1991, Roberto Calasso – Erotismo femminile

Roberto Calasso, 1991. Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano: Adephi, 1991, pp. 98-99 . Segnalato e trascritto da “Balpa”

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L’innominabile erotico, per i Greci, era la passività nel coito. Se gli amanti (eromenoi) devono usare tante attenzioni e obbedire a tante regole perché il loro comportamento si distingua senza possibilità da quello dei prostituti che, “pur avendo corpo di maschio, peccano i peccati femminili”, non è soltanto per  l’indegnità che colpisce chi accetta la parte della donna, così stravolgendo il proprio rango sessuale. Ma è il piacere stesso della donna, il piacere della passività che è sospetto in sé, e forse cela una malvagità profonda. Quel piacere ingannatore incita a infierire su quella certa bruttura che appartiene alla fisiologia e all’anatomia di questi esseri esteticamente inferiori, costretti ad ostentare “seni informi e prominenti, che tengono legati come prigionieri” proprio perché si avverte che quella bruttura potrebbe celare un potere irridente, che fugge alla presa del maschio. Molto evasivi su questo punto furono gli Ateniesi, che pure non si stancavano di esporre la casistica dell’amore per i ragazzi.

Intorno a ciò che le donne possono fare, quando sono sole e inosservate dall’occhio maschile, sembra regnare un riverente ed ominoso silenzio. Dell’amore fra le donne non si osa talvolta dire il nome, ed è penoso constatare come in certi passi del genere il traduttore moderno traduce con “lesbismo” quella parola proibita, senza percepire l’incongruità. “Lesbismo” non significava nulla per Greci, mentre il verbo lesbiazein significava il “leccare le parti sessuali”, e la parola tribades, “strusciatrici”, indicava le donne che amano altre donne, come se nella furia dei loro amori volessero consumarsi la vulva.

Ma non era tanto l’amore fra donne ad indignare – difficili erano i Greci, per loro grazia, a indignarsi-, quanto il sospetto, insediato nella mente, che le donne avessero una loro indecifrabile autosufficienza erotica di cui forse erano il segno quei riti e quei misteri che celebravano escludendone gli uomini.

E, dietro a tutto, il sospetto più grave riguardava il piacere del coito. Solo Tiresia aveva saputo intravedervi la verità, e proprio per questo era stato accecato. Un giorno, Zeus e Hera si bisticciavano e chiamarono Tiresia per chiedergli chi, fra l’uomo e la donna, avesse più piacere nel coito. Tiresia rispose che, se il piacere ha dieci parti, la donna ne riceve nove, e soltanto una l’uomo. A queste parole, Hera si infuriò e volle accecare Tiresia. Ma perché Hera si infuriò? Non poteva gloriarsi di quella superiorità, che la distaccava persino da Zeus? No, qui si toccava un segreto, di quelli che i veggenti sono chiamati a custodire più che a svelare. Quel pettegolezzo sessuale, comunque, continuò a circolare. Secoli dopo lo si ripeteva, come sempre un po’ deformato: dicevano che il piacere della donna era soltanto il doppio rispetto a quello dell’uomo. Ma tanto bastava: era quella la conferma di un antico dubbio, vecchio almeno quanto la sfrenatezza delle figlie del Sole.Forse la donna, quell’essere sequestrato nei ginecei, dove “non entra una particella del vero eros”, sapeva molto di più del suo dominatore, sempre in giro fra palestre e portici.

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180 dC, Luciano di Samosata – Dialoghi delle cortigiane: Lena e Clonario

Luciano di Samosata (Samosata, 120 d.C – Atene, tra il 180 e il 192), ca. 162-166 d.C. Dialoghi delle cortigiane, Dialogo n. 5.

Il testo originale in greco, cortesemente fornito da E. R. di Pisa, pagine: n 1, n 2, n 3, n 4
La traduzione dal greco in italiano di Luigi Settembrini (1862) su Wikisource


Commento del traduttore:
Luciano di Samosata mette in scena due cortigiane, Clonario e Leena, che con grande ingenuità (forse un po’ troppa, visto il mestiere), si scambiano confidenze su un’orgia lesbica descritta con un certo compiacimento e quel pizzico di moralismo destinato (secondo l’autore) a renderla più interessante. Per noi è un prezioso documento sulla vita quotidiana di queste etairistriai (“compagnacce”) di cui non si sa certo abbastanza: per esempio, che tipo di rapporto sessuale sia qui descritto.

