1996, Piera Zanotti – La vita politica di una lesbica proletaria

La vita politica di una lesbica proletaria a Milano dagli anni Cinquanta a oggi. Conversazione con Piera Zanotti condotta da Cristina Gramolini, Bologna, giugno 1996.

[pubblicata nel 2005 sul sito donnagay.it non più esistente. Su Piera Zanotti (1934-1999) anche il documentario Odio i saluti. Un ricordo di Piera Zanotti, di Julia Pietrangeli, Italia, 2001]

Piera Zanotti è una militante con una lunga espe­rienza e vaste conoscenze che ha attraversato atti­vamente fasi differenti della politica italiana collabora alla gestione di una sede politica e ludica per sole donne, il CDM, e fa parte del Coordina­ mento delle lesbiche di Milano.

xx: Posso fare qualche foto?

Piera Zanotti: Non ho problemi di sorta. Il  mio muso è sempre quello.

Cristina Gramolini: Introduco brevemente per dirvi come abbiamo pensato dì strutturare questa conversazione. Piera Zanotti è una*lesbica, ha lavorato come operaia metalmeccanica per 38 anni, adesso è in pensione; noi ci frequentiamo politicamente in un coordinamento di lesbiche a Milano e ci occupiamo di attualità politica; da questa  frequentazione è nata l’idea di portare alla  Settimana Lesbica un racconto. Ci siamo dette  che non vogliamo fare soltanto un come eravamo ma riannodare una trama che parte da lontano e arriva fino ad oggi. Piera è una militante lesbica

Piera Zanotti: Una comunista.

Titti De Simone: Bravissima.

Cristina Gramolini: Una comunista, come tiene a specificare, e in questa conversazione le chiederò di parlarci di come ha vissuto il lesbismo prima del femminismo: quello che vorrà raccontarci, affinché noi possiamo sapere che tipo di esperienza lei ha avuto in una società diversa da quella dove oggi noi viviamo. In secondo luogo le chiederò di parlarci dell’arrivo dell’autunno caldo, del  femminismo e dell’emergere dì una soggettività prima omosessuale e poi lesbica. Il terzo momento sarà la ricostruzione del  passaggio deglì anni Ottanta, quando sono cambiati tutti i registri della politica, anche quelli delle donne, e ci sono state le sconfitte in termini materiali per lei come lavoratrice,  anche se non tutto si deve ridurre a perdita e dispersione. Per ultimo, proprio per fare chiarezza sul fatto che questa conversazione si proietta nel futuro, intendo chiedere a Piera il suo giudizio sulla situazione presente e le sue proposte per il movimento lesbico.Speriamo di riuscire a dire tutto ciò che vorremmo.

Piera Zanotti: Senza far venire la barba alle astanti.

Cristina Gramolini: Allora, “prima del femminismo” come vivevi?

Piera Zanotti: lo vorrei iniziare da molto presto, vorrei iniziare così: io entro nel mondo del lavoro a dodici anni e tre mesi e da lì inizia la mia traiettoria verso la produzione, verso il mondo dell’essere qualcuno. Ho sempre avuto molto chiaro che ero lesbica, l’ho capito a sette anni, però quando si è così piccole siamo nel gioco; le mie prime simpatie nascono proprio nella casa dove lavoravo come piccola cameriera, piccola servetta, chiamatemi come volete. Mi innamorai della figlia del mio datore di lavoro, una brava, coscienziosa, onesta. I passaggi li lascio alla fantasia vostra: questa donna mi mise voglia di scappare dal mondo, e dai tredici ai diciotto anni, con la consapevolezza di essere diversa dalle altre, avevo pronta la dote per andare in convento. Pensavo che il nascondermi nel convento, la pulizia, l’ordine, il dover dire sempre di sì, mi sarebbe costato ma avrebbe nascosto la mia differenza.

Nel ’54 ci trasferimmo da Bergamo a Milano con la mia famiglia e lì in due diverse fabbrichette andai a imparare a lavorare sul telaio, tessitrice. Dopo un anno di apprendistato gratuito trovammo posto, con altre ragazze, a quindici chilometri dal nostro paese e tutte le mattine si faceva la strada dalle sette alle otto e poi otto ore di lavoro. E lì mi innamorai; con consapevolezza, ricambiata, da telaio a telaio ci siamo scaldate. Il primo bacio lo ricevetti in inverno, dietro il Corriere della Sera, dopo aver mangiato la cioccolata, perché d’inverno si faceva pane e cioccolato per tutte. E questa persona, seduta sulle cassette della trama vicino a me, vicino alla stufa per scaldarci, mi diede un bacio qui. C’eravamo capite, di volerci bene. La cosa più buffa fu che quando tornai a casa, perché abitavo in centro, passai di fronte alla chiesa e la prima cosa che feci, perché ero molto cattolica e non avevo altri mezzi per comunicare la gioia che avevo dentro per essere stata finalmente riconosciuta e ricambiata, in senso platonico, fu che in chiesa ringraziai Dio e tornai a casa. La mia storia con questa persona, per essere brevi, durò dieci anni. Con la conclusione amara che lei si sposò, e mi fermo qui. Nel frattempo avevamo cambiato fabbrica, ho smesso di voler scappare in convento, ho piantato lì, però amavo ed ero riamata. Morale: fino a ventiquattro anni vivo il mio lesbismo di paese, felice, mi sentivo bella. A ventiquattro anni la mia mamma scoprì me e la mia morosa fra le due porte della sala da pranzo che ci baciavamo. Mia mamma aprì la porta non disse niente, ma da allora mi fece sentire in colpa. La mattina dopo con il caffè in mano, era molto discreta mia madre, era donna onesta, una matriarca, però una donna  seria, lei non voleva mai sminuire nessuno di fronte agli altri fratelli, noi eravamo in nove in casa. Io ero così felice e lei mi disse: “se lo sapessero i tuoi fratelli”. Ecco, l’unica cosa che non ho perdonato a mia madre è questo ricatto. Non seppe dirmi altro che “se lo sapessero i tuoi fratelli”, perché mio padre esisteva, in senso simbolico, a casa mia vigeva il matriarcato e andava avanti così. Dai diciotto anni ai ventotto, comunque, io vissi beatamente, poi questa qui si fidanzò.  Io speravo che… ragazze, essere lesbiche negli anni Cinquanta non era facile, non è facile neanche oggi, però allora veramente era essere fuori dal mondo, e allora dovevamo usare tutte le maschere che ci potevano mimetizzare. Ho fatto ridere Cristina perchè sabato ha voluto vedere delle fotografie che non menziono mai perché le considero maschere, travestimenti: il cappello in testa, guanti, le scarpe così, il vestito cosà. Ridete, ridete ragazze, adesso rido anch’io, ma allora non era da sorridere. La corte dei maschi io  non l’ho mai accettata, ma per ragioni ovvie li frequentavo: eravamo sette amiche, andavamo tutte a ballare, oramai eravamo autonome economicamente, qualche automobilina i maschi cominciavano ad averla, allora si andava a Vigevano a ballare, alla Capannina che era di moda, come bere del vino bianco, eccetera. Tutte queste mimetizzazioni le dovevamo fare, come quella di andare all’oratorio a cantare con le suore e a ridere. Io mi sono ribellata a 33 anni a mia madre per non andare in chiesa.

Cristina Gramolini: Tua madre, dopo averti vista, faceva finta di non sapere?

Piera Zanotti: Sì, Però le ho sempre imposto le mie donne a casa mia! Io non ho mai obbedito a mia madre. Un momento, tu non mi fai vedere la Rina, e la Rina è il mio referente. E’ come quando cucino, Rina: se non ho un referente, una, non riesco a cucinare.*Malgrado mia madre mi avesse ricattato, io non ho mai obbedito, facevo sempre l’opposto di quello che lei voleva. Non vorrei dilungarmi, perché mi fece molto male quando questa si è sposata nel ’65, ma devo fare un altro passo indietro e raccontare un fatto importante per la mia vita, quello che mi diede l’identità anche politica, perché io ero democristiana, ragazze non meravigliatevi False bandiere, false croci, tutto falso, però dovevamo stare là, perché solo là avevamo lo spazio per poter esistere. Quando arrivai nella fabbrica metalmeccanica, nel ’61, incontrai anche il partito comunista; non è che non sapessi che esisteva, lo sapevo, però lì nella fabbrica, con 2500 persone, trovai un maestro, in questo caso non una maestra, un maestro di comunismo, di marxismo, e lì portai a casa un guadagno enorme anche per la mia vita privata: la dignità.*Il bello fu comunicarlo a casa dove tutti erano democristiani, mia madre cattolica, non bigotta ma cattolica, che ci condizionava tutti a andare a messa, a dire il rosario. Io non volevo fare niente che non sapessero, volevo agire alla luce del sole, ho sempre voluto essere onesta, essere credibile, fare delle cose alla faccia di tutti, non nascostamente. Solo l’amore con la mia fidanzata lo facevo di nascosto, perché questa era la cosa che mi veniva nascosta dagli altri. La comunione non la facevo più, andavo a confessarmi dal prete e a fare conversazione, perché lui aveva bisogno di me per confessare altre lesbiche e cosa dovevo dire? “Ma lasciale amare” gli dicevo, “benedicile, mandale in paradiso”.*Questo prete era venuto a patti con me perché ero onesta, veritiera, dovunque stesse la verità la volevo, perché le cose contorte o false non le ho mai volute incontrare. Allora lui si fidava di me, ormai eravamo diventati ‑ pseudamente amici. Poi lui è morto e mi son staccata da ogni cosa. Perché Rina fai quella faccia?

Rina Macrelli: No, cerco solo di immaginare.

Piera Zanotti: Quando, a casa, ho detto: “devo parlarvi” era mezzogiorno, l’ora canonica, mangiavamo tutti. “Ho da dirvi una scelta molto importante per la mia vita, io da oggi sono comunista, mi sono iscritta al PCI di Arconate”. La risposta fu una michettata: mio fratello mi tirò un panino in faccia da capotavola a capotavola, due metri e mezzo. Un altro fratello, più piccolo di me ma una persona seria, che non fa mai errori, ancora oggi per lui ho un po’ più di riguardo, questo più pacatamente mi dice: “ricordati che alle spalle c’hai cinquanta persone”. Noi in famiglia eravamo cinquanta persone, però non ha mai specificato cosa volesse dire con quella frase. Di lì non ritornai indietro, alla fine del ’64 ci furono i grandi scioperi. Siamo ancora in tema?

Cristina Gramolini: Mi ha colpito l’atteggiamento di tua madre che di fronte al bacio fra te e la tua fidanzata dice solo: “se lo sapessero i tuoi fratelli”. Cosa ha fatto di fronte a questa tua dichiarazione di adesione al movimento comunista?

Piera Zanotti: Ha lasciato fare ai miei fratelli. Io risposi, siccome nel ’64 avevo trenta anni, non ne avevo uno, che ero consapevole di avere fatto una scelta positiva, che sarei stata coerente e che non avrei fatto cadere i malefici sulla mia famiglia, perché non li ho mai mangiati i bambini io. Ho risposto: “per questo problema tu sei a posto, non pensarci, non farò ricadere anatemi su di voi, io sarò la Piera di sempre”.

Cristina Gramolini: Tu mi hai detto una volta che nel periodo prima degli scioperi, prima del ’68, l’oppressione non si sentiva.

Piera Zanotti: No, non c’era. lo leggevo molto ma per quanto si leggesse nulla parlava di lesbismo. Il pozzo della solitudine l’ho comprato a Milano e ho pianto tanto. Io lo chiamo “il muro del pianto” invece che “pozzo della solitudine”, perché ci abbiamo fatto tante di quelle lacrime, le lesbiche della mia generazione, era l’unico libro autentico in circolazione. Sapete, si andava al cesso della stazione a darsi l’ultimo bacio fra amanti di città diverse, prima che l’altra partisse. Lo so io cosa ho dovuto pagare per essere così. Adesso è diverso.  Quando i maschi non ci sono le donne si liberano, ma quando i maschi tornano, l’acqua si richiude sul sasso. 1 cessi sono sempre aperti.

Cristina Gramolini: Tu mi hai detto che anche a lavorare non si sentiva l’oppressione, non ci si sentiva sfruttate.

Piera Zanotti: No, il posto di lavoro era importante per la sopravvivenza e per l’autonomia di comprare un vestìto, le sigarette, le scarpe col tacco. Queste sono le chicche, ragazze, che non vi dovete dimenticare neanche negli anni 2000, 3000 perché non vi manchi questo pezzo di storia di quando le lesbiche si rendevano conto dì essere diverse dalle altre, però dovevano fare come tutte le altre per essere accettate… Dovevo fare anche le cose che non mi piacevano per stare con le mie amiche, le mie compagne, dovevo fare quello che facevano loro. L’amore c’era, il lavoro c’era, se poi mi vestivo un po’ così, non ci davo tanto peso, perché altrimenti sarei stata da sola come un cane. Se non volevo fare come la Spolato, come quelle che sono impazzite, che sono state cacciate, sul serio, esautorate, non per ridere Quando sei consapevole che per avere una autonomia devi avere un’economia, ti passano tutti i grilli per la testa, per questo non pensavamo all’oppressione.

Cristina Gramolini: Hai sentito arrivare il cambiamento? Hai sentito arrivare la rivoluzione?

Piera Zanotti: Sì, perché io smisi la gonna. Adesso vi faccio ridere, ragazze: io ho sempre avuto la fortuna di vivere in una casa dove abitava una sarta di quelle di lusso, una di quelle che hanno imparato a lavorare dalle veneziane. Avevo un bel guardaroba, l’autonomia economica me lo permetteva. Lasciai a mia cognata tutto il guardaroba. Mia sorella aveva preso dei jeans a mio cognato, mi disse: “sai li ho presi un po’ stretti, non gli vanno bene”. Falli provare a me!” e non li ho più tolti Ho lasciato il guardaroba, un capitale, e non me ne è fregato niente, mi son messa le scarpe basse che si usavano al tempo. Zoccoli non ne ho mai portati, mi facevano male ai piedi e li portavo già in fabbrica. Ho trovato il mio look.

Cristina Gramolini Hai fatto il passaggio dal  femminismo al movimento omosessuale e  viceversa?

Piera Zanotti: Vorrei fermarmi ancora momento sugli anni Settanta, quando portammo a casa tutto. Economicamente portammo a casa anche prima perché si facevano buoni contratti, molti scioperi, politicamente portammo a casa dagli anni Settanta in poi.*La Piera che parla adesso è simbolica, qui parla la stagione, chissà quante donne come me… Economicamente stavamo già bene, però in fatto di politica non si stava bene affatto, c’erano le repressioni, comandavano loro, tu non comandavi mai. Se si dichiara guerra si deve poterla vincere, dichiaro guerra se vinco altrimenti faccio coda  in mezzo alle gambe. Quando nel ’69 scoppiarono le università, gli studenti ci resero qualcosa indietro, io l’ho sempre voluto questo, cioè chi sale deve rendere qualcosa me, a me come mondo produttore, alle Piere Zanotti operaie che producono, ai contadini che producono tutto. Il sapere è il primo  ad avvertire, la Francia prima, l’Italia, il mondo intero, grazie agli studenti scoppiarono e noi ci affidammo a loro. Non fu come con le Brigate Rosse, quando non ci affidammo; gli operai non si fidarono delle BR ma si fidarono degli studenti. E grazie a loro uscì anche il femminismo, le donne uscirono e il primo gruppo che si formò a Milano fu a Via Cherubini, lì c’erano donne che si incontrano ancora oggi, e cominciarono a venire i giornali, le letture e tutto. A me è sembrato un approdo, ero nata. Ascoltavo con avidità quello che loro dicevano. Gli operai sono emozionali, non sono intellettuali, e io aspettavo il sabato per ascoltare, perché loro riunivano di sabato, dalle 7 alle 10, poi alle 10.15 avevo il pullman; ascoltavo senza sentirmi ancora autorizzata alla parola, perchè la conoscenza mi ha sempre schiacciata. Cioè a me dover parlare con una avvocata, con un dottoressa, con una professoressa, ragazze, adesso rido, ma allora non ridevo, bevevo le loro produzioni, i loro sproloqui ed ero talmente timida che ascoltavo e poi me ne andavo. Però grazie a loro sono nata, io a Via Cherubini, alla Lia Cigarini, alle donne grandi del femminismo nazionale dirò sempre grazie. Anche se oggi fanno cose che non mi piacciono, mi piaceranno meno quelle di domani, però grazie a loro Piera, le Piere sono nate. Perché se non c’era il femminismo, io non so se avremmo avuto tanto lesbismo. Arriviamo al ’71 di maggio, dove una persona di Roma, tre o quattro di Torino, due di Milano e qualche altro uscirono fuori a San Remo, con gli pseudonimi, tranne qualcuno che non lavorava alle dipendenze. Queste persone che uscirono, o erano studenti o intellettuali molto grossi, uno con una casa editrice, Pezzana, Coen, Sismondi (era uno pseudonimo perché lui lavorava come professore) e il sedicenne Mario Mieli. Fino al ’74 io stetti con Mieli, feci un lungo pezzo di strada con lui. Lui non aveva problemi a uscire col suo nome, coi suoi anelloni, con le labbra dipinte, con le scarpe col tacco, col vestito da maschio con la cravatta. Quando tornò da San Remo chiamò a sé un po’ di gente, ci mettemmo insieme alla meno peggio; eravamo un po’ naif, nuovi di zecca. Io venni via da Cherubini e mi avvicinai; ci trovammo senza un minimo di organizzazione né di coordinamento, finché nel ’72 non ci fu un preconvegno nazionale qui a Bologna, da Re Nudo, però le donne erano poche o nessuna. Eravamo una grande compagnia di maschi con qualche sparuta donna, perché per le donne è sempre stato più difficile che per i maschi Poi nel ’74 a rompere con i maschi furono le donne alle quali era stato permesso di fare un solo numero del giornale FUORI, il FUORIdonna che io, nel bruciare il mio archivio, ho perduto. Voglio significare che i gay comunque sono maschi. Un momento, non voglio discriminarli, perché già li discrimina la Chiesa che ricorda Sodoma e Gomorra, mentre per la Chiesa le donne non hanno mai trasgredito.

Monika: Ma le donne ci sono pure state, Virginia Woolf e le altre.

Anna Fraternale: Ma qui c’è un uomo!

Monika: No, io sono una donna.

Anna Fraternale: No, per me sei un uomo, non sei una donna.

Piera Zanotti: Ma come? Mi parli di Virginia Woolf? La mia scelta interiore mi ha fatto arrivare alle scrittrici, alle artiste, ma solo dopo, quando già io sapevo; solo quando sono diventata cosciente ho raccolto ciò che avevo seminato in esclusione negli anni precedenti. Ma fino al ’73, quando i gay ci hanno fatto scrivere l’unico numero di FUORI, dentro di noi ragionavamo, eravamo in quattro o cinque, e ci dicevamo: “Loro sono il potere, sono maschi e sono il potere alla fin fine”. Allora nel ’74 decidemmo di fare un congresso separatista a Roma, eravamo in 17 da tutta Italia.

Cristina Gramolini: Perché quando hai cominciato a frequentare il FUORI ti sei allontanata dai gruppi femministi?

Nera Zanotti: Perché era più importante per me esprimere la mia identità. H femminismo mi ha fatto nascere come donna, mi ha fatto capire che avevo dei diritti come donna, però non mi trovavo come lesbica, là parlavano di femminismo, là c’erano gli zoccoli, i vestiti lunghi.

Cristina Gramolini: Ma c’erano le lesbiche?

Piera Zanotti: Certo che c’erano.

