni della barca. La musica del Ranocchiaio continuava a impazzare, di lontano, sembrava che accompagnasse ritmicamente i movimenti dei tristi pescatori; e il fiume, che ora nascondeva un cadavere, vorticava, sotto la luce.

La ricerca si prolungava. L’orribile attesa faceva tremare Madeleine. Infine, dopo almeno mezz’ora, uno dei due uomini annunciò: – L’ho preso! – E tirò su il raffio, pian piano. Un grosso fagotto apparve alla superficie dell’acqua. L’altro barcaiolo lasciò i remi, e tutti e due, unendo le loro forze, facendo leva sulla massa inerte, la fecero capitombolare nella barca.

Poi tornarono a riva, cercando un approdo basso e illuminato. Proprio quando stavano toccando terra, arrivarono anche le donne.

Appena l’ebbe visto, Madeleine indietreggiò, inorridita. Sotto la luce lunare pareva già verde, con la bocca, gli occhi, il naso, i vestiti pieni di melma. Le dita strette e irrigidite erano spaventevoli. Tutto il suo corpo era coperto d’una specie d’intonaco nerastro e liquido. Il viso sembrava gonfio e dai capelli appiccicati dalla mota colava continuamente un filo d’acqua sporca.

I due uomini lo esaminarono.

- Lo conosci? – disse uno.

L’altro, il traghettatore di Croissy, esitava: – Sì, mi pare d’aver già visto questa faccia; ma in questo stato, non si può riconoscere bene. – Poi ad un tratto: – Ma è il signor Paul!

- Chi è il signor Paul? – domandò il suo compagno.

- Ma il signor Paul Baron, – continuò l’altro, – il figlio del senatore, quel ragazzo tanto innamorato.

L’altro aggiunse filosoficamente:

- Bah! ora ha finito di divertirsi; è un peccato quando si è ricchi!

Madeleine era caduta in terra e singhiozzava Pauline s’accostò al cadavere, e chiese: – E proprio morto? senza rimedio?

Gli uomini scrollarono le spalle: – Dopo esser stato tutto questo tempo sott’acqua! altro che!

Poi uno di essi domandò: – Dove abitava, da Grillon?

- Sì, – rispose l’altro; – bisogna portarcelo; buscheremo qualche soldo.

Risalirono sul barchetto e ripartirono, allontanandosi con lentezza a causa della corrente veloce; e ancora parecchio tempo dopo che non furono più in vista, dal luogo ove erano restate le due donne si seguitò a sentire il tonfo regolare dei remi.

Allora Pauline prese fra le braccia la povera Madeleine piangente, la vezzeggiò, la baciò a lungo, la consolò: – Che vuoi farci, non è colpa tua, non ti pare? Non si può mica impedire agli uomini di far delle sciocchezze. L’ha voluto, tanto peggio per lui, in fin dei conti!

Poi sollevandola:

- Su, cara, vieni a casa a dormire; non puoi mica andare da Grillon, stasera.

La baciò un’altra volta:

- Su, vedrai che noi ti guariremo, – disse.

Madeleine s’alzò e sempre piangendo, ma con singhiozzi più deboli, tenendo la testa appoggiata sulla spalla di Pauline, come se si fosse rifugiata in un affetto più intimo e più sicuro, più familiare e più fiducioso, si mosse a piccoli passi.

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