Commento di Giovanni Dall’Orto:
Oltre a quanto sottolineato dal traduttore, è interessante notare come Luciano fosse perfettamente in grado di concepire e descrivere il concetto di “psiche maschile in corpo femminile”, cioè quello da cui sarebbe partito Karl Heinrich Ulrichs per lanciare il suo concetto di uranismo nel XIX secolo. La maliziosa invocazione di Afrodite Urania, contenuta nel testo, indica la fonte di tale tesi: il Simposio di Platone. In altre parole non è vero che, come si dice oggi, l’Ottocento abbia “inventato” un’entità socio-sessuale inedita nella storia, l'”omosessuale”; al contrario è palese fin nella terminologia usata da Ulrichs il richiamo alla concezione greco-antica di un ghénos (“razza, genere, tipo di persone”) attratto dal proprio sesso. Interessante è anche il legame lesbo-lesbismo, che nell’antichità è raro (lesbiàzein in greco significava “praticare il coito orale”) ma non assente (appare per esempio in Ovidio). Quanto alle pratiche sessuali, è palese che il comportamento di Megillo è qui descritto in ottica puramente maschile… ma questo era scontato.


Clonario: Ho sentito una novità su di te, Leena: che Megilla di Lesbo, la riccona, ti ama come un uomo e che vi congiungete facendo non so cosa l’una con l’altra.
Come? Arrossisci? Dài, dimmi se è la verità!

Leena: E vero, Clonario: ma mi vergogno, perché è una cosa strana.

Clonario: Per la dea nutrice, ma che roba è questa, cosa vuole quella donna? Cosa fate, come vi congiungete? Vedi? Non mi vuoi bene, sennò non me lo nasconderesti.

Leena: Ma ti voglio bene, più di ogni altra! Ebbene, questa donna è terribilmente virile.

Clonario: Non capisco che vuoi dire, sarà mica una “compagnaccia”? Dicono che ci sono donne del genere a Lesbo che sembrano maschi, che non vogliono essere toccate dagli uomini ma si avvicinano alle donne come fossero uomini.

Leena: È proprio questo!

Clonario: Dunque, Leena, raccontamelo proprio, come hai provato la prima volta, come ti sei fatta convincere e il resto!

Leena: Quella, insieme a Demonassa di Corinto, ricca pure quella e della stessa razza di Megilla, dopo aver organizzato una bevuta, mi ha invitato a suonare la cetra per loro. Dopo che ebbi suonato, ed era già tardi – ora di andare a dormire, e ancora si ubriacavano – Megilla dice: “Su Leena, è bene mettersi a dormire, coricati qui tra di noi”.

Clonario: Ti sei coricata? E dopo che è successo?

Leena: Dapprima mi baciavano come gli uomini, non solo accostando le labbra, ma aprendo la bocca, e mi stringevano e mi toccavano le tette. Demonassa intanto mi dava anche morsi, baciandomi; io non riuscivo a figurarmi come stesse la faccenda. Dopo un po’, Megilla – che si era già scaldata – si è tolta la parrucca: sembrava proprio vera! E si è mostrata com’era sotto, tutta rapata come gli atleti più virili; e io mi sono spaventata a vederla! E lei mi fa: “Leena, hai mai visto un ragazzo così bello?”. Ho risposto: “Ma non vedo ragazzi, Megilla!”. “Non ti sbagliare su di me, infatti sono detta Megillo ed è tanto tempo che ho sposato Demonassa, che è mia moglie”. Allora ho sorriso, Clonario, e ho detto: “Dunque, Megillo, sei un uomo e mi hai ingannata, come Achille nascosto tra le vergini, e hai il coso dei maschi e ti fai Demonassa come gli uomini?”. Lei mi fa: “Quello non ce l’ho, Leena; ma non ce n’ho bisogno: vedrai che ti farò una cosa che ti piace ancora di più”. “Ma non sarai mica un ermafrodito”, le ho detto, “di cui dicono che ce ne sono molti, che hanno tutt’e due le cose?”. Non avevo ancora capito la situazione, Clonario. “No – mi fa – ma sono uomo in tutto e per tutto”. Dopo aver sentito questo, ho detto: “Ho sentito da una flautista di Beozia una storiella di quelle che si raccontano davanti al fuoco, che a Tebe uno divenne uomo da donna che era, un grandissimo indovino, credo, di nome Tiresia. Forse ti è capitato qualcosa del genere?”. “Ma no, Leena! sono nata uguale a voi, ma il pensiero, il desiderio e tutto il resto sono da uomo”. “E ti basta, il desiderio?”. “Stacci se non ci credi, Leena, e ti accorgerai che non ho nulla in meno degli uomini. Infatti ho una cosa, al posto dell’affare che hanno loro. Stacci dunque, e vedrai”. E insomma ci sono stata, Clonario, ma dopo essermi fatta pregare tanto, e dopo aver ricevuto una collana delle più care e vesti fini. Così l’ho stretta come un uomo, e quella si dava da fare, e mi baciava, e ansimava e sembrava godesse da morire!”