Cristina Gramolini: Tu le riconoscevi?

Piera Zanotti: Certo, anche adesso sono lesbiche, però si mimetizzano ancora. Qualcuna ha avuto il coraggio ed è uscita, quelle a cui stava stretto il femminismo. Di fare del lesbismo fra le quattro pareti non me ne fregava perché io volevo essere una lesbica pubblica, una lesbica vera, e andare a dire delle cose al mondo, però non avevo ancora gli strumenti, dovevo conquistarli.

Cristina Gramolini: Non ti era difficile conciliare la fabbrica con questi intellettuali straricchi che potevano permettersi delle trasgressioni?

Piera Zanotti: Vorrei spendere qualche parola su Mieli, che era figlio di grandi ricchi. Ho capito che ci univa solo il tipo di sessualità che c’eravamo scelti, diverso dall’eterosessualità. Però in comune non avevamo altro. Mieli era così piccolo, grande ma piccolo, così vero, trasgressore, una persona che secondo me ha trasgredito a tutto, forse un po’ meno alla ricchezza.

Antonia Ciavarella: Ho appena finito di leggere di libro di Pezzana dove lui che ne è stato un leader, definisce il FUORI come*interclassista. Oggi Pezzana è di Forza Italia mentre all’epoca era legato al Partito Radicale. Allora il FUORI era una realtà politica di sinistra o no? Tu come ti muovevi?

Piera Zanotti: Quando una persona sta per morire di fame non guarda a quale tavola si deve sedere. A me è servito tutto, ragazze, non mi interessava quanto fosse alto il trampolino di lancio, per portare a casa la mia personalità, la mia conoscenza, il mio essere lesbica. Altrimenti oggi non sarei qui. Se non avessi avuto la frequentazione alta.

*: Scusatemi un attimo, io la storia del Partito Radicale l’ho vissuta, nel ’76 non aveva certo l’orientamento politico che ha adesso.

Antonia Ciavarella: Mi interessava capire come facevi a conciliare l’essere comunista con l’essere lesbica.

Piera Zanotti: Ho fatto la triplice militanza, niente di più facile.

Cristina Gramolini: Tu dai dei riconoscimenti agli intellettuali?

Piera Zanotti: Senza di loro non sarebbe successo niente, ma usano gli operai per fare la rivoluzione, non per dargli ascolto. lo non mi fido mica.

Cristina Gramolini: Una volta mi hai detto che non vuoi le intellettuali per amanti.

Piera Zanotti: Mai. Mai, Rina. Mai. (risate) Ho fatto l’amore con due intellettuali, pseudo, e mi hanno mandato in bianco, come il mio padrone. Il mio padrone almeno mi pagava, queste mi hanno fatto lavorare senza dirmi “costi 100 lire, 200 lire,cosa so? Addirittura una si è addormentata. Questa è un po’ la critica che la Piera Zanotti faceva alle intellettuali, perché se pensi troppo di testa… (risate e applauso generale)*No, non voglio il battimani, è proprio la mia presa di posizione, coscienziosa, contro quella subalternità che forse non ho ancora perso del tutto, tranne che con quelle persone con cui ho un rapporto di base molto forte, però a me non piacciono le intellettuali che parlano e non concludono un fico secco. Io lavoro otto ore, però dopo vorrei un dolcetto per me, un fiore per me. Cioè io non mi accontento, non mi sono mai accontentata solo delle parole. Io ho sempre avuto dei piccoli fatti, ma ho voluto fatti. Le intellettuali mi hanno fatto lavorare senza pagarmi. Io esisto, ma le intellettuali pensano di esistere solo loro. Ragazze, nella mia vita è successo, voi date il giudizio sui vostri rapporti, i miei sono stati questi. In quegli anni si trasgrediva tutto, ragazze, si andava a letto con tutte e con nessuna. Fortuna che in quel periodo io non avevo la fidanzata e potevo essere moralmente libera di spaziare, insomma di fare l’amore con chi mi pareva. Si dissacrava tutto in quel momento, ragazze, oh! Fame, avevamo fame, non solo in senso sessuale, fame di coccole, fame di accoglienza, di trasgredire ma dire: ti riconosco senza le cravatte, senza i pantaloni, senza il ruolo che il mondo voleva che noi portassimo addosso, come dei da visita.

Cristina Gramolini: Tu le cravatte le hai mai portate?

Piera Zanotti: Sì, io sì.

Cristina Gramolini: Cioè sei passata dai guanti alle cravatte?

Piera Zanotti: Io mettevo la gonna, le scarpe col tacco, già mocassini, giacche sempre fatte divinamente da questa felice mia sorella, con persino le asoline, di taglio maschile, le camicie di Oxford e le cravatte di pura seta. Questa era la divisa della domenica, quando andavo in città con una bottiglia di whisky, accolta da una ragazza che avevo conosciuto, una abbastanza matta che mi spellò viva, e dal suo vicino di casa, un travestito, Domenico. In questa casa, dato che non si sapeva in quale luogo andare, la domenica era lunga, bevevamo la bottiglia e poi la sera si andava a ballare in un posto chiamato Quíntosole.

Cristina Gramolini: Uscita dal FUORI che cosa hai fatto?

Piera Zanotti: Voglio dire alle donne che io non sono mai uscita dal FUORI, il FUORI è diventato l’Araba Fenice, che poi è diventata il Phoenix. Da questi gruppi io non sono mai uscita, mai. Però c’è stato un periodo in cui ho frequentato molto la Libreria delle donne: nel ’77‑’78 mi prestarono i primi libri per fare il palchetto in fabbrica. La Lia Cigarini credeva molto in me, come la proletaria che si era evoluta in senso politico, che si era avvicinata a loro. Molti sabati la Libreria delle donne era un mio punto di riferimento. Il sabato pomeriggio che era mio, mi cambiavo da festa.

Cristina Gramolini: Senza più cravatta?

Piera Zanotti: Noo, mi vestivo casual, però elegantina, insomma bellina. Pantaloni, stiratini… L’abito ragazze, per il proletario è come una corazza, una maschera: siccome noi ho altro da mettere sul tavolo, il sabato e la domenica mi è permesso di mettermi l’abito buono. Adesso capisco tante cose, anche allora le capivo perché andavo come protagonista e non come subalterna, però l’abitino ce l’avevo ancora. E’ un senso ancestrale di riverenza, presentarsi bene, poi magari bestemmiavo perché sono sempre stata un po’ sanguigna come soggetto, ma l’abito mi salvò un po’.

Cristina Gramolini: Ti hanno convinta quelle della Libreria delle donne, negli anni Ottanta?

Piera Zanotti: Allora non si parlava di autorità. Oggi l’autorità la riconosco anch’io a chi ce l’ha e gliela do incondizionatamente: chi è finferlo rimarrà un finferlo. 1 finferli sono funghi, non lo sapete? Da un certo punto in poi, ho sempre fatto politica con le donne lesbiche, ma ho alzato un po’ la cresta dopo che mi avevano accettato, scelto, proposto di fare un turno in Libreria, credevano in me, mi sentivo diventata un po’ adulta.

Penso che qualunque cosa abbia fatto o faccia la Libreria, anche se momentaneamente posso non essere d’accordo, e io qui lo devo dire molto onestamente, valeva la pena farla. Mi riferisco alle grandi, e, detto tra parentesi, qualche donna di quelle passerà alla storia. Perché se non fa politica la Libreria delle donne, con le sue uscite che stanno in gestazione per cinque dieci anni, mi dite voi chi la fa, se non arriviamo noi dopo di loro? Parliamoci chiaro: le cose o le facciamo noi o le fanno loro. Perciò come fai a dire a queste donne che fanno politica teorica nel mondo “fermatevi”? O ci mettiamo con loro, come hanno fatto molte lesbiche italiane col Sottosopra rosso, perché sono le lesbiche italiane che l’hanno fatto e poi due o tre della Libreria l’hanno coordinato. Ma che l’hanno fatto sono le lesbiche italiane, non dimentichiamolo: vi faccio nome, cognome e dove abitano e i loro telefoni se volete. Perciò ragazze, se abbiamo il coraggio di dire: “non producete più?  produciamo noi. O lo fanno loro o lo facciamo noi.

Antonia Ciavarella: Su che cosa non sei d’accordo in poche parole con loro?

Piera Zanotti: Sul fatto che loro non sono uscite con la loro identità, perché escono coi loro nomi e cognomi, però nessuna parla di sé.*Oggi io vi ho fatto un tracciato, uno spaccato della mia vita da lesbica proletaria, però sono partita sempre e solo da me. Non dimenticando che non ero da sola, c’erano tutte le altre che facevano il mio lavoro politico. Loro sono persone con cui io ho fatto politica, con tutte loro, ma non si sono firmate: “Piera Zanotti, lesbica”, che fa 40 anni di storia parlando di sé e della triplice militanza. E anche fra loro qualcuna grandìna c’è. Negli anni Ottanta facemmo sì conquiste femminili, ma come proletarie, operaie, non portammo a casa molto perché venimmo espropriate, devo parlare al plurale, espropriati, di tutto ciò che avevamo conquistato negli anni Settanta. Qualcuno dice che il comunismo è morto col muro di Berlino, qualcuno dice per il Woytila polacco, per me il comunismo e le conquiste della classe operaia morirono a Torino con lo sciopero fallito alla FIAT che mandò in piazza i 40 mila per il diritto al lavoro contro chi scioperava. Questo è ciò che posso dirvi come donna che produceva, proletaria, operaia. Invece come donna politica femminista, lesbica, in quegli anni si conquistò un sacco di cose ma da parte economica restituimmo tutto ciò che eravamo riusciti a recuperare. Tutto. Non ci fu più un contratto buono, finché nell’85 vennero le cosiddette riconversioni, ristrutturazioni, cassa‑integrazioni, che ho subito prima che mi mandassero in prepensionamento, e fui contenta perché in fabbrica si viveva già male. Così finisce la mia vita produttiva.

Cristina Gramolini: Piera, prima hai detto che se le cose che fanno altre non ci piacciono, dobbiamo fare noi, ma tu mi dici spesso di non insistere troppo con le altre donne per un impegno politico maggiore se voglio evitare il fuggi‑fuggi, perché non è questo che le donne vogliono sentirsi chiedere. Allora?

Piera Zanotti: Io faccio parte di un collettivo a Milano che ha 130 socie, la più piccola ha sedici anni, la Piera ne ha sessantuno. C’è dentro un po’ di tutto. Le giovani leve io le chiamo l’asilo Mariuccia, la nursery, per essere più eleganti. Personalmente penso che il nostro gruppo culturale sia un po’ la nursery di tutto il lesbismo milanese. Quando le donne diventano adulte, mescolate alle bambine si sentono a disagio e vanno. Non del tutto, perché tornano alle iniziative culturali, alle cene, ma di domenica non vengono perché ci sono le bambine. lo dico a Cristina: “queste nuove, nuovissime generazioni hanno bisogno di gioco”, di molto gioco, e io sono tollerante, perché ho sempre giocato pochissimo, non mi è mai stato permesso. Addirittura la mia ultima fidanzata a Natale, o per il mio compleanno, arrivava , invece che con dei fiori, con dei giocattoli, delle bambole. Mi regalava pupazzetti, pelouches e io dicevo “cosa me ne faccio io?”. Adesso so cosa farne, non che ci giochi, però in casa ne ho un po’ che fanno bella mostra sul divano, qui mi siedo io, là stanno loro. Perciò io con le lesbiche non sono dura, mi sento di essere una tenerona. Ho detto: “giocate ragazze” mi spiace che nel gioco ci entriamo un po’ tutte, perché si fa soffrire, si soffre, l’abbandono, li tradimento, per gioco intendo questo, non altro. lo tollero il gioco fino a trenta anni, quando una donna è consapevole di sé e allora deve rendersi conto che il gioco è finito, si può giocare in due ma seriamente, non si può giocare con due o su tre o quattro tavoli. O che trovate la compagna che è talmente emancipata, che ha passato il seminario del gruppo delle Amanti, ha fatto il suo laboratorio interiore di così larga libertà da poter ammettere la terza, la quarta, allora mi sta bene. Ma io non penso che il laboratorio delle Amanti sia capace di fare questo, perché non ha aperto molti spazi reali ma solo intellettuali, di carta scritta. Perciò fino a trenta anni giocate ragazze, poi se volete fare le lesbiche serie, c’è la possibilità.

Cristina Gramolini: Cosa hai voglia di fare adesso politicamente? Vuoi preparare i giochi per la nursery?

Piera Zanotti: Voglio stare con la nursery perché è importante, perché nella storia qualche lesbica si è anche detta, esisteva, andava a teatro, si metteva la giacchetta, il bastoncino, il papíllon, ma erano le ricche che potevano farlo. Siccome il movimento delle lesbiche si è allargato in senso orizzontale, ciò che non è avvenuto nel femminismo, noi troviamo 16 anni e 61, quante generazioni ci sono fra queste due persone? Ci siamo allargate e dobbiamo pur proporre per le nuove leve delle cose nuove per il domani. Per esempio a me che sono una lesbica separatista da sempre, non mi sembra di essere una separatista becera se dico, come ho fatto in una discussione al CLM di Milano, che il dibattito sui diritti civili doveva essere aperto (agli uomini n.d.r.). Quando abbiamo votato, eravamo tredici o quattordici, io da separatista ho detto: “aperto”, subito, perché sono separatista ma ho premesso prima che devo andare a dire delle cose al mondo, per non farle dire ai maschietti, alle intellettuali bla bla, devo andare io a dirle come le sento io. Allora io ero per il dibattito sulla Risoluzione di Strasburgo, su cui noi stiamo lavorando da circa un anno, aperto a tutto il mondo. lo vi ho spiegato il mio separatismo: non voglio che nel mio mondo di donna, nel divertimento, nel gioco, a cena da me, ci siano dei maschi, né gay, né etero. Non per questo dimentico che esistono, ci devo fare i conti tutti i giorni, dal postino, al lattaio, al portiere, al bancario, però non devono essere nella mia vita privata e in un certo senso neanche in quella pubblica, perché non voglio più fare la triplice militanza, non voglio essere divisa in cinque, adesso sono Piera Zanotti.

Cristina Gramolini: In una delle occasioni in cui ci siamo viste, tu hai detto che i maschi ci esautorano perché noi lasciamo gli spazi vuoti. Secondo te dobbiamo continuare con le micropratiche di gruppi di dieci, cinque, tre persone sparse qua e là, oppure pensi che occupare gli spazi richieda altre forme di intervento politico, coordinato, organizzato?

Piera Zanotti: Si incomincia a vedere qualcosa di politico: siamo uscite fresche fresche da elezioni politiche in cui, turandoci il naso o no, abbiamo fatto in modo che le sinistre andassero là, però abbiamo dovuto sacrificare molte donne. Questi partiti eterogenei che si sono messi a convivere hanno penalizzato noi, e alla larga. Però io non colpevolìzzo i partiti, se dico una bestialità correggetemi, colpevolizzo le donne che non hanno dato fiducia alle donne. Per questo io dico che gli spazi che ci occupano noi ce li lasciamo occupare. Ragazze, se lei è al Senato e lei è alla Camera, nella mia circoscrizione io cerco di fare proselitismo, di fare la grancassa, dire: “votate lei perché almeno saremo rappresentate” anche se io non ho la voglia di potere, però perdio siamo comandate in tutte le istituzioni solo da maschi. Qualche donna che ci rappresenti ci sarà? Tu vuoi sapere dove andiamo, cosa facciamo, ma adesso la domanda potremmo farla anche alle donne qui. Domandiamocelo insieme, ché lei le domande difficili le fa solo a me, dove andiamo, dovremmo dirlo un po’ tutte, dove vorremmo essere… io non voglio essere collocata da nessuna parte, sto sempre con le donne perché il mio mondo è questo. Se devo essere onesta, non è che mi soddisfino sempre perché noi donne siamo un po’ paurose, un po’ tanto, un po’ pavide. lo mi sono ribellata a tutto, a tutti tranne che contro l’alzarmi alle 5.30 dei mattino, per trentotto anni.

Rina Macrelli: Non ho capito se fai il mea culpa o se sotto sotto te ne compiaci.

Cristina Gramolini: Dicci cos’è la moralità.

Piera Zanotti: Sono coerente, dicendo sì al lavoro avevo la mia autonomia, era l’indipendenza, era la casa, la macchina, il viaggio importante in giro per il mondo, la vacanza assicurata con la mia fidanzata. Non è che mi dico: “che brava, che brava” e mi batto le mani, no, però mi dava la possibilità di avere altro: ho comprato la casa, compravo i libri, in cambio però al lavoro non ho mai detto di no, perché i comunisti dovevano essere seri.*Lorenza vuole sapere come è andata a finire con mia madre: lei tutto sommato, a distanza, mi ha chiesto scusa, quando la mia seconda fidanzata nell’85, ad agosto, se ne andò, dicendomi, dopo undici anni di convivenza: “non vengo al lago a trovarti”. lo ho una casa sul lago e portavo sul lago mia madre per due mesi. La mia fidanzata mantenne la parola, non venne a trovarmi e io piangevo, mangiavo minestra e lacrime. La domenica venivano a trovarmi, in gruppo di otto ‑ dieci, le mie amiche di Milano che sapevano che stavo male. Il riconoscimento che mi diede mia madre è una delle due cose che volevo dalla vita; cercando l’attenzione delle altre donne disse in bergamasco: “com’è stupida mia figlia, guardate come siete belle, può scegliere una di voi e piange per quella cretina dì Milano che non la vuole.” La mia mamma. Questo è stato il primo riconoscimento, nell’85, nel ’90 mia madre morì. E’ stata una cosa che lì per lì mi scosse, e tutte ci guardammo in faccia. Le mamme sanno, ragazze, vogliono solo il nostro bene le buone mamme. Invece le mamme che sono rivali delle figlie, gelose della loro libertà, non saranno mai contente se voi siete felici. Ma le mamme, quelle che ci amano, anche se non ce lo dicono, vogliono solo che stiamo bene.*La mia compagna veniva accettata in casa mia, l’ho fatta accettare, la mia famiglia tutta sa che io ero lesbica, io gliel’ho detto: “tu ami tua moglie e io amo questa, se ti va lo accetti, se non ti va me lo dici che andiamo fuori dalle palle”. Così è. Sono sempre andata col mio viso, ragazze, sia in cellula sia alla sede del Partito Comunista. Ho fatto chiarezza anche lì perché non ho voluto lasciare niente al caso. Cristina sabato a casa mia ha detto una cosa santa, che non vuole le persone false, le cose false. E io sono altrettanto, quando ho potuto sono andata con la mia identità, come Piera Zanotti, lesbica, comunista, sindacalista, ma soprattutto lesbica. Il PCI, la CGIL, dopo ho mollato tutto, anche quelle cose lì, sono rimasta solo Piera Zanotti lesbica.*La seconda cosa che Lorenza vuole sapere riguarda ancora mia madre, che ha avuto tredici figli e io sono quella di mezzo. Ho sempre avuto la sensazione di non essere stata coccolata, di non essere stata amata. Lei mi voleva bene però non era molto espansiva, non ci spupazzava, ci spupazzava di più nostro padre. lo le dicevo: “mamma, tu mi hai messo giù troppo presto, a due anni ” Perciò in me c’è una bambina che ha sempre qualcosa da chiedere, o alla mamma o al suo passato. Io nella vita avrei voluto che mia madre mi dicesse che ero brava e questa è la risposta che chiedo da sempre: “che brava”, ma non in senso convenzionale, formale, e l’aspetto ancora, Lorenza.

