1539, Annibal Caro – La ficheide

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Annibale Caro (Civitanova Marche, 1507 – Frascati, 1566), 1539. La ficheide. Commento di Ser Agreste da Ficaruolo sopra la prima ficata del Padre Siceo. Stampata in Baldaceo per Barbagrigia da Bengodi, con grazia e privilegio della bizzarrissima Accademia de’ Virtuosi, e con espresso protesto loro, che tutti quelli che la ristamperanno, o ristampata la leggeranno in peggior forma di questa, così Stampatori come Lettori, s’intendono infami e in disgrazia delle puttanissime e infocatissime lingue e penne loro. Uscita fuora co’ Fichi alla prima acqua d’agosto 1539.

[div class=”download” class2=”typo-icon”]Dal Proemio: «Il soggetto sono i Fichi, o le Fiche; ché nell’un modo e nell’altro sono chiamati dall’Autore, con tutto che i toscani se ne scandalizzano, perché vorrebbero i fichi sempre nel genere del maschio. La qual cosa (in questo luogo massimamente) non mi dà briga, né anco presto lor gran fede; sapendo che s’intendono piuttosto dell’altre frutte, che di questa. Oltre che, potrei io mostrar loro, che si trovano Fichi maschi, e Fiche femmine; ed allegherei da un canto le Fiche lesse, le Fiche pazze, dall’altro i Fichi Atteroni, i Fichi delle Tribadi, il Fico di Modena, di che altra volta abbiamo disputato nella Diceria di santa Nafissa: ed addurrei mille altre ragioni, che muovono l’Autore a così chiamarle; le quali mi passerò per non intricarmi fuor di proposito nella questione del Valla, che, per dichiarare i generi e le dichiarazioni dei Fichi, fece anc’egli una ficata, ed uno scompiglio di grammatica, che non lo intenderebbe Varquatù».

Testo tratto da Classici Italiani a cura di Giuseppe Bonghi allo http://www.classicitaliani.it/Caro/prosa/Caro_commento_Ficheide_Daelli.htm[/div]

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Se l’altre frutte son buone, son anche quali ronchiose, quali spinose, quali hanno nocciolo, quali hanno guscio; in somma, quali un difetto, e quali un altro. Ma le Fiche, dice egli, non hanno spine, che ti pungano, quando le tocchi, nè veruno di questi altri impedimenti, e tutto che siano pur vestite, sono in un tempo ignude, ed ancora con la buccia sono tanto morbidone, e tanto calzanti, che senza alcun ritegno t’entrano. Anzi Papa Giulio non voleva che si spogliassero, usando dire, che pelle che non si vende, non si scortica. È ben vero, che lo Scalandrone m’ha detto una cosa nuova contro queste parole del Poeta, che mi ha fatto maravigliare; e questa è, che pochi giorni sono ha trovato un Fico, che punge, e che salendovi suso si sentì appuntare al corpo non so che aguzzo, che pareva, che gliene forasse; sopra che studiando trovo, che le Tribadi in Lesbo erano di questa sorte; e Salvestro nostro afferma, che il Fico della Peperina è ancor esso così fatto, e che a questi giorni bucò il corpo alla Sandra. Tuttavolta un fior non fa primavera, e basta che generalmente non hanno spine, e che se ne dice al giuoco di Tirimattare: toccale, son morbide; spogliale, son bianche; aprile, son rosse; mangiale, son dolci. L’e le apponti a quel che l’è.

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