1976, Marie-Jo [Bonnet ?] – Documento delle lesbiche francesi

Marie-Jo [Bonnet ?], Documento delle lesbiche francesi. Effe, marzo 1976

marzo 1976

http://efferivistafemminista.it/2014/12/documento-delle-lesbiche-francesi/


Per i medici «flickiatris» (psichiatri-poliziotti) noi siamo delle malate mentali, delle perverse, delle degenerate. Per gli psichiatri-poliziotti «politicizzati» siamo delle devianti, delle nevrotiche, delle invertite, delle infantili.
Per gli psicologi noi siamo delle narcisiste o delle clitoridee.
Per i biologi degli errori di natura che hanno un cromosomo di troppo. Per il padre della psicoanalisi noi abbiamo respinto la nostra tendenza eterosessuale.
Per il Padre delle Scritture l’oggetto-donna con la «d» minuscola.
Per il padre di 10 figli noi siamo delle anormali.
Per l’uomo normale delle patologiche.
Per l’uomo della strada delle sporche lesbiche.
Per l’analista lacaniano siamo individui che non hanno il Fallo ma che lo vorrebbero tanto.
Per i moralisti siamo delle viziose, delle debosciate, delle donne colpite da follia erotica.
Per i super-virili noi siamo «màle-baisées» (maschi-scopate, cioè maschi però passivi come le donne). Per il Papa noi siamo il peccato mortale.
Per il legislatore francese un flagello sociale.
Per i nostri genitori siamo la vergogna della famiglia.
Per Ménie Grégoir un angoscioso problema.
Per il partito comunista delle piccolo-borghesi perverse.
Per gli uomini della sinistra delle individualiste piccolo-borghesi apolitiche.
Per la maggioranza sessuale di sinistra una minoranza sessuale. E certe donne appartenenti a organizzazioni di estrema sinistra gerarchizzate ci accusano di fare del terrorismo omosessuale quando noi vogliamo parlare delle nostre relazioni.
Per il gruppo «psicoanalisi e politica», che possiede una casa editrice «delle donne», delle librerie «delle donne», e miliardi «delle donne» noi siamo lesbiche settarie, donne falliche, femministe integrate nel sistema maschile.

In breve, noi non siamo donne, siamo mostri. La repressione per noi è questa; è quotidiana; è dappertutto; è sottile e talvolta efficace. Non ci si manda in prigione ma:

– I medici e gli psicanalisti vogliono curarci, guarirci nel migliore dei casi, mandarci negli ospedali psichiatrici nel peggior dei casi.
– La nostra FAMIGLIA VUOLE ASSOLUTAMENTE FARCI SPOSARE.
– Al lavoro quando sanno che siamo lesbiche ci tengono d’occhio: ci tendono trappole, fanno allusioni perfide e al minimo pretesto di errore professionale ci mandano via.
– AI cinema ci si offre in spettacolo e ci si umilia per far godere i guardoni.
– Gli uomini ci vogliono violentare per provarci che siamo maschi-passivi e per farci fare figli e stare tranquille.
– La sinistra vuole colpevolizzarci in nome della rivoluzione e della lotta di classe.

Tutte abbiamo conosciuto questo. Non poter mai parlare a qualcuno di noi per timore di essere respinte o addirittura perseguitate; essere obbligali te a vivere nascoste; il peso della | solitudine, l’odio dei «normali» e la condiscendenza ipocrita delle persone tolleranti che comprendono i nostri problemi. L’omosessualità non e un nostro problema: è un problema della società eterosessuale.

La repressione serve:
– A giustificare la loro eterosessualità e la loro normalità.
– A rafforzare il loro potere sulle donne.
– A obbligarci a vivere nascoste.
– A dividerci per regnare.
– A isolarci le une contro le altre.
– A colpevolizzarci.
– A ridurci al silenzio.

Perché noi siamo diventate dei capri-espiatori della loro società malata?
– Perché noi ci rifiutiamo dì sottometterci alla legge degli uomini fallocratici ed etero-poliziotti.
– Perché noi diciamo che la donna non è destinata all’uomo per l’eternità e che i rapporti di forza eterosessuali non sono naturali. Noi non abbiamo bisogno di essere protette da loro. La famiglia è l’istituzione che giustifica i condizionamenti frenanti per le donne in nome dell’amore per l’uomo e per i bambini, innanzitutto con il lavoro domestico gratuito per il padrone di casa.
– Noi combattiamo la normalità sociale che vota la donna al marito, ai marmocchi, alla cucina, alle pentole.
– Il nostro godimento non è né una masturbazione a due, né una regressione verso un rapporto madre-figlio; né una caricatura dei rapporti uomo-donna. È un piacere proprio delle donne, cioè non concordato, misurato, etichettato, regolato secondo i maschi: il nostro piacere.

