da fare

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  • Rivotto Peccei, 1900. “Sovra un caso di urningo-femmina”. Archivio, 21: 91-93
  • G.L. Gasparini, 1908. “Un caso di omosessualità femminile (con due figure)”, Archivio di Psichiatria, scienze penali ed Antropologia criminale per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente, vol.XXIX, pp.24-35.

Omofonie: fare da maggio 2006 incluso

Dacia Maraini – Lettere a Marina

Amalia Guglielminetti, 1923 – La rivincita del maschio

Maurizio Rebaudengo – “Grandissima forza ha ‘l piccolo fanciullo Amore”: l’eterodossia erotica in Amor nello specchio di Giovan Battista Andreini

Nanà di Emile Zola e il bel racconto Felicità di Katherine Mansfield.
Molly & Esther Stanhope, Ulisse, Joyce
Alexandre Dumas, Il romanzo di Violette

ossia http://www.giovannidallorto.com/testiindex.html
http://pagesperso-orange.fr/saphisme/m_a/fougeres1.html
fino a sec XII compreso
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Storia

TESTI
Platone (427-347 a.C.) Simposio. [Il testo tradotto è tratto da http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/platone7867434.htm] Seneca il vecchio (55 a.C.-40 d.C.) Controversie, libro I. Qui solo il latino, tratto da http://www.thelatinlibrary.com/seneca.contr1.html
Paolo (Saulo) di Tarso, san Paolo (10-67 d.C.) – Lettera ai Romani, 57 d.C.
Marco Valerio Marziale (40-103 d.C.) Epigrammi
Pausania il Periegeta (110–180 d.C.). “Dafne e Leucippo”, in Hellàdos Perieghésis, 8 20. Traduzione di A. Nibby del 1817.
Luciano di Samosata, ca. 162-166 d.C. Dialoghi delle cortigiane, Dialogo n. 5. Dal sito di Giovanni Dall’Orto; traduzione dal greco di Lorenzo Gallo. La traduzione di Luigi Settembrini, 1862, su Wikisource si trova online qui
Publio Ovidio Nasone, 2 a.C. – 8 a.C. Le metamorfosi. Libro IX. Nato a Sulmona il 20 marzo 43 a.C.e morto a Tomi, sul Mar Nero, nel 18 d.C.
Teodoro di Tarso, arcivescovo di Canterbury (ca. 602-690) – “II. De Fornicatione”, in: Poenitentiale Theodori. [Tratto dal sito di Giovanni Dall’Orto, allo http://www.giovannidallorto.com/testi/xpni/theod/theod.html] Cielo d’Alcamo, 1231-1250 circa – “Rosa fresca aulentissima” [vedi il saggio di Giovanni M. Riccci del 1999, sull’interpretazione rimossa, online sul sito Uroboro.
Anonimo, 1260. Li livres de jostice et de plet(z). Vedi Giovanni Dall’Orto che lo interpreta come condanna non all’omosessualità femminile ma ai rapporti anali.
Statutum Tarvisii [Statuto di Treviso], 1313. “De viris, & feminis commiscentibus contra naturam”, Liber III, tractatus 4, rubrica 7. Tratto da Giovanni Dall’Orto
Giovanni Boccaccio, [1374]. “Inferno. Canto XV, 115-120”. Esposizioni sopra la Commedia di Dante.
Girolamo Savonarola, 1495. “Prediche sopra i Salmi”, Belardetti, Roma 1962, vol. 1, predica XXIV, pp. 124-125. Dal sito di Giovanni Dall’Orto
Ludovico Ariosto, 1516. “Canto XXV; Bradamante e Rosaspina”. In: Orlando furioso
Leonardo da Vinci, 1519. “Lussuria. Il pipistrello”, Bestiario [Dal codice H], n. 34. Tratto da Giovanni dall’Orto
Un caso svizzero del 1523, in: E. William Monter, 1974. “La sodomie à l’époque moderne en Suisse romande”, Annales. Économies, Sociétés, Civilisations. Année 1974 Volume 29 Numéro 4 pp. 1023-1033 [online allo http://www.persee.fr/articleAsPDF/ahess_0395-2649_1974_num_29_4_293533/article_ahess_0395-2649_1974_num_29_4_293533.pdf] Carlo V d’Asburgo, 1539. Straff der Unkeusch, so wider die Natur beschicht [Punizione degli atti di lussuria contro natura], Lex carolina, Paragrafo 116. Tratto da Giovanni Dall’Orto
Tullia D’Aragona, [1547] 1864. Della infinità d’amore. Dialogo di Tullia D’Aragona colla vita dell’autrice scritta da Alessandro Zilioli. Milano: G. Daelli e C. editori. 1864 (MDCCCLXIV) [Nel catalogo delle opere di Tullia d’Aragona compilato da Giammaria Mazzuchelli e presente nel volume utilizzato, come edizione originale c’è: Dialogo dell’infinità dell’amore. In Venezia presso il Giolito 1547, in 8°] Cosimo Bottegari, 1573-1600 circa. Monicella mi farei”, Libro di canto e liuto [Segnalazione e trascrizione di Eugenia] Louis Crompton, “Il mito dell’impunità lesbica: leggi capitali dal 1270 al 1791”. Sodoma n.2 pp. [VEDI] [Tratto dal sito della Fondazione Sandro Penna
