2011, Liana Borghi – Connessioni transatlantiche

Liana Borghi, “Connessioni transatlantiche: lesbismo femminista anni ’60-‘70”.  Genesis, x/2, 2011: 41-64.

http://www.leswiki.it/repository/testi/2011borghi-connessioni transatlantiche.pdf




Bouchard, Sara

Sara Bouchard: l’arte dello stare insieme, ovvero la politica.
 

Intervista di Michela Pagarini, febbraio 2011

 

 

Co-fondatrice e referente per otto edizioni del campo lesbico di Agape, Sara Bouchard, falegnama, educatrice, madre, lesbica e femminista separatista: l’ideologia e la concretezza.

 

 


Quando e dove sei nata?

Il 12 dicembre 1966, a Milano. I miei genitori si erano appena trasferiti a Cinisello Balsamo, periferia industriale in piena espansione, luogo scelto da loro per un intervento socio-culturale per conto della chiesa valdese: una scuola serale gratuita per la licenza media e un centro culturale con annessa una parte di residenza fissa e comune per i nuclei familiari e le persone single che negli anni hanno partecipato all’iniziativa scegliendo di vivere lì. Lì, dove ho vissuto fino ai tredici anni: nella comune di Cinisello, casa mia, la casa di molte altre persone. Con alcune di queste ero, in parte sono ancora, legata da qualcosa di molto simile alla parentela. L’educazione dei miei genitori è stata molto ideologica e decisamente poco affettiva. Mi sentivo sola, come figlia ultima di tre e unica femmina; sola, nonostante le tantissime persone che giravano alla comune e le amicizie vissute nei cortili e i campi aperti di Cinisello.

Come sei stata cresciuta?

Dell’infanzia non ricordo quasi nulla. Ho capito molto più tardi che mi sentivo sminuita in quanto femmina, facevo la “brava bambina” per guadagnarmi amore. Si guadagna l’amore? Nessuno mi ha insegnato ad amarmi, sono cresciuta con il terrore della solitudine intesa come luogo dove non trovi risposte; poi proprio lì ne ho trovate!

Alle elementari mi dava una grandissima soddisfazione battere tutti i miei compagni di classe a braccio di ferro, i giochi da bambina mi annoiavo, mi sentivo un po’ maschiaccia perché, certo, è più divertente correre saltare e sporcarsi, ma guai se mi scambiavano per un maschio! Poi mi viene in mente questa frase: “mamma come farò a trovare un marito da grande, come si fa?” Non ricordo la risposta.

Quando, all’inizio della terza media, abbiamo dovuto traslocare a Roma per me è stato terribile. Non mi sentivo a casa fra le mura che chiudevano la nostra ristretta famiglia. Nemmeno nel ricco e fascista quartiere Prati, decisamente diverso dall’ambiente di Cinisello. Mi sono mancati gli ampi, se pur squallidi, campi, le corse in bici, i pattini, l’atletica, le amiche e le persone tutte. Ho sentito nel sonno, per mesi e mesi dopo il trasloco, il suono della chiave nella toppa esterna della porta della comune. Non era stato un luogo così adatto ai desideri di una bambina ma era stato casa mia, nonché la mia àncora di salvezza da due genitori poco presenti.

Che adolescente sei stata?

Ribelle, femminista, atea.  Poco spensierata. A Roma mi mancavano Marcella, Eralma, Floriana, Gino, Lorena e tutte le persone con le quali ero cresciuta; non mi bastavano i miei genitori e presto presi a contestarli, non mi bastavano i miei due fratelli, (i figli maschi!) che si facevano allegramente i fatti loro. Insomma mi sono trovata sola, dentro a una famiglia e priva di relazioni. Smisi di fare la ‘brava bambina’.

Silvia, figlia di un collega di mio padre, è stata la mia prima amica a Roma, vivevamo nello stesso isolato, entrambe a Roma per scelte di lavoro dei nostri padri. Dopo anni ci ritroviamo nuovamente vicine di casa e sempre amiche: qua a San Germano, dove vivo ora, paesino piemontese ai piedi delle Alpi Cozie.

A 15 anni con la mia ‘migliore amica’ Orestina ho fatto l’amore. Ci dicevamo “ti amo”e  andavamo in giro per mano baciandoci per strada, scrivevamo sui muri: “siamo lesbiche!” … solo che nel frattempo ci dedicavamo anche ai nostri fidanzatini di turno. Eravamo ribelli e provocatorie su tutto e ci siamo confuse. Facevamo politica bazzicando la Fgci e Dp (democrazia proletaria) nel quartiere Trionfale di Roma, più aperto di Prati, dove si trovavano il nostro liceo e il suo collettivo politico interno. Mi domando come mai non ci siamo inserite nei luoghi, diventati storici, del femminismo romano. Li abbiamo conosciuti e visitati, eppure…

Andavamo però a tutte le manifestazioni studentesche e femministe. Ricordo benissimo, in quegli anni, la prima manifestazione di protesta: siamo donne non morale o pudore, come invece ci definiva la legge che avrebbe punito la violenza sessuale come oltraggio, appunto, alla morale e al pudore. Il simbolo femminista ha decorato i nostri diari che ci scambiavamo insieme ai pensieri esistenziali\adolescenziali, ai baci, le scoperte della sessualità (agita purtroppo prevalentemente coi maschi) e dell’autoerotismo (invece solo nostro!). Ma il nostro amore è diventato platonico, la nostra vita etero e le nostre scelte private. Non ce l’abbiamo fatta a trovare una consapevolezza e il conflitto ha dominato la nostra relazione di ‘amicizia’, durata per diciotto anni… fino al mio ‘risveglio’.

La prima volta che ti sei innamorata di una donna?

Ecco appunto, il mio “risveglio”. A 31 anni provo la prima, grande, attrazione consapevole per una donna: è etero “come me”, vivo una bella commozione senza seguito. Un anno dopo, finalmente mi innamoro! E inizia una lunga e tormentata storia d’amore lesbico. Trovo la forza per lasciare il mio compagno, padre di mio figlio che ha ormai 3 anni, e provo un grandissimo senso di liberazione. Sento il dolore, la fatica e la paura che mi  seguono, senza fermarmi: tutto sembra dire “non lo fare Sara! tieniti quello che hai costruito fino ad ora”. Mia madre me lo scrive in una lettera che proprio recentemente abbiamo rivisto insieme, ma con altri sguardi e la soddisfazione di aver fatto un lungo e difficoltoso percorso di relazione.

Comunque da quel momento non mi ferma più nessuna! Tocco il cielo con le dita anche se tutto sembra crollare e molto crolla davvero. A fatica riesco ad essere madre, ad affrontare la solitudine del quotidiano e il giudizio più o meno esplicito di molte persone vicine: sto sfasciando una famiglia, privando mio figlio della vicinanza col padre, agisco avventatamente, potrei pentirmene (non accadrà!) potrei non farcela (ce l’ho fatta). Le amiche mi chiedono: “sei lesbica?”  “non so”, dico, “sono innamorata di lei”. Intanto è iniziata la mia adolescenza lesbica e incorro come una ragazzina in delusioni, passioni, dolori e amori, tutto fortissimo e senza tregua. Mi sembra di vivere una vita rimossa per trent’anni. Vorrei dedicarmi solo al “nuovo” e dimenticare\rinnegare ogni scelta passata che mi suona “falsa”.

Mi accorgo per la prima volta in vita mia di desiderare un aiuto. Inizio un percorso di psicoterapia. Scopro che l’anelata autonomia (affettiva?) non si accompagna con la frase scritta da qualche parte dentro di me,  “non ho bisogno di niente e di nessuna\o”.

Come hai vissuto il tuo essere una madre lesbica?

Jacopo l’ho partorito a 29 anni e la mia scala delle priorità ha iniziato a modificarsi. Con mio figlio sono ri-nata anch’io, da quel momento nella mia vita il fare ha lasciato spazio al sentire. Ho lasciato Roma e cambiato vita, sono passata dai gatti ai cani, dalle grandi città a una casa vicino al fiume di un paese; ho traslocato il mio laboratorio di falegnameria rimanendo imprenditrice di me stessa. Come madre lesbica ho sentito il bisogno di cercare una collettività e dei significati politici da condividere al di là delle relazioni personali. Mi  sono iscritta alla mailing list lli-mamme e sono nate presto relazioni significative (con Malù e Sonia cresceranno legami fertili e profondi) e stimoli di gruppo.