Lucía Giansiracusa: Però Piera noi te l’abbiamo detto in più dì una maniera e in più di un’occasione.

Piera Zanotti: Ragazze, l’ho premesso, forse volevo che me lo dicesse mia madre, che invece faceva la grossa alle mie spalle quando il Partito Comunista mi mandava a Napoli alla conferenza delle donne o quando andavo a scioperare a Reggio Calabria o a Torino, a Roma e lei diceva: “stai a casa, non hai paura? sparano”. Però lei si faceva pavone con le vicine di casa, con le sue amiche, con mia cognata, con mia sorella: “che brava, si fidano di lei, allora si capisce che è brava”, e questo l’ho saputo da mia cognata quando mia madre è morta. Che mi ha amato non lo metto in dubbio, però non l’ha mai detto, a me ha sempre detto di no. Comunque non li ho mai fatti sfigurare, vi assicuro, ho sempre avuto frequentazioni molto oneste, sono una cattolica fin fine. L’onestà, trasgredire sì ma correttamente.

Anna Fraternale: lo non mi riconosco molto come proletaria, ho un passato di figlia di immigrati all’estero e una decina d’anni meno di te. Dal ’64 fino al ’75 ho fatto l’operaia e mi sentivo discriminata come donna perché percepivo la metà della paga del ragazzo che lavorava vicino a me e scaricavamo tutti e due cinquanta chili. Tu che sei passata al PCI non ti sentivi discriminata come lavorante?

Piera Zanotti: Percepivo la stessa paga perché i metalmeccanici erano la punta di diamante del movimento operaio nazionale. Se discriminazione era, come tu vuoi sapere, era solo nelle qualifiche e come comunista sugli aumenti di merito, perché io sebbene fossi del consiglio di fabbrica, sono sempre stata l’ultima nei passaggi di categoria. Quando si lavora con coscienza quello che si fa si fa in qualità, però malgrado facessi il lavoro fatto bene, eri comunista e quindi venivi discriminata e non perché ero una donna. La discriminazione veniva piuttosto dai colleghi di lavoro che, siccome non mi facevo palpare le tette, quando ho dovuto imparare ad essere perita, a cambiare la mola da sola, alle spalle mi chiamavano Piero. Oppure le donne mi discriminavano perché ero quella più avanti nel senso culturale e le volevo far avanzare con me, farle camminare e correre con me. Tutte eterosessuali, non ce n’era una di lesbica in fabbrica e io dovevo starle ad ascoltare quando volevano gli aumenti di merito, essendo delegata devi ascoltare la base. Quando loro si strizzavano l’occhio per andare a bere insieme il caffè io mi sentivo discriminata e feci una lettera aperta un 8 marzo, dove dicevo che di loro conoscevo tutto, dalle masturbazioni del periodo del fidanzamento, alla cacchina gialla dei loro bambini, dai debiti che avevano al rossetto che si mettevano, però non sapevo altro, e quando andavano alla macchina del caffè non mi dicevano “crepa”, e io ero una donna, non ero mica un robot, dopo vennero i robot ma io ero ancora una persona. Queste cose le ho vissute come discriminanti, quanto alle questioni economiche io vivevo quello che vivevano tutti.

Anna Fraternale: Però il PCI non ha dato il femminismo in mano alle donne, né in Italia né da nessuna parte.

Piera Zanotti: Io ho avuto un maestro comunista, un operaio come me al 5° livello superiore che mi ha insegnato il marxismo ma poi ho criticato il partito di maschi che non dà parola alle donne, se non a quattro madonnine.

Anna Fraternale: Per me adesso è importante capire quello che hai detto prima sull’aprire ai gay. Nel ’74 ‑ ’75 per me scoprire il femminismo è stato scoprire di avere dei diritti in quanto donna, individua. Allora ho detto: sì, esisterò non perché sono sposata, non perché dopo vivo con una donna, ma come singola. Abbiamo lottato con questo desiderio, con questa parola d’ordine, contro la famiglia, contro l’istituzione. Adesso dobbiamo pensare ai diritti civili dei gay?

Piera Zanotti: Delle lesbiche e dei gay. lo ho parlato della Risoluzione di Strasburgo e non della risoluzione dei gay. Strasburgo mi dà la possibilità di essere riconosciuta come soggetto. Singolarmente. La Risoluzione non è una legge ma un “se vuoi”, una raccomandazione che dipende dai rapporti di forza interni agli Stati, perciò dipende anche da noi. Questi sono gli spazi che dovremmo occupare, perché dovremmo essere coinvolte in prima persona a far si che gli Stati facciano diventare leggi queste risoluzioni.

Anna Fraternale: Ma io ho paura della coppia.

Rìna Macrelli: Ma tu non l’hai letta la Risoluzione? Sono 16 articoli, il 14° ha molti commi di cui solo quattro si riferiscono al matrimonio e convivenze, tutti gli altri articoli e molti commi ruotano sui diritti della persona singola Puoi leggere questa proposta di legge sul Quaderno Viola 4, faccio pubblicità.

Piera Zanotti: Ragazze vi dico grazie a tutte perché non mi avete fatto sentire in imbarazzo. Grazie, perché culturalmente sono un po’ spiazzata, perché sono quella che sono, però a spanne sono riuscita a dire delle cose e se non mi vergogno di voi vuol dire che non mi vergogno di me. Anche se davanti al mio nome non c’è scritto avv. dott. prof. mi state ad ascoltare, riesco ad esprimermi in questi termiti!, in altri termini no, perché l’intellettualismo non mi appartiene e, anche se non sono l’ignorantona che sta dietro alla lavagna, uso questi termiti che sono consoni al mio ceto sociale. Dalle mie radici non voglio distaccarmi, sono quelle che mi identificano.

Cristina Gramolini: Siamo noi a ringraziarti.

http://www.donnagay.it/*




2011, Liana Borghi – Connessioni transatlantiche

Liana Borghi, “Connessioni transatlantiche: lesbismo femminista anni ’60-‘70”.  Genesis, x/2, 2011: 41-64.

http://www.leswiki.it/repository/testi/2011borghi-connessioni transatlantiche.pdf




1986, Lia – Per una cronologia del movimento lesbico

Lia, 1986. “Lettera”, Bollettino del CLI [Collegamento fra le lesbiche italiane], anno 5; dicembre 1986, pp. 3-4

Lettera inviata a rettifica della cronologia del movimento lesbico redatta da Rina [Macrelli] e pubblicata negli atti del convegno Ricerca lesbica: realtà, etica e politica dei rapporti tra donne, Roma 1-2-3 novembre 1985, col titolo: «Per un calendarietto del Lesbofemminismo italiano»

 


Ho letto quanto scritto da Rina alle pagine 20-26 degli Atti del Convegno. E’ dal ’77 che ho avuto contatti col Fuori, in precedenza già col Partito Radicale. Dal 1978 ho seguito costantemente i convegni delle donne lesbiche, perdendone ben pochi. Ho una ricca documentazione in materia, inclusi ritagli di giornali che commentavano i vari convegni. Ho tutti i primi numeri sia di Fuori che di Lambda. Una volta a Torino andai anche con le donne delle Brigate Saffo a fare una specie di incursione: tentammo, cioè, senza riuscirci, di entrare in dodici in una discoteca dove si poteva entrare solo in coppia (sottinteso: in coppia con un uomo).

A parte i goliardismi, il mio “come out” è anteriore al *79, anno in cui fui candidata per il P.R. al parlamento ed ebbi voti di donne lesbiche e anche di omosessuali maschi. Ma non volevo raccontarmi, scusatemi. Volevo solo dire che forse posso fornire una documentazione ad integrazione del calendarietto di Rina (dipende da quanto e quando vuole estendere quel lavoro).

Il primo convegno nazionale del FUORI DONNA si ebbe a Torino a marzo del ’76: accludo fotocopia di un articolo di “Panorama” che conservo integralmente. La donna che vi appare fotografata credo sia Fufi Sonnino; ho i numeri del FUORI di quel tempo (e anche i precedenti, fin dal primissimo), ma non ho indagato in quale modo ne venga fornito un resoconto. Ad aprile 1978 ci fu il secondo convegno nazionale e a quello c’ero anch’io e c’era anche Matilde (che è del CLI). Di quello conservo anche articoli di giornali, poiché si volle coinvolgere la stampa di ogni tipo e ci si riuscì.

Panorama nel 1980 in due mesi ci ha dedicato ben due articoli con lo stesso titolo: “Lesbica è bello”; ma nel ’79, sempre ad aprile, si erano riunite a Torino a convegno alcune lesbiche invitate dalle Brigate Saffo. Fino ad allora le Brigate Saffo hanno scritto su “Lambda”.

A Pasqua del 1981 a Torino c’è il convegno internazionale dell’ILIS che affianca quello dell’IGA che si tiene a Torre Pellice. Siamo, a Via Vanchiglia, oltre 400 donne di tutto il mondo. Affollatissimo il gruppo intorno alle due donne dei Paesi Bassi che caldeggiano il sadomasochismo, ma anco ra di più la sala in cui (se non ricordo male) si decide di sganciare l’ILIS dall’IGA (ho esauriente documentazione e fotografie). Fufi Sonnino parla al seminario sul sadomaso. Molte romane contribuiscono all’evolvere della discussione nell’altra sala. Di questo convegno mi pare non sia fatto cenno nel calendarietto di Rina. Invece fu importantissimo, forse la molla che scatenò poi i convegni nazionali di Roma di giugno e dicembre.

Nel 1978 a Marina di Camerota, dove insegnavo (e dove mi ero fatta intervistare come lesbica da una radio locale, modificando il mio nome ma non il mio inconfondibile accento e dove il mio lesbismo non era un segreto per nessuno), mettemmo su, in un uliveto dietro al campo sportivo, un attendamento di donne lesbiche che fece molto rumore in paese. L’anno successivo fu l’ultimo che trascorsi lì, perchè a seguito di quell’evento e della mia candidatura al parlamento l’aria per me era diventata irrespirabile. L’attendamento fu popolato da 25 lesbiche, inclusa una bimba di tre anni, figlia di una Claudia che era venuta con **la sua partner. Io avevo messo a disposizione il mio appartamento per usi igienici e occasionalmente di altro tipo. Tutti in paese ci identificavano come lesbiche, qualche occasione ho avuto la sensazione che fossimo fra le più incuriosenti attrazioni estive. Ma veri fastidi non ne abbiamo mai ricevuto (nè dati, credo).

LIA

• Nota della redazione: i documenti inviati da Lia sono disponibili su richiesta presso gli Archivi Lesbici (ALI) organizzati nella sede del CLI.

 




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Elvira Banotti

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. «Elvira Banotti», in Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 396-412.

L’intervista a Elvira Banotti, dichiaratamente eterosessuale, compare qui solo ai fini della ricostruzione storica del primo femminismo italiano.

Traduzione di Laura Bianchetto per LesWiki.
Ecrits, voix d’Italie – Indice e note

 


 

Elvira Banotti

E’ nata in Etiopia una quarantina di anni fa, ha fondato il gruppo Rivolta femminile a Roma e ha contribuito a redarne il manifesto.

Nel 1971 ha pubblicato il libro La sfida femminile, che contiene un gran numero di testimonianze sull’aborto e che venne giudicato “delirante” dalla stampa, compresa quella di sinistra, che arrivò a dichiarare che l’autrice aveva inventato i casi in questione! Ma nessuno sottolinea l’originalità delle tesi proposte sulla secolare emarginazione della donna. Elvira Banotti è la prima ad aver condotto uno studio approfondito sul fenomeno della longevità, sulle variazioni demografiche, traendone delle conclusioni inedite.

Tra il 1970 e il 1972 si cristallizza intorno a Elvira Banotti un fenomeno comune a molti movimenti femministi internazionali. Lei ne diventa il perno, l’elemento di riferimento, un soggetto la cui funzione non ha significato senza evocare quella della Madre tanto attesa dai seguaci del sansimonismo. Ma all’interno di un movimento la sorte di una madre è di solito quella di essere divorata dalle figlie. Vittima del suo carisma, vittima della sua Parola e della sua grande capacità di partecipazione, Elvira venne [fine p. 396] investita di un potere di cui non sapeva che farsene. Solitaria, paradossale, audace, polemica, profetica, Elvira non cerca approvazione. La sua vitalità trionfante più spesso spaventa le donne invece di rassicurarle.

Tuttavia ancora oggi la sua voce è la più stimolante che ci sia mai stata in Italia, la più ottimista e forse la più “rivoltante”… nel senso migliore del termine.

Elvira non voleva concedere interviste; il principio stesso le era odioso. Non voleva avere a che fare con donne che scrivono per mestiere, che per mestiere pensano, che per mestiere pubblicano, eccetera. Ha accettato di parlare soltanto per amicizia, e non senza reticenze!

Il 20 giugno 1976 in Italia ci sono state le elezioni. Elvira Banotti si è rifiutata di votare. Ci spiega il perché in questo articolo, pubblicato dalla rivista EFFE nel numero di luglio-agosto. [fine p. 397]


Perché mi rifiuto di votare [pp. 398-401]

NdR: Rimandiamo all’articolo in italiano pubblicato sulla rivista Effe, n. (luglio-agosto), 1976


[Intervista a] Elvira Banotti [pp. 402-412]

I

 «Tutto ciò che fanno o dicono gli uomini non mi interessa più. Non per questione di principio o per risentimento, no… ma non ne traggo alcuno stimolo, alcuna indicazione. Non possono più fermarmi Leggo i loro testi e non trovo nulla che mi possa stimolare. Mi rendo conto di aver acquisito – è la grande conquista femminile degli ultimi anni – una certezza, una tranquillità, una conoscenza di me stessa che mi permette di non subire più gli stimoli che provengono dall’esterno, i modelli ideologici in vigore, poiché io, di fatto, sono altrove.

Le forze storiche dell’uomo subiscono una battuta d’arresto. I partiti di sinistra sono i più ostili alle donne: hanno messo la museruola a quelle donne coraggiose che erano le suffragette e le hanno accusate di essere soltanto delle “borghesi”. Sono questi partiti che hanno impedito un cambiamento sostanziale della società. Non hanno detto alle donne «I vostri discorsi sono insignificanti, senza possibilità»? Lenin ha privilegiato la lotta di classe e ha dichiarato: «dopo, penserai a te». In altre parole [fine p. 402], ha invitato l’individuo a dimenticarsi di se stesso come persona. Nello stesso modo ha voluto che la donna dimenticasse la sua realtà di donna, le ha proposto di vivere dimenticandola. Come si può pretendere che una persona si dimentichi di se stessa? Ecco, questo è ciò che propongono i partiti di sinistra… E parlano di asili, di urbanistica, di controllo delle nascite. Sì, il partito di sinistra è il più pericoloso perché monopolizza ciò che viene definito “alternativa”… che non è soltanto una, non può essere soltanto una.

No, le vere femministe non potrebbero schierarsi al fianco di nessuno… e ancora meno di istituzioni esistenti. La polemica tra sinistra e destra favorisce soltanto l’uomo. Associarsi all’una o all’altra, prendere “posizione”, equivale a rinforzare il cemento armato, a mettere le colonne all’edificio. La cosa più importante per noi è rompere questa tematica di opposizione. Dividersi in progressisti e conservatori, ecco l’alternativa maschile. Come possono le donne inserirsi in una dialettica così povera? Speriamo che ci siano abbastanza femministe per contrastare queste intimazioni, saranno loro a fare il lavoro migliore… D’altra parte, basta osservare ciò che fanno le donne da circa dieci anni a questa parte: che forza di rottura!

 II

 «Le donne spesso ignorano di subire il più grande torto, storico, che possa essere fatto loro: quello che presiede alla cerebralizzazione delle persone. Ad [fine p. 403] esempio, le donne che frequentano l’Università seguono corsi di una misoginia tragica… di una cattiveria, di un cinismo spaventoso. Con aggettivi pomposi e dalla sonorità rara, si insegnano (vedi i corsi di diritto) nozioni di una volgarità, di una violenza… È osceno. E l’Università continua a incensare un insieme di comportamenti che sono la sintesi di un’aberrazione insensata. Sì, mi sento più insultata dallo spirito definito “benpensante” che dai crimini commessi ogni giorno contro le donne. Ma per quanto sia orribile il progetto mentale di un certo gruppo sociale, esso è completamente accettato.

Quello che le donne hanno fatto di più importate fino ad ora, a mio parere, è il rifiuto di entrare in quest’ordine di idee: rifiutano la scalata sociale, non si arrampicano. La tendenza generale ad andare sempre avanti non le interessa. Per loro, il lavoro e denaro non sono valori. Di quale forza straordinaria devono dare prova per resistere alle pressioni… Riescono a evolversi, a esistere, a vivere secondo le loro esigenze nonostante la distruzione organizzata dalla cultura – non intendo “cultura” nel significato antropologico del termine, ma cultura come cerebralizzazione, organizzazione di idee fissate da quei soggetti solitari che sono gli uomini.

Quando sento certe femministe dire che le donne sono rese inferiori, schiave, eccetera, divento molto intollerante. Capisco che gli uomini possano fare affermazioni del genere… È un sogno che inseguono da millenni, un ostracismo, è [fine di p. 404] il loro desiderio segreto, si sa. Ma che delle donne affermino a voce alta tali sciocchezze… Invece di riprendere quello che dice l’uomo, la donna farebbe meglio a coltivare quella ricchezza e quella vitalità che sono in lei e a esplicitare fortemente quello che lei è, quello che desidera essere.

Per me essere femminista significa vivere la propria forza, le sue manifestazioni, esprimerle, è vivere una vita lontano dalle sollecitazioni maschili… e del resto questo è ciò che fa impazzire l’uomo. Infatti, finchè riesce – fosse anche soltanto sul semplice piano della conversazione – ad avere la nostra attenzione, gli forniamo gli stimoli e la possibilità di allargare il suo orizzonte mentale e addirittura la libertà di dichiararsi “interessato”. La donna non si deve più preoccupare di questa “apparente” disponibilità dell’uomo, no, non deve più permettergli di pontificare, di interpretare a suo modo la nostra vita. Ciò che faccio, ciò che vedo, non voglio che se ne appropri per essere di moda, per apparire moderno. Voglio che sia il mio modo di essere a stabilire i suoi modi di fare. Voglio essere ciò che mi piace essere. E se ciò che sono lo destabilizza, peggio per lui. Secondo me quello che dovrebbe interessare all’uomo, ormai, non è interpretarci ma piuttosto scoprire, in fretta, le sue possibilità di essere diverso. E soprattutto non dovrebbe occuparsi di femminismo.

L’educazione di questa società tende a bloccarci, a fermarci, a farci vivere con la testa. Ho visto troppe femministe danneggiate da questa paralisi… Donne allegre, vivaci, che dopo essere venute a contatto con [fine p. 405] femministe dagli schemi mascolini diventano mortalmente serie. Prendono il libro del primo venuto e si mettono a dissezionarlo: «Ma perché ha scritto questo?» «Che importanza può avere, rispondo, è lui che l’ha scritto. Perché occuparsene?».