Codice penale austriaco, 1852. CAPO XIV: Dello stupro, dell’oltraggio al pudore e di altri crimini di libidine. Si applicava anche a Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino, allora dominii austriaci. Parla di libidine contro natura, “con bestie o con persone del medesimo sesso”.
Codice penale per il Regno di Sardegna, 1859. Libro II, titolo VII: Dei reati contro il buon costume. In vigore fino al 1889 nelle regioni settentrionali del regno; parla di “atti di libidine contro natura”.
Jean Baptiste Bouvier, 1877. “Della sodomia”. In: Venere e Imene al Tribunale dell’amore. Manuale per confessori. Roma: Francesco Capaccini editore.
Guglielmo Cantarano, 1883. “Contribuzione alla casuistica dell’inversione dell’istinto sessuale”. In: La psichiatria, la neuropatologia e le scienze affini. 1(3): 201-216. [Trascritto da Jill] Giovanni Pascoli, 1898. “Digitale purpurea”. In: Il Marzocco, anno III, n. 7, 20 marzo 1898; ripubblicata in seguito nella raccolta Primi poemetti
Angelo Zuccarelli, 1889. “Inversione dell’istinto sessuale in una donna”. In: L’anomalo, anno 1, pp. 20-21. [controllare se è questo citato da Havelock Ellis nel volume “L’inversione sessuale”, pubblicato, credo, prima in tedesco nel 1896 (Das konträre Geschechtsfühl); le date non tornano]. [Trascritto da Vanessa] Angelo Zuccarelli, 1889. “Inversione congenita dell’istinto sessuale in una donna. (Tribade adultera). 2° caso”. In: L’anomalo, anno 1, pp. 46-50. [Trascritto da Vanessa] Antonio Cipollini, 1890. Saffo. Milano: Fratelli Dumolard Editori.
Rivotto Peccei, 1900. “Sovra un caso di urningo-femmina”. Archivio, 21: 91-93
Enrico Oliari, 2006. Marostica, 1902: lei ama lei e uccide il marito. In: L’omo delinquente: scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti. Civitavecchia: Prospettiva editrice, pp. 61-70.
G.L. Gasparini, 1908. “Un caso di omosessualità femminile (con due figure)”, Archivio di Psichiatria, scienze penali ed Antropologia criminale per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente, vol.XXIX, pp.24-35.
Aldo Palazzeschi, 1910. “I fiori”
Rodrigo Fronda, 1912 – Manicomio Interprovinciale V.E. II in Nocera Inferiore diretto dal prof. Domenivo Ventra) – “L’omosessualità nella donna”. In: Il Manicomio, 2/3: 123-134. [Trascritto da Tipasimpatica] Iwan Bloch, [1907] 1921 – “L’omosessualità femminile”, in: La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà moderna, Torino: Soc. Tip. Ed. Nazionale, pp. 407-415.
Leonardo Castellani – “Loie Fuller? Chi è? Ritratto di una danzatrice lesbica. Sodoma n.2 pp. [VEDI] [Tratto dal sito della Fondazione Sandro Penna
Paolo Valera, 1923. La donna più tragica della vita mondana: romanzo ambientale, Milano: Casa Editrice ‘La Folla’. [Online sul sito Liber liber] Amalia Guglielminetti, 1923 – La rivincita del maschio
Colette, 1958 – “Gitanetta”, in: L’ancora / Tra le quinte del caffè-concerto. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, collana I libri del pavone n. 153, pp. 229-234. [Pubblicato in Italia già nel 1934, in Francia nel 1929. Trascritto da NM] Dacia Maraini – Lettere a Marina
Roberto Calasso, (1988) 1991. Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano: Adelphi, pp. 98-99 [segnalato e trascritto da Balpa, 3 dicembre 2007] TESTI IN LINGUA STRANIERA
Samuel Taylor Coleridge, 1816. Christabel (vedi http://www.ellexelle.com/index.php?module=CMpro&func=viewpage&pageid=4)
Théophile Gautier, 1835. Mademoiselle de Maupin [NB: COMPLETARE; testo integrale in francese] Maupassant, 1881. La ragazza di Paul.
Pierre Louys, 1894. Les chansons de Bilitis. [Testo integrale in francese].