Abbiamo iniziato a riunirci (credo che la prima volta sia stata proprio qua in casa mia) per conoscerci, mettere insieme i nostri percorsi e dare modo alle nostre figlie e ai nostri figli di far incontrare le loro storie simili. Sono nati altri appuntamenti a Milano, a Torino e nell’Astigiano ed è proseguito e cresciuto il confronto di idee, desideri ed esperienze di maternità lesbica attraverso la mailing list. In lista e negli incontri dal vivo abbiamo praticato l’accoglienza delle madri più titubanti alla visibilità, timorose delle possibili ripercussioni. In un bellissimo clima di scambio, incontro e prospettive abbiamo iniziato a pensare ad una associazione di mamme lesbiche. Les-mamme è uno dei nomi possibili che ricordo. Ero entusiasta. Poi .. il progetto ha cambiato direzione..  ed è nata l’attuale associazione Famiglie Arcobaleno, aperta anche ai genitori o aspiranti genitori gay e destinata a lavorare principalmente sulla rivendicazione dei diritti delle famiglie omogenitoriali. Non vi ho partecipato: politicamente ero ormai da tempo separatista e ci sono rimasta. Ho vissuto questo epilogo come la prima, grossa, delusione politica.

Quando ti sei dichiarata lesbica e come è stato l’incontro con le altre?

Scopro, in pieno, l’agio dello stare fra donne, tante donne, come accade quando una moltitudine si riunisce per passare del tempo o, meglio, dei giorni insieme. L’arte dello stare insieme.. è già stata definita politica, non da me.

A 33 anni, dal microfono di Agape durante un intervento al Campo Politico Donne dico “sono lesbica”. Qualcuna poi mi  ringrazia per questo gesto, io un pò stupita rispondo: “perchè? non lo fate tutte?” In effetti poi scopro che no, il mondo lesbico che mi aspetta e accoglie non è perfetto come l’immaginavo! il mio cuore pensa: “ma come? l’ho atteso per così tanto tempo e ora può deludermi?” La consapevolezza è intermittente. Il coraggio tanto. La paura un sentimento col quale inizio a convivere. Mi rendo conto solo dopo che mentre parlavo a quel microfono stavo contemporaneamente parlando a me stessa.

Le relazioni personali lesbiche (ma già anche politiche nei loro significati visibili e nei loro gesti  pubblici) proseguono e crescono; I coming-out aumentano. Come una furia cerco di recuperare il tempo perduto; mi dichiaro lesbica con la famiglia, gli amici e le amiche di Roma, con mio figlio (da subito nei gesti e poi con parole di volta in volta adatte alla sua età) e le sue maestre; con i colleghi e le colleghe di lavoro (perchè nel frattempo ho chiuso la mia falegnameria sigh non ce l’ho fatta a salvare tutto!). Sento un forte bisogno di dirmi al mondo e a me stessa. Dirmi lesbica. Un ostacolo dopo l’altro vado avanti. Non senza danni, perdite. Senza soldi, o quasi. Ma con una grande forza dentro, so dove sto andando e le tappe sono dolorose e fantastiche insieme. Niente più mi tiene ferma, il mio dolore lo sto conoscendo, ricostruisco la mia storia: è fantastico! Ancora di più lo è condividerla. In particolare condivido questo pezzo di percorso con due carissime amiche: Debora e Daniela. Abitiamo abbastanza vicine e possiamo scambiarci presenza e aiuto reciproco. Per me sono, oltre che affetti importanti, relazioni di grande crescita: il loro percorso lesbico è già più ‘avanti’ del mio. Con Daniela mi incontro, per lungo tempo, oltre che per condividere la nostra maternità lesbica, per leggere diversi testi post-femministi, ma non solo. Questa esperienza arricchisce e declina il mio essere femminista lesbica politica.

Cosa ti ha portata alla politica lesbica?

Le relazioni con le altre, appunto, insieme alla forte necessità di aprire lo sguardo oltre me. Inizio a collaborare con i Campi politici Donne portando interventi elaborati nel corso dell’anno (ma spesso scritti la sera prima!) cresciuti e condivisi con Daniela durante le nostre letture.

Dentro di me c’è una gioia immensa. Desiderio di apertura e confronto. Impegno. Curiosità. I significati del mio percorso non si sentono più stretti nel mio vissuto, scopro che appartengo ad una storia collettiva, a spazi e luoghi politici di resistenza e di contaminazione fertile. Oltre alle forti relazioni, anche a distanza, nate in questi anni, negli spazi che mi rimangono dal faticosissimo quotidiano di madre sola e lavoratrice precaria, mi butto con Debora anche nella Torino lesbica, notturna, diurna, spensierata e impegnata; variegata. Nascono altre relazioni, politiche e personali. Nasce un gruppo letture che si ritrova a casa mia ogni quindici giorni; composto per lo più da lesbiche ma non solo. Ci prestiamo la voce nel leggere pagine di donne e di lesbiche. Saggi. Elaboriamo pensiero con la semplicità e la convivialità del pasto preparato insieme e le chiacchere personali che lo accompagnano. È per me uno dei luoghi di ricchezza e di crescita. Politico? Direi di si, pur svolgendosi fra le mura di una casa privata.

Perchè hai scelto una vita pubblica?

Credo che una vita lesbica visibile sia in sè una vita pubblica, il passaggio non è netto e il concetto di scelta nemmeno. Io sono stata mossa da un forte desiderio e bisogno di libertà.

In ogni caso nel 2001, a 34 anni, dall’impegno satellite per il Campo politico Donne sono passata all’impegno costante per il nascente Campo Lesbico di Agape. Ho creduto nella necessità di incontrarsi, conoscersi e ‘contaminarsi’… trovare la forza, insieme, di portarsi nel mondo senza solitudine e poterlo rendere anche ‘nostro’. Quindi mi sono dedicata con passione e consapevolezza (sempre crescente) alla pratica politica lesbica. Le relazioni con le amiche e\o compagne di lavoro e studio , hanno arricchito enormemente il mio percorso, la mia vita e il suo senso. Il mio pensiero. Anche i miei dubbi. E viceversa.

A proposito di tappe per una vita lesbica pubblica mi viene in mente l’articolo di giornale (La Stampa) che ha pubblicizzato la seconda edizione del Campo Lesbico nel 2003: lessi l’articolo con Roberta e ci fece effetto trovare i nostri nomi sul giornale. L’avevamo scelto, senza pensarci troppo. A me ha dato una grandissima forza di libertà e possibilità comuni, collettive e condivisibili. Anche un bel senso di potenza: possiamo arrivare dove vogliamo!

Una riunione durante il campo lesbico di Agape


E come sei arrivata al campo lesbico?

L’ipotesi di campo lesbico è nata dallo scambio di idee, desideri ed energie fra diverse agapine; negli ultimi campi donne si sentiva la necessità di uno spazio politico d’incontro specifico lesbico, per prendere parola a partire dal vissuto di ciascuna in quanto lesbica e di avere come referenti visibili e nominate altre lesbiche.

Forti di questa necessità Daniela (direttora di Agape), Patrizia (Pianeta viola di Brescia) e io abbiamo dato vita alla prima edizione del Campo Lesbico (che è avvenuta e avviene ogni anno nei quattro giorni di Pasqua).

Dopo la riuscita esperienza del primo anno e arricchite dalle molte collaborazioni, si è pensato di proseguire… cioè che io proseguissi! “Largo alle giovani” mi hanno detto. Grazie della fiducia! Il mio nome e cognome si accompagneranno al progetto per otto anni: sarò la referente per Agape della staff (ancora tutta da costruire!) del Campo Lesbico e mi sento un ponte nel mondo lesbico che invitiamo ad incontrarsi, per quattro giorni all’anno da passare insieme. Mi sono dedicata anima e corpo a creare e portare avanti un gruppo, sempre in cambiamento, che coltivasse e lasciasse crescere questa occasione di incontro, riflessione e ascolto fra lesbiche di tutta Italia. Per raccogliere le ricchezze, anche fuori dall’Italia, di una moltitudine lesbica.

Cosa vuol dire “campo lesbico di Agape”?

Vuol dire che il campo non è  un progetto “solo” lesbico: perchè fa parte del più ampio progetto dei campi di Agape (www.agapecentroecumenico.org) e da dieci anni vive rinnovandosi, prendendo forma all’interno della struttura non come ospite bensì come parte integrante.

I progetti relativi ai vari campi sono molteplici e hanno tematiche e specificità proprie che vengono sviluppati dai gruppi staff che lavorano alla preparazione di ogni singolo campo incontrandosi durante l’anno ed elaborando pratiche di lavoro in gruppo. Rimanendo in connessione, più o meno fluida, con l’intera vita di Agape. Negli anni sono nati (fra gli altri) i campi politici donne, i campi donne pasqua e i campi fede e omosessualità. Il campo lesbico, nato nel 2002, si è inserito sul terreno di queste esperienze.

Agape offre, ad ogni età, la possibilità di crescere nell’incontro con persone provenienti da diverse realtà italiane ed estere. Le caratteristiche del luogo fanno sì che avvengano incontri ed esperienze significative per la vita di moltissime persone, infatti l’ampia struttura ha circa cento posti letto.