In un certo tipo di femminismo si disperdono forze enormi… quelle forze rimaste intatte per il fatto che noi non siamo entrate a far parte della società. Perché la società, giustamente, difende l’uomo… Sì, difende i suoi delicati, piccoli equilibri e gli fornisce un modo univoco di essere. Però io non voglio questo tipo di protezioni. E quando certe donne dicono che subiamo  una “inferiorizzazione”, le guardo stupefatta. Invece di dire «facciamo la rivoluzione», farebbero meglio a esaminare le infinite possibilità, quasi a livello cellulare, che offre loro il fatto di non aver avuto difesa o protezione. Questa società avvalla le difese del prototipo maschile. Così sia! Che l’uomo continui come ha sempre fatto… Crede di essere quello che comanda, che agisce… Ma io lo vedo piuttosto come un essere rimasto indietro di svariati secoli… Gli uomini subiscono una serie di limitazioni, costruiscono un soggetto fittizio, ossessionato d’altra parte da quei limiti… Allora, non diciamo che noi siamo inferiorizzate… Bloccato da ogni parte, l’uomo non si rende nemmeno conto che impedisce i movimenti alla donna e siccome non ha più la possibilità di evolversi liberamente, è con apprensione che ci guarda agire. Si evolve verso il passato, prigioniero di forme e di valutazioni ideologiche di sé stesso spesso mitologiche. No, non è [fine p. 406] lui ad essere forte… Anche nel suo modo di organizzare il pensiero l’uomo si è creato un’autodifesa. Il fatto che noi ci muoviamo in modo diverso ci permette di vedere tutti gli elementi riduttivi del loro essere. Fare nostri quegli elementi, digerirli, metabolizzarli è come suicidarci. E’ limitare la nostra totalità. L’unico elemento storico che può cambiare la realtà è la donna, non la rivoluzione. La donna si deve assolutamente evolvere lontana dalla “paura” dell’uomo. Perché, con un minimo di intuito, si può vedere che tutta l’organizzazione maschile è fondata sulla paura. Noi siamo la residenza della follia maschile. D’altra parte, se consideriamo le forme istituzionalizzate dell’esistenza – la Chiesa, il Parlamento, l’Esercito eccetera, tutte quelle istanze con le quali l’uomo crede di esprimere la vita – è ben chiaro che, al contrario, sono l’amplificazione di un malessere, di una solitudine, di un’assenza di vita: sono la traduzione di una carenza fisiologica.

Accettare di esistere secondo le forme mascoline che sono in vigore è, molto semplicemente, impensabile. La loro concezione della vita non è vita. Le loro istituzioni non sono la celebrazione di un piacere, di una forze, sono il luogo in cui l’essere organizza la sua disgregazione…. Basta vedere l’uso che fanno della parola “permissivo”… Nella loro interpretazione del mondo c’è una barriera: la persona è assente. Mentre invece per la donna è la persona che conta. Senza alcuna cattiveria, gli uomini al confronto mi sembrano fantocci: i fantocci della tradizione. E [fine p. 407] se nel femminismo c’è una cosa di cui dovremmo diffidare, quella è il concetto di organizzazione. Il femminismo non ha bisogno di organizzazione. Sono le donne, individualmente, che faranno, che fanno la realtà. È il modo in cui ogni donna dà dei calci al sistema, avanza risoluta, ascoltando soltanto se stessa, cosciente dalla sua forza, che creerà la rottura. È questo l’elemento più importante del femminismo. E anche il fatto che l’uomo – così com’è oggi – non piace più alle donne… A un certo punto dovrà tirare delle conclusioni…

 III

 «Trovo che la forza principale della donna risieda nella sua sensualità. E l’uomo, che non ha sensualità, non ha forza. Non conosce questa sensazione di esistere con tutto il corpo. Infatti non arriva nemmeno a esprimere una “sessualità”. Quando l’uomo dice «post coitum animal triste», si riferisce davvero a un’esperienza vissuta. E la sua supposta sessualità è la negazione della sensualità come la intendo io. Per me è una totalità dell’essere… E credo che la sensualità sia sempre presente nel corpo della donna. Non ho bisogno della presenza dell’altro per eccitarmi, perché ho in me questa energia. La sensualità nasce da me.

Ho scoperto la mia totalità già da bambina, ci si tocca molto in quel periodo della vita. Ho toccato tutte le parti del mio corpo durante l’infanzia. Gli adulti non li vedevo [p. 408] nemmeno. Il mio mondo era circoscritto alle cose sensuali. Cercavo sempre di scoprire l’attrazione tra le persone… le seguivo, le annusavo.

E in fondo capisco che la sola cosa vitale per me, il mio unico bisogno – non so che sfumatura possa prendere questo bisogno negli altri – è la pulsione continua, il movimento verso gli esseri o le cose che mi potrebbero piacere. E che chiaramente non sono mai le stesse. Non provo nessun interesse per le situazioni precise, fisse. In ogni caso, non si tratta di una situazione di “benessere” inteso nel senso comune del termine, perché per me ciò che conta è la pienezza psicologica, fisica, ecc. Adattarsi a una calma inventata dall’uomo, nei suoi schemi, mi farebbe diventare pazza. Non voglio barriere, né economiche né sociali, né intellettuali e nemmeno femministe. Nessuna parola d’ordine, nessuna restrizione, nessun modello.

Anche mentre mi “guadagnavo da vivere”, dando il denaro alla mia famiglia affinché i miei fratelli potessero studiare, ciò che mi interessava era essere un insieme di corpo-pensiero-azione. La mia sensualità. Forse un giorno ci sarà una parola che renderà meglio l’idea. Ho vissuto una vita piena di stimoli ed emozioni. La vita sociale mi lasciava del tutto indifferente. E non è vero che questo non lascia tracce. Ciò che fai diventa ciò che sei. Muoversi, ridere, seguire i propri impulsi… questo ti costituisce. Sono sempre stata incapace di rispettare l’intellettualità, una cosa artificiale che non ha la magia della sensualità. D’altra parte, pensare e fare [fine p. 409] per me è un tutt’uno. Non posso dividere lo spirito dal corpo. E succede, d’altronde, che si comprenda prima col corpo ciò che è negativo e non avrà mai la nostra approvazione. Non è quindi il cervello che conosce (la cultura, il pensiero, tutte le forme scritte, ratificate) ma la totalità dell’essere.

La tradizione cerca di impedire alla donna di fare quello che le suggerisce il suo corpo. E il corpo sociale porta un giudizio negativo sulla nostra libertà, la nostra capacità di evolvere al di fuori degli schemi. La chiarezza su ciò che viviamo è più importante della valorizzazione di ciò che sappiamo. Bisogna fare in modo che il mentale non ci tolga i momenti vitali, che diventi una fissazione, una forma di rigidità, di elucubrazione intensiva. Rifiuto il femminismo che si allontana dalla mia idea di sensualità. Allo stesso modo non accetto al mio fianco la presenza di un uomo, elemento di appesantimento, di stagnazione. L’uomo non deve inquinare l’aria. Voglio abbandonarmi alle mie sensazioni in libertà, fuori dalla vita coniugale, fuori da relazioni fisse. Sono io che decido dei miei desideri.

Ho capito fin da giovane, per via di mio fratello, che è l’uomo che invidia i nostri movimenti, la nostra libertà, e non viceversa. Era mio fratello che mi diceva: «No, questo non puoi farlo perché sei una femmina». Era lui quindi che invidiava me. Era geloso di tutte le forme di attrazione che potevo esercitare. Era geloso degli uomini che attiravo. Considerava la sensualità come una novità che sfuggiva completamente al suo [fine p. 410] programma mentale. Io la vivevo, la vivevo, ne impregnavo a tal punto l’aria intorno a me che gli uomini si agitavano molto e mio fratello reagiva come un cavallo ombroso. Prigioniero del suo stesso moralismo. Infatti l’uomo ha sempre manifestato ostilità verso la nostra sensualità. Io la vivevo genericamente e non in funzione di una sola persona. E ho capito subito che la mia sensualità attirava e allo stesso tempo intimoriva. È quella sensualità che mi è propria che voglio vivere. E a mio parere, per far vacillare l’organizzazione patriarcale non è necessario aspirare a posizioni maschili, ma cercare prima di tutto questa realizzazione dei sensi. E con questo intendo la necessità di seguire i desideri organici, tutti gli stimoli positivi. Soprattutto, non bisogna imitare gli uomini, che non vivono nulla di ciò che è corporale. L’uomo e i suoi portavoce hanno sempre boicottato la sensualità. Credo che la sensualità sia l’unica strada che abbiamo per uscire dal tunnel della cultura. Perché là l’uomo non c’è più. Io lo vedo, ma lui non si fa vedere. Come “persona”, è inesistente. Crede di essere presente dappertutto, ma non lo è. Da millenni è assente, tuttavia è l’occhio. Sì, come definirlo, una specie di voyeur? Lui vede, ma gli sfugge tutto. E il modo che ha di rappresentarmi, per quanto “offensivo”, non mi riguarda. La mia forza consiste nel non riconoscermi nel suo modo di rappresentarmi. Avendo il senso della mia esistenza, della mia persona, so che su di me si sbaglia. Ciò che descrive è in realtà se stesso, la sua paura. Ed è per paura che ci reifica, rendendoci oggetti. E’ perché è esasperato dal nostro dinamismo, dal nostro dire, dalla nostra libertà, che fornisce di noi un’immagine che non ci rappresenta. Per paura schematizza, rinchiude, semplifica.

 

IV

«Il problema della longevità è all’origine di tutto il nostro sistema. L’elemento che ha complicato lo sviluppo della “coesistenza o con-vivenza” è la longevità umana. Un fenomeno generalmente sottostimato. Il fatto è che in passato era soltanto qualche uomo, vecchio, a detenere il potere. In origine la popolazione era formata da donne molto giovani, che morivano di parto o subito dopo, e da uomini che invecchiavano, sclerotizzati. Che tipo di coesistenza poteva venir fuori dalla presenza di questi due gruppi? Gli abbiamo dato l’aggettivo “patriarcale”, ma io vorrei cambiare questa parola che dà all’uomo la sensazione gratificante di essere pater. In effetti è un mondo in cui l’uomo, vecchio, ha lasciato maturare una serie di paure. Perde le forze fisiche e vede sparire i suoi slanci, i suoi impulsi. È sempre più sclerotizzato e messo a confronto con la vitalità delle giovani donne. Ha soltanto un desiderio: controllare questa vitalità, questa giovinezza, anche facendone un feticcio. La società dei saggi è questo: pochi vecchi che hanno pieno potere sulle giovani donne, destinate a morire di parto, e su tutti gli uomini giovani. I vecchi sono i codificatori. E con la loro testa condannano gli impulsi vitali. I vecchi fanno le leggi. Quantitativamente erano i più numerosi, ora è il contrario. La longevità delle donne è un fatto positivo, destinato a modificare i rapporti». [fine p. 412]


http://www.leswiki.it/repository/testi/voix/1977causse-banotti.doc




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Giovanna Pala

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. «Giovanna Pala», in Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 433, 450-454.


Traduzione di “Kolia” per LesWiki.
Ecrits, voix d’Italie – Indice e note

 

Giovanna Pala nel film Vacanze col gangster, 1951


Giovanna Pala

E’ mamma di una bambina. E’ conosciuta a Roma come animatrice del movimento femminista romano chiamato “Pompeo Magno”. Giovanna parla lentamente, con una voce quasi languida. Ama più ascoltare che parlare. Dotata di un’estrema tolleranza, non è mai categorica e non fa affermazioni a priori. La sua casa è il luogo d’incontro delle donne, il centro di una ricerca comune. [fine p. 433]

 



Intervista a Giovanna Pala

 

– Cosa ne é del Movimento Femminista Romano?
– Siamo in un momento di riflessione, d’analisi…La vita di noi tutte é abbastanza difficile perché abbandonando l’approvazione degli uomini si abbandona un certo tipo di sicurezza, in particolare economica, e paghiamo caro riappropriarci di noi stesse, la nostra realizzazione…. Ecco perché diamo indubbiamente tanta importanza ai rapporti che ci legano.. Un semplice malinteso può facilmente sfociare in dramma… Il gruppo é diventato il perno… É particolarmente evidente nel gruppo “omosessualità”… Per approcciare l’analisi noi partiamo veramente dalla realtà dei nostri rapporti omosessuali, e naturalmente, questo non avviene senza difficoltà, senza conflitti.

– So che mettete in discussione la “coppia” omosessuale. Non la considerate come una conquista ?
– Mi piacerebbe sentire esperienze diverse dalle nostre. Qui non abbiamo praticamente dei precedenti… nessun punto di confronto… Di sicuro la coppia offre la possibilità di approfondire una persona, un rapporto, di vivere al di fuori degli stereotipi… Molte [fine p. 450] giovani dicono “non bisogna escludere nessuno”… ma come si può sin da subito socializzare un rapporto che non si conosce!!! Che non é stato né capito né compreso dalla società… Perché alla fine una coppia é un incontro… con una donna che, per un qualche miracolo ti va bene… Questo non accade spesso…

– Una volta o due nella vita…
– Certo, noi viviamo tra donne, i nostri rapporti, i nostri dialoghi sono con altre donne, ma non abbiamo una vera comunità, non abbiamo socializzato, messo in comune il denaro, il lavoro, allora come socializzare d’improvviso appunto il rapporto affettivo?

– Sì, al livello lavorativo sarebbe interessante tentare l’esperienza
– Le realtà economiche sono determinanti nelle scelte sessuali delle donne. Purtroppo i lavori che gli si offrono le precipitano in una schizofrenia profonda… Gli si propone di diventare dei sotto-uomini… gli si fa posto nel mondo del lavoro ma senza cambiare niente delle strutture maschili, delle gerarchie… É la castrazione dell’essere femminile, della novità che potrebbero portare nel mondo… D’altronde io sono contro l’apologia del lavoro… Bisognerebbe lottare per avere più tempo libero… Naturalmente si osa appena formulare le cose in questi termini in un paese in difficoltà come l’Italia.

– Lafarge, il genero di Marx, scrisse un libro sul diritto alla pigrizia… lentamente si comincia a riscoprirlo
– Le nostre difficoltà non stanno solamente in questo, nel [fine p. 451] gruppo omosessuale, per esempio, é evidente che abbiamo paura le une delle altre.

– Paura?
– Sì, non ci scopriamo… Vogliamo dare alle altre un’immagine di noi la più gratificante possibile… a livello dei gesti, delle parole, dei comportamenti… ma questa immagine che ci piace non corrisponde sempre alla verità…

– É sempre il vecchio problema femminile, il desiderio d’approvazione é sempre più forte della preoccupazione per l’autenticità
– Sì, senza contare che ora esiste un nuovo modello di richiesta d’approvazione il desiderio di essere in sintonia con una teoria….

– É molto grave infatti… c’é il rischio di una cristallizzazione artificiale, d’una fossilizzazione precoce…
– Sì, le donne devono essere femministe di un certo tipo, innamorate in una determinata maniera, ecc. Si opera già una censura sui comportamenti giudicati, a torto o a ragione, maschili, ereditati dal passato…

– É sempre pericoloso riferirsi a un’immagine ideale, del tutto ipotetica e problematica. A mio parere é molto più urgente indagare sui materiali che ci compongono, sui nostri fantasmi… Mi sembra che per ora ci si dovrebbe limitare alla ricerca…
– Per fare questo bisogna avere il coraggio di scoprirsi… Far saltare questo nuovo moralismo castratore… Accettarsi per quello che si é… Un giorno ho raccontato uno dei miei sogni a E. e ho visto che ne è rimasta scioccata, traumatizzata… In effetti lei si identificava con me… si riconosceva nel [fine p. 452] sogno ma non poteva ammetterlo e di colpo mi sono auto-censurata, ho inventato degli elementi che non erano nel mio sogno per renderlo accettabile… No, in questo momento della nostra storia non ci possono essere dei modelli di comportamento… Prendi gli omosessuali del FUORI, non hanno nessun rapporto tra di loro. Perché? “Siamo tutti fratelli, dicono e non si va a letto con i propri fratelli”. Vanno a cercare i partner al di fuori del movimento. É evidente che non è quello che accade tra di noi. Questa è già una prima differenza tra omosessuali uomini e donne… Noi vogliamo tutto all’interno del gruppo… compresi i rapporti… E dicono che per vincere l’alienazione bisogna viverla a fondo… Probabilmente alludono ai ruoli, alle relazioni sado-maso….

Senza dubbio vogliono la possibilità di riappropriarsi le tappe della loro alienazione. Mao Tse Tung diceva ai contadini appena liberati “parla della tua sofferenza per far rivivere la tua sofferenza“. É lo stesso principio. Esorcizzare attraverso la consapevolezza.
– Non credo che dobbiamo fare così anche noi. Gli uomini hanno sempre bisogno di definirsi, di rassicurarsi, di ricorrere a schematizzazioni… Noi siamo diverse. Più inventive mi sembra. Alcune donne del Movimento hanno il terrore di essere tagliate fuori “dall’esterno”… Dicono che bisogna mantenere il contatto con gli uomini…. Come se rischiassimo di perderlo! Siamo [fine p. 453] accerchiate dagli uomini, dalla loro cultura, dai loro giornali, la loro televisione… Il problema é quello di tirarsene fuori! E secondo me é molto più urgente scoprire il nostro universo, mostrare i condizionamenti che hanno agito su di noi… scoprire se la competizione, per esempio, é un tratto innato o acquisito. Secondo me le donne ne sono prive… ma a contatto degli uomini cambiano…

– Sì, il rischio di una mutazione è così grave che la donna potrebbe anche scomparire. É già un travestito. Nel prossimo stadio cosa sarà?
– Per fortuna c’é la reazione. Nei licei, le ragazze sono femministe già da giovani… In tre giorni sono capaci di raccogliere 5.000 persone per una manifestazione. Non sanno sempre dove vanno… Ma stanno allerta… E, cosa più importante, imparano a vivere tra loro. Io sono 5 anni che vivo solo con donne.

– É la tua realtà. La nozione di realtà è in effetti molto limitata…. Si direbbe che la vita vera é sempre “altrove”. Ci si colpevolizza sempre di vivere la propria realtà. Come se avessimo la facoltà camaleontica di adottarne milioni. La tua realtà è il Movimento… che detto in altre parole è l’inserimento di una realtà, ieri inesistente, in una realtà socio-storica dove tu non avevi né parte né posto. Cosa potresti fare di meglio? [fine p. 454]


http://www.leswiki.it/repository/testi/voix/1977causse-pala.doc




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Goliarda Sapienza

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. «Goliarda Sapienza», in Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 132-145.


Traduzione di Rachele Baglieri per LesWiki.
Ecrits, voix d’Italie – Indice e note

 

 


 

Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924. Vive a Roma dal 1942. Figlia di due ferventi anti-fascisti italiani, è in un clima di lotte clandestine e di sofferenze che ha luogo la sua infanzia e soprattutto la sua adolescenza. Ha frequentato corsi d’arte drammatica e ha fatto teatro a Roma dopo la guerra. Smise nel 1952. Ne spiega il perché all’interno dell’intervista. Il primo romanzo di Goliarda Sapienza si intitola “Lettera Aperta”. E’ del secondo romanzo “Il filo di mezzogiorno” che abbiamo un estratto.

Il filo di mezzogiorno è il primo romanzo pubblicato in Italia che spiega un’analisi o, più esattamente, il rapporto che si costruisce poco a poco tra medico e paziente.

La protagonista è “malata” e convinta di essere pazza perché sua madre, un giorno, fu rinchiusa in un manicomio. Attraverso il racconto della paziente al suo medico si ricostruisce cronologicamente un’esistenza: la partenza dalla Sicilia, la sistemazione a Roma in pensioni di terza categoria, i corsi d’arte drammatica, la persecuzione fascista, la “follia” della madre, le difficoltà dei rapporti con l’altro sesso, l’amore per Citto (“Non facemmo la sciocchezza di sposarci ma [p. fine 132] il giuramento di restare insieme fino a quando l’amore ci avrebbe tenuti uniti”). Le pagine più toccanti evocano le amiche d’infanzia, figure mitologiche, esemplari.