LA REPRESSIONE NON È UNA FATALITÀ

È nella lotta femminista che noi abbiamo ritrovato la nostra fierezza di essere donne, il nostro amore delle donne, è nella lotta femminista che noi proviamo a costruire la nostra autonomia di donne. È non è unicamente una questione sessuale. Perché per me amare le donne non è essere omosessuale, è essere lesbica. C’è una differenza tra le due cose. L’omosessualità fa riferimento alla sessualità quindi alle opposizioni etero-bi-omo. È l’etichetta che ci si appiccica per dividerci tra donne secondo il criterio delle nostre pratiche sessuali;

Mentre il lesbismo evoca per me una polarità femminile, polarità culturale, psichica, affettiva, sessuale, creativa. Per me una cultura di donne, una cultura che riguarda le donne non può essere che lesbica. È anche ricollegarsi con la lotta delle nostre sorelle che, nella storia, hanno combattuto contro il potere maschile.

Saffo, le Amazzoni, le Streghe, Christine di Pisan, Louise Labbé, Olympe de gouge (gouge = donna di facili costumi), Mary Wollstonecraft, Flora tristan, Emeline Pankhurst, Louise Michel, Louise Otto Peters, Madeleine Pelletier, Héléne Brion, Nelly Roussel, Hélen Lange, Virginia Wolf, Re-née Vivien, Valérle Solanas, e molte altre ancora.

È necessario per noi adesso ritrovare il cammino della nostra propria creatività, di darci i mezzi per costruire la nostra cultura, di uscire dal mutismo. Noi non abbiamo alcun modello, alcuna norma. Noi dobbiamo creare tutto tra di noi, è difficile ma almeno si vive, si esiste per noi.

Febbraio 1976




Wyse Bonaparte (coniugata de Solms, Rattazzi, de Rute), Marie Letizia

Nerina Milletti, 1994. “Una principessa poco prudente”, Quir: mensile fiorentino di cultura e vita lesbica e gay, e non solo, n. 10,pp. 20-23.

 


 Nerina Milletti

 

La Contessa Ratazzi (née Maria-Laetitia Bonaparte-Wyse)
Olio su tela di Carolosus-Duran, 1872
Musée des Beaux-Arts, Paris
http://www.jssgallery.org/Other_Artists/Carolus-Duran/Countess_Ratazzi.html


Marie Letizia Studolmina Wyse Bonaparte nacque in Irlanda nel 1833, figlia di Thomas Wyse e di Laetitia Bonaparte, era quindi nipote di Luciano, fratello di Napoleone I. Si sposò tre volte, diventando successivamente: principessa de Solms, contessa Rattazzi (dal 1861 fino alla morte dello statista italiano, nel 1873), e marchesa de Rute. A Parigi abitava in Boulevard Poissonniere 23, ma aveva un palazzo anche a Madrid e ad Aix-les- Bains, dove dirigeva la rivista internazionale Matinées Espagnoles. Muore a Parigi nel 1902.

Nel Catalogo della Biblioteca Centrale Nazionale di Firenze sono presenti ben 23 schede catalografiche a suo nome. I suoi scritti comprendono studi storici, parodie, pezzi teatrali, biografie, traduzioni dal portoghese in francese, ed altri difficilmente classificabili dal titolo, in un arco di tempo di oltre cinquant’anni, dal 1854 al 1902. Quelli di Urbano Rattazzi, principalmente discorsi tenuti in parlamento, sono invece appena una dozzina. Era quindi una donna molto colta, che viaggiava molto, frequentava ambienti aristocratici e circoli intellettuli e politi, e che parlava perfettamente almeno cinque lingue.

Il processo che da origine allo scandalo degli “amori e le gelosie morbose di questa gentildonna quasi settantenne [in realtà aveva solo 58 anni] con una donna giovane a meno di trent’anni”, e che rese di dominio pubblico la vita privata di Maria nonostante il suo rango ed i suoi illustri mariti, fu celebrato ad Angoulême nel dicembre 1891. L’accusato è il barone Bouly de Lesdain, che nell’aprile dello stesso anno aveva sparato alla moglie Carlotta e a Regis Delbeuf, segretario di redazione delle “Matinées Espagnoles”, ferendoli lievemente. Il problema era stabilire se Bouly de Lesdain avesse agito per gelosia, sentendosi oltraggiato dal Delbeuf, oppure premeditatamente e su ordine della principessa.

Charlotte Mortier Bouly de Lesdain viene descritta dai giornali come cameriera, dama di compagnia che seguiva ovunque la Rattazzi, e sua segretaria, “collo stipendio di cento franchi al mese, oltre l’alloggio, la tavola, il vestiario e l’amicizia intima della principessa, che non poteva più vivere senza di lei”; una “figurina magro-bionda, dai grandi occhi chiari e profondi, dal fare disdegnoso, che portava sempre, con una marcata preferenza, la prima tazza di the alla sua padrona”, tanto che le malelingue mormorarono subito delle mezze parole. “Donna romantica e bizzarra, già sulla trentina”, al processo “ha aria distinta, porta una veste nera, ha una piccola traccia di ferita alla guancia”.