Léon Henri Thoinot, 1898. “L’inversione dei degenerati o uranismo”. In: Attentats aux moeurs et perversions du sens génital [Oltraggi alla morale e perversioni del senso genitale], 1898, pp. 338–365, Lezione XV. Traduzione di Paolo Lambertini per Omofonie http://www.omofonie.it/agosto2009/Thoinot_Lezione_XV.pdf; testo originale http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k77007h
Fil. Arduin [pseudonimo del fisiologo K. F. Jordan, vedi Peter Gorsen, 1984], 1900. “La questione femminile e la sessualità intermedia“, “Die Fraeunfrage und die sexuellen Zwischenstufen”, Jahrbuch fur sexuelleZwischenstufen, pp. 211-213. Traduzione di Marianne Dorothea Hitz per il sito www.omofonie.it http://www.omofonie.it/aprile2006/trad_arduin.pdf Originale allo http://www.omofonie.it/aprile2006/arduin.pdf Articolo citato da Freud e Weininger
Frau M.F., 1901. “Come la vedo io” [“Wie ich es sehe”], Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen, pp. 308-312. Traduzione di Marianne Hitz per Omofonie; originale allo http://www.omofonie.it/febb2006/frau_mf.pdf
Rosa von Braunschweig, 1903. “Felicita von Vestvali”, Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufe, 1903, pp. 426-443. Traduzione di Alessandro Corsi per Omofonie http://www.omofonie.it/genn2006/trad_vestvali.pdf l’originale in tedesco con foto http://www.omofonie.it/genn2006/vestvali.pdf
André Raffalovich, 1904. “I gruppi uranisti a Parigi e Berlino]”. Traduzione di “Les groupes uraniste à Paris et à Berlin”, Archives d’Anthropologie Criminelle, tomo XIX, n. 132, 1904, pp. 926-936. Traduzione di Paolo Lambertini per Omofonie http://www.omofonie.it/febb2006/trad_raffalovich3.pdf L’originale allo http://www.criminocorpus.cnrs.fr
Dr. Roux, 1905. “Nota su un caso di inversione sessuale di una comoriana” [“Note sur un cas d’inversion sexuelle chez une comorienne”], in Bulletins et mémoires de la Société d’anthropologie de Paris, 1905, pp. 218-219. [traduzione di Alessandro Corsi per il sito www.omofonie.it, agosto 2007; testo francese originale
H. Freimark, Helena Petrovna Blavatzky – un Asvero al femminile [Helena Petrovna Blavatzky – ein weiblicher Ahasver], in “Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen”, 1906. Prima parte. Seconda parte. Traduzione italiana di Alessandro Corsi per Omofonie; originale I parte; originale II parte
Paul Louis Ladame, 1913. “Recenti lavori di autori tedeschi sull’omosessualità” [“Les travaux récents des auteurs allemands sur l’homosexualité”], in Archives d’Anthropologie criminelle, 1913, tomo XXVIII, pp. 827-861. Anche sulla proposta di estendere il paragrafo 175 alle donne. Traduzione di Paolo Lambertini per il sito www.omofonie.it, agosto 2007 le pp. da 842 a 861; testo francese originale
Claude Cahun, 1925 – “Risposta all’inchiesta condotta dalla rivista “Inversion””. In: L’amitie, aprile, n.1. Traduzione di Alessandro Corsi per il sito www.omofonie.it, giugno 2006.
Canzoni dei cabaret berlinesi degli anni Venti. Tradotte dal tedesco da Andereaugen
Dr. Erna Goldschmidt, 1929. “Due casi di omosessualità all’interno del Centro di Prima Accoglienza per Minorenni” [Zwei Fälle weiblicher homosexueller Fürsorgezöglinge], in Zeitschrift für Sexualwissenschaft und Sexualpädagogik, Band XV, Aprile 1928 – Marzo 1929, pp. 253 – 258. Traduzione di Alessandro Corsi per il sito Omofonie; originale tedesco qui
Margareta Glas-Larsson, 1941-1944. Survivre dans un camp de concentration.
ANNI
1800? 1900?
BIBLIOGRAFIA STORIA
A B C D E F GH I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
Omofonie: fare da maggio 2006 incluso
Nanà di Emile Zola e il bel racconto Felicità di Katherine Mansfield.
Molly & Esther Stanhope, Ulisse, Joyce
Alexandre Dumas, Il romanzo di Violette
http://www.giovannidallorto.com/testi/xpni/theod/theod.html
http://www.giovannidallorto.com/testi/greci/simposio/simposio.html
http://www.giovannidallorto.com/testi/greci/luciano/lucianobib.html#meretricii
http://islab.dico.unimi.it/phmae/IZ/liber.htm VEDI
ossia http://www.giovannidallorto.com/testiindex.html
http://pagesperso-orange.fr/saphisme/m_a/fougeres1.html
fino a sec XII compreso