Il libro di Goliarda, la sua intervista, mettono in rilievo l’importanza della madre nella sua storia personale. Scrittrice politica, militante, “femminista”, questa madre, rifiutando la femminilità convenzionale dell’inizio del secolo, evitò alla figlia numerose trappole ma la mise in una condizione d’inferiorità di fronte a sé stessa, cosa che si risolse soltanto col tempo. Credendosi brutta, poco piacevole, Goliarda Sapienza – che scrive libri autobiografici e non lo nasconde – riconosce di avere avuto il gusto del sacrificio, paura della pazzia, paura dell’amore (non  lasciandosi andare nemmeno a pronunciare la frase “ti amo„), paura della vita.

Nell’estratto de Il filo di mezzogiorno qui proposto, il medico analizza il sogno della paziente dove appaiono i personaggi chiave della sua storia, la madre, le amiche amate, l’amante. Si vedono sovrapporsi i due tempi del racconto: tempo presente dell’analisi, tempo passato degli eventi accaduti.

La fine del libro è a sorpresa: la malata guarisce, il medico diventa pazzo. Ma bisogna dire che la malata non è mai stata pazza e che il medico non è mai stato sano. [fine p. 133]


 [Estratto da] Le fil de midi, pp. 134-138.

Del lungo brano tratto da Il filo di mezzogiorno, sono state tradotte solo l’inizio e la fine per segnalarne la citazione. Il  libro, pubblicato nel 1969 da Einaudi, è  stato  infatti ripubblicato da La Tartaruga/Baldini&Castoldi, Milano nel 2003.

“…questo paese scavato nella montagna è il ventre di vostra madre così come l’avete percepita nella vostra immaginazione infantile, freddo, coperto di neve, in altre parole un posto privo di calore, inospitale. E questo sogno ci rivela la vera ragione della vostra paura della neve; non è, come mi avete detto, perché siete nata in un paese in cui non nevica mai. Vi siete data questa spiegazione comoda per paura di dovere ammettere che non avevate fiducia in vostra madre, per paura di ammettere che l’affezione che provavate per vostra madre era in realtà un mezzo per cercare di ottenere i suoi favori, per conquistarla. Desideravate che quest’autorità vi considerasse con un occhio indulgente e vi risparmiasse dalle sue ire e dalle sue punizioni. Vedete, signora, l’amore molto spesso è paura mascherata (così come nelle religioni, dove per scongiurare la collera del dio onnipotente, tutti dichiarano di adorarlo).

Questa paura la portate in voi ed è quella che vi spinge ad amare le vostre amiche. Ma, per ritornare al sogno, voi associate la neve alla freddezza ed alla rigidità ideologica di vostra madre. Ricordate quel giorno che mi avete detto “la neve di Maria”? Secondo voi [fine p. 134] questo paese è governato da un esercito di donne anziane. Queste donne anziane rappresentano ancora vostra madre, il vostro super io. Voi dite di appartenere a questo paese, ma ne avete paura e cercate aiuto per spogliare il super io dai simboli della femminilità, che sono del resto la vostra stessa femminilità, rappresentata dallo specchio, dal pettine, dal piumino da cipria, dalla spazzola per capelli. Per liberare il vostro super io chiedete aiuto a Marilou, Eleonora, Bianca, queste donne che, nella realtà, percepite come quelle più dotate di una femminilità autentica, se non mi sbaglio. Bene, loro acconsentono ad accompagnarvi ma non vi raggiungono e cadono a quattro zampe in modo scomposto. Questo, a livello più profondo, significa che malgrado i vostri sforzi reali per provare a somigliare a Marilou, Eleonora, Bianca, basta che queste donne entrino in contatto con vostra madre perché si decompongano. In altre parole, dentro di voi, considerate questa femminilità come una elemento marcio, pieno di vermi. Dove eravamo rimasti? Ah, sì loro cadono e voi continuate la vostra strada da sola. E’ probabile che in tutti questi anni e soprattutto nel corso della vostra relazione con Citto – nel sogno siete in compagnia di Citto che deve andarsene – abbiate cercato di  sfuggire dal super io che vi costringeva a diventare un ragazzo; come da bambina cercavate di estraniarvi con Carlo per diventare un ragazzo, un desiderio fortissimo che vi ha portato a rifiutare le mestruazioni.

[…]

Haya… sorella mia dagli occhi come le ali scure di uccello notturno, Haya, quale maleficio ci tiene lontane? Nica, non ci rivedremo più? [fine p. 138]


 

[Intervista a] Goliarda Sapienza [p. 139-145]

– Quanti libri hai pubblicato?
– Due libri in venti anni… Il primo ovviamente è esaurito. Il secondo posso regalartelo. Si tratta di un’esperienza analitica… terribile… Tutto quello che scrivo è autobiografico. Nel 1966, nessuno ne voleva sapere, di questo libro. L’argomento non interessava a nessuno… Fortunatamente, attendo sempre un certo periodo prima di pubblicare i miei libri… Ho una moltitudine di storie nei miei cassetti… cinquecento poesie… non ho pubblicato nulla… Aspetto di finire il mio terzo romanzo…

– Sei contraria alla pubblicazione?
– No, ma non bisogna pubblicare subito dopo avere scritto… può essere uno shock… Preferisco proteggermi dal contatto con il pubblico… Quando un libro è terminato mi bastano cinque lettori… non di più… I contatti mi spaventano… Quando ero giovane, recitavo, ero un’attrice… beh, ho smesso di punto in bianco perché non potevo sopportare i brutti testi che recitavo… dopo un po’ mi sentivo come un’operatrice culturale del male.

– L’espressione è carina [fine pag. 139]
– Avevo l’impressione di essere un prete, uno di quelli che detesto, che spargono la cattiva parola, una cultura marcia. In sei anni ho recitato soltanto in due ruoli ideologicamente giustificabili… Queste sono cose che le attrici di solito non rivendicano.

– Sì, sempre di più… Sappiamo che non esiste alcun ruolo femminile che non sia uno stereotipo. Il “nostro” Teatro deve ancora essere scritto.
– Ho scritto due commedie, ma non le ho mai pubblicate… Aspetto, se tra due anni non saranno invecchiate… non bisogna avere fretta… ma alla fine, secondo me, non bisognerebbe farne una legge morale.

– Come scrivi?
– A mano… di getto… fino a dieci volte, se è necessario… e poi ricorro alla macchina da scrivere.

– Quando scrivi?
– Al mattino, col sole, la luce… Quando è nuvolo non riesco a lavorare… e mi fermo al tramonto. Scrivo per tre ore, il resto del tempo leggo, studio… Per scrivere il mio secondo libro, per esempio, ho riletto tutto Freud… I miei libri obbediscono sempre ad un filone ideologico, lo confesso… la storia per la storia non mi interessa.

– Ti capita mai di piangere mentre scrivi?
– A volte sì… nella misura in cui scrivo con il corpo… Inoltre, io non credo nell’anima… appartengo alla quinta generazione di atei… e i laici non possono comunicare alcuna certezza.

– Su cosa scrivi? [fine pag. 140]
– Su quattro fogli… Quattro… è il numero che corrisponde alla mia economia interna… un capitolo breve…

(Goliarda mostra quattro pagine coperte della sua calligrafia molto particolare, il margine di sinistra che va allargandosi verso il basso al punto che solo un terzo del foglio è coperto. Il risultato è visivamente seducente).
– Vorrei scrivere sette volumi su una vita… le contraddizioni di una vita… senza inventare nulla… e parallelamente continuare il lavoro che scrivo da quattro anni… la storia di una donna che nasce all’inizio del secolo e che ottiene tutto quello che vuole. È un romanzo positivo e, perciò, difficile… perché ho voluto dargli un senso politico… non so perché mi sia lanciata in un simile compito… volevo qualcosa d’emblematico… dimostrare che se ci si applica con volontà, si riesce. Questo personaggio femminile è strano, uccide la madre e vuole la vita, in ogni forma.

– Un personaggio vorace?
– Sì, ma appena… a parer mio, occorre volere tutto… tu sei la prima a cui parlo di questo romanzo…

– Cosa pensi della scrittura?
– Che, fortunatamente, è un’attività che la società ha sempre concesso alle donne… Dove le donne sono state tollerate hanno dato il meglio di sè stesse… Pensa alle prostitute, alle regine, alle danzatrici, ecc.! In sé la scrittura non è un’attività rivoluzionaria.

– Dipende dall’uso che se ne fa. [fine pag. 141]
– Una donna chirurgo, che accede ad un settore lavorativo interdetto, è più intrinsecamente rivoluzionaria.

– Deplori la mancanza di un linguaggio femminile?
– Sì… ma sono molto sensibile alla cultura orale, parlata… Non amo il linguaggio che mira all’astrazione… Non mi sento a mio agio nel tipo di discorso maschile… ma le donne commettono spesso l’errore di fare discorsi maschili… ad eccezione delle marxiste…

– ?!
– Sì, ad eccezione delle donne del P.C. [Partito Comunista] che hanno fatto una vera ricerca, le femministe non hanno cultura politica… fanno un femminismo viscerale e tengono discorsi dotti, astratti…

– E’ contraddittorio.
– Fanno un miscuglio… è viscerale ed astratto.

– E le politiche?
– Sono più precise nell’identificazione del potere da abbattere… È chiaro che la cultura è sempre stata un mezzo d’oppressione… ma ci sarà sempre una decina di opere che noi donne potremo salvare: Diderot, Voltaire, Sterne, Cechov … molto vicini a un mondo femminile.

– E le filosofe?
– Meglio lasciar perdere… va tutto rimesso in questione… Freud già lo diceva…

– E le nozioni filosofiche considerate come verità rivelate, la complementarità, ad esempio…
– Da rifiutare, naturalmente… mia madre aveva già [fine pag.142] compreso tutto ciò… infatti  è da là che proviene tutto il mio problema, io ho avuto una madre eccezionale… Fu una delle prime femministe d’Italia… Sindacalista, ha partecipato alla battaglia per ottenere le 14 ore di lavoro al giorno… poi le 12, le 10 e infine le 8… Ha partecipato ai primi scioperi… Si chiamava Maria Giudice… Un Americano è venuto in Italia a fare delle ricerche su mia madre per scrivere un libro.

– Tua madre lavorava?
– Sì, faceva giornalismo… un grande lavoro politico. Poi per venti anni ha dovuto restare in Sicilia, durante il fascismo… E’ stata in prigione per un certo tempo… È una delle Italiane più interessanti del suo tempo.

– Che faceva in Sicilia?
– Leggeva, studiava, si occupava dei suoi bambini – ne aveva sette – ed aiutava mio padre, che aveva uno studio d’avvocato… Sono nata  per ultima… a Catania. Mio padre era siciliano, sindacalista anche lui … Tutti a casa parlavano di politica… io non sono battezzata… non sono mai stato a messa. È un’altra cultura… Capisci, questo è il mio problema, intimamente non comprendo le femministe: le sostengo ma non sento come loro. Ciò che vorrei, è comunicare loro la dimensione politica, la giusta dimensione della lotta.

– Come sono nati gli interessi di tua madre per la politica?
– Nel 1922 c’erano grandi forze politiche [fine pag. 143] in gioco… mia madre veniva da una famiglia socialista… per tutta la vita ha fatto politica… Io l’ho rifiutata… Mia madre era forte, “vitale”, dotata di uno spirito che i dubbi esistenziali non sfioravano… da noi succedeva l’opposto di ciò che capita altrove… Da giovani, le mie sorelle mi leggevano Hegel e mi mettevano in guardia: “Guarda come ragiona questo qua!” e Schopenauer l’ho letto, l’ho amato perché è un poeta, ma ridevo perché la mia educazione mi permetteva anche di vederne il ridicolo.

– È un guadagno di tempo considerevole nascere in una famiglia senza pregiudizi, sufficientemente critica da smontare la misoginia dei filosofi.
– Sì, gli studenti dell’università non hanno sempre questa possibilità… invece è grave che alcune femministe se la prendano con Freud… fortunatamente è uscito il libro di Juliet Mitchell, “psicanalisi e femminismo”… rimette le cose a posto… Non si può fare di Freud un nemico delle donne… io vedo delle esagerazioni che nuocciono al movimento.

– Freud tuttavia ha ammesso alla fine della propria vita che non aveva compreso nulla delle donne. Un’ammissione onesta! È spiacevole che i suoi discepoli lo abbiano “dimenticato”.
– Non sono neppure d’accordo con la lotta che conducono le femministe contro alcuni film che reificano la donna… proprio nel momento in cui si combatte contro la censura, contro tutte le censure… è come dare ragione ai censori cattolici.

– Ma questi film sono indifendibili… benchè molto [p. fine 144] istruttivi: ci fanno vedere tutte le fantasie maschili… e come direbbe E. Banotti, queste fantasie non offendono che loro. Bisognerebbe che le donne avessero la pazienza di considerarli come documentari etnografici rivelatori del disagio del maschio della nostra specie.
– È perché cessino tali film che è necessaria una rivoluzione culturale… combattere le idee con le idee. Le rivoluzioni che ci sono state non avevano alcun obiettivo immediato se non sconfiggere la fame.

– C’è una verità che ti infastidisce in questo mondo?
– Il Cristianesimo.

– E’ una verità?
– Si spaccia per tale… la verità secondo me non esiste… nemmeno la morte è vera.

– In questo caso, quale è il fatto che ti infastidisce di più?
– La vita giorno per giorno… tutto il resto sono soltanto concetti… e i concetti passano di moda … quello che resta, purtroppo, è l’idea del peccato, l’idea della morte… Purtroppo anche il Vaticano è una verità, con il suo potere!

– Quali sono le tue paure ricorrenti?
– Sono paure legate ad eventi precisi… mia madre era pazza… è stata pazza per un certo periodo… alla fine non so esattamente se era pazza… sono io che ho sempre vissuto male quel periodo… ero molto giovane e avevo paura di impazzire… E’ per questo che ho fatto ricorso all’analisi… in realtà probabilmente mia madre non era pazza… [fine p. 145]


http://www.leswiki.it/repository/testi/voix/1977causse-goliarda.doc




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Alice Ceresa

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. «Alice Ceresa», in Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 68-94.


Traduzione di “Nick_o_Teena” per LesWiki.
Ecrits, voix d’Italie – Indice e note

 

 


 

Alice Ceresa 

E’ nata a Basilea nel 1923. Di lingua e di cultura tedesche, è con un racconto scritto in italiano “Gli altri”che a venti anni ottiene il premio Schiller. Giornalista per molti anni in Svizzera, Alice Ceresa si stabilisce a Roma nel 1950. Collabora a molte riviste e, nel 1967, pubblica La figlia prodiga [tradotta e pubblicata anche in francese nel 1975] che vince il premio Viareggio. Lavora attualmente al secondo volume di questo libro[1]. Contemporaneamente, scrive un’opera di “distrazione”[2], il Piccolo dizionario della diseguaglianza femminile, di cui pubblichiamo alcuni estratti.

Fortemente segnate dalla cultura tedesca, le ricerche letterarie e linguistiche di Alice Ceresa non possono non evocare quelle di Helmut Heissenbuttel. Ad eccezione del fatto che la sua problematica è una e costante: la specificità della condizione femminile.

La figlia prodiga costituisce una testimonianza fondamentale sia per l’approccio ad una problematica “universale” sia per la comprensione della genesi letteraria. Va da sé che lo sforzo [fine p. 69] di lettura richiesto da questo lavoro (sforzo voluto dall’autrice) scoraggia ogni sguardo superficiale. Alice Ceresa parla così come scrive: non utilizza mai la linea retta. Lo stile diretto le è estraneo. E certamente il percorso più lungo per arrivare ad un punto le sembra quello più arricchente. Calma, grave, dotata d’umore nero, procede ponendo una serie d’interrogativi fondamentali che si aprono su altri interrogativi ancora più fondamentali. Se l’aggettivo “profondo” ha ancora un senso, è alla qualità della sua ricerca che si può applicare. Aggiungiamo che Alice Ceresa vive la “letteratura” come altri vivono la religione. Per lei tutto fa letteratura e della letteratura fa il suo tutto. [fine p. 70]

 


Il Piccolo dizionario dell’ineguaglianza femminile è stato pubblicato solo nel 2007, postumo, a cura di Tatiana Crivelli per la nottetempo edizioni, Roma. Ad esso rimandiamo, lasciando le quattro voci in francese, con l’avvertenza che si tratta di una versione leggermente diversa da quella poi scelta per la stampa in italiano, come risulta dalle note filologiche, online sul sito della casa editrice 

 

Petit dictionnaire de l’inégalité féminine, pp. 71-77

Ame
Selon le dictionnaire courant, principe immatériel de la vie chez les êtres vivants ; alors que, toujours selon le dictionnaire courant, la vie serait la force active propre aux animaux et végétaux en vertu de laquelle ils sont non seulement en mesure d’évoluer, de se nourrir, etc., mais aussi de se reproduire.

Entre l’âme et la vie existe donc un rapport de dépendance qui, toutefois, ne se révèle pas indispensable à la vie, pas plus animale que végétale ou autre, puisque l’Ame ne loge exclusivement que dans l’espèce humaine, sous-espèce de la famille des mammifères. Cependant, tous les mammifères ne disposent pas d’une âme, non plus que les autres vertébrés, les invertébrés, les insectes, les microorganismes, les végétaux, etc. Un chien, quoique mû par le principe actif de la vie, ne dispose pas d âme; n’en disposent pas non plus un ver, une amibe, une plante. L’âme est donc un organisme invisible, inodore, insonore, impalpable, insipide et raciste. [fine p. 71]

Elle est néanmoins étudiée par des disciplines idoines et administrée par des institutions appropriées comme les philosophies et les psychologies d’une part, les églises et les asiles de fou d’autre part, pour ne citer que les plus connues. Par extension, elle participe à toutes les activités humaines, de la reproduction à la guerre et de la politique aux tribunaux en passant par toutes les fonctions sociales.

L’âme, étant immatérielle, ne peut pas mordre.

Avortement (libéralisation de l’)
Concerne la praxis particulière de la reproductivité des mammifères. Laquelle, nul ne l’ignore, dépend de la copulation de deux organismes biologiques différents, l’un féminin et l’autre masculin, ou du moins ainsi qualifiés. Quelles que soient les modalités de cette copulation, chez le mammifère l’embryon se développe intra-utérinement, à savoir à l’intérieur de l’organisme physiologique féminin, qui en détient donc la propriété effective. L’interruption du développement de l’embryon est définie justement Avor­tement.

De nombreux mammifères disposent d’un système naturel de contrôle des naissances ; en effet, la réceptivité de l’organisme physiologique féminin advient cycliquement, à intervalles notablement espacés, et l’organisme biologique féminin n’exerce une attraction sur le partenaire de la copulation que durant la période de réceptivité. Chez les mammifères humains il n’existe aucun contrôle naturel des [fine p. 72] naissances; attraction et réceptivité se produisent sans discrimination aucune, autrement dit en tout temps et en tout lieu. Ceci explique pourquoi on a dû recourir à une réglementation artificielle de la reproductivité humaine afin que toute copulation n’entraîne pas la reproduction et ne provoque, entre autres, une surpopulation de l’espèce échappant à tout contrôle. La réglementation de la faculté de reproduction revêt nécessairement un caractère administratif et il semble correct qu’elle s’exerce sur le fournisseur effectif, autrement dit l’organisme biologique féminin, de même il apparaît naturel que cette réglementation vise l’organisme féminin pour ce qui est, en amont, la permissivité de la copulation et, en aval, l’Avortement.