All’età di 23 anni Charlotte, “squilibrata, isterica, ma dotata d’una coltura non comune e d’una intelligenza superiore” fu affidata dal padre morente alla principessa (che allora aveva già più di 50 anni). Ma “l’affetto della Charlotte per la sua padrona, e più ancora di questa per quella, rivestirebbe un carattere ben più intimo e immorale di quello che esiste d’abitudine tra una signora e la sua dama di compagnia”, infatti

“in breve spazio di tempo, Carlotta divenne l’amica intima, la compagna inseparabile, l’uomo d’affari, il “factotum” della principessa, la quale non sapeva staccarsene nemmeno la notte e non le permetteva di dormire altrove che nel suo letto… Quando le due amiche che, malgrado il sesso e la disparità d’età, vivevano come due amanti, non andavano d’accordo… la principessa richiamava all’ordine Carlotta con degli argomenti… accompagnati da frustate e da schiaffi”, e “talvolta le faceva sentire la sua affezione in modo troppo vivo, strapazzandola e castigandola al punto da romperle un dente con un pugno veramente principesco”.

La sua devozione alla principessa era “immensa, furiosa, servile”; salvò due volte la vita ad una delle figlie della principessa, che sprezzantemente la chiamava Gabriella Bompard [l’abietta amante di Eyraud] e che, in un momento in cui i loro rapporti non erano propriamente ottimi, la descrive così: “Non si rendeva conto delle sue azioni, fossero buone o cattive. Era un’isterica, ecco tutto… Carlotta riuniva in se stessa tutte le contraddizioni. Perfida era coraggiosa, astuta era credula, coraggiosa era vile, damigella era serva,… perversa era fedele, spiritosa era stupida,… era brutta e sembrava bella!… Carlotta… era nata mezzana!”

Per salvare le apparenze nel 1886 fu trovato un marito di comodo, che Carlotta, che pare fosse chiamata anche ‘monsieur Charlotte’, sposò col patto che questi rimanesse lontano “per non disturbare la segretaria delle ‘Matinées Espagnoles’ nelle sue delicate occupazioni”. Ogni tanto però il signor Bouly de Lesdain andava a trovare la moglie ‘in partibus’, e nacquero due figli, che però vissero solo pochi mesi. Madama Rattazzi parlando di lui lo chiamava ‘jupillon’ [‘mantenuto’?], ed avrebbe fatto attaccare sul portone la scritta: “Defense de laisser monter monsieur Bouly de Lesdain”. La principessa (“cette femme de moeurs deplorables”) era però gelosa anche del brutto e brutale Delbeuf, così tentò di far assassinare lui (il presunto amante) e Carlotta dal marito di questa, avvertendo Bouly di una tresca tra i due, e mandandogli un biglietto di ferrovia, un revolver e cinquanta franchi.

O almeno questa è la spiegazione che fu data dei fatti (anche se alla fine Bouly de Lesdain sarà assolto), perché sembra che la Rattazzi avesse minacciato di morte Carlotta in caso di infedeltà e le avesse fatto scrivere in un biglietto “che se la avessero trovata morta, non accusassero nessuno, giacchÈ sarebbe stato certo un suicidio”. Ovviamente la principessa non si presenta al processo, ma l’attesa del pubblico, formato anche da molte signore, è grande. Testimoni sono domestici licenziati e vendicativi, tra i quali una cameriera che depone che le due donne dormivano insieme ed il fratello della De Rute, il principe Napoleone Buonaparte Wise, un vecchietto dall’accento inglese che cerca di scagionare la sorella.

Tutta questa publicità fu dovuta alla pubblicazione di alcune lettere inviate dalla principessa a Carlotta, fornite ai giornali da non si sa chi. Così “non si tratterebbe più delle solite insinuazioni, ma di fatti provati e confessati dagli stessi scritti della De Rute”; e “lo stile di questa corrispondenza È la prova dell’affezione tenera ma violenta e fantastica che la signora De Rute nutriva per la Carlotta”.

Scipio Sighele nel 1892 fu il primo a trattare questo caso dal punto di vista medico, tacendo ovviamente il nome della protagonista, che ho potuto rintracciare solo dai quotidiani. E’ l’unico a trascrivere in italiano una delle famose lettere, nelle quali Lombroso nota che “è evidente la fusione del pensiero di sangue con quello della lascivia”, e non che che Maria ama Carlotta disperatamente:

“Ti scrivo invece di riposarmi, ingrata; ah! quanto ti amerei se tu non potessi vedere che me nell’orizzonte della tua vita, tutta mia, esclusivamente mia, con Messalina e Nanà[1] per sole amiche! Ciò era troppo, senza dubbio! E ti tengo il broncio birichina, più per le mie illusioni perdute che per tutto il resto. Perché non hai mai voluto comprendere che io ero la più sciocca delle donne di spirito, e che la mia più grande seduzione forse, ti confido il mio segreto, é la mia sublime scempiaggine!