guarda anche:
http://www.giovannidallorto.com/testi/0leggi.html
http://www.giovannidallorto.com/testi/africa/africa.html
http://www.giovannidallorto.com/testi/indie/indie.html
http://www.giovannidallorto.com/saggistoriaindex.html

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guarda anche:

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GAUTIER, Théophile [1835]

Mademoiselle de Maupin / T‚ophile Gautier ; trad. Luigi Mart. –

Milano : Fabbri, 1985 . – 332 p. ; 21 cm

(Trad. di: Mademoiselle de Maupin, 1835)

NOTE: FOTOCOPIATE pp. 192-212, 248-279, 288-320, 325-332

ABSTRACT: CONTENUTO: il protagonista maschile, d’Albert (gi… in

odore di omosessualit… perchŠ ha desiderato essere una donna per

provare nuove volutt…, ma amante di Rosette) si innamora, con suo

orrore, di Théodore (scrive all’amico: “Silvio, amo… oh! non potr•

mai dirtelo… amo un uomo!”). Ma presto questi si riveler… una

donna, cos tutto va bene. Lesbismo a pp. 192-212, 248-279, 288-320,

325-329. [Madeleine Maupin d’Aubigny, attrice, veramente si innamor•

tanto di una ragazza da entrare in convento per farla fuggire insieme

a lei. Dal romanzo appare che non ha la minima idea di ci• che pu•

avvenire sessualmente tra due donne. In BLU due edizioni, Sansoni

1965 p.288 e Parigi: Charpentier 1927 p.421; ma anche “Violetta. Eros

nella letteratura francese” s.l.: Luinetti, s.d. p.144 che gli viene

attribuito] Sul personaggio vedi la biografia di G.