Ainsi, en ne s’appliquant qu’à un seul des deux contractants et en privilégiant l’un plutôt que l’autre, la réglementation n’a fait qu’attribuer une majeure importance au détenteur ou confectionneur effectif du produit en éliminant plus ou moins l’autre concurrent, en l’occurrence simple auxiliaire, et elle s’en est tenue, pour cette pratique discriminante, aux lois naturelles réelles qui règlent le processus de reproduction.

Que réglementation et administration aient été, contrairement à la logique de la production, prises en main par le contractant auxiliaire, fait actuellement l’objet d’une contestation syndicale soulevée par le contractant propriétaire, contestation connue sous l’appellation timorée et quelque peu impropre de “libéralisation de l’Avortement”. [fine p. 73]

Masculin
C’est un genre grammatical qui commande noms, substantifs, pronoms, articles, participes, adjectifs afin de les distinguer du genre féminin. Quand un nom ou substantif est masculin, masculins seront les pronoms, les participes, les articles, les adjectifs qui s’y rapportent ; quand deux noms ou substantifs se suivent, l’un masculin et l’autre féminin, les pronoms, participes, articles, adjectifs ne seront pas au hasard masculins et féminins, mais tous exclusivement masculins, au pluriel naturellement. Seuls deux noms ou substantifs féminins, en l’absence totale du masculin, auront le droit de posséder pronoms, participes, articles, adjectifs féminins pluriel et, bien entendu, la conjugaison féminine est autorisée également au singulier féminin, pour le distinguer du masculin.

Il s’ensuit que le genre grammatical masculin a, lorsqu’il accompagne le genre féminin, l’absolue prééminence et qu’il régit tous les participes, articles, adjectifs, pronoms, et absorbe le nom ou substantif féminin en s’appropriant évidemment tout pronom, participe, article et adjectif qui s’aventurerait en ses parages. Quand le féminin concourt avec le masculin la règle veut que les pronoms, participes, articles, adjectifs se mettent au masculin ; le féminin ne pourra jouir de son autonomie verbale, pronominale et ainsi de suite que dans la solitude ou dans une combinaison strictement féminine. Il est donc grammaticalement correct que dans le couple masculin-féminin la règle de tout mouvement, action ou possession non nécessairement [fine p. 74] communs mais mis en commun, ne serait-ce que grammaticalement, appartienne de droit et toujours au genre masculin. Et il en va de même pour un accouplement avec progéniture (qui, divisée comme elle l’est en masculin et féminin, est elle aussi soumise à la même loi) et pour toute pluralité de sujets, aussi nombreux soient-ils, comme par exemple les populations et les sociétés.

Quiconque ne possède pas bien sa grammaire ou la transgresse, ne fera donc que commettre des erreurs, de quelque nature que soit la combinaison syntaxique (orale, écrite ou exercée dans la pratique) et il ne pourra qu’être recalé aux examens ou relégué parmi les ignorants et les pauvres d’esprit.

Mode féminine
La mode féminine est par définition celle de l’habillement féminin, lors même qu’elle serait très rarement créée par les femmes. C’est pourquoi est féminine la mode qui habille les femmes indépendamment du fait que l’homme est le couturier. Les femmes ne choisissent donc robes et parures que dans une gamme finie de propositions masculines variant avec les époques (pour des raisons de politique industrielle), selon l’évolution et l’involution des mœurs. Celles-ci n’arrivent sur le marché de l’habillement qu’avec l’approbation masculine, d’une part en effet parce que les hautes sphères de la mode sont entre les mains de l’homme et, d’autre part, parce que les us et coutumes sont sujets à [fine p. 75] des règles sociales soigneusement contrôlées par l’administration morale masculine. Ce phénomène est parfaitement normal dans une société patriarcale où l’habillement et la parure ont eu, de tout temps, le rôle de souligner et d’accompagner les différents rôles sociaux des deux sexes, à la seule exception paléo-sociale, cependant, de la feuille de vigne d’Adam et Eve.

Ce ne sont pas seulement des raisons morales et sociales qui ont dicté les canons de la mode féminine mais également le postulat tenace que les hommes étaient beaucoup plus sensibles que les femmes aux rigueurs du climat, aux coercitions et castrations organiques de toutes sortes. A bien considérer la mode féminine, en effet, il apparaît que les femmes ont toujours été dotées d’une rare résistance physique et d’une totale indifférence aux températures extérieures, aux mauvais traitements et aux mutilations. Elles ont révélé des tempéraments et des constitutions exceptionnels par rapport à la gracilité et à la délicatesse masculines : encore qu’une différence physiologique de ce genre entre les sexes n’ait, jusqu’à ce jour, fait l’objet d’aucune confirmation scientifique. Laçages, étranglements, bandages organiques, expositions des épaules, des seins et, récemment, des jambes et des cuisses à plusieurs degrés en dessous de zéro, déambulations acrobatiques sur des chaussures meurtrières et autres sévices en tous genres ont toujours été acceptés de bon gré par les femmes… du moins avant le mariage, afin de ne pas décevoir les expectatives masculines en général et en particulier, quitte à déclarer forfait en cas de subites malformations ou déformations post­ [fine p. 76] matrimoniales, voire en cas de morts prématurées. On peut présumer que ces mesures répondent au désir secret des hommes de déclencher impunément et sans se faire remarquer une extermination certaine sous forme de stillicide du genre féminin ou, en tout cas, au désir de hâter la mise hors service et l’usure des sujets féminins. Ce soupçon de haine immanente contenue dans les frivoles commandements de la mode trouve une confirmation ultérieure dans le fait que la création de la mode est généralement confiée aux pédérastes. Leur insensibilité aux charmes érotiques féminins, voire leur aversion, étant garanties, ils sont, plus que toute autre catégorie masculine et en vertu d’une naturelle prédisposition, en mesure de projeter et de perpétrer de sang-froid le meurtre des femmes. Lors que celui-ci serait rendu difficile ou impossible en raison d’une immunisation génétique désormais transmise de mère en fille, du moins se flatteraient-ils de mener à bien la caricature et le saccage grotesque des femmes. [fine p. 77] 

 



[Intervista ad] Alice Ceresa, pp. 78-94

–       Il tuo libro “La figlia prodiga”  è la prima parte di un trittico. Che ne è degli altri due?
–       In questo momento sto scrivendo il “monologo” della figlia prodiga. Ciò vuol dire che non è più il suo personaggio sociale che m’interessa, ma la sua “umanità”. Adesso mi importa soprattutto mostrare la parte del suo essere che è stata maltrattata, malmenata, in altre parole tutte le sue possibilità umane, la sua sensitività[3] umana.

–       La società nella quale si trova inserita, volente o nolente, la figlia prodiga, sarebbe responsabile d’una mutilazione ontologica… la più grave che possa esistere?
–       Certamente. Ma questo vale per chiunque, uomini o donne.

–       A ciò va aggiunto che gli uomini sono all’origine del sociale…
–       Sì, e penso che la sensitività di cui stiamo parlando sia puramente femminile. D’altronde, non saprebbe come essere altrimenti. E nessun gesto maschile, nessuna espressione già esistente potrebbe venire fuori da questo tipo di sensitività. [fine p.78]

–       Non si ritrova in niente, non può identificarsi in nulla?
–       Purtroppo no. Non incontra nulla che le assomiglia, che possa riconoscere come suo, nulla che corrisponda ad una potenzialità autentica in lei, no, nulla mai. Per lei tutto è un cumulo di difficoltà, limitazioni, rinvii, strappi, tutto è mortale.

–       Questa condizione femminile paradigmatica sarebbe quella di tutte le donne, comprese quelle che non lo sanno?
–       Ovviamente. Questo non è un caso particolare. Il mio personaggio è come tutte le donne. E la condizione umana femminile subisce sicuramente questo danno. Che lo sappia o no. Infatti nel monologo… ed è per questo che è stato tanto doloroso scriverlo… quella che parla non sa niente: sopporta e subisce una situazione che le sfugge, che non riesce a spiegarsi, che non può riportare ad eventi o fatti. Crede che si tratti di un processo cancrenoso dentro di lei contro il quale non può nulla.

–       Come si può scrivere un monologo dove l’autore sa ciò che la protagonista narrante  ignora?
–       E’ qui che interviene la famosa finzione letteraria (ride) che mi ha sempre affascinato. In realtà questo monologo è un lavoro di vivisezione. E’ la ricostruzione di ciò che è vissuto nell’ignoranza. Nella realtà, le cose non si potrebbero vivere se si sapessero in anticipo, oppure, sapendole, si interverrebbe per modificarle. Ecco, io m’ interesso a questa parte dell’individuo che non può mai intervenire, che subisce, tutto qui. [fine p.79]

–       Perché, per te, la conoscenza comporterebbe immediatamente l’intervento?
–       Sì, obbligatoriamente. Almeno sul piano della vita.

–       Il femminismo sicuramente è uno di questi interventi sulla realtà nato da una consapevolezza o presa di coscienza
–       Sì, certamente. Ma il mio personaggio precede questa fase. Si situa prima. Se fosse arrivata alla totale consapevolezza, non avrei più ragione di scrivere… Non mi resterebbe che agire. La letteratura non mi sarebbe di nessun aiuto. Quello che m’interessa soprattutto è la situazione d’immobilità e di lenta nascita della consapevolezza… Mi interessa scientificamente… Ma per studiare questa genesi mi occorre procedere su qualcuno che vi si presta. Immobile. Quello che è successo a questa persona, lo dico subito, non m’interessa per niente. Non più degli eventi autobiografici di un’altra persona.

–       Quella che t’interessa è la cosa diventata?
–       Sì, la cosa diventata. La figlia diventata prodiga. E io cerco di vedere perché è diventata così e in che modo ciò si è prodotto.

–       Il risultato ti lascia indifferente?
–       Sì, perché tutto è intercambiabile. Conta solo il come. Ed anche la natura dei danni. Perché la persona è lì.

–       Ma quello che succede ad una persona è determinante.
–       Certamente. Può anche farla morire.

–       Ma tu non vuoi saperlo?
–       No, poiché le cose che influiscono sulle persone… e quando dico persone naturalmente sto parlando [fine p.80] delle donne, non ne conosco altre – aggiungo che se fossi un uomo a me non verrebbe in mente di scrivere Madame Bovary né di mettere in scena un personaggio femminile, perché io personalmente mi guardo bene dal trattare un protagonista maschile – dunque, queste cose non hanno importanza se non nella misura in cui hanno un effetto su qualcuno. M’interessa solo ciò che l’individuo ne trae.

–       Gli avvenimenti, insomma, sono soltanto pretesto?
–       Sì, perché in qualunque caso sono in numero finito. Sono sempre le stesse cose quelle che avvengono nella vita. Si potrebbe farne un elenco.

–       Cambia soltanto la sostanza sulla quale queste cose agiranno?
–       Sì, io non studio altro che la sostanza, per usare il tuo termine. E’ curioso, io dico piuttosto materia. E in questo caso il sociale è solo uno degli aspetti…

–       Il sociale è l’emanazione d’una sostanza maschile. Ma la Chiesa, il Parlamento, l’Esercito, mi appaiono come altrettante emanazioni della sostanza maschile.
–       Sì, certamente, su questo non c’è dubbio.

–       Perciò la loro sostanza si inscrive da qualche parte nel mondo; al contrario della nostra, che non ha un suo posto.
–       No. Da nessuna parte.

–       Non credi che anche le sostanze siano in numero limitato, benché ogni essere sia unico?
–       Si

–       E comprendere l’origine dei danni per una, vuol dire capirlo per tutte? [fine p.81]
–       Sì. Sono convinta che più grande è la vulnerabilità, più grandi sono i danni. Il fattore determinante è la vulnerabilità della sostanza… Un individuo, in questo mondo, può ricevere soltanto danni (ride). Questa parte vulnerabile dell’essere non dovrebbe essere così importante, dovrebbe avercene un’altra, ma secondo me è quella che prevale. Ecco quindi perché l’essere si difende e si organizza continuamente. Tutti quelli che esteriormente agiscono con questa frenesia, con questo spirito sistematico, lo fanno per sfuggire alla loro sensitività, per non dovere accusare i colpi, per allontanarli, tenerli a distanza.

–       Non si producono mai eventi positivi, secondo te?
–       Esiste una possibilità di ricevere positivamente le cose. Ciascuno, penso, è un meccanismo meraviglioso, portato alla felicità.

–       ?
–       Ma non può.

–       Questa impossibilità è reversibile?
–       Sì, credo di sì

II

–       L’assurdità è che non ci si siano mai poste le questioni fondamentali sull’essere umano. La ricerca che sto facendo adesso è squisitamente femminile. Per il semplice fatto che nessuno, fino ad ora, si è occupato del funzionamento [fine p. 82] dell’essere umano né di ciò che avviene in lui. Che cosa fa la filosofia? Passa à côté [in francese nell’intervista]. Si occupa di un’altra cosa. Neppure la scienza ci è d’aiuto.

–       Potrebbe?
–       Quando si saprà utilizzare la cibernetica, la biochimica. Ma c’è in noi un funzionamento che come tale non ha mai interessato nessuno. Esistono numerose scienze ma nessuna domanda (o piuttosto sì, la domanda esiste); diciamo che su questo funzionamento non c’è nessuna ricerca. Apparentemente, all’uomo non viene in mente di occuparsi di questo problema.

–       Perché?
–       Non voglio usare la parola sensibilità, dirò dunque che è così perché la loro sensitività è diversa. Un uomo non sa ascoltarsi. Anche Kafka, quando si ascolta, è ipocondriaco. Cade sempre su un organo, su un funzionamento fisico. Ma ne esiste un altro. Non uso il termine “anima” poiché non ci credo.

–       Bisogna trovare una parola.
–       Sì, è strano che non sia stata ancora inventata. Tutto quello che hanno trovato è anima. Se nel dizionario cerchi la parola “Anima”, trovi: “principio vitale”. Cerchi sotto: “Vita”, e trovi “ciò che è animato da questo principio”. Ecco (ride). E dato che la ricerca che faccio non è stata ancora catalogata, non fa parte di nessuna disciplina… [fine p.83]

–       Troppo difficile, sconfortante…
–       Sì, e forse anche impossibile allo stato attuale delle conoscenze, con i mezzi e gli strumenti di cui disponiamo. Le discipline che conosciamo, infatti, hanno sempre definito prima quello che volevano studiare, poi sono state istituzionalizzate. In questo caso, immagino che la dimenticanza di cui soffre questo settore particolare non derivi dalla difficoltà della ricerca, perché tutto è difficile (qualsiasi scienza lo è), ma dall’incapacità di porsi il problema. Dunque, se gli uomini hanno dimenticato di far(si) questa domanda è perché per loro non era essenziale. Può anche essere che ci sia una sola via per affrontare questo problema, quella dell’arte. L’importante è porsi la domanda. Sapere quello che si vuole sapere. E bisogna ovviamente procedere per intuizione, formulando un’ipotesi. L’individuo maschile non si è mai interrogato sul funzionamento della vita interiore, se così vogliamo chiamarla. Psicologia e psicanalisi sono una cosa diversa: danno per scontato la presenza dell’anima, che chiamano psiche, e se ne occupano per conto della società, che considera molto importante sapere se sei malato oppure sano. In altre parole, quelli che interessano sono i tuoi movimenti esteriori. Ciò che dalla nascita alla morte costruisci all’interno di te stessa gli è perfettamente indifferente. Anche l’artista, almeno finora, non si è fatto la domanda in modo diretto. Ma almeno sa che esiste questo elemento per il quale non abbiamo la parola. E se gli uomini non hanno cercato [fine p.84] di rispondere a questa domanda è sicuramente perché non provano il disagio che sentiamo noi. Tutto considerato, infatti, se si ammette che la bisessualità sia propria di ogni individuo, si deve riconoscere che è la parte maschile dell’essere quella che interviene nel mondo, quella che fa, agisce e si esplicita in azioni esterne. La parte maschile è quella che, anche nelle donne, controlla le azioni dirette verso l’esterno.

–       E’ il wei dei cinesi opposto al nei (interno).
–       Esatto. La parte femminile dell’individuo, invece, pensa e agisce introspettivamente. Questa parte non dà testimonianza di sé, non è inscritta da nessuna parte, non erige monumenti, non conquista paesi. Non è dunque né scritta né codificata, tuttavia è sempre esistita. Dall’alba dei tempi ognuno si domanda: “Chi sono?” “Qual è lo scopo della mia vita?” Per tutta risposta, gli uomini hanno trovato soltanto la filosofia. In altre parole, il pensiero fine a se stesso. E la religione, in modo che non si pensi più! Poi c’è l’artista, che scava dentro di sé, ma crea fuori di sé; la sua creazione non riguarda questo specifico elemento. La parte maschile di ogni individuo non s’interessa all’argomento. Quanto alla parte femminile, ebbene, si accontenta di viverla. Lo si vede nella donna, molto più attenta a ciò che avviene al suo interno…

–       Se però si vogliono conservare queste distinzioni tra il maschile ed il femminile.
–       Conserviamole. E’ una convenzione come [fine p.85] un’altra. Che non ci costringe inevitabilmente a parlare di dualità o complementarità. La complementarità è un’idea di comodo, è un ragionamento viziato, intenzionale, orientato… Io, personalmente, la complementarità non l’ho mai capita e non l’ho mai espressa o praticata nella vita. Ma se così tante persone credono o vogliono credere alla complementarità, forse è perché la procreazione è un fenomeno così importante per la specie. Siamo mammiferi e infatti tutta la nostra vita, la nostra società, la nostra cultura, sono condizionate dal fenomeno della riproduzione della specie. Una riproduzione particolarmente laboriosa, che non ha nulla a che vedere con quella delle piante o di altri animali. E questa funzione, in sé banale, che corrisponde ad una precisa attività fisiologica, ha avuto enormi conseguenze. Ma, s’intende, siamo liberi di non di procreare. Qualsiasi siano le imposizioni della società. Il mammifero donna è libero non di sposarsi, di non riprodursi, di non integrarsi… Naturalmente, è libero morire di fame, di solitudine, di marginalità… Nessuna società, finora, ha reso la procreazione obbligatoria. Nessuno vi suona il campanello di casa minacciando: “Cara signora, lei non ha procreato e perciò la mettiamo in prigione”. No… (ride). In modo molto più sottile ti lasciano libera di morire lentamente, fuori degli schemi sociali.

–       Ma non credi che tutte le donne, in qualsiasi caso, muoiano? Anche e soprattutto quelle che procreano, che la società “protegge”? [fine p.86]
–       Ovviamente. Ma quello che mi interessa è la morte della parte femminile di ogni persona. Quella che subisce, soffre e non lo sa. La parte vitale e vulnerabile. Dal mio studio non verrà fuori nessuna risposta… Ma forse avrò suscitato un po’ d’attenzione. Ecco… l’attenzione. Basta cominciare, poi due, tre, quattro persone si daranno il cambio… E un giorno nascerà un piccolo ramo della conoscenza! (ride).

–       Un nuovo modo d’essere al mondo?
–       Sì, ma questo non sarà domani. Prima ne ero dispiaciuta. Ora non più. Questione d’età certamente. Tutto è assurdo in questo mondo. E si sarebbe potuto evitare. Ma non si è fatto. Perché?