Clonario: “Ma cosa faceva, Leena, e in che modo? È questo che voglio sapere!”.

Leena: Non chiedermi i dettagli, sono davvero zozzi. Al punto che – per Afrodite Urania! – mi sa che non te li racconto.




0170, Pausania – Leucippo e Dafne

Pausania il Periegeta (110–180 d.C.), Hellàdos Perieghésis. Qui la Descrizione della Grecia di Pausania. Nuovamente dal testo greco tradotta da A. Nibby. Vol. III. Roma: Vincenzo Poggioli Stampatore, 1817, p. 131

[div class=”doc” class2=”typo-icon”]Scrittore greco, Pausania fu autore della “Periegesi della Grecia” (Περιήγησις τῆς ῾Ελλάδος), un trattato storico geografico in dieci libri, giuntoci integro e pubblicato fra il 160 e il 177 d. C. Per periegesi s’intende quel filone storiografico, soprattutto di epoca ellenistica, che, intorno a un itinerario geografico, raccoglie notizie storiche su popoli, persone e località. Vedi: http://www.archeoguida.it/004838_pausania-il-periegeta.html

Quello che riportiamo Fa parte di quei miti e racconti in cui se un uomo riesce a fare innamorare di sè l’amata è solo perchè lei lo crede una donna; qui è Leucippo che finge di essere una ragazza per conquistare Dafne riuscendo a portarla ad una “forte amicizia” (NB: Questa traduzione, che in copertina ha la scritta “Con approvazione”, è “approvata” ed “epurata”)
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Libro Ottavo [Arcadia], Capo ventesimo
2. Talascio ciò che di Dafne raccontano coloro i quali abitano in Siria sull’Oronte: si dicono però queste altre cose ancora dagli Arcadi e dagli Eléi. Di Oenomao, il quale dominò in Pisa, era figlio Leucippo. Costui acceso d’amore per Dafne, siccome credeva che se si fosse mostrato suo pretendente non l’avrebbe giammai in moglie avuta sendo che essa fuggiva gli uomini, perciò gli venne in mente questa astuzia. Egli nudriva la chioma all’Alfèo; sendosela adunque come una vergine intrecciata, vestitosi di una veste da donna ne andò a Dafne. Pervenutovi le disse che era figlia di Oenomao e che insieme con Dafne voleva uscire alla caccia. E come colui che una vergine era creduto, e le altre donzelle per la dignità del linguaggio e la sua intelligenza nella caccia superava, ed inoltre usava molta cortesia verso di lei, portò Dafne ad una forte amicizia. Quelli, che cantano l’amore di Apollo verso di lei soggiungono che il Dio invidiasse a Leucippo la sua fortuna nell’amore: laonde Dafne e le altre vergini bramarono subito di nuotare nel Ladone e spogliarono Leucippo contro sua voglia: e vedendo che non era una donzella, ferensolo cogli strali e co’ pugnali lo uccisero. Così narrano queste cose.


La stessa storia: Dafne prima è insidiata da Leucippo e poi da Apollo, per sfuggire al quale Dafne implora Zeus, che trasforma lei in una pianta, è nelle Metamorfosi di Ovidio e ripresa più volte.  Secondo l’elenco compilato da Elisa Saviani, allo http://www.iconos.it/index.php?id=181, lo troviamo in

Fonti classiche:

sec. I a.C., Partenio di Nicea, Amori infelici, XV, Dafne
sec. I o II d.C., Hyginus, Fabulae, 203, Dafne
Luciano (120-180 d.C.), Dialoghi, 15 (17), Ermete e Apollo
Luciano (120-180 d.C.), Dialoghi, 16 (18), Era e Latona
Luciano (120-180 d.C.), Dialoghi, 26, 8, Storia vera
160-177 d.C. circa, Pausania, Graeciae Descriptio, VIII, 20, 1-4
sec. IV-V d.C., Servio, Commentarii in Vergilii Aeneida, II, 513
sec. IV-V d.C., Servio, Commentarii in Vergilii Aeneida, III, 91
sec. V d.C., Nonno di Panopolis, Dionysiaca, XV, 300-302, 308-311
sec. V d.C., Nonno di Panopolis, Dionysiaca, XLII, 387-390
inizio VI sec. d.C., Fabio Fulgenzio Planciade, Mythologiae, I, XIV, Fabula de Lauro
Mythographus Vaticanus I, (ed. G. H. Bode, Cellis 1834), II, 116, Apollo et Dafne, seu laurus

