1912, Rodrigo Fronda – L’omosessualità nella donna


Rodrigo Fronda, 1912.  «L’omosessualità nella donna», Il Manicomio, n. 2/3, pp. 123-134. Trascrizione di “TipaSimpatica”.

Qui anche come file doc allo http://www.leswiki.it/repository/maschi/1912fronda-omosessualita-nella-donna.doc

 

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Manicomio Interprovinciale V.E. II in Nocera Inferiore

Diretto dal Prof. DOMENICO VENTRA

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L’OMOSESSUALITA’ NELLA DONNA

PEL

Dott. RODRIGO FRONDA

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Ormai è noto che le anomalie della vita sessuale son sempre esistite e in tutti i popoli, che anzi, dice IVAN BLOCH, esse sono molto frequenti, e le considera come un fenomeno antropologico universale.

Egli è d’avviso che la omosessualità non sia una condizione congenita, e che sostanzialmente sia causata dalla seduzione e dalla imitazione, ritenendola così un’alterazione semplicemente acquisita dell’istinto sessuale.

Ma a questa opinione del grande studioso di psicopatie sessuali si può opporre con lo SCHICKERT che, pur rintracciandosi come causa la seduzione in quasi tutti i casi di omosessualità, non si spiegherebbe come tra diversi individui trovatisi nelle stesse condizioni ed esposti alle stesse influenze di seduzione ed imitazione, alcuni diventano subito omosessuali, altri non lo diventano mai. E questi spiega il fatto ammettendo, oltre il fattore esterno, uno intrinseco,individuale, che si risolverebbe in una speciale condizione congenita ed uno speciale modo di essere dell’organismo. Conclude logicamente che l’omosessualità può essere in certi casi una semplice varietà naturale, non morbosa dell’istinto sessuale, in altri una degenerazione congenita ed in altri finalmente una condizione del tutto acquisita. A spiegarci facilmente le molte aberrazioni della sessualità il WENINGER, riportandosi allo sviluppo embrionale, emise la teoria che nessun individuo può dirsi completamente maschio o completamente femmina, ed in ogni uomo c’è qualcosa di femmineo, come in ogni donna qualche cosa di mascolino, congiunti e segnati da infiniti stadi di passaggio. Teoria [inizio p. 124] veramente adombrata già prima dall’ARDINGHELLO di HEINSE, da MAGNUS HIRSCHFELD ed altri.

Ma tornando al BLOCH, questi dice che la degenerazione non può essere assunta come principio inconcusso nei giudizi e nelle ricerche delle perversioni sessuali, come ha fatto il KRAFFT-EBING, ma essa rappresenta solo una favorevole disposizione che agevola la comparsa e ne aumenta la frequenza.

Ed egli, col conforto di lunghi studi e di una ricca casistica, assicura che tra le aberrazioni sessuali l’omosessualità pura è la più frequente e, fino ad un certo punto, indipendente dalla degenerazione e dalla civiltà, congenita od acquisita. La prima dura tutta la vita, cominciando a delinearsi fin dalla fanciullezza; l’altra è tardiva e si sviluppa in individui eterosessuali, costituendo appunto una pseudomosessualità, ed è questa che, secondo lui, è più frequente nelle donne che nell’uomo. Aggiunge che l’omosessuale congenita tipica è, rispetto a tutte le tribadi, in minime proporzioni, e si distingue dalle compagne eterosessuali per l’aspetto esterno e per certi caratteri fisici, come lo sviluppo minore del petto, la minore lunghezza del bacino, la comparsa di barba, la voce bassa.

Il KRAEPELIN riferisce che le donne omosessuali in genere si distinguono per le tendenze ad un portamento maschile, per fumare, per bere, per fare scherzi sfrenati, pel modo di svestirsi, di pettinarsi e dicendo. Ed il SELVATICO ESTENSE in un articolo intitolato <<Donne-Uomini>> riporta molti casi di donne che abitualmente ed in circostanze diverse si mascherano da uomini, ed osserva come in molte di queste predomina la nota dell’omosessualità.

Il  CANTARANO, che ha fatto un bello studio sull’inversione e pervertimento dell’inversione e pervertimento dell’istinto sessuale, nota come molti casi d’inversione cominciano ordinariamente nei convitti come inversione pura, e si trasformano nel vivere sociale in inversione mista, in forza del matrimonio o del meretricio per bisogno economico.