Letainturier-Fradin: La Maupin (1670-1707): sa vie, ses duels, ses

aventures, Paris: Flammarion, 1904

DESCRITTORI MAGGIORI: Lesbismo; Narrativa; Travestitismo;

Androginia

ID. LUOGO: Francia; Parigi

ID. NOMI: Maupin, Madeleine d’Aubigny

SEGNALATO DA: FOSTER * DALL’ORTO * TRIBADE * FADERMAN * PENTA93 *

PRAZ* ELLE  000614 -S M ; ITA-NAR. [NM]

= BNC-FI: GEN.B01.05544

 

MARIE, EugŠne A.

L’amore omosessuale : compendio storico, genesi e spiegazioni

dell’omosessualit… / EugŠne Marie. – Roma : Mediterranee, 1966 . –

159 p.. – (Piccola biblioteca medico-sessuologica ; 6)

NOTE: PRESTITO il 31 mag 1993; FOTOCOPIE pp. 100-119

ABSTRACT: Divide la storia dell’inversione sessuale in 3 periodi:

1) quello dei tempi classici fino all’editto di Costantino del 326

che condanna a morte gli omosesuali; 2) il periodo delle

persecuzioni, comprendente circa 15 secoli, fino al XIX secolo; 3) il

periodo della reazione alle persecuzioni, che comincia con

l’abrogazione della pena di morte da parte di Giuseppe II d’Austria e

Federico il Grande di Prussia. In tutto il libro cita le lesbiche

quasi solo nel suo enorme elenco, altrimenti non ne parla, eccetto a

p.93: “Al tempo d’oggi [?] il contingente di donne omosessuali Š pi—

elevato di quello maschile, e si pu• attribuire questa sproporzione

al fatto che, chiss… perchŠ, l’inversione femminile Š ammessa e

tollerata pi— di quella maschile”

DESCRITTORI MAGGIORI: Omosessualit…; Lesbiche celebri; Lesbismo;

Storia

ID. NOMI: Arnoul, Sofia; Blavatzky, Elena

PetrovnaBraunschweig-Wolfenbuettel, Anna Leopoldowna; Mengden,

Giuliana di; Bonheur, Rosa; Cristina, regina di Svezia; Clairon,

Luisa; Monaco, contessa; Orleans, Enrichetta Anna; Caterina II,

imperatrice di Russia; Savoia, Maria Adelaide di; Maria Carolina,

regina di napoli; Maupin, damigella di; Rancourt, Maria Antonietta;

Vestvall, Felicia; Wortley-Montague, Mary

SEGNALATO DA: DALL’ORTO

* ELLE  000836 -S M ; ITA-. [NM]

= BNC-FI: C.5.2941.6

 

 

– 1 –

 

PELADAN

Le vice suprˆme, 0000

NOTE: E’ il vol I

ABSTRACT: Alla fine rappresentazione teatrale lesbica. ANCHE: “La

vertu suprˆme”, 1900 reggimento di lesbiche che si chiama

Royal-Maupin

DESCRITTORI MAGGIORI: Lesbismo

SEGNALATO DA: PRAZ

* ELLE  000979 -S M ; FRE-. [NM]

 

SERTOLI SALIS, Renzo

Dizionario delle donne galanti. – Milano; Torino : Editrice Antonioli

, 1946

NOTE: Possedute le pp.216-217, 306-307, 308-309, 185-187

ABSTRACT: Nelle pagine fotocopiate brevi biografie di

Mademoiselle de Maupin (1673-?), Saffo (circa 600 a.C.), lady

Hamilton (1761-1815) e Maria Carolina di Napoli

DESCRITTORI MAGGIORI: Lesbismo; Travestitismo

* ELLE  001286 -S ; ITA-MON. [NM]

 

LETAINTURIER-FRADIN, G.