Fonti medioevali:

Mythographus Vaticanus II (ed. G. H. Bode, Cellis 1834), 23, Apollinis laurus
Mythographus Vaticanus III (ed. G. H. Bode, Cellis 1834), 8, Apollo, 4 (pp. 201-202)
Arnolfo d’Orleans, Allegoriae super Ovidii Metamorphosen (1175 circa), I, 9
sec. XII, Giovanni di Garlandia, Integumenta Ovidii, I, 93-96
1322-1323 circa, Giovanni del Virgilio, Allegorie Librorum Ovidii Metamorphoseos, I, 9
1342-1350 circa, Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, I, VII
1342-1350 circa, Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, I, VIII
1342-1350 circa, Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, I, IX
1363-1372 circa, Boccaccio, Genealogia Deorum Gentilium, VII, cap. XXIX, Dane, Penei filia

Fonti rinascimentali:

Nicolò degli Agostini, Ovidio Metamorphoseos in verso vulgar, Venezia 1522, I, ff. B-Bii, De Phebo e Daphne
Leone Ebreo, Dialoghi d’amore, Roma, M. Lenzi, 1535, II, 57
Ludovico Dolce, Le Trasformationi, Venezia 1553, canto II, ff. Bii-Biii
Giovanni Andrea dell’Anguillara, Le Metamorfosi di Ovidio, Venezia 1563, I, ff. Avii-Aviii-B
Natale Conti, Mythologiae, Venezia 1568, X, ff. 110-111
Vincenzo Cartari, Le Imagini de i Dei de gli Antichi, Lione, B. Honorat, 1581

Mito assai presente nell’iconografia, vedi-  sempre a cura di Elisa Saviani  – le immagini relative alla pagina
http://www.iconos.it/index.php?id=185

 

Qui riportiamo la versione di:
Partenio di Nicea (I secolo a.C.), Erotica Pathemata (Amori infelici), XV
http://www.iconos.it/index.php?id=182

Dafne

[La storia si trova nelle Elegie di Diodoro Elaita e nel XV libro di Filarco]

Intorno a Dafne, figlia di Amicla, si raccontano questi fatti. Lei non andava mai in città né si accompagnava con le altre vergini ma, equipaggiata di tutto punto, con molti cani partecipava a cacce in Laconia, spingendosi fino agli alti monti del Peloponneso: per questo motivo era molto cara ad Artemide che le consentiva di avere sempre la mira giusta. S’invaghì di lei, mentre vagava nel territorio di Elis, Leucippo, figlio di Enomao, e senza ricorrere a qualche altro espediente, si abbigliò con vesti femminili e, simile a una fanciulla, andava a caccia con lei. E siccome le piaceva, Dafne non lo lasciava mai, gli stava sempre attorno e lo abbracciava in continuazione. Apollo, pure lui infiammato dal desiderio per la fanciulla, era preso dall’ira e dall’invidia per la familiarità di Leucippo con Dafne e insinuò allora nella mente della ragazza l’idea di andare con le altre vergini a lavarsi alla fonte. Giunte lì, si svestirono, e vedendo che Leucippo non voleva farlo, gli strapparono di dosso le vesti: resesi allora conto dell’inganno e di quello che lui ordiva, scagliarono tutte insieme le aste contro di lui. Leucippo però per volere degli dei scomparve e Dafne, vedendo Apollo che avanzava verso di lei, fuggì di corsa; e siccome il dio la inseguiva, pregò Zeus di strapparla dagli esseri umani, e così dicono che sia diventata quell’albero che da lei ha preso il nome di dafne.




57 d.C., Paolo di Tarso, Lettera I ai Romani

Paolo (Saulo) di Tarso, san Paolo (10-67 d.C.) – Lettera ai Romani, I, 26-27

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Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni verso gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento.