La genesi, secondo le idee del compianto Prof. PENTA, è la seguente: all’epoca della pubertà i desideri sono indeterminati, e non si tratta di [inizio [p. 125] desiderio per un individuo di sesso opposto, ma di un altro qualsiasi capace di dar quelle sensazioni. Nei collegi maschili come nei femminili, dice sempre il PENTA, si hanno gli amori omosessuali o amicizie forti e tenaci come nel primo amore di  uomo e donna. Il ragazzo o la ragazza, che non vede da vicino la persona di sesso opposto, ma solo il compagno o la compagna dalla tinta rosea e dalla pelle fresca e delicata, dalle carni rotonde e morbide, se ne innamora, salvo a correggersi dopo, secondo la sua speciale natura.

Il dott. GARNIER trova necessario distinguere nettamente questa forma di semplice vizio dalla inversione genitale, che egli definisce perversione totale dell’istinto genetico a forma ossessiva ed impulsiva, implicante una tendenza omosessuale irresistibile e generalmente così esclusiva che solo il proprio sesso è capace di svegliare l’orgasmo venereo; e la gelosia dell’invertito produce talvolta grave reazione.

Analogamente il WACHENFELD distingue l’omosessualità dalla sessualità contraria: la prima è più generica e significa tendenza allo stesso sesso; la seconda ha un senso più ristretto, escludendo ogni tendenza ad altro sesso, ed è questa sola che deve considerarsi come morbosa, mentre la prima per la prima per lo più è acquisita, raramente congenita.

Medico nel manicomio Interprovinciale V.E. II in Nocera Inferiore da oltre un ventennio, ho avuto sempre a notare che mentre tra ricoverati sono frequenti gli atti pederastici, tra le ricoverate la omosessualità è meno frequente; e per contrario la pederastia è rarissima tra gli infermieri, mentre è un fatto quasi abituale il tribadismo tra le infermiere.

E’ utile premettere che il personale disciplinare del detto manicomio è reclutato quasi esclusivamente nella classe agricola ed operaia, e tra giovani dell’età dai 18 ai 22 anni in media, salvo rare eccezioni di età maggiore, e che gli uomini possono essere ammogliati, le donne debbono essere nubili o vedove senza prole.

Si comprende che i giovani infermieri, che hanno passato la pubertà tra i lavori campestri e le officine, non hanno acquisito perversione sessuale, come avviene nei convitti od altri istituti di educazione, ma hanno svolto la loro vita sessuale liberamente e fisiologicamente prima con l’onanismo e poscia con la donna, seguitando ad usare di questa durante la vita manicomiale nelle giornate e nelle [inizio p. 126] varie ore di libertà, di cui con frequenza usufruiscono, siano celibi o ammogliati. Qualche raro caso di omosessualità è dovuto esclusivamente ad un fatto congenito, ma l’individuo vien subito eliminato dai compagni stessi, che l’obbligano a dimettersi da infermiere.

Non avviene così tra le infermiere, le quali, anch’esse, prima di entrare nell’asilo, non adusate alle pratiche omosessuali, vi trovano le altre che le hanno precedute, già nella pseudomosessualità di ambiente, e le imitano poco per volta, stringendo prima forte amicizia con una compagna , con cui, per caso o per elezione, hanno avuto maggior confidenza, e mano a mano dall’amicizia si passa alle confidenze intime, ai regali reciproci, agli abbracci frequenti, a dormire insieme nello stesso letto, quando riesca possibile; ed allora tra baci e toccamenti i ogni genere si scivola facilmente nel tribadismo completo, nel quale si sa, una delle compagne funziona da maschio, l’altra da femmina.

Tutto questo è facile intuire, ma io posso affermarlo con tutta sicurezza per confessioni avute non dalle infermiere tribadi, ma da qualcuna rarissima esente da tali pratiche, da qualche vedova o da qualche preposta alla sorveglianza, dalle quali ho saputo pure che tra i diversi piaceri che si procurano le infermiere con le rispettive compagne, oltre il bacio, i vari toccamenti ed il solito contatto dei genitali, non manca mai il succhiamento delle mammelle ed il titillamento dei capezzoli con i polpastrelli delle dita, allo scopo di eccitare maggiormente l’orgasmo venereo. E da una di tali persone ho potuto non senza grande difficoltà procurarmi le poche lettere scritte da alcune infermiere alle compagne di piacere, lettere che qui testualmente riporto, correggendo solo i non pochi di ortografia.

 I.