–       Vedi degli elementi che hanno contribuito a questa prevaricazione?
–       Se gli uomini non si sono occupati della loro parte femminile, è perché gli sembrava pericolosa. Se ne sono difesi, o quanto meno hanno voluto ignorarla. Basta vedere quello che rimproverano alle donne come tipicamente “femminile”: i pianti, le isterie, le pazzie, i nervi, le lamentele, i cambiamenti d’umore, ecc… Loro stessi non accettano di lasciarsi andare ai loro affetti. Ciò nuocerebbe alla loro carriera, al loro tentativo di dominazione, ecc… Riconoscere in sé una vulnerabilità è riconoscerla agli altri. E’ ammettere che attorno a sé si possano creare danni. Però questi danni non sono visibili. Se lo fossero, si potrebbero punire gli autori. Ma per questo tipo di danneggiamenti non ci sono sanzioni. Quindi ciascuno cerca di ignorare [p. fine p.87] i danni inflitti e quelli subiti inventandosi soddisfazioni fittizie, felicità fittizie, proiettandosi all’esterno. D’altronde, l’uomo procrea all’esterno. Espelle il suo seme, lo “im-mette”. Tutto quello che avviene all’interno è di essenza femminile.

–       Se c’è un futuro, allora consiste in questa attenzione alla parte femminile dell’essere?
–       Sì, a questa vita intesa non come fenomeno biologico, ma come compagna (ride) che ci è stata data alla nascita per esserci tolta alla morte. Alla vita come elemento portante della nostra vita. In realtà sono questi i problemi che dovranno interessare le femministe quando avranno risolto quello dell’aborto, della coesistenza con i loro partner maschili, ecc.

 III

–       La scrittura quindi ti aiuta a scoprire i tuoi territori?
–       Sì. E mi aiuta soprattutto a scoprirli. A occuparli. Indubbiamente.

–       Come può un discorso femminile trattare una cosa che non è mai stata esaminata, in una lingua che non gli appartiene?
–       Non mi sento alienata nella lingua di cui mi servo. Ma posso dire che mi mancano dei termini. Mi mancano punti di riferimento: non so come parlare se voglio parlare di ciò che m’interessa. [fine p.88]

–       Einstein deve avere avuto problemi simili nel suo settore: trovare le parole!
–       Assolutamente. Ha dovuto inventare. Al momento dobbiamo utilizzare dei termini esistenti per dire cose mai dette, nel cercare quelle nuove. Ma non ci tengo affatto ad inventare il mio “dialetto”. Una minoranza o una categoria oppressa che, attraverso un processo chiamato storico, riesce ad uscire dalla subalternità, si trova un po’ nella stessa situazione di un popolo africano… è naturale che  rivendichi le sue origini, che voglia ritrovare il suo dialetto tribale. Per me questo non significa niente. Ho imparato tutto nella lingua che parlo. Sono nella posizione di potere dire “la mia vera lingua mi è stata sottratta”. Io la uso questa lingua, uso i prodotti di questa cultura. Io stessa sono il prodotto di questa cultura.

–       Ma tu la sovverti.
–       Questa lingua, l’unica che conosca, mi diverte, la possiedo, la utilizzo. Non saprei cosa fare di una lingua diversa. E inoltre, ancor prima di questo problema ce n’è un altro: io, ormai, sono il risultato di questa cultura. La lingua esistente la uso quindi per dire quello che posso dire “oggi”, cioè hic et nunc, contro questa cultura, contro questa lingua.

–       Sì, a dire il vero tu lo fai così bene che mini dall’interno la lingua spingendola alle sue estreme conseguenze logiche e razionali… per dimostrarne l’irrazionalità.
–       All’inizio, la lingua è solo una convenzione. Non è [fine p.89] ancora stata caricata di nulla. La parola “sedia” significa “sedia” per tutti e non deve essere confusa con la parola “tavolo”.  Si dà il caso che questa lingua possa anche aiutarmi a spiegare la condizione femminile. Non ho nessun problema ad accettare che si chiami “uomo” l’uomo e “donna” la donna. Altrimenti in quale deserto crescerei?

–       Tuttavia, ti impadronisci delle parole del dizionario, inverti, sovverti e riesci a dare valore di prova, quasi enciclopedica, al risultato!
–       Ma sì, certo. Non c’è bisogno di essere femminista per arrivare a questo risultato. Qualunque essere asessuato e onesto che parli correntemente una lingua non può che essere disturbato dai significati che hanno assunto i suoi termini. Significati sociali, costrittivi, da colonizzatori. Molte parole riflettono il peggio della cultura, dell’asservimento. Sì, quest’atteggiamento verso la lingua l’avrei anche se fossi un uomo. Per scrivere il mio dizionario non sono dovuta partire dall’indignazione femminista, non è necessario. Volgere al ridicolo le definizioni del dizionario non è un’impresa difficile. Chiunque potrebbe farlo. Ma è ovvio che, essendo donna, devo farlo, è una necessità.

–       Il logocentrismo come luogo fondatore del fallo-centrismo?
–       Credo che all’inizio i diversi redattori dei dizionari fossero in buona fede. Le loro definizioni riflettevano la situazione culturale del tempo. Via via, questi dizionari sono stati aggiornati a seconda [fine p.90] delle conoscenze. Che le parole siano imbevute di patriarcalismo e di anti-femminismo, va da sé! … Perché avrebbero dovuto farsi delle domande?

–       Un certo Stuart Mill, ha comunque scritto un libriccino[4] che poteva condurre alla riflessione E altri, prima e dopo di lui
–       Quando un uomo si interroga perché ha dei dubbi (e in effetti questo deve succedere a ogni uomo), apre il dizionario e immediatamente si rassicura. Si trova in un certo qual modo confortato, confermato nel suo essere. Ma i vari enciclopedisti sono stati sempre convinti di essere nel giusto. Dopo tutto, la redazione o la revisione di un dizionario sono lavori su commissione, fatti a richiesta e pagati. Chi li paga? La società, la comunità… Come per gli uomini di scienza oggi…

–       La comunità è monosessuata  e uomo-sessuale[5].
–       Le donne dovevano protestare, intervenire… Sì, lo so, le streghe sono state bruciate, Olympe di Gouges ghigliottinata; ma anche Giordano Bruno e Galileo… Si tratta sempre di un regolamento di conti tra la categoria dei garantiti, degli abbienti legislatori e quella delle persone libere, intelligenti, che provano a formulare opinioni diverse da quelle correnti… E’ l’assenza di antagonismo, di ribellione da parte delle donne che ha permesso agli uomini di diventare autoritari e di dettare legge. Tacendo, le donne hanno dato al fare maschile una spinta incontrollabile: hanno liberato il peggio. D’altronde si sa, stare zitti vuol dire acconsentire agli estremismi… [fine p.91] Ma in compenso tacendo, lasciando scatenare l’oppressione contro di loro, le donne hanno sviluppato qualità speciali. L’avere pensato, sopportato e capito per secoli è quello che permette oggi alle donne di essere quelle che sono.

–       E’ un prezzo molto alto…
–       D’accordo, ma la Storia esiste, io non la discuto. Almeno, di tutte le guerre, avremo evitato quella dei sessi… Che in realtà non è stata evitata perché la troviamo, puntuale e mortale, nella  coppia eterosessuale, nella famiglia, indipendentemente dall’aspetto che assume e quale che ne sia l’esito, poiché è certo che anche nell’intimità si subiscono le pressioni dei ruoli cari alla società ed alla cultura patriarcale, ruoli che si finisce per portare dentro di sé, per incontrarli ad ogni passo. Quando si fanno uscire dalla porta, rientrano dalla finestra. Ormai in fondo non siamo più delle persone ma dei “prodotti”. Personalmente, risolvo il problema disertando questi “luoghi obbligati” del conflitto, le istituzioni; evidentemente non ho la vocazione… per condurre una battaglia che sinceramente mi sembra inutile o comunque sempre truccata, falsata alla partenza e che da millenni si svolge ad armi impari. Anche il mio migliore amico sospetto che come partner sarebbe insopportabile. C’è un proverbio che dice: “con i lupi, bisogna ululare”[6] Non sono di questa opinione. Quando incontro un lupo, so che è un lupo. Se entro in relazione con lui è senza perdere [fine p.92] di vista quello che è. E gli comunico che non mi comporterò come lui.

–       E‘ già una posizione ultra-cosciente.
–       Segnalo che non mangerò conigli crudi, che dormirò in un letto, ecc. poiché anche i proverbi appartengono alla cultura maschile. Ed io, perché mi dovrei comportare secondo gli schemi della cultura maschile? Questa cultura, sono costretta ad accettarla e l’accetto poiché mi ha costituita, ma ciò non mi impedisce affatto di entrare in una relazione di “challenge” con essa. Come si dice?

–       Sfida.
–       Sì. E dico: se pretendi questo, io pretendo quello. E mi servo della mia arma come avrei sempre voluto che un uomo si servisse della sua, a titolo individuale e non conferendosi  una qualche investitura divina. Detto questo, comprendo (ma non approvo) l’estremismo delle femministe che si ribellano. Gli uomini dovrebbero coprirsi la testa di cenere, farsi piccoli e ascoltare tutte le esagerazioni, tutte le insopportabili accuse e le domande che rivolgono loro le donne. Se lo sono voluto. Quando sarà finita, si saprà cosa è un uomo, cosa è una donna! Perché se c’è un genere che mi è estraneo, quello è il genere maschile. Capisco meglio una formica! Lo trovo troppo determinato, tradizionalista, triste, sì, alla fine, triste, fedele ad abitudini reazionarie… Perso in automatismi, credenze sulle quali egli non si interroga mai. No, non è interessante. Non è neppure [fine p.93] veramente attento (alle donne), non è capace di vivere una vita individuale, è sempre suscettibile d’identificazione con… una qualunque immagine letteraria o storica… E’ “l’amministratore” per eccellenza… e lo ha dimostrato bene. [fine p.94]


 

Note alla traduzione
[1] Alice Ceresa non porterà a termine questo progetto. Vedi Rosanna Fiocchetto, 2002, “Alice Ceresa: l’orrore della normalità”, in Fuorispazio; online anche sul sito CulturaGay allo http://www.culturagay.it/cg/biografia.php?id=202 Segnaliamo anche :
– la relativa voce su Wikipedia
– il saggio su La figlia prodiga scritto da Teresa de Lauretis, 1996, “Figlie prodighe (breve saggio su Alice Ceresa)”, in DWF, n. 2/3
– un file audio con la sua voce
– un esempio della sua calligrafia qui
– un articolo estremamente informativo
– il necrologio scritto da Dacia Maraini
– il fondo Alice Ceresa conservato a Berna
– un articolo di Adriana Perrotta Rabissi
[2] Nell’originale: un ouvrage de “diversion”
[3] Le parole sensibilité e sensitivité sono state rese con sensibilità e sensitività mantenendo la distinzione esistente nell’originale
[4] Si riferisce probabilmente al saggio «The Subjection of Women»
[5] “Homosexuelle” in francese significa omosessuale, “homme” significa uomo; il gioco di parole hom-mosexuelle vuole dare l’idea di una società basata sullo stretto legame erotico che tutti gli uomini hanno tra di loro. Il neologismo, a volte reso in italiano con ”(u)omosessuale”, era stato usato da Luce Irigaray e poi da Jacques Lacan.
[6] «Quand on va avec le loups, il faut hurler avec les loups» è un proverbio francese usato per dire che quando si è in compagnia di altre persone ci si deve conformare a ciò che gli altri fanno, adattandosi all’atteggiamento della maggioranza.

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LINK ESTERNI:

http://www.culturagay.it/cg/biografia.php?id=202

 


http://www.leswiki.it/repository/testi/voix/1977causse-ceresa.doc




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Prefazione

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977.  «Prefazione»,  in: Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 7-19. 


Michèle Causse
Traduzione di “McQueen” per LesWiki.
Ecrits, voix d’Italie – Indice e note

  

Michèle Causse


 «Mi avete insegnato il linguaggio, e il profitto che ne ho tratto è l’avere imparato a  maledire». Ogni donna, nel momento in cui scrive,  è  questo Calibano che, conquistata con una lotta eccelsa «una stanza tutta per sè», scopre il potere detonante delle parole (micce che accende una dopo l’altra).

Ogni giorno in misura maggiore rispetto al precedente, l’urgenza l’attanaglia, la donna scrive per denunciare. Non tutte le donne che scrivono sono però scrittrici. Questa contro-ovvietà diventa sempre più lapalissiana. In veste di cattiva coscienza dei tempi, la donna pro-crea una riflessione, un’accusa sulla sorte che la società le assegna (sorte alla quale essa, reticente, non si conforma).

Ogni donna non ha che un dire, quello della propria ferita. E ogni ferita è singolare. La traccia di questa ferita in ognuna è indelebile, unica. E ciascuna nella sua unicità la scrive, la dice. Essendo questa grande singolarità delle donne (delle forme del dire femminile) forse il risultato di un isolamento lungo, secolare, saremmo di fronte ad una irriducibilità che la collettività tenta invano di soffocare, di livellare.

Se la ferita non è dissociabile dalla donna e costituisce parte della sua persona (è divenuta organica?), il prodotto (fisiologico?) che ne deriva – e non è così recente come vorrebbero  [fine p. 7] farci credere  – è la lotta. E anche il fatto che la lotta si trasmetta attraverso la scrittura, rientra nella tradizione. A partire dalla «Difesa dei diritti delle donne» di Mary, diversi scritti suggeriscono le finalità della lotta, se non addirittura le modalità. Rientra nella tradizione il fatto che il destino delle donne non subisca modifiche (quasi al punto che, pure più inserita rispetto a prima nel mondo degli uomini, si è ancora di più allontanata da se stessa e dalla propria identità). Attraverso il tramite della scrittura, la donna comunica l’unica scienza che possiede, quella del suo vissuto. Non dice nulla che il suo corpo non le detti. La scrittura diventa così questo lasciapassare, garanzia di un «ergo sum» tangibile e immediato che niente all’esterno conferma, un’isoletta di identità e di protesta.

Raccogliendo testi e dichiarazioni di donne italiane, abbiamo voluto riparare un’ingiustizia, rendere visibili (cioè leggibili e ascoltabili) donne che la loro lingua circonda, come la seppia, con una nuvola d’inchiostro.

Abbiamo dovuto operare una selezione fra le numerose  donne che scrivono. Ce ne dispiace. E’ evidente il fatto che una scelta sia sempre estremamente soggettiva e parziale, frutto di una serie di variabili. L’oggettività è morta. Non ne portiamo il lutto: ci era sempre parsa sospetta e inaccessibile. Ma rimane il fatto che  un’antologia  presenta sempre un aspetto profondamente «lesivo» e ributtante. Una compilatrice si comporta come il tagliaboschi che, arbitrariamente (in apparenza), decide l’abbattimento o la salvezza di un albero.

Il caso e la necessità ci hanno condotte. E immediatamente si sono imposte due categorie di donne :

  1. Le scrittrici: quelle per le quali la scrittura è un lavoro/una vocazione ;
  2. Le scriventi: quelle che ricorrono alla scrittura per [fine p. 8] esplicitare i rispettivi campi di interesse ed indagine (antropologia, politica, giornalismo/cinema, canzone, femminismo, pedagogia, pittura, disegno).

Conosciute o sconosciute, queste donne, condizionate dal periodo nel quale vivono, cercano a loro volta di condizionarlo (o, per essere più precisa, di de-condizionarlo). In Italia, come del resto altrove, le donne non ricevono un ascolto degno di questo nome (chi si è mai dato la pena di ascoltare una donna che parli di altre donne?) ma le loro parole testimoniano di loro stesse,del  tempo e del luogo all’interno del quale esse si inscrivono oppure non si iscrivono, cosa che tutte lamentano.

Qualcuno obietterà che buona parte delle scrittrici qui riunite hanno ottenuto almeno un premio nel loro paese. Premi assegnati da giurie maschili. Questi giocherelli  testimonierebbero «l’uguaglianza» che regna nel mondo della letteratura. A ciascuna ciò che merita. Ma sarebbe preferibile non rallegrarsi troppo in fretta. E’sufficiente aprire un’antologia di scrittori o poeti italiani per vedere la donna sparire immediatamente dalla dotta assemblea.  La  si  fa sparire, la si nega, la si occulta. [1]

Come ha detto Claire Démar prima che la portassero a suicidarsi: «Soltanto le donne possono comprendere ciò di cui le donne hanno bisogno.» Ed è per rispondere alla sua affermazione: «Sento che l’isolamento ci uccide, che abbiamo bisogno di [fine p. 9] unirci, di comunicarci le nostre idee», che è nata l’idea di mettere insieme le donne italiane che scrivono.

Non c’è nessun progetto didattico in questa circostanza  se non quello di rivelare organizzazioni, bisogni, volontà di vario tipo senza cercare di  rinchiuderli in una origine comune o in identiche intenzioni perché siamo ancora troppo ignoranti, noi donne, della nostra natura, per non lasciare che anzitutto essa si esprima.

Può darsi che, in mezzo a loro, si riesca a trovare quella «parola supremamente rivoltante», altrimenti detta supremamente strana, inaudita, che aprirà brecce e costringerà all’ascolto. Dal momento che la parola (il testo) di una donna è sempre la trascrizione di una pratica, sono queste pratiche che importano, in primo luogo a noi, le fameliche, che ne abbiamo conosciuto solo una, conformarsi, obbedire, aggiustarsi alle necessità dell’Altro.

Se c’è una pratica, qui, che viene fatta scomparire, è quella del matrimonio. Le donne raccolte in questa antologia si situano tutte al di fuori dei legami istituzionali. [2]. Non c’è nessuna intenzionalità da parte nostra: in molti casi ignoriamo tutto delle nostre autrici. Ma si è tentate di stabilire una relazione di causa-effetto fra la creatività delle donne e la loro indipendenza: così tentate che, per essere sincere, non resistiamo alla tentazione (una volta sola non è abitudine). Non dimentichiamo che era italiana la femminista di inizio secolo (Angelica Balabanof) che diceva: «Le donne dovranno ingaggiare una battaglia feroce per accedere alla libertà di spirito e alla convinzione che per loro la libertà sia più preziosa degli uomini.» Parrebbe che, almeno in questo [fine p. 10] caso specifico, la lotta sia stata vinta. Come se ogni donna avesse meditato e fatto proprie le riflessioni di Alexandra Kollontai: «Bisogna insegnare alle donne a non sacrificare cuore e anima all’amore di un uomo, ma a rivolgersi alle cose essenziali, vale a dire alle attività creative. Quando rivolgo lo sguardo alle mie opere, mi accorgo che questo è il pensiero che ha ispirato la maggior parte dei miei testi sulla questione sessuale. L’amore non deve schiacciare l’individualità della donna, tarparne le ali. Quando l’amore minaccia di soggiogarla, deve rompere le catene, buttarsi alle spalle le tragedie dell’amore e seguire la propria strada.»

Le venti donne qui riunite hanno fatto la loro scelta. Si sono scelte. Hanno scelto il loro «operare», come si dice nella loro lingua.

