1923, Paolo Valera – La donna più tragica della vita mondana

Paolo Valera, 1923. La donna più tragica della vita mondana: romanzo ambientale, Milano: Casa Editrice ‘La Folla’.

Tratto dal testo online allo http://www.liberliber.it/biblioteca/v/valera/la_donna_piu_tragica_della_vita_mondana/pdf/la_don_p.pdf, alle pp. 110-111.

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– L’invio delle donne pubbliche alle isole della Salute, nel territorio francese, il quale si estende dall’Orenoque al fiume delle Amazzoni, è anche un disinfettante salubre. Esse incominciano a rarefare i matrimonî socratici, così diffusi nei nostri bagni penali. Immaginatevi che quando ho dovuto andare all’Isola del Diavolo per interrogare Dreyfus per conto di Sheurer-Kestener, ho studiato un po’ anche i nostri forzati. Quale disgusto! Gli uomini erano matrimoniati liberamente con gli uomini come se la comunanza penale fosse stata composta di tanti Oscar Wilde, di tanti Eulenburg e di tanti Moltke. L’abbietta passione non stomacava più nessuno, neanche i guardiani, neanche gli impiegati della direzione. Così mi è toccato vedere i vecchi satiri che chiamavano i loro compagni di pena mignons. Sarah di Battignoles, la Rouquine di qualche altra parte di Parigi. La «Figlia» si dava a tutti. Costoro, i passivi, erano considerati le momes (amanti) di Tizio e di Caio, del numero tale o tal’altro. Ho trovato perfino uno di questi orribili mostri della perversione che si era votato alla castità dopo la morte del suo mome, del quale conservava, idolatrava il fazzoletto. L’invio delle figlie pubbliche alla Guiana è dunque un servizio altamente morale: sbarazzare e [fine p. 110] spopolare Parigi delle creature immonde e aiutare a disfare o a impedire le unioni mostruose dei giovani condannati con i costots (uomini forti) che proteggono gli invertiti alla Guiana. È una grande riforma morale quella di mandare le donne avariate nella zona torrida a purificare la gentaglia dell’isola Reale, dell’isola di San Giuseppe, di San Giovanni, del Maroni…

Mi accorsi che Bizet andava per i campi dell’utopia e così lo interruppi bruscamente dicendogli che le relegate all’isola della Salute erano delle recluse di un penitenziario.

– Per tre anni. Con tre anni di buona condotta possono ottenere la relegazione, mi dicevano le autorità locali. È che nel termine probatorio le relegate diventano una specie di associazione saffica. I loro dormitori sono spesso il teatro del tribadismo più ributtante.

Sono dunque perdute e per sempre!

– Come gli uomini, d’accordo. È meglio che s’appestino fra loro, che fra noi.

– D’accordo. [fine p. 111]

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