Cara compagna, cara sorella,

 Ho ricevuto la tua lettera tanto da me desiderata, e mi son molto rallegrata nel vedere i tuoi carissimi caratteri e nel sentire che godi ottima salute. Lo stesso ti assicuro di me. Cara sorella, non puoi credere [inizio p. 127] quanto ti amo e penso pure io a te, e vorrei stare sempre con te; ma la nostra fortuna è questa che dobbiamo stare invece lontano.

 Non c’è che fare ci vuol pazienza a soffrire; i cuori che veramente si amano soffrono per la lontananza. Tu mi hai mandato a dire che non debbo piangere, mentre io non fo altro che piangere, e vorrei morire per non soffrire più; faccio del resto la volontà di Dio, il quale vuol vedere se noi abbiamo pazienza in questa valle di lacrime, dove spesso soffriamo senza consolazioni e piaceri, e solo con amarezze e pene.

Ma Iddio stesso, che è grande nelle opere sue, potrebbe farci riabbracciare un’altra volta. Tu non prenderti collera per la tua sorella, perché la collera danneggia la salute, ma prega la madonna di Pompei che mi faccia andare unita con te a Napoli.

Dammi ogni giorno sempre tue notizie e ti mando mille baci ardenti.

Tua aff. ma sorella

M.

II.

Carissima sorella,

Vi scrivo questi pochi righi per farvi sapere che io mi sono accorta che voi mi avete ingannata, ma io sono sempre quella ragazza che non vi ingannerò mai.

Scellerata, mi hai ingannata con un uomo, mentre l’uomo si può sempre trovare e la donna no. Forse mi inganni anche colla donna? Mi vergogno anche di scriverti. Ti saluto.

 III. IV.

Mia cara sorella,

Ti scrivo questa lettera per dirti che io sto bene di salute, e spero sentire lo stesso di te.

Senti, non credevo mai che dopo quattro anni tu m’avessi fatto questo. Dio mi darà un altro po’ di forza per soffrire questo dolore che non merito. Tu sei quella che non curi la tua capo-sezione dopo il bene che ti ho fatto? Stasera io sono di guardia di prim’ora, e tu che sei libera devi farmi compagnia, se poi devi servire a qualche altra, fa pure il tuo comodo [inizio p. 128] fuori la piazzetta. Io per te non curo le persone di mia famiglia, sono sempre la stessa per te, mentre tu altro mi dici dinanzi ed altro alle spalle; forse ti sei insuperbita, perché spendi per comprare specchi ed altri oggetti; ma pensa che io sono fiume sordo, opero e non parlo e se niente debbo avere per me, niente darò alla tua famiglia e poco mi importa che perdo anche la mia vita…

Ti prego di chiamarmi stasera, quando scenderò a fare la guardia, e verrai a farmi compagnia per darmi qualche conforto. Hai capito, traditrice che sei? Farai come io ti dico, e non voglio che mi fai f…, perché nessuno mi ha ancora burlata. Capisci mia cara, che io ti amo quanto l’anima mia, e ti amerò fino alla morte? A rivederci dunque, mia cara, ti saluto e bacio.

G.

Angelo del mio cuore,

Baci di cuore. Mi vuoi bene? Non ti scordar di me. Dopo lungo silenzio mi sono azzardata di lagnarmi della persona del mio cuore, perché sono stanca di soffrire in questo modo. Ma perché hai il coraggio di non guardarmi più, quando mi incontri? Qual tradimento ti ho io fatto? Amor mio, dimmi se mi ami sempre allo stesso modo. Se io tratto C. non l’ho fatto per cambiarti, ma per vedere solamente che impressione ti faceva la mia condotta. Non attaccarti con altre, perché io sono sempre la stessa, e tu per me sei la vaga stella del mio cuore, tu sei lo splendore, la dolcezza, la ricchezza, la gioia ed io non ho trovato mai una ragazza come te, sei una vera regina. Mia cara, che bel nome hai, che begli occhiuzzi, che belle guancie, che labbra rosse, che bei capelli castagni, che bella persona. Se si potesse aprire il mio cuore, vi si troverebbe la mia A. fotografata di oro. Se mi levassero la mia A., per me finirebbe la vita, finirebbe la mia gioventù. Fiore di menta…

G.

V.