E’ evidente che ho sperato molte cose che spesso devono averti fatto ridere. Niun dubbio, anche, che io le abbia sinceramente credute e che tu devi averne ben riso. Ma, birichina, io ti amo. Questa parola riassume tutta la mia lettera, tutte le mie idee. Io ti ucciderò , senza dubbio: io ti martirizzerò, è probabile; io ti sventrerò forse in un momento di collera. Ma io ti amo, tutto è detto. Maria.”

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NOTE:
[1] Messalina e Nanà per Sighele sarebbero i nomi dei suoi piedi; la parola francese “voyou”  è tradotta con “birichina”.

BIBLIOGRAFIA:
– Corriere della sera, 18/19 dicembre 1891, pp.1-2; 19/20 dicembre p. 3
– Gazzetta piemontese, 18/19 dicembre 1891, p.2; 19 dic. p. 3; pp. 3-4; 20/21 dicembre 1891 p. 1-2; 21 dicembre 1891, p. 2.
– Sighele Scipio, 1892. “La coppia criminale. Capitolo IV: continuazione e fine”, Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente, n.13(6), 1891, pp. 505-542. Questo capitolo compare identico nel suo libro La coppia criminale: psicologia degli amori morbosi, Torino, Bocca, 1892.
– Lombroso Cesare, “Psicologia di una uxoricida tribade”, Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente, Serie II, n. 24(1/2), pp. 6-10, 1903. Cita questo caso, che pubblicherà anche nella 2a ed. de La donna delinquente, la prostituta e la donna normale del 1903.





1913, Colette – Gitanetta

Colette, 1958. «Gitanetta». In:  L’ancora / Tra le quinte del caffè-concerto. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, pp. 149-234.

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]Questo è l’ultimo della serie di quadretti di L’ envers du music-hall in cui Sidonie-Gabrielle Colette (Saint-Sauveur-en-Puisaye,  1873 – Parigi, 1954) descrive la vita e i personaggi del caffè-concerto. Pubblicato in italiano per la prima volt a nel 1934 nella traduzione  di  Enrico Piceni; l’originale francese è del 1913.[/div]

 

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Gitanetta

Son le dieci. Han fumato tanto, questa sera al bar Semiramide, che la mia marmellata di mele ha come un vago sapore di Maryland… E’ sabato. Una specie di febbre della vacanza annuncia, tra i frequentatori, il riposo del giorno seguente, giorno eccezionale: ci si alza tardi, si va a passeggio, a trovare i parenti, si strappano i ragazzi al rigore dell’ “internato” per far loro respirar l’aria pura e vivace della città. Il lo­cale rigurgita e Semiramide, la proprietaria, ha messo al fuoco un lesso formidabile che servirà di base massiccia al pranzo domenicale : «Quindici chili di manzo, cara mia, e le regaglie di sei polli ! Ce ne sarà abbastanza, no? Lo servirò come piatto d’entrata a colazione, coll’insalata a pranzo, e di consom­mé, poi, ne abbiamo fin che saran stufi.» Tranquilla, fuma l’eterna sigaretta, portando da un ta­volo all’altro il suo sorriso da orco buono e il suo whisky and soda che meccanicamente centellina. Un caffè amaro e forte intiepidisce nella mia chicchera; la cagnetta, cui il fumo da noia, mi sollecita ad andar­mene.

«Non mi riconoscete?» dice una voce vicina a me. Una giovane donna in nero, semplicissima, quasi povera, m’in­terroga collo sguardo. Ha i capelli scuri che appena si di­stinguono sotto l’ampio cappello di paglia ornato di piu­me, un colletto bianco, una cravattina, guanti grigio-perla un po’ sciupati… Cipria, rosso sulle labbra, nero sulle ciglia, il maquilla­ge indispensabile, ma compiuto con mano distratta, per necessità, per abitudine. Cerco di ricordare e ad un tratto i begli occhi, le larghe pupille d’un bruno brillante come il caffè di Semiramide, mi fanno esclamare : «Ma è Gitanetta !» [fine p. 229]  Il suo nome, il suo nome assurdo da caffè-concerto, mi ritorna colla memoria del nostro incontro…

Tre o quattro anni or sono, quando recitavo la panto­mima all’ “Empyrée”, Gitanetta occupava un camerino vi­cino al mio. Gitanetta e la sua amica, che formavano una coppia di “danzatrici cosmopolite”, si vestivano colla por­ta aperta sul corridoio per avere un po’ d’aria… Gitanetta danzava in costume maschile e la sua amica – Rita, Nina, Lina? – appariva, a volta a volta, vestita da cosacca, da ciociara, avvolta in uno scialle di Marsiglia… Una grazio­sa coppietta, una graziosa coppia d’innamorati vorrei quasi dire, poiché vi sono atteggiamenti, sguardi che la dicon lunga… e poi l’autorità che Gitanetta dimostrava, la cura te­nera, quasi materna colla quale avvolgeva un grosso scialle di lana al collo dell’amica… L’amica – Rina, Lina o Nina – l’ho un po’ dimenticata… Una biondina tinta, co­gli occhi chiari, i denti candidi, qualche cosa come una giovane lavandaia viziosetta e appetitosa.