Ho frequentato Agape fin da quando ero bambina. Ho continuato ad andarci da ragazza; ed ho iniziato lì le mie prime esperienze di volontariato. E’ un posto al quale sono legata, una delle mie ‘case’. Quando ci sono tornata da adulta (dopo un periodo di lunga assenza) per i campi politici donne, ero già madre: mio figlio ha imparato a gattonare sulle pietre che pavimentano il grande salone.

Come si costruisce un campo?

Lo schema tipo di un campo ad Agape verte su laboratori e lavori esperienziali di gruppo, modalità meno frontali che si accompagnano alla forma più classica di interventi di relatrici/ori e dibattiti in plenaria.  Durante un campo, quale che sia, si condividono per alcuni giorni momenti e gesti quotidiani: nel salone si mangia, si discute, si balla, si chiacchera, si ascolta, si parla, si osserva ecc… le camere son a tre letti e i bagni comuni; partecipando ad un incontro in Agape si abita il luogo e ci si lascia accogliere dalle montagne che lo circondano; si respirano le tracce di ogni persona passata di là e si può condividere la propria spiritualità. Organizzare un campo vuol dire far sì che tutto ciò possa scorrere ed accadere intriso dai significati specifici.

La prima edizione del campo lesbico (2002) l’abbiamo preparata  Patrizia e io durante l’inverno scegliendo come titolo: Al centro del desiderio: desiderio e dipendenza nelle relazioni personali e politiche lesbiche. Ciò che da subito abbiamo iniziato a condividere, come staff, è lo scambio/incontro delle proprie ricchezze in una libera circolazione dei saperi e dei vissuti: prerogativa di ogni campo ad agape, infatti qualsiasi tipo di contributo è da sempre volontario.

 Quando, il secondo anno, abbiamo iniziato a lavorare nella nuova  staff eravamo molto stimolate e piene di idee. Io mi sono sentita rassicurata dal piccolo gruppo di lavoro che si è creato e dalla rete di relazioni lesbiche. Intorno a noi staff, infatti, è cresciuto un percorso di relazione con luoghi, persone e iniziative lesbiche in Italia e all’estero. Questo percorso ha trovato intreccio con le forme e i contenuti che abbiamo elaborato per ogni campo successivo.

Il progetto ha preso forma partendo dalla pratica politica della relazione e dallo scambio tra lesbiche in una prospettiva di reciproca contaminazione dei saperi tra chi organizza l’evento e chi vi partecipa come relatrice, laboratorista, artista o campista. (- Dar parola ai propri saperi – sarà il tema del 2004).

Gran parte del lavoro iniziale si è sviluppato nel tessere contatti con le singole e nel creare connessioni con le molteplici realtà lesbiche esistenti. Diverse sono state le ospiti straniere che abbiamo potuto invitare; e molte le realtà lesbiche italiane che sono venute a raccontarci la loro esperienza volendola condividere e far conoscere. Anche artiste, musiciste e letterate hanno offerto il loro contributo al progetto. (per i programmi dettagliati e le singole partecipazioni ai campi lesbici – e alla staff – si può consultare il neonato sito, ancora in costruzione, allo  http://campolesbico.women.it

Quest’anno il Campo lesbico compie 10 anni! Niente male per un progetto lesbico eh?

Il gruppo e il lavoro – la staff:

Negli anni il gruppo della staff si è allargato e diversificato; si sono modificate le pratiche di lavoro man mano che l’esperienza è cresciuta e ci ha suggerito nuove forme. Il frequente ricambio delle componenti del gruppo ha molto arricchito il percorso, pur rendendo a tratti difficile la percezione, da parte di tutte, del suo filo continuativo.

La staff ha cominciato fin da subito ad assumere l’impronta, che la caratterizzerà, di casual staff: ciascuna partecipa portando il proprio modo di essere, il proprio percorso, e contribuisce al progetto nei modi, nelle forme e nei tempi che le appartengono in quel momento. (il nome è nato nel 2003 quando abbiamo invitato il ‘casual group’ dall’Olanda e nella loro pratica di sostituzione-presentazione dei propri lavori ci siamo riconosciute. Proprio quell’anno chi aveva preso parte  al lavoro di preparazione durante l’anno non era presente nei giorni di svolgimento del campo   – a parte me –  mentre chi  ha condotto il campo non aveva partecipato alla preparazione).

Ci vuol coraggio per autorizzarsi, per prendere parola, per progettare qualcosa che fino ad un attimo prima non esisteva ed ora si comincia appena ad immaginare: che si parli di un progetto neonato o del proprio desiderio di impegno che cresce e matura con passione sempre nuova; o che si parli di un costante impegno per un progetto in perenne mutamento che vede coinvolte persone di diversa provenienza, consapevolezza e disponibilità.

Mi sono formata all’interno di questo percorso e come me molte altre hanno vissuto pezzi delle proprie vite di attiviste o neo-attiviste all’interno del gruppo e del progetto nel suo insieme. 

Lavorare di anno in anno su un progetto di quattro giorni richiede modalità specifiche: come erano le relazioni, e come hanno interagito col progetto?

Lavorando nella casual staff  mi sono resa conto che spesso, o inevitabilmente, abbiamo dentro alcuni modelli di ‘attivista’ che, anche se non desideriamo ascoltarli, banalmente si traducono in “sono capace? Dove voglio e vogliamo arrivare? Chi decide come si fa?” eccetera.

Come staff, abbiamo provato a non chiederci (e non chiedere alle altre) sforzi razionali ma saper cogliere la singola ricchezza  proprio nel suo specifico contributo, ‘limitato’ e spontaneo. “Nessuna è perfetta” ci siamo dette, “non ci piace il modello forte, la ricchezza sta nella nostra diversità e nelle sfide personali che ognuna si pone liberamente; nella fragilità; il gruppo non vuole stressare nessuna ad un ruolo prestabilito di staffista”. Eccetera. Ma mettere insieme tutto questo nel lavorare in un gruppo cosa significa? E’ difficile misurarsi continuamente con la diversità senza cadere nel limite del somigliarsi o rispecchiarsi così diffuso nelle relazioni personali e politiche lesbiche. Muoversi insieme unendo diversi desideri e capacità, trovare un filo di senso che si costruisce via via è affascinante ma anche destabilizzante. Significa non pensare “dobbiamo fare così” ma “desidero fare così, è possibile? chi lo condivide? chi mi aiuta?”. Oppure: “trovo un senso in questo ma non ho gli strumenti per farlo, qualcuna di noi li ha?” E ancora: “qui un senso proprio non lo trovo, ma se una o più  lo sostiene, questo senso diventa nostro”. Eccetera. Significa anche che si creano dei vuoti o dei troppo pieni all’interno delle relazioni.

Ci siamo appoggiate e riconosciute nelle nostre diverse capacità. Fidate. Ci siamo scontrate e rassicurate nella scelta non facile di cosa proporre ogni anno e come. È stato molto fertile e audace, a tratti direi anche ingenuo, ma funzionava. Il percorso di costruzione di ogni campo ci ha viste, di volta in volta, passare moltissimi momenti insieme come gruppo, scegliendo di condividere gesti quotidiani, ludici e personali oltre che la serietà del lavoro:  interi w.e. passati insieme, nottate a giocare a carte, pranzi e cene preparate con cura, momenti di sperimentazione e anche di accoglienza personale. Tutto molto forte ed intenso; non privo di tensioni che gli spazi di agio che ci siamo offerte hanno potuto ‘contenere’.

Ogni campo è nato da ciò che abbiamo condiviso, scambiato e sperimentato durante l’anno di preparazione e in fase di valutazione di ogni campo appena concluso. Ma negli otto anni nei quali  ho organizzato, insieme alle altre, il campo lesbico, mi ha sempre accompagnata la sensazione che, per quanto si preveda e proponga con attenzione ogni singolo momento di incontro, poi ciò che accadrà in quei giorni è affidato alla forza che scaturisce dal trovarsi e ri-trovarsi insieme; in tante con diverse parti del proprio essere che si mettono in gioco; si incontrano  differenti forme dell’abitare il mondo e di essere se stesse, una miscela esplosiva.

Anche come staff ci siamo immerse nei quattro giorni di lavoro con forti energie e passioni travolgenti, a tratti estenuanti (non è semplice accogliere per quattro giorni cento lesbiche!). Condividere fra noi la riuscita di ogni campo ci ha offerto sempre energie rinnovate e moltissima gioia.