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-0380 aC, Platone – Simposio (o Convivio)

Platone (427-347 a.C.) Simposio

Questa traduzione è tratta da http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/platone7867434.htm

Durante il simposio, prende la parola anche il commediografo Aristofane che dà la sua opinione sull’amore narrando un mito. Un tempo – egli dice – gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non vi era distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li divise in due; da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale è possibile tornare all’antica perfezione.

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Simposio

[…] Mi sembra che gli uomini non si rendano assolutamente conto della potenza dell’Eros. Se se ne rendessero conto, certamente avrebbero elevato templi e altari a questo dio, e dei più magnifici, e gli offrirebbero i più splendidi sacrifici. Non sarebbe affatto come è oggi, quando nessuno di questi omaggi gli viene reso. E invece niente sarebbe più importante, perché è il dio più amico degli uomini: viene in loro soccorso, porta rimedio ai mali la cui guarigione è forse per gli uomini la più grande felicità. Dunque cercherò di mostrarvi la sua potenza, e voi fate altrettanto con gli altri. Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare.

Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Quanto al nome, ha tra noi un significato poco onorevole. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell’unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po’ come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c’erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d’entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi.

Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri.” Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d’ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un’apertura – quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell’ombelico, come ricordo della punizione subìta. Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso – sia che incontrasse l’altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo.

Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l’uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo.

Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E’ per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle donne, e tra loro ci sono la maggior parte degl adulteri; nello stesso modo, le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie; ma le donne che derivano dall’essere completo di sesso femminile, ebbene queste non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi, infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi. Sin da giovani, poiché sono una frazione del maschio primitivo, si innamorano degli uomini e prendono piacere a stare con loro, tra le loro braccia. Si tratta dei migliori tra i bambini e i ragazzi, perché per natura sono più virili. Alcuni dicono, certo, che sono degli spudorati, ma è falso. Non si tratta infatti per niente di mancanza di pudore: no, è i loro ardore, la loro virilità, il loro valore che li spinge a cercare i loro simili. Ed eccone una prova: una volta cresciuti, i ragazzi di questo tipo sono i soli a mostrarsi veri uomini e a occuparsi di politica. Da adulti, amano i ragazzi: il matrimonio e la paternità non li interessano affatto – è la loro natura; solo che le consuetudini li costringono a sposarsi ma, quanto a loro, sarebbero bel lieti di passare la loro vita fianco a fianco, da celibi. In una parola, l’uomo cosiffatto desidera ragazzi e li ama teneramente, perché è attratto sempre dalla specie di cui è parte. Queste persone – ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque – quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straodinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamoranc e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s’aspettano l’uno dall’altro.

Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell’amore: non possiamo immaginare che l’attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C’è qualcos’altro: evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza. Se, mentre sono insieme, Efesto si presentasse davanti a loro con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse: “Che cosa volete l’uno dalI’altro?”, e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora: “Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola. Anche dopo la vostra morte, laggiù nell’Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi felici?” A queste parole nessuno di loro – noi lo sappiamo – dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos’altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l’altra anima. Non più due, ma un’anima sola. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore. Allora, come ho detto, eravamo una persona sola; ma adesso, per la nostra colpa, il dio ci ha separati in due persone, come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani. Dobbiamo dunque temere, se non rispettiamo i nostri doveri verso gli dèi, di essere ancora una volta dimezzati, e costretti poi a camminare come i personaggi che si vedono raffigurati nei bassorilievi delle steli, tagliati in due lungo la linea del naso, ridotti come dadi a metà. Ecco perché dobbiamo sempre esortare gli uomini al rispetto degli dèi: non solo per fuggire quest’ultimo male, ma anche per ottenere le gioie dell’amore che ci promette Eros, nostra guida e nostro capo. A lui nessuno resista – perché chi resiste all’amore è inviso agli dèi.

Se diverremo amici di questo dio, se saremo in pace con lui, allora riusciremo a incontrare e a scoprire l’anima nostra metà, cosa che adesso capita a ben pochi. E che Erissimaco non insinui, giocando sulle mie parole, che intendo riferirmi a Pausania e Agatone: loro due ci sono riusciti, probabilmente, ed entrambi sono di natura virile. Io però parlo in generale degli uomini e delle donne, dichiaro che la nostra specie può essere felice se segue Eros sino al suo fine, così che ciascuno incontri l’anima sua metà, recuperando l’integrale natura di un tempo. Se questo stato è il più perfetto, allora per forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l’anima a noi più affine, e innamorarcene. Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l’avvenire può aprirci alle più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla nostra natura d’un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità.

(Platone, Simposio)

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