Danzavano né bene né male e la loro storia assomiglia­va a quella di infiniti altri “numeri di danza”. Ragazze giovani, snelle, disgustate di “far la vita”, raccolgono i loro quattro soldarelli per pagare – un tanto alla settimana – il maestro di ballo, che insegna un “numero”, e il sarto dei costumi… Poi, se son molto, molto fortunate, comin­ciano a “lavorare” nei caffè-concerto di Parigi, della pro­vincia, dell’estero… Gitanetta e la sua amica “lavoravano” all’ “Empyrée”, quel mese. Per trentatré sere consecutive si comportarono, nei miei riguardi, con quella premura di­screta e disinteressata, con quella riservatezza timida e cor­tese che sembra aver eletto domicilio soltanto fra le quinte del caffè-concerto.

Nel momento in cui io mi posavo, sotto la palpebra, l’ultimo tocco di rossetto, esse risalivano colle tempie ma­dide, la bocca tremante di fatica, e mi sorridevano subito senza parlare, ansanti come poneys nel maneggio. Appena rimesse, mi davano, a guisa di saluto, un’informazione breve e utile : «Pubblico d’oro!» oppure «Che carogne,  stasera!». Poi Gitanetta, prima di svestirsi, slacciava il busto del­l’amica, le gettava sulle spalle il kimono di percalle a fiori e la bestiolina viziosa e nervosa – Rita, Nina o Lina – [fine p. 230] cominciava a ridere, a bestemmiare, a ciarlare. «Fate atten­zione» mi diceva «quelli degli schèttini hanno rigato tut­to il palcoscenico colle loro rotelle… Se non prendete uno scivolone siete fortunata!» La voce di Gitanetta, più gra­ve, rispondeva : «Uno scivolone in scena porta fortuna… Vuoi dire che si ritornerà a lavorare nello stesso teatro fra tre anni… Io per esempio, a Bordeaux, inciampai nell’orlo della sottana e…»

Vivevano ad alta voce, ingenuamente, vicino a me, colla porta spalancata. Facevan un rumore d’uccelletti indaffara­ti e teneri, felici di lavorare insieme, di rifugiarsi l’una nell’altra, difese l’una dall’altra, strappate alla prostituzione desolante, all’uomo spesso cattivo… Ripenso a quel tempo, davanti a Gitanetta triste e sola, così mutata… «Sedete un momento, Gitanetta. Prendiamo il caffè in­sieme… E… la vostra amica, dov’è?» Siede, crolla il capo. «Non siamo più insieme… Non sapete la storia?» «No, non ho saputo nulla… E’ indiscreto chiedere co­me mai…» «Oh, no, niente affatto… Siete un’artista, come me… come ero anch’io, voglio dire, perché adesso non son più nemmeno una donna…»

«Una cosa tanto grave, dunque ?» «Sì, grave… può darsi… Dipende dai caratteri. Io son fatta così… mi affeziono… Mi ero affezionata a Rita, era tutto per me e non pensavo che le cose potessero cambia­re… L’anno che capitò tutto, eravamo state molto fortuna­te… Avevamo appena finito una scrittura all’ “Apollo” che Salomon, l’impresario, ci manda a dire se volevamo dan­zare nella rivista dell’ “Empyrée”, una rivista magnifica, milleduecento costumi, girls inglesi e tutto. Io non ero troppo entusiasta di lavorar così, sapete, ho sempre avuto paura delle riviste: ci son troppe donne, e si finisce sem­pre con dispute, litigi, gelosie. Dopo quindici giorni so­spiravo per il nostro piccolo “numero” di prima… E poi Rita non era più la stessa con me, faceva relazione con questa e con quella, andava a bere lo champagne nel ca­merino di Lucia Desrosiers, quella bestiona rossa che puzzava sempre d’alcool e aveva sempre i busti colle stecche [fine p. 231]  rotte… Champagne a due franchi la bottiglia, ‘mi dite un po’ che roba era… La piccina diventava insopportabile e faceva mille smorfie. Una sera non mi torna in cameri­no vantandosi che la “comare” della rivista le faceva l’oc­chietto? Carino, no? e simpatico nei miei riguardi! Io in­tristivo, e vedevo nero dappertutto. Avrei dato non so che cosa per una buona scrittura ad Amburgo o al “Wintergarten” di Berlino, per uscir fuori da quella rivista che non finiva più!»