Profonda e potente, è un’esperienza non sempre facile: lasciar scorrere e lasciar accadere anche ciò che non si è previsto minimamente, sia esso grande o piccolo, felice o doloroso. Quando due anni fa il gruppo si è sfasciato in seguito ad un conflitto inaffrontato, io sono uscita dal progetto. Il lavoro collettivo di anni e l’attenzione che alcune di noi hanno messo nel momento caldo del conflitto, nonché nei mesi immediatamente successivi, fanno sì che il progetto continui con solide basi in Agape e nel mondo lesbico.

 

Intervista di Michela Pagarini, febbraio 2011


 

http://www.leswiki.it/repository/testi/whos/sara-bouchard-per-leswiki.doc

 




Gramolini, Cristina

 Cristina Gramolini: il grande sogno lesbico

 

 Intervista di Michela Pagarini, dicembre 2010

 

Insegnante, militante, pasionaria: dal Laboratorio di Critica Lesbica ad Arcilesbica nazionale, vent’anni di attivismo – teoria e pratica – all’inseguimento di un grande sogno, quello di un mondo migliore a misura di lesbica


Chi eri prima di diventare “Cristina Gramolini, Lesbica nazionale”?

Sono nata nel 1963 a Fano, oggi ho 47 anni e sono quindi una lesbica di provincia. Sono arrivata al movimento abbastanza tardi, nell’89, avevo 26 anni e mi sentivo già strutturata: avevo fatto parte dei movimenti studenteschi, mi ero interessata alla politica, studiavo, frequentavo gli ambienti della sinistra locale, sapevo di essere lesbica ma la ritenevo una questione privata. Non avevo messo in conto di poter fare parte del movimento, nemmeno sapevo che esistesse: certo avevo sentito parlare del movimento gay, ma non mi era mai passato per la mente che potesse essere un luogo in cui io avrei potuto militare, né che ci fosse un corrispettivo lesbico. La scoperta è stata abbastanza casuale: la donna con cui stavo aveva letto su una pagina del Paese delle Donne che il CLI organizzava una vacanza all’isola d’Elba e mi aveva proposto di andarci. Io per la verità ero abbastanza riluttante, mi chiedevo chi fossero queste lesbiche e che bisogno ci fosse di incontrarle, ma alla fine, seppur recalcitrante, ci sono andata.

Come è stata quella vacanza?

Quando sono arrivata, vedendo tutte quelle donne di ogni età e ascoltando i loro discorsi al mare e a tavola, ho capito che non era una semplice vacanza. Si sentiva che avevano un vissuto politico, chec’era un tessuto di collettivi e attività, parlavano degli ultimi convegni a cui avevano partecipato e mi rendevo conto che c’era un altro mondo di cui ignoravo tutto. Ho sentito subito che mi interessava, che volevo capire. Come lesbica fino a quel momento avevo vissuto abbastanza tranquillamente: dal primo innamoramento, ricambiato, non ho mai tentato di essere eterosessuale, ma avevo capito che avrei dovuto rimanere nascosta e questo implicava vivere le mie relazioni con una certa sofferenza, perché questi amori partivano con i migliori auspici ma poi sorgeva sempre qualche complicazione che toglieva serenità. Nel tempo ho cominciato a interpretare questa dinamica ricorrente come causata dal fatto che il lesbismo era vietato, era una condizione che screditava chi lo viveva, per la quale si veniva additate. Credo che il mio orientamento sessuale fosse facile da indovinare, ma la differenza fra saperlo immaginato e dichiararlo è grande: io mi ero abituata a non parlare di questo argomento, a essere sempre un po’ sorvegliata e pensavo che quello fosse un modo di vivere accettabile.

Quando ho visto tutte quelle donne all’Elba ho cominciato a farmi molte domande e proprio lì ho iniziato un cammino: non è stato un percorso lento, è stata una specie di impennata. Mi sono guardata indietro e ho visto che vivevo all’insegna di compromessi, non parlavo con i miei genitori, neanche con i compagni dell’epoca, era il gioco del “sapere senza dire”. In quel periodo avevo un amore, per me molto importante, che era sofferente perchè guastato dalla sua clandestinità e mi sono resa conto che quello che danneggiava il nostro rapporto non dipendeva solo da noi, ma dalla morale pubblica. Quando ho conosciuto la realtà dei collettivi lesbici ero pronta a fare questo semplice collegamento, mi sono chiesta se quello che avevo era davvero accettabile e mi sono risposta che no, non lo era.

A settembre sono tornata a Fano e già in dicembre ero in Sicilia perchè avevo saputo che lì c’era un convegno. La mia compagna non è voluta venire, ma io a quel punto ero già partita, avevo trovato il passaggio nell’altra dimensione.

Chi c’era in quel periodo sulla scena lesbica pubblica?

La vacanza all’Elba era stata organizzata dal CLI, un gruppo molto importante per il movimento, che pubblicava un bollettino e faceva da collegamento fra tutte le lesbiche italiane. L’appuntamento in Sicilia invece era stato organizzato da un intergruppo, le Amanti, gruppo di riflessione che faceva capo a Sandra de Perini, e poi c’erano alcune donne di Firenze e altre di Bologna, città che ho poi frequentato perché lì mi sono trasferita (affittando una stanza da una delle donne conosciute all’Elba) per scrivere la tesi.

Nel 1990 si è avviata la preparazione della Prima Settimana Lesbica che si è poi celebrata nel 1991: pensa a come è cambiata la mia vita che da Fano mi sono ritrovata in una città dove si organizzava una festa lesbica al mese e dove c’erano gli eventi del Cassero, le riunioni preparatorie della Prima Settimana, i vari appuntamenti a Roma e in Sicilia. E poi c’erano le donne: questo arcipelago di attiviste che scrivevano articoli e libri – a quel tempo c’era la Estro, la casa editrice lesbica -, un’intera rete che prima non era stata accessibile per me, per quanto mi interessassi di politica. Insomma dopo quella vacanza mi sono buttata a capofitto, e mi chiedevo spesso cosa avrei fatto se non fossi andata a quella vacanza, quanto ci avrei messo a rendermi conto dell’esistenza di tutto ciò.

Come erano i convegni di quel periodo?

Qualche volta ci andavo, la mia compagna che però non condivideva il mio stato d’animo, non vedeva quello che avevo visto io e non ci trovava niente di così esaltante, così spesso ci andavo da sola. All’epoca ricordo che il movimento era piuttosto impegnato in questioni teoriche, anche durante la Prima Settimana ci sono stati parecchi incontri su questioni che riguardavano il senso del lesbismo, il rapporto con le donne eterosessuali, il nostro sentirci parte o meno del mondo delle donne; erano questioni culturali, non c’era ancora nessuna proiezione esterna della visibilità. La parola cominciava a circolare, ma ancora non aveva l’importanza che ha preso più tardi. La mia impressione era quella di essere stata assorbita da una comunità invisibile, che prima nemmeno io conoscevo e poi avevo visto e nella quale ero entrata ma questo non significava che altre vedessero noi.

E quando sei passata dalla platea al palco?

Alla Prima Settimana, insieme ad altre due giovani universitarie, abbiamo fatto una lettura commentata di un saggio di Monique Wittig, The straight mind che già allora era un po’ datato (1978, ma pubblicato in Italia nel 1990 n.d.r.) ma che ci aveva tanto catturate con la famosa dichiarazione per molte così scioccante “le lesbiche non sono donne”. Quell’articolo di fatto delineava un’identità lesbica diversa da quella delle altre donne, avevamo passato i mesi precedenti a leggerlo e commentarlo e durante la Settimana abbiamo provato ad articolare un discorso passando attraverso le parole di questa lesbica più grande che tanto ci avevano catturate. Quelli erano gli anni in cui imperava il pensiero della differenza sessuale, che pur non avendo molto gradimento nel movimento lesbico, faceva parte del linguaggio comune del femminismo, e infatti anche nelle Amanti ci si misurava con questa filosofia. Noi invece avevamo voluto orientarci su un’affermazione del soggetto lesbica che non emanasse dal soggetto donna. Erano i primi tentativi di dire qualcosa di noi stesse, spero quindi nella comprensione di chi legge oggi le nostre parole di allora!

Com’è stato prendere la parola a trent’anni in quel contesto?

L’emozione c’era, ma ci eravamo preparate per mesi, e poi eravamo tre coetanee e ci davamo supporto reciproco. Dopo la Settimana sono stati pubblicati gli Atti e ricordo che la curatrice ci chiese se volevamo che il nostro nome venisse riportato per intero oppure no, e in due abbiamo risposto di sì, perché già sentivamo che si doveva assumere la responsabilità del dire. Io non ero molto coraggiosa, avevo paura ma pensavo: “pazienza, bisogna metterlo, che senso ha proclamare che le lesbiche non sono donne e poi nascondere chi lo dice?”

Pensavo che Monique Wittig non ci avrebbe approvate.