Sono quindi tentativi di una nuova vita quelli che accompagnano queste scelte. Larvati, esitanti, a tentoni, balbuzienti. In ogni caso, qui «l’avvenire ha già disperso la famiglia». Con cosa si rimpiazza l’insostituibile famiglia? Con l’essere soli, l’atomo, la coppia riveduta e corretta, il gruppo. Si potrebbe obiettare che il gruppo sostituisca la famiglia, che offre sicurezza e pratiche comunitarie, perfino le inevitabili tensioni libidinali. Quanto meno, è il prodotto di un volere esclusivamente femminile, desideroso di evitare la gerarchia e di instaurare un simbolico, ‘di gruppo’ esattamente, ricco di insegnamenti. Nel gruppo le donne,  «libere di affrontare il disprezzo, il dileggio» possono finalmente, come aveva predetto Carpenter nel 1880, arrogarsi «il diritto di parlare, vestirsi, pensare, agire e soprattutto utilizzare il proprio sesso come meglio credono». [fine p. 11]

Vedremo qui, dunque, donne che fanno della scrittura un fine (scrittura come arte) e donne che ne fanno un mezzo (scrittura come veicolo di un pensiero, di una ideologia) [3].  Ognuna ha donato un testo (spesso inedito) e, nella maggioranza dei casi, ha acconsentito ad accompagnare il testo con una intervista, registrata con il magnetofono. L’autrice affronta gli argomenti che le stanno a cuore e parla a ruota libera, appena “provocata” da domande che non hanno mai lo scopo di violentare, di forzare, di aggredire, di mettere a disagio. Un approccio così poco “pilotato” corre ovviamente il rischio di incontrare delle lacune. Ma il non detto, il ‘tu’, ciò che passa sotto silenzio ci sembra interessante quanto ciò che invece viene esplicitato nel corso di un’intervista. Il che, in effetti, non è mai accidentale, corrisponde in genere all’economia interna della persona. Ciascuna traccia così il proprio ritratto. E il disegno non è mai identico. Le italiane parleranno molto, scattando, vivaci, calorose, indignate o offese. Nutrendo poi grandi perplessità rispetto ai loro contributi. Non esprimeranno mai dubbi su una possibile manipolazione delle loro dichiarazioni. La diffidenza veniva riversata interamente su di sè, sulla propria eccessiva spontaneità. Diffidenza anche di donne, delle une verso le altre. Alcune giudicano impossibile e inopportuno avvicinare sorelle  nemiche. O considerate tali. Ma la diffidenza lì si ferma.

Il quadro che emerge da accostamenti talvolta insoliti è assai rappresentativo della realtà italiana. Le [fine p. 12] contraddizioni stesse che ci sono fra una donna e l’altra, e nella stessa donna da una dichiarazione all’altra, sono le prove della vitalità del pensiero femminile attuale.

Ciononostante, ci sembra di riconoscere tre linee direttrici. Tre grandi linee che partono da un tronco comune. Ogni donna in effetti si definisce (ma non necessariamente) femminista. La  parola femminismo ha in loro una tale varietà di significati e di accezioni che finirebbe per non significare più nulla se non, nel migliore dei casi (e questo è il senso che le daremo qui) : «presa di coscienza di una specificità femminile e necessità di farla riconoscere». Su questo tronco, molto generico, si innestano tre rami che rispondono alle modalità e alle finalità della presa di coscienza, alle azioni destinate a mettere in opera questa specificità.

C’è anzitutto il ramo individualista. Estremamente isolata, diffidente, originale e inventiva, questa categoria non crede che a soluzioni individuali, a casi particolari.

Viene poi  il ramo politico. Qui si è capita l’importanza del numero per ottenere determinati obiettivi e, attraverso una dura competizione con l’uomo, si cerca di batterlo sul suo terreno, con i suoi  strumenti, mirando al l’affermazione individuale e al  benessere di tutte.

L’ultimo è il ramo delle separatiste o utopiste: anche loro suddivise in una moltitudine di ramoscelli. Questa categoria ha compreso che la soluzione non può più essere individuale, ciò nonostante, per arrivare al cambiamento rifiuta i canali esistenti e, obbedendo alle proprie istanze, preferisce creare organi “alternativi” suoi propri. [fine p. 13]

E’ quindi lo sguardo sulla realtà (il condizionamento o la novità di tale sguardo) che determina l’appartenenza a un gruppo piuttosto che ad un altro. L’età di questo sguardo non è senza importanza, ma non è sempre determinante. Le radicali sono più spesso giovani. Alcune donne che saltellano su un ramo son già pronte a volare su un altro. Altre esitano. Altre ancora hanno un piede in bilico.

Se volessimo caratterizzare le varie categorie in modo più preciso, potremmo aggiungere che il primo ramo, quello individualista :

–              non opera una rimessa in discussione della società (con la scrittrice che si apre  il cammino come le consorelle del passato, in un mondo ostile, attraverso una ricerca solitaria nella quale però la realtà donna viene percepita con acume, soprattutto nei suoi disagi). Il secondo ramo, quello politico :

–        opera una rimessa in discussione della società all’interno dell’assoluto patriarcale e raccomanda un’appropriazione delle strutture e dei mezzi esistenti (partiti, sindacati, mass-media). Per quanto rivoluzionarie possano talvolta essere le politiche, non demoliscono mai ciò che esiste, si integrano in un già-concepito dall’uomo. Pensano in genere che sia sufficiente mettere delle donne al posto degli uomini perché la realtà cambi. Non gli sfuggono alcuni pericoli legati a questa posizione (recupero), ma sono incapaci di resistere alla “efficacia”  delle strutture esistenti. Sono donne che utilizzano parole come “potere” (presa di) , “dirigere” [fine p. 14], “organizzazione”, “massa”, “rivoluzione”.  Parole nate da una coscienza “pre”  (che non è la loro) ma che gli sembrano adeguate ai loro scopi. D’altronde lodevoli. La lotta non è fondamentalmente una lotta dei sessi ma una lotta di classe. Partono dal principio che per raggiungere gli obiettivi femminili (restano sul vago in merito a questi obiettivi, ispirati  in genere ad un riformismo di buona lega) convenga usare i mezzi esistenti, nell’insieme non sono delle creatrici ma delle strateghe. Occorrerebbe insomma alimentarle con delle idee… che addomesticherebbero  rendendole “funzionali”. Sono profondamente segnate dalla realtà (nel migliore dei casi socialista, intrisa della lezione di Trotsky: «invece di dire con chiarezza che, in mancanza dei mezzi e delle conoscenze per instaurare relazioni socialiste fra esseri umani, ci vediamo obbligati ad affidare la realizzazione di questo obiettivo ai nostri figli ed ai nostri nipoti, i governi spingono il popolo a rimettere insieme i pezzi della famiglia disaggregata: di più, li costringono, con la minaccia di severe sanzioni, a considerare la famiglia come il nucleo del socialismo trionfante. E’ difficile misurare oggi quali saranno le conseguenze di un tale ritorno indietro.») Le donne, che ne fanno le spese, le misurano queste conseguenze. Sul piano della vita privata, le politiche hanno dunque numerose rivendicazioni da fare ma aspettano sempre uomini che vogliano pensare a loro (per loro?), legiferare in loro favore. Come le loro sorelle del 1789, esclamano: «Avete distrutto tutti i vecchi pregiudizi, ma avete lasciato sopravvivere il più antico e i più generale che esclude dai posti di comando, dalla dignità, dagli onori e soprattutto dal diritto di sedersi in mezzo a voi, la metà degli abitanti del reame.» [fine p. 15]

Adesso, all’interno di questa metà ce n’è una parte importante, quella separatista che:

– non volendo condividere in nulla il fallimento degli uomini, opera una rimessa in discussione della società nella sua totalità e raccomanda cambiamenti radicali (i modi sono sfumati, capillari,  “rivoluzionari ” in una accezione del termine che non è quella del secondo gruppo).  Qui non ci si occupa tanto di ciò che esiste (del resto giudicato alienante e letale per la donna), bensì del far esistere ciò che ancora non esiste. E’ una creazione hic et nunc che tiene conto solamente delle aspirazioni e dei bisogni della donna. Si inventa, ci si evolve su di un altro pianeta. Le italiane di questo gruppo sono particolarmente convinte e convincenti.

Ma impauriscono le donne a causa del loro separatismo (parola che a certe orecchie suona pericolosa quanto la parola onanismo in altri tempi). Ci si dimentica (o non si vede?) che l’uomo pratica il separatismo dall’alba dei tempi, rinchiudendosi in luoghi (camere di consiglio, parlamenti, banche, chiese), in rituali (Cavalleria), giochi (non li citeremo), professioni (riservate), ecc. Cosa sottolineata in modo ammirevole dal libro di Lionel Tiger, Men in groups.

Che le donne giudichino oggi indispensabile appropriarsi di questa dimensione a loro sconosciuta è perfettamente legittimo. A numerose riprese, nel corso della Storia, hanno intuito la necessità di pratiche comunitarie strettamente femminili. Ed è preoccupante pensare che nel 1848 esistevano già numerosi club femminili. Le Vesuviane ad esempio «non erano solamente le facenti parte di un club [fine p. 16] ma, non essendoci nessuno che provvedesse ai loro bisogni, si erano organizzate in comunità. Il regolamento era molto severo: tutti i beni erano condivisi, il vitto e l’alloggio assicurati ad ogni donna che riceveva inoltre dieci franchi al mese», ci dice Sheila Rowbotham. Nulla ci viene detto, invece, delle pratiche sessuali delle Vesuviane che, con più di un secolo di anticipo, avevano scoperto l’autonomia.

Questi club o circoli femminili, che già esercitavano “l’auto-educazione” (una specie di auto-coscienza ante litteram), chiaramente disturbavano molto gli uomini. Inizialmente ammessi in qualità di spettatori, furono ben presto cacciati, con Eugénie Niboyet che dichiarava:  «Non intendiamo fare da giocattoli o essere uno spettacolo per nessuno. Da dietro i vostri urli di riprovazione fa capolino il dispotismo; sapete bene che noi non vogliamo  farvi scendere, siete voi  che avete paura di vederci salire.»

E’ così vero che l’uomo non concepisce la possibilità di avere vita senza uccidere, parola senza far tacere.

Ancora oggi, 1976, la libreria-teatro della Maddalena a Roma, luogo di incontro tra donne, subisce regolarmente attentati con bombe al plastico.

In queste condizioni, va da sé che la scrittura delle donne sia un must che non si può aggirare. Ma quale scrittura? Quale linguaggio? E’ nella poeta che troviamo la maggiore interrogazione del linguaggio. Che non bisogna però confondere con una messa in discussione. Soltanto le donne del terzo gruppo mostrano una diffidenza assoluta nei confronti delle parole. Il secondo gruppo infatti nutre tutt’al più l’ambizione di dare un [fine p. 17] femminile a parole che finora  non contemplano che il maschile. In ognuna regna comunque un malessere (che una Jeanne Hyvrard, in Francia, ha saputo portare fino al punto di incandescenza).

Tutte vedono nel linguaggio il veicolo del fallocentrismo, tutte sanno di essere in trappola, prigioniere, colonizzate, ma lo stesso nessuna reagisce davanti a questa convenzione istituzionale. Nel peggiore dei casi la donna ci si adatta, nel migliore si augura un terremoto il cui epicentro sia il proprio corpo. Il  linguaggio cessa di tradire per, finalmente,  tradurre. Un adeguamento che si opera fra la realtà-corpo e la realtà-parola.

La donna inizia a poco a poco a sospettare – la lingua cinese, che è considerata femminile, supporta i suoi sospetti grazie all’infinita possibilità di combinazioni che offre, all’estrema semplicità della grammatica, alla complessità ridondante del suo vocabolario, alla grazia degli ideogrammi-immagine – che un linguaggio nato dalla  nostra comprensione della realtà, di una realtà modellata da noi, non sarebbe per nulla aderente a quello che usiamo. Perché il linguaggio allora sarebbe prodotto da noi… mentre adesso ne siamo i prodotti.

Fourier l’aveva capito così bene che nel paese dell’armonia per prima cosa si augurava avvenisse una revisione completa delle parole.

E’ a questo rimaneggiamento del linguaggio che le donne si aggrappano, si aggrapperanno. Compito difficile in una lingua come quella italiana che, ritenuta facile e conosciuta da tutti, è in realtà estranea al resto del mondo quanto quella ouolof o bambara. Al di fuori dell’Italia nessuno applaude le donne che scrivono in italiano (e se per questo, in Italia chi lo fa?).  E questo è ancora più deplorevole perché le latine – lo vedremo – non sono da meno [fine p. 18] delle anglosassoni in materia di invenzione, di coraggio, di originalità. Lo sappiamo che le italiane furono all’avanguardia del movimento femminista internazionale? L’Italia è l’unico paese al mondo che conta una tale varietà di gruppi femministi nelle più piccole località della penisola. Indubbiamente una sorta di legge fisica vuole che un movimento di liberazione sia più forte quanto più violento è stato l’asservimento. L’Italiana dimostra una determinazione, una volontà, che l’asservimento non ha cancellato ma solamente temprato. Conosce l’importanza del numero, della mobilitazione, dell’impegno.  E in un paese in movimento, nel senso non metaforico del termine, è  lei la più in movimento. Sta a lei  ‘orientare’ questo movimento in un senso che – per l’insieme delle donne del bacino mediterraneo – possa diventare un esempio. [fine p. 19]

——
NOTE ALLA PREFAZIONE [nell’originale, a piè di pagina]

[1] Leggere la recente antologia sui poeti americani di  Serge Fauchereau per convincersene. A Sylvia Plath viene dedicata una sola pagina per lamentare il fatto che i suoi interessi, troppo circoscritti, si limitino alle ‘lune “…
[2] Vedove, divorziate o zitelle che siano.
[3] L’una non esclude l’altra.


http://www.leswiki.it/repository/testi/voix/1977causse-prefazione.doc




1977, Michèle Causse e Maryvonne Lapouge – Ecrits, voix d’Italie: Indice e note

Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 460.

Le intervistate sono tutte donne, sia  eterosessuali che lesbiche, di particolare rilievo nel  panorama culturale italiano e/o nel movimento femminista degli anni Settanta.

 

 

 

INDICE [pp. 459-460]

Prima parte
[p. 2 indicazioni editoriali, p. 3 frontespizio, p. 4 libri delle due autrici editi da des femmes, p. 5 nomi citati]

Seconda parte 

  • p. 206 Annabella Rossi – Lettere di una tarantolata – intervista
  • p. 234 Elena Giannini Belotti – Lo scandalo del privato – intervista
  • p. 255 Liliana Cavani – Erotismo e cinema – intervista
  • p. 280 Carla Ravaioli – Uomo per obbligo (estratto) – intervista
  • p. 301 Maria Antonietta Macciocchi – Lettere da dentro (estratto) – intervista
  • p. 334 Carla Lonzi – Manifesto di Rivolta femminile Sputiamo su Hegel (estratto) – intervista
  • p. 376 Carla Accardi – Superiore-inferiore (estratto) – intervista
  • p. 396 Elvira Banotti – Perché mi rifiuto di votare – intervista; traduzione di Laura Bianchetto
  • p. 413 Fufi – Canzoni – intervista; traduzione di “McQueen”
  • p. 432 Loredana Baldin– Storia della statua della Libertà pp. 435-435 – intervista pp. 444-449; traduzione di “Kolia”
  • p. 433 Giovanna Pala – intervista pp. 450-454; traduzione di “Kolia”
  • p. 436 Loredana Baldin e Giovanna Pala – La statua della libertàfumetto
  • p. 455 NOTE su sigle e gruppi, traduzione di “McQueen”
  • p. 462 indicazioni di stampa: Achevè d’imprimer le 10 septembe 1977 sur les press des imprimeries Delmas, à Artigues-près Bordeaux


Michèle Causse e Maryvonne Lapouge, 1977. “Notes”, in: Ecrits, voix d’Italie, Paris: Éditions des femmes, pp. 455-458.

 

Traduzione dal francese di “McQueen”

Note

Lotta continua: Titolo del quotidiano di un movimento politico, composto soprattutto da giovani, che porta lo stesso nome.
Il Manifesto: Fondato da un gruppo di comunisti esclusi dal Partito nel 1970, è un quotidiano (un tempo mensile) e l’organo del PDUP (partito democratico di unione popolare) che ha visto confluire gli “ex” del movimento del Manifesto e quelli del PSIUP (partito socialista italiano di unità proletaria) in un partito unico che si è presentato alle elezioni.
FUORI: Equivalente italiano del FHAR (Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria).
DWF: Donna Woman Femme, rivista internazionale di studi antropologici, storici e sociali sulle donne (direttrice Tilde Capomazza, ed. Bulzoni, Roma). Questa rivista si propone di utilizzare «gli strumenti critici dei quali la cultura e la scienza maschili ci hanno fatto dono, tramite l’intermediario dell’emancipazione» al fine di rimettere in discussione l’immagine svalutata della donna e di smantellare il sistema di simboli del quale è prigioniera. [fine p. 455]
EFFE: Rivista mensile, cooperativa Effe, direttrice responsabile, Grazia Francescato, ed. Effe, Roma.
” Effe”, giornale gestito da una cooperative di donne.
“Effe” strumento di lotta contro il patriarcato, contro il capitalismo
“Effe” per condurre battaglie che sono nostre e che nessuno condurrà al nostro posto.
“Effe” affinchè la donna diventi sempre più cosciente del suo sfruttamento, della sua esclusione, della negazione della sua sensualità.
“Effe ” come femminismo, come contro-informazione, come denuncia, come liberazione.
Giornali italiani cosiddetti femministi: Sottosopra (3 numeri), Quarto mondo (giornale del gruppo femminista FILF), Rosa (indipendenti di sinistra).
Librerie femministe:
La Maddalena, Roma, via della Stelletta 18.
La liberia delle donne, Milano, via Dogana 2.
Movimenti di liberazione delle donne:
– Rivolta femminile (tesi “estremiste”, rifiuto del contatto con la stampa: Carla Lonzi, Elvira Banotti vengono citate come due fra le fondatrici del movimento, ormai esploso. Paragonabile in Francia alle Femministe rivoluzionarie).
– Movimento Liberazione della Donna (o MLD), moderato, perfino riformista, emanazione del Partito Radicale.
– Movimento femminista (romano, napoletano, ecc…) rispetto alla R.F. più favorevole ai contatti con l’esterno, promuove manifestazioni, crea gruppi di analisi (a Roma, Giovanna Pala viene considerata l’animatrice del movimento). [fine p. 456]
– Collettivo femminista comunista (emanazione del partito comunista).
– Le Nemesiache (napoletane, rifiuto della parola, creazione di una troupe teatrale che ricorre al mimo per esprimere la condizione di mutismo della donna).
– Demau, per quanto poco conosciuto è senza dubbio il movimento femminista più vecchio dal momento che esiste dal 1966 a Milano (è a favore della pratica dell’autocoscienza e della proliferazione dei gruppi).
– Fronte Italiano di Liberazione femminile (FILF) ammette la presenza mista. Riformista. (Orietta Avenati).
Maddalena, locale romano che ospita una libreria femminista, un teatro e la sede redazionale della rivista “effe” (Via della Stelletta.)
Gruppo 63 definito di avanguardia, ha riunito in Italia una élite di intellettuali. I critici e gli scrittori del gruppo intendevano non soltanto rinnovare la produzione letteraria ma rompere, spostando “a sinistra”, i modi di pensare post-fascisti e “piccolo borghesi”. Inizialmente il gruppo fu apparentato a quello del Tel Quel in Francia, con forza dirompente innegabile. Nel ’67 ha intrapreso la pubblicazione del giornale Quindici che, nonostante il successo ottenuto, ha smesso di comparire nel ’68 a causa di scissioni interne dovute ad una eventuale strumentalizzazione politica del giornale. Lo scioglimento di Quindici segna anche lo scioglimento del Gruppo 63 in quanto tale. Uomini di punta del Gruppo 63: Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Umberto Eco, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi, Giorgio Manganelli. Il gruppo, che si riuniva in seminari, non ha fatto a meno di prendere nota, qua e là, del lavoro letterario di alcune donne: Rossana Ombres, Amalia Rosselli, Alice Ceresa, Carla Vasio… [fine p. 457]
Menabò, rivista letteraria fondata da Elio Vittorini e Italo Calvino nel 1961, pubblicata da Einaudi fino alla morte di Vittorini nel 1966. I 10 fascicoli del Menabò costituiscono un laboratorio sperimentale prestigioso, polemico contro “le belle lettere” e offrono una nuova visione, linguistica quanto interdisciplinare, dei problemi culturali italiani ed europei di quegli anni. [fine p. 458]