Gitanetta volge a me i suoi begli occhi color caffè scu­ro, che sembrano aver perduto la vivacità, il frizzo d’un tempo. «Vi racconto le cose come sono, non crediate che in­venti delle storie su questa o su quell’altra, o che parli per cattiveria.» «Ma no, Gitanetta.» «Bene. Un giorno quella briccona mi dice : “Senti, Gi­tanetta, mi occorre una sottana, ma una sottana bella però, la mia mi fa vergogna”. Ero io, si capisce, che tenevo le chiavi della cassa, se no, non si sarebbe mai mangiato!… Le dico soltanto: “Una sottana di che prezzo?”. “Di che prezzo, di che prezzo!” mi risponde tutta arrabbiata. “Si direbbe che io non ho il diritto di comperarmi una sotta­na.” Brutto inizio: scenata in vista! Per evitarla, le dico semplicemente : “Ecco la chiave, prendi quel che ti occor­re, ma ricordati che domani dobbiamo pagare la camera”. Quella prende un biglietto da cinquanta e si veste in fret­ta per arrivare, dice, alle Gallerie Lafayette prima dell’ora di punta. Io resto a rimettere in ordine due costumi che tornavan dal tintore, e cucio, cucio aspettandola… A un certo momento mi accorgo che devo cambiare un intero volante in mussola di seta ad una sottanina di Rita e mi precipito giù in un negozio, perché già si faceva scuro… Ecco, mentre vi racconto queste cose, rivedo tutto come in quel momento!

Proprio mentre esco dal negozio, per poco non mi faccio prender sotto da un tassí che s’avvicina al marciapiede, si ferma… e che cosa vedo? Quella spilungona della Desrosiers che discendeva dall’auto, tutta spetti­nata e in disordine, e salutava colla mano Rita, la mia Ri­ta rimasta nella vettura!… Rimasi così stupita, colle gambe tremanti, che quando volli fare un gesto, chiamare Rita, [fine p. 232]  l’auto era già lontana e riconduceva Rita verso casa no­stra…

«Ritorno anch’io a casa, mezzo istupidita; naturalmente lei era già là, Rita, con una faccia… Bisognava conoscerla come la conoscevo io, per capire… «Basta. Come nulla fosse, le domando: “E la sottana?”. “Non l’ho comperata.” “E i cinquanta franchi?” “Li ho perduti.” Mi disse così, guardandomi in faccia con certi occhi… Non potete immaginare.» Cogli occhi bassi, Gitanetta rimuove il cucchiaino nella chicchera : «Non potete immaginare il colpo che provai a quelle parole. Fu come se avessi visto tutto: l’appuntamen­to, la camera ammobiliata di quell’altra, la passeggiata in automobile, lo champagne sul comodino, tutto, tutto…»

Ripete, sottovoce : «Tutto… tutto…» finché io non l’in­terrompo : «E allora che avete fatto?». «Nulla. Piansi come un vitello durante tutto il pranzo sullo stufatino colle patate… Poi otto giorni dopo Rita mi piantò… Per fortuna mi ammalai da morire, se no, forse, con tutto il bene che le volevo, l’avrei ammazzata…»

Parla tranquillamente di uccidere e di morire, sempre rigirando il cucchiaino nel caffè freddo. Quella figliola semplice che vive vicino alla natura sa che basta un gesto semplice, appena violento, per risolvere tutte le nostre mi­sene… Si è morti come si è vivi, tranne che la morte è uno stato che ci scegliamo, mentre non scegliamo la nostra vita… «Avevate desiderio di morire, Gitanetta?» «Sì, certo» mi risponde. «Ma ero malata, e non pote­vo… Poi mia nonna mi volle con lei e mi curò durante la convalescenza. E’ molto vecchia, sapete, e non ho il corag­gio di abbandonarla…» «E adesso siete meno triste ?» «No» dice Gitanetta, con voce più bassa. «E non vor­rei neppure esserlo. Avrei vergogna di consolarmi dopo aver tanto amato la mia amica… Mi direte come altri: “Di­straetevi un po’… Il tempo accomoda tutto…”. Non dico di no, sarà benissimo, ma secondo le persone… Io, non ho conosciuto altri che Rita, proprio così, non ho avuto aman­ti, non so che cosa sia un bambino, son rimasta orfana piccina, ma quando vedevo due innamorati felici insieme, [fine p. 233]  oppure dei genitori coi loro pupi in braccio, mi dicevo: “Anche io possiedo tutto ciò che loro hanno, perché c’è Rita…”. E’ inutile, la mia vita è finita così, e non c’è nul­la da fare… Ogni volta che torno a casa dalla nonna, en­tro nella mia camera, e rivedo i ritratti di Rita, le fotogra­fie di tutti i nostri “numeri”, la piccola toilette che serviva per tutt’e due, son daccapo, piango, grido, la chiamo… Mi fa male, eppure non posso farne a meno… E’ curioso, ma devo dire che… non saprei che fare, se non soffrissi… Il dolore mi tiene compagnia.»