Questo mio sentire si è ripetuto spesso, non è che io sia sempre stata gioiosa di fare coming out: lo facevo perchè lo ritenevo necessario, subito dopo ero soddisfatta e certo mi ha resa più libera, ma ogni volta che arrivava il momento di uscire dall’ombra per andare in piena luce bisognava raccogliere le forze, o almeno per me è sempre stato necessario fare prima un bel respiro. Non è mai stata una passeggiata, né in famiglia né al lavoro.

Coming out da insegnante: com’è andata?

Era il 1994, mi ero trasferita a Milano e facevo ancora la supplente e l’otto febbraio il Parlamento europeo si è pronunciato raccomandando agli stati membri di legiferare per equiparare la posizione dei cittadini omosessuali a quella degli eterosessuali: non era il primo atto di questo tipo, ma in quel caso la notizia è arrivata all’attenzione di pubblico e media. Come tutti l’avevo sentita la sera prima in tv e la mattina dopo, quando sono entrata in classe, ho trovato i miei studenti che si accapigliavano su questo argomento. Ho cominciato a firmare il registro augurandomi che finissero presto il dibattito, invece a un certo punto è arrivata la temuta domanda: “lei prof cosa ne pensa?”. Ho avuto qualche secondo di esitazione, poi ho pensato “com’è possibile che io il pomeriggio e la sera alle riunioni dica certe cose, ai convegni sottoscriva determinate posizioni politiche e poi al momento della verifica faccia finta di essere un’insegnante alternativa sì, ma eterosessuale?”. E così, di nuovo, ho fatto un bel respiro e ho risposto che ero d’accordo perché la cosa mi riguardava personalmente.

L’ansia non è durata soltanto il tempo di dirlo: i miei studenti erano liceali minorenni e io ero una precaria senza una rete di supporto. Tornando a casa ero preoccupatissima e mi immaginavo che il giorno dopo sarei stata convocata dal preside, la sera mi sono preparata ad affrontare il colloquio e una folla di genitori inferociti, ma il mattino dopo nessuno mi aspettava e nemmeno i successivi.

Essendo una supplente, non è stato un coming out fatto una volta per tutte e in ogni scuola in cui sono stata prima o poi la questione si è riproposta. Certo esiste la possibilità di rispondere con una certa vaghezza, ma l’idea è: se nessuno ci mette mai concretamente la propria persona, gli omosessuali sembreranno sempre dei fantasmi.

E in famiglia?

Quando ho detto a mia madre di essere lesbica non si è mostrata sorpresa, ma certo si è molto afflitta perché la mia verbalizzazione rendeva la questione irrimediabile. Mi viene da ridere se penso che la sua risposta è stata: “va bene Cristina, basta che non lo vai a dire ai quattro venti”… considerando quello che ho fatto dopo!

Tutta questa visibilità non era nei miei piani. Prima di arrivare al movimento mi ero sentita molto vulnerabile per il mio lesbismo, quando ero una studentessa temevo che un mio intervento prima o poi avrebbe scatenato una replica che mi avrebbe colpita proprio su quel punto, temevo di essere attaccata o screditata in quanto lesbica, perciò davvero non avevo messo in conto di farne pubblica professione. Poi però ho anche capito che se non lo dici diventi ricattabile e dichiararsi diventa un modo per sottrarsi al ricatto; per non parlare del fatto che se vuoi fare politica devi sciogliere questo nodo per forza, perchè diventa sempre più una questione pubblica. Nel tempo la paura è passata e oggi sono contenta, nonostante non mi senta invulnerabile -se qualcuno ti vuole danneggiare può sempre cercare di colpirti anche su questo- dirlo mi ha dato una vita molto più libera e mi ha permesso di esprimere quello che avevo da dire con tranquillità.

Come è proseguita la tua vita politica dopo quel primo intervento?

Per avere una Seconda Settimana Lesbica abbiamo dovuto aspettare il 1996. La tradizione dei convegni degli anni Ottanta, ai quali non ho avuto la fortuna di partecipare ma di cui ho letto gli atti, si era interrotta e la formula della settimana lesbica non è stata immediatamente reiterata, per cui per qualche anno ognuna è rimasta nella propria città.

Allora vivevo ancora a Bologna e con le ragazze con cui avevamo tenuto il seminario sulla Wittig abbiamo creato un gruppo che si chiamava “Laboratorio di critica lesbica”. Venendo da studi di filosofia ci piaceva leggere e “scervellarci”, quindi l’idea era di organizzare momenti periodici di riflessione su testi che avessero il lesbismo come focus; questo desiderio non era però condiviso da molte altre, quindi per certi versi non è stato un periodo particolarmente gratificante, ma per me è stato un passaggio molto importante, che mi ha dato una visione più ampia di ciò che ero.

Nel frattempo si cercava di fare il possibile perchè ci fosse un’altra Settimana Lesbica, perchè quella era la nostra pietra di paragone e il nostro desiderio. Nel ‘94 Berlusconi ha vinto le elezioni e questo ci ha molto angosciate, come angosciata era tutta la società italiana democratica, e ci siamo adoperate per incontrarci con altri collettivi lesbici. L’appuntamento, proprio sull’avvento delle destre, si è tenuto a Terra di lei e così abbiamo ripreso i contatti con le lesbiche delle altre città e abbiamo sentito che la voglia di un evento nazionale apparteneva un po’ a tutte.

Parallelamente, anche fra le fila di Arcigay le lesbiche si stavano organizzando: per noi che venivamo dal lesbofemminismo loro erano le non separatiste, quelle che si definivano gay, insomma le pensavamo un po’ come delle giovani con poca consapevolezza di sé, e invece proprio fra loro cresceva una leva di lesbiche agguerrita, che a Bologna, Firenze, Padova organizzava punti di incontro e momenti di confronto. I temi che loro proponevano non mi entusiasmavano molto, mi sembravano un po’ mimetiche perché si occupavano di questioni come il sesso sicuro che a me parevano simmetriche alla politica maschile, però avevano una marcia in più sulla visibilità, e questo gliel’ho riconosciuto sempre e da subito. Queste ragazze infatti, appena di qualche anno più giovani di me, sulla scia di Graziella Bertozzo che oggi è nell’area antagonista ma allora era la vice di Grillini e si era esposta uscendo su giornali di tiratura nazionale, conducevano una politica a viso aperto, fuori dal circuito lesbico protetto.

E proprio durante la Seconda Settimana si è verificata l’intersezione: le separatiste da una parte (dove mi trovavo anch’io) e le non separatiste dall’altra, che nel frattempo avevano cambiato nome diventando Arcilesbica. Questo incontro fra il lesbismo “colto” femminista, radicale (e secondo me appartato) e il lesbismo meno colto, magari meno raffinato, ma pronto ad uscire allo scoperto, non è stato per niente conflittuale, ma anzi molto amorevole. Non so perchè, a volte succede ma è cosa rara; c’era stata spesso competizione fra questi due lesbismi, ma in quel momento no, è stato proprio una specie di abbraccio.

A quel punto io sentivo già che la visibilità era lo scoglio che volevo superare personalmente e politicamente, pensavo fosse una questione urgente anche sul piano generale. Mi piaceva molto la cultura lesbofemminista, la trovavo una cultura di livello molto alto e non accettavo che queste sue buone carte non venissero giocate sulla scena pubblica. Perchè noi non soltanto non andavamo nelle piazze, ma non andavamo nemmeno nei contesti femministi se e quando c’erano, perchè il femminismo era eterosessuale e quindi non ci interessava. Ecco, io avevo la sensazione negativa che la nostra ricchezza non potesse circolare che al nostro interno, e perdipiù eravamo irraggiungibili anche per le lesbiche come ero stata io quando ero a Fano, in provincia e sola. La visibilità di queste giovani mi ha molto attratta, quello che avrei voluto io era che il lesbismo radicale con la sua cultura potesse uscire allo scoperto e arrivare dappertutto. Sai quando si dice l’orgoglio gay? Ecco, io grazie al lesbofemminismo ho scoperto che era molto bello essere lesbica, magari orgoglio non è una gran parola, però quello che prima mi era sembrato un peso che altre non dovevano portare, ora mi sembrava un valore aggiunto. Bisognava dirlo alle altre lesbiche che dovevamo essere contente di quello che siamo, e come si faceva a farlo senza andare fuori? Così ho cominciato a sentirmi con un piede di qua e uno di là.

E come sei arrivata in Arcilesbica?

Io avrei voluto che le due correnti si unissero ma non è stato possibile; quando Arcilesbica si è staccata da Arcigay, ho pensato che fosse un’occasione meravigliosa. Pensavo: abbiamo appena fatto la Seconda Settimana e ci vogliamo tutte molto bene, questa diventa un’associazione solo femminile, possiamo collaborare, loro ci mettono la marcia in più per andare fuori, è il momento! Ho aderito ad Arcilesbica subito e con entusiasmo, però molte dell’ambiente separatista non hanno fatto la stessa scelta, anzi, e quell’idillio di cui parlavo prima è durato poco.

