1898, Giovanni Pascoli – Digitale purpurea

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Giovanni Pascoli, 1898. “Digitale purpurea”. In: Il Marzocco, anno III, n. 7, 20 marzo 1898; ripubblicata in seguito nella raccolta Primi poemetti

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]Maria e Rachele, due vecchie compagne di collegio, si incontrano dopo molto tempo e rievocano gli anni passati.

Alla base di questa poesia sembra esserci un racconto fatto a Pascoli dalla sorella Maria, che aveva vissuto nell’educandato del convento di Sogliano (FC): durante una passeggiata nel giardino, le ragazze avevano visto dei fiori di digitale ma la suora che le accompagnava le spaventò proibendo loro di avvicinarsi alla pianta perchè, dice, “emanava un profumo venefico così penetrante che faceva morire”. Tutta la critica è d’accordo che la Digitale purpurea rappresenti qualcosa di molto seducente ma di estremamente pericoloso: il fiore ha come un miele / che inebria l’aria; un suo vapor che bagna / l’anima d’un oblìo dolce e crudele. Rappresenta la sessualità, qualcosa di proibito e/perchè mortale.

Come è evidente guardando la loro forma, ma anche pensando al contesto di sole donne del convento, i fiori della digitale rappresentano un simbolo femminile.

Quando le due ragazze ricordano gli anni di collegio si profuma il lor pensiero / d’odor di rose e di viole a ciocche / di sentor d’innocenza e di mistero e, nello stringersi delle mani ritrovano una passata complicità: l’una sa dell’altra al muto premere. La bruna Rachele dagli occhi ardenti confessa a Maria, la quale sorride (forse perchè immagina già cosa le racconterà ma che poi ha un lungo brivido), che sotto l’influenza di un languido sogno, una sera d’estate profumata di rose e violacciocche (tornano l’innocenza e il mistero), decise consapevolmente di andare incontro al richiamo (Vieni!, Vieni!), inoltrandosi sui molli terrapieni per raggiungere e odorare quel fiore proibito. E fu molta la dolcezza! molta! tanta, che, vedi… si muore!.

Il “morire” sta quasi certamente per il piacere fisico, forse anche per non essere più – avendo peccato – nella grazia di Dio. Oppure, perchè infrangere certe regole ci rende estranee, morte alla società (da questo punto di vista, la suora aveva ragione).

Ciò che Rachele sperimenta nonostante il divieto e la paura, è qualcosa che aveva affascinato anche la bionda Maria (che infatti se lo ricorda ancora benissimo) ed ha a che fare con la sessualità tra due donne. Non mi sembra infatti molto plausibile che tutta questa fascinazione e tormenti siano da attribuirsi alla sperimentazione con il proprio corpo e scarterei anche l’altra ipotesi, più comune, che la tentazione cui cede Rachele sia quella dell’altro sesso. Questa ipotesi è sostenuta oltre che dal pregiudizio eterosessuale, dal fatto che l’l’infiorescenza della Digitalis Purpurea L. (non i singoli fiori), sarebbe un simbolo fallico. Dell’improbabile uomo che poteva dare un appuntamento in un giardino di monache nel testo infatti non si fa parola, inoltre – e qui viene in aiuto la scienza (sic!) – i fiori della Digitale (che in realtà non profumano ma come le foglie contengono alcaloidi usati per le malattie di cuore) sono disposti in racemo terminale unilaterale, ossia stanno tutti da un lato e questo, secondo i miei ormai vaghi ricordi, mi sembra che di fallico abbia ben poco…
[N.M., post su ellexelle, 14 e 15 novembre 2007, in risposta a Margali, 12 novembre 2007][/div]

 


La pagina originale de Il Marzocco (Anno III, n. 7, 20 marzo 1898)

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*

DIGITALE PURPUREA

I

Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II

Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III

«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»

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LINK
http://www.classicitaliani.it/pascoli/pascoli_primi_poemetti.htm
http://www.meteo.roma.it/augusto/gonewiththewind/digitalepurpurea.htm
http://www.literary.it/autori/dati/bartoletti_bruno/sogliano_nella_poesia_di_pascoli.html
http://www.liceoasproni.net/Pascoli.html
http://spazioinwind.libero.it/letteraturait/novecento/pascoli/digitale.htm

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