[fine p. 234]

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1270, Anonimo – Li livres de jostice et de plet [per la città di Orléans]

Li livre de jostice et de plet, Paris: Rapetti, 1890, vol. 18, pp. 279-80. [Il libro della giustizia e delle cause legali, 1260-70 circa]. Online allo http://www.giovannidallorto.com/testi/leggi/orleans1260/orleans1260.html

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]È un testo giuridico per la città d’Orléans compilato da un privato negli anni 1260/70.
– Da Wikipedia, allo http://en.wikipedia.org/wiki/Li_livres_de_jostice_et_de_plet:
Li livres de jostice et de plet(z) (“The Books of Justice and of Pleas”) is an Old French legal treatise compiled by the postglossators of the school of Orléans in the mid-thirteenth century (c. 1260). It was influenced by canon law (especially the decretals of Gregory IX), Roman law (especially the Digest), the customary law of the Orléanais, and the legislation of the Capetian Kings of France. It does not have the sense of a finished work, possesses lacunae, and is somewhat disorganised, being possibly the work of a student of the University of Orléans.
The first book of the Livres is a free translation of the first three paragraphs of the Digest. It is not a coutoumier (compilation of customary law) and most of the customary law it cites is limited to Orléans. Among the royal acts it reproduces is one of Saint Louis from 1254, in which the king depicted as judge declares himself the guardian of the peace and rest of his subjects: nos deserrens de la dete de la real poesté la pez et le respous de nos sojeiz. The Livres may have influenced the later legislation of Philip the Fair.
[…] It also describes penalties for both male homosexuality and is the first known work to describe them for lesbianism as well. On the first offence, the male sodomite was to be castrated, on the second dismembered, and on the third burned alive. The female sodomite was to be dismembered on the first two offence (exactly what two “members” were to be cut off is uncertain) and burned alive on the third. All their goods accrued to the crown [Boswell, pp. 289–90.]

– Qui, testo e traduzione da Giovanni Dall’Orto allo http://www.giovannidallorto.com/testi/leggi/orleans1260/orleans1260.html. Questo studioso, alla nota 3 scrive: “Per questa frase è stato sostenuto che questo sia il primo testo legale medievale che tratta di lesbismo, nonché ad equiparare omosessualità maschile e lesbismo. Io invece credo che qui si indichi la pena per la donna che si lasci sodomizzare (buggioressa)”. L’ambiguità e l’ampiezza del termine “sodomia” è in effetti è molta, potendo significare anche coito anale eterosessule, ma – in questo caso – non mi sembra vi siano ragioni per una interpretarla in questo senso.[/div]

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XXIV § 22. 24, 22.
/p. 279/
Cil qui sont sodomite prové doivent perdre les c.. Et se il le fet segonde foiz, il doit perdre menbre. Et se il le fet la tierce foiz, il doit estre ars

Coloro per i quali si proverà che sono sodomiti devono perdere i coglioni, e chi lo fa una seconda vlta deve perdere il membro. E se lo fa la terza volta, dev’essere arso.

/p. 280/
Feme qui le fet doit à chescune foiz perdre menbre, et la tierce doit estre arsse. Et toz leur biens sont le roi.

La donna che lo fa deve a ciascun atto perdere un arto, e la terza dev’essere arsa. E tutti i loro beni li confisca il re.

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1928, Djuna Barnes – Ladies Almanack

Djuna Barnes, 1928. Ladies Almanack: showing their Signs and their Tides; their Moons and their Changes; the Seasons as it is with them; their Eclipses and Equinoxes; as well as a full Record of diurnal and nocturnal Distempers, written & illustrated by a lady of fashion. Dijon: Darantière Press. 

 



1. VAI ALL’INDICE DI LADIES ALMANACK

http://www.leswiki.it/repository/html/ladies/index.htm


2. NOTE AL TESTO, di N.M.

Djuna Barnes pubblicò privatamente il testo e i disegni di Ladies Almanack nel 1928 a Digione in 1.050 copie, di cui una cinquantina da lei colorate a mano. Il libro fu poi ristampato nel 1972 da Harper&Row in un’edizione rivista dall’autrice, e dalla Dalkey Archive Press nel 1992 come copia anastatica dell’originale. Scritto in un inglese arcaico zeppo di giochi di parole, è una satira in cui sono rappresentate le “Members of the Sect”, cioè le lesbiche famose a Parigi negli anni ’20.

Oltre al calendario, allo zodiaco con associate parti del corpo (toro: the breast beguili;  gemelli: the seeking arm;  bilancia: the back, backard leaning;  acquario: the dear buttock;  sagittario: the twining tight;  capricorno: the marveling  knee;  vergine: the longing leg;  scorpione: the love of life;  leone: the belly belly; cancro:  the hungry heart;  pesci e ariete: testa e piedi);  ai filtri d’amore, ai riti di vario tipo, etc.,  nel mese di marzo Djuna dà anche una credibile spiegazione dell’origine del lesbismo.


Nota: La digitalizzazione di questo libro è quasi un documento di “archeologia digitale”: la sua messa online risale infatti al 1997 e fu necessario un considerevole lavoro per trascrivere, scansionare i disegni e progettare le pagine html (oltre un centinaio di file tra immagini e testo): gli scanner erano pochi e costosi e, per quanto riguarda il web, c’era solo l’html 3.2, non esistevano i fogli di stile nè era diffusa la programmazione php. Fu però possibile mantenere quasi invariato l’aspetto originario del testo sulla base della copia anastatica del libro. 