Io però ho fatto quella scelta senza rimpianti e sono contenta, la rifarei ancora. Poi ci ho provato lo stesso a mettere insieme la visibilità con la cultura lesbofemminista, ma certo se fossero venute tutte sarebbe stato meglio.

L’inizio è stata una stagione avvincente, sotto molti punti di vista: quando vuoi provare a comunicare un’esperienza secondo un’ottica lesbofemminista fuori dai soliti giri devi tarare il linguaggio, è completamente diverso parlare in un ambito protetto, e magari stratificare un certo percorso, dal parlare fuori da quell’ambiente; tante volte mi sono trovata a dovermi fermare a pensare a come dovevo dire una certa cosa per farmi capire. I primi anni andavamo nei circoli ex Arcigay a parlare con le donne: la separazione era stata decisa a livello centrale, ma a livello locale non c’erano automatismi, molte donne non volevano separarsi dai gay e molti gay non volevano lasciar andare le donne. Noi facevamo questi pellegrinaggi per spiegare perchè valeva la pena farlo, e ogni volta bisognava trovare un registro per comunicare con chi aveva vissuti completamente diversi e non aveva letto gli stessi testi o dibattuto fino a quel momento come avevamo fatto noi.

E’ stato bello e importante, o almeno lo è stato per me, perché nella mia scala di priorità la comunicabilità a livello massivo viene prima di qualunque anticipazione o avanguardia culturale.

Anche oggi quello che mi preme più di tutto è il cambiamento capillare, non la fuga in avanti di poche. Servono anche quelle che vanno avanti, così magari ci ossigeniamo il cervello leggendole, ma la mia passione non è lì, sta nelle strade, come per i Pride, con la gente che discute, guarda dalle finestre, dai bar, vede, finalmente. A quello di Bari per esempio, nel 2003, il circolo Arcilesbica era appena nato e le donne si sono ritrovate nell’arco di pochi mesi nella città designata per il Pride nazionale. E le stesse che a dicembre dicevano “io però non vengo o al massimo arrivo ma con la parrucca” per mesi hanno lavorato all’organizzazione, e a giugno erano nel corteo senza parrucca, che ballavano sui tetti delle macchine con la faccia al sole. Ecco a me piace questo, che ci posso fare?

15 anni in Arcilesbica: tema libero

In questi 15 anni credo di poter dire che ci siamo mosse parallelamente su due piani: da un lato il militantismo per i diritti e la visibilità, e dall’altro abbiamo cercato di mantenere aperta la riflessione culturale, riproponendo argomenti della nostra formazione e che nel frattempo erano stati sviluppati dagli ambienti più radicali del movimento lgbt.

Alcuni incontri hanno avuto la formula della tre giorni di convegno, a Milano ne abbiamo fatti due, entrambi sulla sessualità, perché all’epoca non tutte lo sanno ma c’è stata una specie di sex war! Anni fa alcune questioni erano meno assodate, e altre molto dibattute, come la presenza delle transessuali m to f negli ambienti solo per donne; nelle Settimane non si era riuscite ad affrontarle fino in fondo e quindi abbiamo voluto riparlare con loro della differenza femminile contesa: loro si rivendicavano come donne, noi avevamo appena finito di dire che non lo eravamo, c’erano implicazioni emotive e politiche notevoli. Poi sono arrivati anche gli F to M, insomma abbiamo provato a mantenere aperta la riflessione sull’identità. C’è stato un periodo in cui erano arrivate da noi alcune mode straniere, come il bondage e l’s/m, ma non intendo nella versione commerciale come possono esserlo ora, era una specie di trasgressione che muoveva dall’interno del mondo lesbico verso l’etica femminista. Si riguardavano i rapporti di sottomissione, dominio eccetera e volevamo parlare di queste correnti. Una cosa che per esempio avevo mal sopportato nell’ambiente lesbofemminista è che si ospitassero solo gli interventi che confermavano il proprio posizionamento, invece in Arcilesbica ci siamo mosse altrimenti, vogliamo sentire cosa dicono gli altri o le altre e discutere. Anche con il femminismo della differenza alla fine ci siamo confrontate, senza peraltro divenire a nessun accordo, però Luisa Muraro è venuta a un convegno Arcilesbica a Bologna. Magari qualcuno storcerà il naso, ma noi ci siamo confrontate e ognuna delle due realtà ha preso atto dell’esistenza dell’altra. E poi alla fine la negazione non mi sembra nemmeno tanto culturale.

Naturalmente abbiamo fatto anche convegni su altre tematiche, e per un po’ abbiamo avuto una rivista, Towanda!, che per una serie è stata di fatto collegata ad Arcilesbica. Siccome uscivano dei numeri monografici, contemporaneamente alla pubblicazione organizzavamo incontri a tema nelle città, e poi Soggettiva che è nata a Bologna, insomma nemmeno mi ricordo tutto quello che abbiamo fatto, ma la storia è raccolta in un saggio che riassume un po’ tutta la vita e l’attività dell’associazione e che sta all’interno di “Il movimento delle lesbiche in Italia” (2008).

L’altro terreno è stato quello della lotta dei diritti, che noi abbiamo fatto anche da sole, i primi anni senza Arcigay, all’inizio sulla maternità indipendente che allora era un’idea, oggi ampiamente superata dalla realtà dei fatti; dopo il World Pride i diritti civili e il riconoscimento delle coppie sono stati una questione che si è imposta e noi ne abbiamo preso atto. Non si può decidere qual è la battaglia reale, tranne nel caso in cui ci si voglia autoemarginare: la società italiana discute di una cosa e tu ti collochi in quella e lì discuti, questo è il mio principio di realtà. L’associazione di cui faccio parte vista dall’esterno è forse un’associazione che non appare molto radicale, eppure io trovo molto radicale avere un contatto con la realtà e all’interno di questa voler produrre un cambiamento, lo trovo più ambizioso che negare i fatti e fantasticare altri cambiamenti. Ma forse questi sono massimi sistemi.

La passione della realtà mi è rimasta da quando ero giovane, non mi interessa vagheggiare un altro mondo, vorrei che cambiasse questo, possibilmente non solo in piccole isole ma nella dimensione più grande possibile. E’ stata e continua a essere una battaglia molto bella.

Con chi lavori?

A Milano siamo una decina fisse più altre che collaborano meno stabilmente; nella segreteria nazionale su singoli progetti posso lavorare anche solo con altre due o tre donne, ma non faccio mai niente da sola. Mi sono immaginata sempre un impegno nel lesbismo che non fosse soltanto mio, mi piace proprio il concetto e la pratica di patto politico fra lesbiche, che si scelgono e mettono insieme le risorse che hanno per produrre qualcosa, senza mediazioni maschili o senza dover rimanere per forza in ambito neutro.

Nei gruppi lesbici il piano progettuale si fonde spesso – se non sempre – con quello più relazionale, nel cosiddetto “eros lesbico”. Che cosa, secondo la tua esperienza, fa reggere un progetto e un gruppo di donne su un obiettivo?

Un domandone… non so se quello che vale per me possa valere anche per le altre, di sicuro le relazioni sono molto importanti. Per credere possibile un obiettivo tu devi credere oltre che in te stessa anche nelle altre con cui lo stai perseguendo, altrimenti finisci per cedere. L’appartenenza a questo movimento oggi per me è questo: una generazione, già la seconda, di donne che si muovono insieme per liberarsi e cambiare le cose.

Per me è stato molto importante scoprire che un gruppo di donne insieme poteva assumersi la responsabilità di un’organizzazione, non ne ero sicura, perché in quasi tutte c’è uno spirito di delega potentissimo. L’idea di mettere in piedi non un progetto o un evento, ma un’organizzazione vuol dire che ti sei messa in testa qualcosa di grande: addirittura edifichi una struttura e vedi se può reggere, per quanto tempo e se ha senso. E il fatto che questa esperienza sia proseguita è stata motivo di gioia, io non ne ero certa. Ci sono state delle donne importanti, senza le quali forse non saremmo partite, tipo Titti de Simone, perché all’inizio è un rischio, nessuna vuol fare brutte figure, tu ti esponi e poi non è che in capo a poco puoi dire “scusate, non era vero”. Ci sono dei soggetti che a volte hanno una funzione trainante e lei l’ha avuta di sicuro. Poi può capitare che le persone cambiano, però a un certo punto arriva la percezione di stare in qualcosa che è un patrimonio, un bene comune, che non dipende da una singola ma è cosa di tutte e che è uno strumento dal quale possiamo dire la nostra da una matrice specificatamente femminile. Non so se per le altre sia lo stesso, ma per me questo è veramente tanto.