Buongiorno, come stai? Dimmi presto come stai con la mano. Che dispiacere ebbi ieri sera, quando vidi che tanto ti doleva, e ti avrei voluto guarire cogli occhi! Mi pensi qualche volta? Io non faccio che pensare a te. Vieni almeno quando faccio il mio servizio di pulizia, vieni, chè ti voglio almeno baciare, né dimenticare quel che tante volte ti ho chiesto di darmi. Hai capito? Bada di non perdere le mie lettere, così nessuno saprà i fatti nostri. Ma dimmi, non potevo io sposarmi con te? Che rispondi a questa domanda? Fiorellin d’aprile, quando io ti domando se mi vuoi bene e tu mi rispondi sì, il mio cuore palpita fortemente, come se volesse proprio fuggire dal petto ed unirsi al tuo; il tuo nome in esso ho scritto a lettere incancellabili. Io, se una persona mi proponesse di lasciarti, pena la testa a non farlo, risponderei: taglia la mia testa, ma non lascerò mai quella persona tanto cara. E tu come risponderesti?

Idolo caro del mio cuore, perché quando mi scrivi dici sempre che il tuo cuore è misero? Allora vuol dire che tieni il cuore misero anche per amarmi. La tua Raffaelluccia il cuore l’ha grande, ricco d’amore per la sua Angiolina. Bellezza mia, ti prego di non mortificarmi, non accettando qualche piccola cosa che ti offro. Angiolina mia bella, se ti maritassi, mi vorresti spesso con te a casa tua?

Scusami se ti scrivo male perché sono poco istruita, e alla meglio mi adatto ad esprimermi quanto ti amo; non finirei mai, se non fossi diventata gelata come un cadavere con questo gran freddo, e se potessi, vorrei venire a coricarmi con te… La tua Raffaelluccia ti lascia abbracciandoti e dicendoti: non lasciarmi mai. Ti bacio forte forte sulle labbra, che tanto sono dolci per me e mi dico per sempre

Tua

R.

VI. VII. e VIII.

 Mia cara A.,

Ti scrivo questi pochi righi per mandarti mille auguri e felicitazioni, come il tuo cuore desidera, pregandoti di perdonarmi se non ti ho mandato la cartolina illustrata, perché tu sai come sto costretta, e che non posso uscire. Il mio cuore è sempre tuo, non dubitarne, quantunque tu speri sempre un bel marito che ti consoli per un’eternità! Ricevi mille e mille baci da chi tanto ti vuol bene, ti penso sempre e non ti dimenticherò mai fino alla tomba.

La tua consorte

R. P.

Cara Compagna,

Sant’Anna ci è contraria, non è vero?  Ci hanno sospeso l’uscita, ci hanno tolta la nostra bella libertà. Annina mia cara, non possiamo scambiarci delle paroline, e dirci che ci amiamo tanto. Io te lo dico in questi pochi righi, ed aspetto la conferma anche per iscritto. [inizio p. 130]

Non m’ingannare, e ti aspetto alla finestra stasera, chè sarò di guardia di prim’ora.

Ti abbraccio e bacio in fretta.

Tua

R. P.

IX.

Annina carissima,

Se sapessi che ha sofferto ieri il mio afflitto cuore per essere lontano da te! Fu la giornata più lunga e dolorosa, specialmente la sera quando, andata alla finestra, non vidi la mia cara Annina, colla quale speravo di scambiare una parolina d’amore. Sinceramente devo dichiararti che mi stetti tra le nostre colleghe a malincuore, perché tra le altre voci non c’era la tua. E quando pensavo che tu eri fuori a goderti la festa, corsi a coricarmi sconfortata e piangendo disperatamente.

Tua

R. P.

Amatissima Rosina,

 Non puoi credere quanto sono dispiaciuta pel fatto di martedì sera e venerdì sera, perché non avrei voluto quel disturbo, ma ci vuol pazienza e ti prego di non andare in collera. Solo ti raccomando di rispondere a dovere un’altra volta e di non farti trattare da stupida. Devi far notare che anche le altre colleghe hanno ore di riposo e svago e vanno a chiacchierare colle amiche. La legge deve essere uguale per tutti, e tu fatti ragione con la suora, che deve concedere il permesso a te come alle altre o negarlo a tutte.

Del resto noi ci vogliamo sempre molto bene e dovremo sempre amarci, senza fare che il momentaneo allontanamento raffreddi i nostri cuori; io ti penso sempre, come fai tu ne son certa.

Ti avviso che domani uscirò, e ti prego non dimenticare di mostrarti dalla finestra vicina alla parrocchia per vederci; quando potremo uscire insieme per qualche ora, avrò gran piacere, e sai bene che godo stando in tua compagnia; e se questo non sarà possibile per ora, il mio pensiero è sempre con te.