Il progetto iniziale prevedeva la traduzione in italiano di Ladies Almanack, ma la non facile impresa (alla quale aveva collaborato anche Michèle Causse, sua traduttrice in francese), è iniziata e si è interrotta più volte. Chi dunque volesse impegnarsi a tradurre anche solo mese o un pezzo dell’Almanack, può contattare la redazione del LesWiki.


3. PERSONAGGI,  di N.M.

Ladies Almanack è anche un roman à clef, dove in ordine di comparsa troviamo:

  • dame Evangeline Musset, la protagonista, è Natalie Barney (1986-1972), l’Amazone intorno al cui salotto circolavano le donne citate. Tra le sue tante amanti anche Djuna, che alla fine del libro la fa diventare Santa Evangeline.
  • Patience Scalpel è la poetessa Mina Loy (1882-1966), all’epoca forse ancora eterosessuale?
  • Doll Furious è Dorothy Wilde (1899-1941), la nipote di Oscar, una delle amanti della Barney negli anni ’20 e ’30
  • Señorita Fly-About è la bellissima italiana Mimì Franchetti, legata alla precedente (oltre che ex di Natalie)
  • lady Buck-and-Balk è Una Troubridge (1887-1963)
  • lady Tweed-in-Blood è Radclyffe Hall (1886-1943), fidanzata con la precedente per 27 anni
  • Nip è la giornalista Janet Flanner (1892-1878); la storia del ultimo amore è in “Darlinghissima”, di Natalia Danesi Murray
  • Tuck è Solita Solano (1888-1975), amante della precedente per 20 anni
  • Bounding Bess è Esther Murphy (1898-1962)
  • Cynic Sal è Romaine Brooks (1874-1970), la pittrice amante di Natalie dal 1915 per quasi 50 anni
  • Sono assenti dal “circolo” descritto nel libro sia l’autrice stessa, Djuna Barnes, che la scultrice Thelma Wood (1901-1970), sua amante dal 1922 al 1931.  Sono individuabili anche Sister, ovvero Laura, la sorella di Natalie; la old Countess cioè la baronessa Ilse Deslandes, una ex-amante di Natalie ed anche Harlot, probabilmente Liane de Pougy.
  • Non si sa invece chi sia Masie Tuck-and-Frill, che canta la prima ninna nanna per a “Girl’s Girl, should she one day became a Mother”, nè quella di High-Head e Low-Heel.

 


  4.BIBLIOGRAFIA CONSULTATA (al 1997):

– Djuna Barnes, (1928) 1994. Ladies Almanack. Naperville: Dalkey Archive Press.

– Andrew Field, (1983) 1984. Djuna: vita e tempi di Djuna Barnes. Milano: Frassinelli.

– Shari Benstock, (1986) 1994. Women of the Left Bank: Paris, 1900-1940. London: Virago Press, pp. :246-253.

– Sandra M. Gilbert, Susan Gubar, 1989. No Man’s Land: The Place of the Woman Writer in the Twentieth Century. Volume 2: Sexchanges. New Haven and London: Yale University Press, pp. 236-237.

– Karla Jay, 1990. «The Outsider among the Expatriates: Djuna Barnes’s Satire on the Ladies of the Almanack», in: Karla Jay, Joanne Glasgow (eds.), Lesbian Texts and Contexts: Radical Revisions. New York, London: New York University Press, pp. 204-216.

– Giovanna Olivieri, 1992. Ladies’ Almanack: artiste e scrittrici a Parigi e Londra negli anni Venti e Trenta. Traduzione in inglese di Maureen Lister e Annabel Potter. Roma: ALI; Firenze: Estro.


 




Barasc, Katy

Katy Barasc

Ha fatto parte del comitato di redazione della rivista Masques (1979-1986), dove ha pubblicato articoli su Natalie Barney, Djuna Barnes, Virginia Woolf, Colette, Jeanne Galzy.  Ha scritto la prefazione del libro di Natalie Barney Les aventures de l’esprit per la casa editrice Persona e pubblicato, all’interno dei colloqui del Groupe de recherches sur l’imaginaire féminin (Università di Bordeaux 3), Le chant mineur di Nathalie Sarraute, Joe Bousquet ou la blessure du genre”, e “Les chasses solitaires de Barbara Mc Clintock”. Specialista di Joe Bousquet, ha partecipato all’edizione delle sue opera presso Albin Michel. Ha pubblicato “Pour une phénoménologie de la perversion dans Joe Bousquet ou le génie de la vie”. Nei Cahiers Simone Weil, ha pubblicato un articolo sulla correspondenza Weil-Bousquet. In Espace lesbien n° 4, 2004, ha pubblicato “Pour une généalogie du mot lesbienne: du subir au jouir”. Sta preparando un’edizione critica della corrispondenza Joe Bousquet-Marie-Josèphe Rustan. In corso di pubblicazione uno sscritto a due mani con Michèle Causse: Requiem pour il et elle: la Sapiens ou la fin d’une imposture


Nel LesWiki:
2005, Barash Katy – Per una genealogia della parola lesbica: dal subire al gioire