Quando ero ragazza le donne non mi piacevano molto, mi innamoravo certo, però pensavo che erano sempre incapaci di tutto, avevo questa percezione -misogina o realistica dillo tu-, di una categoria che lascia fare agli altri, che non è mai a suo agio, che non sa “prendersi”. Perciò penso che il femminismo sia così importante, perché è una possibilità che le donne si sono date di credere in se stesse e mi piace l’idea di un movimento lesbico autonomo (non parlo solo di Arcilesbica ma quella è la parte che ho scelto io), così dimostriamo che abbiamo a cuore la nostra esistenza e che ci incarichiamo di trovare le risposte, non stare solo a vedere cosa succede. Mi sembra che un investimento in questo senso presupponga una buona percezione di te stessa, che dimostri di credere che puoi reggere un’impresa simile e che hai delle compagne in grado di condividerla con te, e il progetto va pure avanti. Quanta grazia!

In questo tuo raccontarti si sente molto l’entusiasmo per il percorso che hai scelto. E in tutto questo, quanta fatica c’è, se c’è?

C’è la fatica dell’insuccesso, per esempio sul piano dei diritti, il fatto di non aver ottenuto niente un po’ pesa; tanti anni, tante persone, tante energie e ti scontri sempre con questo muro di gomma, con i politici che abbiamo non si capisce come cambiare le cose e questo è certamente un po’ frustrante.

Alcuni risultati comunque ci sono, essere lesbica oggi non è come vent’anni fa, o peggio prima del femminismo, però guardando fuori dall’Italia le conquiste degli altri noi non le abbiamo ottenute. Magari abbiamo cambiato la possibilità di viversi o l’opinione pubblica ma il fatto simbolico di aver conquistato la cittadella ancora ci manca.

Poi è molto faticosa la conflittualità, le rotture tra donne. Io non mi riferisco a quelle esterne all’associazione, che pure capitano. A volte ci sono degli abbandoni, a me è capitato di deludere delle persone con le quali lavoravo e quindi di non avere più la loro fiducia e questo è pesante, soprattutto se ciò viene messo in contrapposizione con la continuità di quello che stai facendo. Non è capitato una volta sola, così come è successo che fossero altre a deludere me, insomma quando si interrompe la condivisione di un ragionamento può arrivare la solitudine, E’ vero che le persone cambiano e qualcuna c’è sempre, ma il fatto che il cammino non sia più condiviso con certe persone è faticoso.

E poi c’è il piano delle relazioni: noi non stiamo insieme per soldi, lavoriamo sul progetto, su una scommessa comune. Quindi quando la scommessa si spezza lascia morte e ferite, e così come ti può esaltare ti può stroncare, perchè le persone non sono intercambiabili e ci si perde in tante. E’ anche vero che io non sono un personaggio molto adatto al contenimento, in situazioni di divergenza acuta sono una che si irrigidisce e quindi magari questo potrebbe essere un lamento di coccodrillo, ma ognuna nei movimenti ci sta con il suo carattere e, facendo politica lo impari, alla fine abbiamo tutte le nostre modalità.

Cosa ti piacerebbe lasciare al movimento?

E’ vero che ho quasi cinquant’anni, ma in politica non sono molti, non sono prossima ad andarmene! Quello che mi piacerà non so, ma oggi mi piacerebbe che questo movimento -che non può unificarsi, né sotto Arcilesbica né sotto altri e quindi rimarrà un movimento frastagliato- si prendesse la responsabilità di creare un momento periodico di confronto, come accade all’estero. Vorrei che riuscissimo a darci appuntamento ad esempio per un seminario dove misurarci con l’attualità e le diverse culture lesbiche, frequentabile da tutte, anche dalle nuove che arrivano e non sanno niente di ciò che esiste già. Ci vorrebbero occasioni non divulgative, perché oggi credo che non si possa trasmettere il pensiero col bigino. Certo il rischio è che il piano diventi accademico, ma tanto vale correre il rischio e poi correggerci cammin facendo: non vorrei una situazione da queer studies, ma un ponte fra e chi studia e chi fa attivismo. Non so se è questo che voglio dalla vita, ma è quello che voglio adesso.

Sei contenta oggi?

No, non sono ancora contenta. Perciò non voglio raccontare le mie memorie, non è ancora giunto per me il momento.

 

Intervista di Michela Pagarini – dicembre 2010


http:/www.leswiki.it/repository/testi/whos/cristina-gramolini-per-leswiki.doc


 Nel LesWiki:


Maria Cristina Gramolini

Note biografiche riviste dall’autrice; a cura di “mt”; giugno 2006

Maria Cristina Gramolini è nata a Fano (Pesaro) nel 1963 e vive a Milano. Il suo lavoro è l’insegnamento della storia e della filosofia nella scuola superiore. Attiva nel Movimento Lesbico fin dal 1990, è stata tra le promotrici delle tre Settimane Lesbiche Italiane negli anni ’91-‘96-’98. Ha fatto parte del “Laboratorio di Critica Lesbica”, col quale ha pubblicato, nel 1995, Il Quaderno Viola n.4: “E l’ultima chiuda la porta. L’importanza di chiamarsi lesbiche”, per le Nuove Edizioni Internazionali. Nel 1996 ha partecipato alla fondazione dell’Associazione Nazionale ArciLesbica e ne é stata la Presidente dal 2002 al 2005. Nel 1998, nell’ambito del Primo Convegno milanese sull’Erotismo Lesbico, è stata curatrice della Giornata dedicata ai temi della Transessualità. Dal 1998 è iscritta alla rete Aletheia, il Coordinamento nazionale degli insegnanti omosessuali. Nel 2000 ha pubblicato un saggio sul Movimento Lesbico in Italia nell’appendice a Independence gay di Massimo Consoli, Ed. Massari.  Dal 2001 fa parte della redazione della rivista lesbica Towanda!. Nel 2002 ha pubblicato, con Eva Mamini, l’articolo “Movimento Lesbico: tecniche di sopravvivenza e forme di resistenza”, su Donne in movimento, Ed.BFS; ed è stata relatrice italiana alla Conferenza Lgbt del Social Forum Europeo di Firenze. Nel 2003 ha partecipato, sotto il coordinamento della dott.ssa Margherita Graglia e nell’ambito del Progetto Europeo Triangle, alla somministrazione di un Questionario sull’omosessualità a scuola, rivolto ai docenti della scuola superiore. Nel 2004 ha pubblicato un commento su Genesis (rivista della Società Italiana delle Storiche ), riguardante il libro “Omosessuali moderni” di Bargagli e Colombo e il libro “Diversi da chi?” di Saraceno. Nel 2005 ha collaborato all’organizzazione del Convegno “Istituzioni, generi, sessualità”, che si è tenuto all’Università Bicocca di Milano. Nel 2006 è stata nell’organizzazione del Convegno “Biografia di un Movimento. Trent’anni di Lesbismo politico a Milano”. Attualmente [NB: 2006] è componente della Segreteria Nazionale di ArciLesbica.

Link:

  • Maria Cristina Gramolini, 1995. “Roma-Stasburgo andata e ritorno“, 1995. I Quaderni Viola. E l’ultima chiuda la porta. L’importanza di chiamarsi lesbiche, 4: 66-67. Milano: Coop. Nuove Edizioni Internazionali.
  • “Una, due, tre discussioni… tanto per cominciare”, 1995. I Quaderni Viola. E l’ultima chiuda la porta. L’importanza di chiamarsi lesbiche, 4: 18-32 [Discussione sull’eterosessualità obbligatoria tra Lidia, Cristina, Rosa, Nadia, Marilena, Antonia, Giulia, Teresa, Eva, Silvia, Francesca]. pp. 18-24; 25-28; 29-32.




Ruscica, Agata

Agata Ruscica: l’utopia non può governare

 

Intervista di Michela Pagarini, marzo 2011

Dal Movimento di Liberazione della Donna alla politica dei partiti, dal femminissmo separatista ad Arcigay. Il buddismo, la monogamia, la visibilità: vita di una lesbica impegnata in Sicilia.



Quando sei nata?

Sono nata nel dopoguerra nel 1948, i miei genitori erano appena rientrati dalla Francia: mia madre, aveva collaborato con un gruppo che tentava di salvare gli ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento, mio padre era un militare che era stato condannato a morte dalla repubblica di Salò ed era andato in prigionia per evitare di lottare contro i partigiani. Loro non ne volevano sapere di politica, eravamo una famiglia piccola, volevano per noi tre una vita tranquilla.

Dove e come sei stata cresciuta?

Sin dalla nascita ho seguito mio padre, militare di carriera, nelle sue sedi: Piazza Armerina, Alcamo, Partinico. Non facevo in tempo a crearmi amici che venivamo trasferiti. Sono stata un’adolescente molto amata e molto protetta dai miei. Anche troppo.