Con mille baci e con abbracci mi dichiaro sempre:

La Tua

P. A.

[inizio p. 131] La lettera numero I è scritta da un’infermiera anziana sui 24 o 25 anni, ottima e scrupolosa nel disimpegno del suo ufficio, che raramente usufruisce delle giornate e delle ore di licenza, e che non ha note esterne importanti di omosessualità congenita, tranne la voce un po’ bassa. E’ di carattere alquanto eccitabile, soggetta ad enuresi notturna, e pare che sia il maschio della coppia. L’amica, di cui non ho potuto capitar lettere, ad una delle quali con questa la M. risponde, come risulta dal contesto, è una giovinetta sui 18 anni, semplice di spirito più di quel che lo siano le persone della sua classe, da pochi mesi ammessa in servizio, fresca, rosea, alquanto belloccia, senza note apparenti di omosessualità congenita. La lettera riportata fu scritta pochi giorni dopo che quest’ultima era stata trasferita in un’altra sezione, essendosi resi molto palesi gli amori delle due compagne, sorprese spesso di notte dalla ronda insieme in un cesso o nello stesso letto e per essersi assodato che la M. preparava frequentemente intingoli e leccornie alla sua prediletta con vitto delle ricoverate.

La lettera, scritta grossolanamente, come tutte le altre, essendo le infermiere quasi tutte analfabete, ha delle espressioni tenere e di sofferenza pel distacco, come quelle che avrebbe un uomo della stessa classe della sua fidanzata; e finisce con l’invocare e far invocare dall’amica Dio e la Madonna per una non lontana unione per sempre. E’chiusa con la preghiera alla compagna, che per maggior tenerezza chiama sorella, di non danneggiarsi la salute pel dispiacere, e con l’invio di baci ardenti.

La lettera numero II è di un’infermiera incognita diretta ad altra incognita; non porta firma, è forse dettata, come altre, a qualche ricoverata che inconsciamente, e per qualche meschino compenso, volentieri vi si presta. La scrivente chiama l’amica anche sorella, come l’altra, e la breve lettera è tutta un’invettiva pel dolore dell’inganno seguito o supposto e rivela tutto il tormento della gelosia di una vera omosessuale congenita, la quale non concepisce che l’amica possa distrarsi da le per pensare ad un uomo.

Le lettere III e IV sono entrambe dirette da una giovane infermiera di valida costituzione fisica, di alta statura, di carattere alquanto prepotente, figliuola di un delinquente sanguinario, ma somaticamente non portante note di omosessualità congenita, ed altra che [inizio p. 132] ne ha invece di molte: accenno di barba e  più notevolmente di mustacchi, voce e portamento maschili, poco sviluppo delle mammelle e delle anche, tendenza a vestir l’abito da uomo. E nel reparto si ritiene che essa sia una specie di cavallo padre e che abbia molte amiche, le quali si contendono il primato di essere da lei possedute. E difatti in queste due lettere, tranne lo scatto momentaneo della scrivente, quando rivela per un momento il suo carattere prepotente di famiglia e dice nella III lettera: farai come io ti dico, non voglio che mi fai f. ecc., non si notano che espressioni sottomissive, parole di dolcezza per l’amica, paura di perderne le grazie, e quant’altro si può dire in materia per tenere avvinto un uomo che soddisfi le brame eccessive di una donna bisognosa di amplessi.

La lettera V è diretta alla stessa donna uomo da altra infermiera, un’amabile Raffaelluccia, la quale le rivolge pure parole dolcissime per attirarla a sé, e le chiede qualche cosa che spesso le ha chiesto invano, le offre regali, e cerca commuoverla col dirsi agghiacciata per il freddo, per indurla ad accettarla nel suo letto. E’ la vera donna civettuola che vuol ravvivare ad ogni costo l’amore del maschio.

Le ultime quattro lettere sono una corrispondenza fra due compagne, tre scritte da un’altra donna uomo, l’ultima dall’amica alla prima. La donna uomo è una giovanetta sui 18 anni, bellina piuttosto, con grandi occhi scuri, capelli scuri, colorito bruno della pelle, qualche accenno di baffetti neri; di umore allegro e vivace, sorridente ed espansiva,intelligente ed un tantino birichina, da riuscir simpatica, anzi che no; in varie feste in maschera date in carnevale all’asilo per divertire i ricoverati, ha sempre preferito l’abito maschile, che porta con molta disinvoltura da sembrare veramente un giovinotto.