Si consideravano genitori anziani e avevano instaurato con me un rapporto da adulti. Cominciai prestissimo a sconvolgerli scendendo in piazza contro il Governo Tambroni con manifestanti e studenti nella nostra città, Catania, nella quale eravamo approdati quando mio padre andò in pensione. Io ero appena quindicenne, studentessa di belle arti.

Quando ti sei scoperta e dichiarata lesbica?

Sono stata innamorata delle donne da sempre, le zie, le amiche di mia madre, mia madre. Da giovanissima non ne ero cosciente e sino ai diciotto anni perdevo tempo con finti innamoramenti etero, mai portati a termine. A 19 anni cominciai ad insegnare disegno nelle scuole medie e contemporaneamente studiavo, frequentando il biennio di maturità prima e la facoltà di Scienze Politiche poi. Intorno ai venti anni comunicai ai miei che mi piacevano le donne. Non ebbero alcuna reazione. Mia madre lo aveva capito abbondantemente e mio padre sembrò sollevato dal fatto che non ci sarebbero stati altri uomini fra i piedi.

La prima volta che ti sei innamorata di una donna?

Mi sono innamorata di una collega di scuola che era etero e questo innamoramento mi ha portata a decidere di non innamorarmi più di donne che non mi avrebbero ricambiata. E così è stato.

Quando hai incontrato le altre lesbiche, e che rapporti hai avuto con loro?

Ho incontrato le altre lesbiche nel movimento femminista e con loro ho avuto sempre un rapporto di grande solidarietà. Ho fatto parte dal 1976 del MLD (movimento di liberazione della donna), il gruppo che negli anni ’70 organizzò l’occupazione di Governo Vecchio, quella che fu la prima casa delle donne a Roma prima del Buon Pastore. Con le mie compagne di allora, le donne di Pompeo Magno e altre che stavano nella casa, ci incontravamo spesso proprio a Governo Vecchio; più tardi arrivarono anche le donne del Cli, ma prima della sua fondazione le lesbiche militavano essenzialmente nei gruppi femministi.

Nel 1982 ho fondato il primo collettivo lesbico a Catania, rendendolo subito pubblico: era una piccola aggregazione, tre persone appena, che comunque hanno avuto il coraggio in un periodo storico difficile di scendere in piazza durante una delle tante manifestazioni contro il nucleare per distribuire un volantino che parlava di lesbismo.

Nel 1983 ho conosciuto Angela, la mia attuale compagna, con la quale condivido 28 anni della nostra vita.

Una relazione fra due donne che dura da 28 anni! Dateci una speranza: consigli, segreti, magie?

Nessun consiglio e nessuna magia. Può succedere a chiunque, basta volerlo. Oggi io e Angi siamo buddiste e pensiamo che la nostra storia Karmica continuerà ancora nelle future vite.

Con lei ho continuato il mio percorso: nel 1985 abbiamo fondato Le Papesse (l’idea del nome è venuta ad Angela), il primo collettivo interprovinciale di donne lesbiche dichiarate in Sicilia.

Chi erano le Papesse?

Le Papesse erano Agata Ruscica, Angela Barbagallo, Sara Crescimone e altre donne non dichiarate. All’interno del gruppo praticavamo l’autocoscienza, facevamo autoanalisi, e producevamo materiali per l’esterno come documenti, mostre fotografiche e filmati.

E poi?

Siamo state sempre noi, tra l’84 e l’85, a organizzare i Campi di donne ad Adelfia, che fino a quel momento erano patrimonio delle donne etero femministe. Erano luoghi della chiesa Valdese gestiti da gruppi femministi; durante i campi si stava al mare, si mangiava e dormiva insieme, si discutevano vari temi ci si confrontava, si facevano attività manuali, spettacoli, si ballava e cantava e ci si innamorava: io e Angi lì ci siamo conosciute, e sempre lì un anno dopo ci siamo messe insieme.

Come sei passata dalla politica dei collettivi a quella dei partiti?

Nel 1984 sono entrata nei Verdi ed ho fondato l’Arcigay a Siracusa, sono stata Consulente del sindaco di Siracusa per la realtà omosessuale per circa un anno. Dopo la fine delle Papesse nel 1987 non ho più fatto politica lesbica, quando Arcilesbica si divise da Arcigay, io e Angela Barbagallo che eravamo state femministe separatiste, siamo state fra le pochissime donne a decidere di restare in Arcigay.

Qual è stato il passaggio che ha reso la tua vita privata una vita pubblica?

Nel ‘98 sono diventata assessore provinciale alle pari opportunità a Siracusa per 22 mesi e poi portavoce del presidente per dieci anni. Contemporaneamente ho fatto parte per circa due anni della commissione Giustizia e Libertà presso il ministero Pari Opportunità con i ministri Balbo e Belillo.

Ho continuato poi a interessarmi dell’Arcigay come direttivo provinciale dopo esserne stata il primo presidente di Siracusa e ancora come vice presidente regionale. L’ultimo anno il 2010 mi ha vista presidente regionale e componente del consiglio nazionale per circa tre mesi.

Ad agosto mi sono dimessa da Arcigay per incompatibilità con l’attuale presidente nazionale, ma è anche vero che avevo maturato uno stop già da tempo. In questo passaggio mi ha molto aiutato il buddismo di Nichiren Daishonin, del quale sono diventata seguace da circa quattro anni.

Come è stato e cosa ha significato per te passare da una dimensione separatista ai gruppi misti? E dalla politica dei collettivi a quella dei partiti?

Era arrivato il momento delle rivendicazioni dei diritti, per questo nel 1994 siamo entrate in Arcigay. Ne siamo uscite definitivamente nel 2010 per stanchezza e incomprensioni varie di cui non mi va neanche di parlare.

La politica dei partiti è stata invece un’esperienza legata alla fine degli anni ‘90. In Sicilia in quegli anni molte donne divennero sindaco, e io per 22 mesi fui assessore provinciale. Credevo che la macchina burocratica e il potere si potessero cambiare. Ma l’utopia non può governare.

Che effetto ti fa ripercorrere e raccontare tutto il tuo percorso?

Mi sento serena, credo che se ne avessi la possibilità rifarei il mio percorso per intero. Avrei voluto incontrare prima il buddismo, ma probabilmente non era ancora maturo il tempo.

 

 Intervista di Michela Pagarini – Marzo 2011


http://www.leswiki.it/repository/testi/whos/agata-ruscica-per-leswiki.doc




1982, Linea Lesbica Fiorentina – Il gruppo

s.a., 1982. “Punti di riferimento”, Bollettino del CLI, n.1 (gennaio) 1982, p. 6.

Originale allo http://www.memoriaqueer.org/wp-content/gallery/1982/llf02.gif

 


Come abbiamo già fatto nel nemero “zero”, anche in questo numero parliamo di alcuni punti di riferimento per chi vuole incontrare altre lesbiche, che siano in gruppo o no.

A Firenze. Il gruppo Linea Lesbica Fiorentina.

“Non è il primo gruppo che nasce a Firenze” – ci scrivono – “ce ne sono stati altri due alla Casa delle Donne, sorti per iniziativa di alcune compagne del gruppo delle casalinghe.  Il nostro gruppo è eterogeneo: raccoglie compagne che hanno alle spalle l’esperienza precedente ed altre che vengono fuori per la prima volta o per la prima volta prendono coscienza in gruppo del loro lesbismo. L.L.F. praticamente si è formato a Torino (la primavera scorsa al convegno dell’ILIS) con la proposta di un coordinamento toscano.

Tra Torino e Roma noi fiorentine ci siamo incontrate varie volte per decidere se restare con le femministe della Casa delle Donne, ricalcando la doppia militanza dei gruppi precedenti, oppure se cercare uno spazio nostro. E a Roma (al convegno di fine giugno del collettivo di Via Pompeo Magno) già ci siamo potute presentare com un gruppo di 18 circa persone”.

“E’ stata con noi per oltre un mese una compagna del gruppo Phoenix di Milano (vedi numero “zero”) che ha portato il contributo della su esprinza in altri gruppi… questo scambio ci ha dato molto e vorremmo non restasse il solo. Invitiamo perciò tutte le compagne che lo desiderano a visitarci”. “pensiamo siano necessarie almeno tre cose per sopravvivere: a) uno spazio dove siano possibili varie attività sociali; b) iniziative culturali; c) una riflessione politica”.

Linea Lesbica Fiorentina si riunisce in Via dei Conciatori 4r il lunedì sera alle 9 per il coordinamento, il mercoledì per le attività pratiche (arredare il centro, un nuovo volantino e simili) e il giovedì per un gruppo di discussione al quale prendono parte alcune che hanno fatto e continuano a fare una scelta di testi teorici lesbici italiani e stranieri.