Le sue tre lettere non contengono che espressioni comuni di amore, se ne togli un tantino di gelosia per un futuro sposo della sua compagna. In esse manca l’artificio delle antiche nell’arte, perché da poco forse si è iniziata nelle pratiche omosessuali, a giudicare dal poco tempo di servizio di infermiera ed anche del fatto che essa fino a pochi mesi prima di scrivere le lettere riportate era di un tardivo sviluppo fisico, e poi quasi di botto è divenuta fiorente e rigogliosa quale oggi è.

La compagna non è veramente una graziosa donnina: alta piuttosto, [inizio p. 133]  bionda, molto ossuta e poco plastica, di carattere prepotente e manesca, la quale nella sua lettera parla di amore, ma soprattutto dà consigli all’inesperta giovincella per non farsi trattare meno bene delle compagne dalle persone preposte al servizio.

 Ho voluto riportare queste nove lettere, perché mi sembrano importanti come contributo allo studio dell’omosessualità femminile, visto che non è cosa molto facile a tutti il procurarsi simili scritti, che costituiscono veri documenti viventi e parlanti; e difatti nella casistica clinica dei migliori autori qualche lettera del genere è riportata come cosa rara ed è servita di base ad osservazioni di un certo rilievo.

Esse sono delle vere confessioni, che, riguardando cose di natura delicatissima, non si potrebbero altrimenti ottenere, e mettono così allo scoverto certe piaghe sociali, purtroppo frequentissime in certi ambienti e che lasciano tracce più o meno apprezzabili a seconda della natura dei soggetti anche nella vita libera e dopo il matrimonio.

Molte infermiere omosessuali dell’Istituto vanno a matrimonio, e diventano mogli e madri felici, e sono le vere omosessuali acquisite o d’ambiente, per dirle così; altre continuano fuori le pratiche con le compagne, anche se maritate, e qualcuna non va a marito, quando l’amica diventa sposa, e non ha voluto più saperne di lei. E queste sono le omosessuali congenite, le quali dell’ambiente e fuori danno sfogo in ogni modo ai loro istinti pervertiti.

Ne conosco una intelligente, colta, molto graziosa ed elegante, tipo di femminilità, la quale, dopo due anni di pratica omosessuale con altra infermiera andata a marito, è uscita dall’asilo e vive procurandosi il pane quotidiano col suo lavoro onestissimo, e non ha voluto né vuol saper di matrimonio, perché sente potente avversione per l’uomo, ora più che mai, dopo la disillusione provata dall’abbandono dell’amica.

Come si vede, nei pochi soggetti del mio studio, come posso affermare di molti altri, dei quali non ho documenti, non si rilevano molte e spiccate note somatiche, che possono far diagnosticare con sicurezza le maggiori tendenze maschili o le femminili, l’omosessualità congenita o l’acquisita; e solamente con l’ulteriore studio, e con l’esito finale, dirò così, si può dire qualche cosa di concreto, giacchè come più sopra è detto, per gli acquisiti l’omosessualità è cosa [inizio p. 134] temporanea, un episodio nella vita, per i congeniti essa costituisce l’obbiettivo dell’esistenza.

Tra le infermiere omosessuali predomina un certo grado di anemia e mollezza di carattere, e spesso si deplora in esse depauperamento nella nutrizione, sicchè tali pervertimenti non debbono ritenersi scevri di pericoli per la salute. Sotto tal punto di vista i colleghi, gli stabilimenti ed in genere tutti i luoghi di convivenza di giovanette, dovrebbero avere un indirizzo educativo speciale ed amorevole ed oculata guida da parte dei preposti alla loro assistenza. E per me l’educazione famigliare ben intesa è sempre preferibile a qualunque cosa per lo svolgimento normale dei sentimenti.

Nocera Inferiore, giugno 1912

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 BIBLIOGRAFIA.

  1. Rivista mensile di Psichiatria Forense, Antropologia criminale e scienze affini, diretta da Dott. PASQUALE PENTA.
  2. Archivio delle Psicopatie sessuali, diretta dal Prof. PASQUALE PENTA.
  3. La Psichiatria, diretta dal Prof. LEONARDO BIANCHI
  4. – Dott. IVAN BLOCH. La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà moderna. – Traduzione del CARRARA
  5. – KRAEPELIN – Trattato di Psichiatria – Traduzione del Dottore GUIDO GUIDI.
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