La Maupin : sa vie, ses duels, ses aventures : Flammarion, 1904

DESCRITTORI MAGGIORI: Lesbismo; Travestitismo

SEGNALATO DA: PHOTOTECA

* ELLE  001369 -S M ; FRE-. [NM]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– 2 –

 

 

 

 

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The Project Gutenberg EBook of Mademoiselle de Maupin, by Théophile Gautier

 

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with

almost no restrictions whatsoever.  You may copy it, give it away or

re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included

with this eBook or online at www.gutenberg.net

 

 

Title: Mademoiselle de Maupin

 

Author: Théophile Gautier

 

Release Date: March 6, 2005 [EBook #14288]

 

Language: French

 

Character set encoding: ISO-8859-1

 

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MADEMOISELLE DE MAUPIN ***

 

 

 

 

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Théophile Gautier

MADEMOISELLE DE MAUPIN

(1835)

Table des matières

 

Préface Une des choses les plus burlesques……………………….. 3

Préface Non, imbéciles, non, crétins et goitreux ……………… 24

Chapitre 1………………………………………………………………….. 43

Chapitre 2…………………………………………………………………. 60

Chapitre 3…………………………………………………………………. 85

Chapitre 4………………………………………………………………… 107

Chapitre 5………………………………………………………………… 129

Chapitre 6………………………………………………………………… 147

Chapitre 7………………………………………………………………… 165

Chapitre 8………………………………………………………………… 177

Chapitre 9………………………………………………………………… 187

Chapitre 10……………………………………………………………… 208

Chapitre 11 Beaucoup de choses sont ennuyeuses……………. 234

Chapitre 11 Les hommes de génie sont très bornés………….. 256

Chapitre 12 Je t’ai promis la suite de mes aventures……….. 278

Chapitre 12 Rosette témoigna, pour apaiser sa soif………… 298

Chapitre 13……………………………………………………………….. 317

Chapitre 14………………………………………………………………. 326

Chapitre 15………………………………………………………………. 339

Chapitre 16………………………………………………………………. 365

Chapitre 17………………………………………………………………. 376

 

Préface
Une des choses les plus burlesques…

 

Une des choses les plus burlesques de la glorieuse époque où nous avons le bonheur de vivre est incontestablement la réhabilitation de la vertu entreprise par tous les journaux, de quelque couleur qu’ils soient, rouges, verts ou tricolores.

 

La vertu est assurément quelque chose de fort respectable, et nous n’avons pas envie de lui manquer, Dieu nous en préserve ! La bonne et digne femme ! – Nous trouvons que ses yeux ont assez de brillant à travers leurs bésicles, que son bas n’est pas trop mal tiré, qu’elle prend son tabac dans sa boîte d’or avec toute la grâce imaginable, que son petit chien fait la révérence comme un maître à danser. – Nous trouvons tout cela. – Nous conviendrons même que pour son âge elle n’est pas trop mal en point, et qu’elle porte ses années on ne peut mieux. – C’est une grand-mère très agréable, mais c’est une grand-mère… – Il me semble naturel de lui préférer, surtout quand on a vingt ans, quelque petite immoralité bien pimpante, bien coquette, bien bonne fille, les cheveux un peu défrisés, la jupe plutôt courte que longue, le pied et l’œil agaçants, la joue légèrement allumée, le rire à la bouche et le cœur sur la main. – Les journalistes les plus monstrueusement vertueux ne sauraient être d’un avis différent ; et, s’ils disent le contraire, il est très probable qu’ils ne le pensent pas. Penser une chose, en écrire une autre, cela arrive tous les jours, surtout aux gens vertueux.

 

Je me souviens des quolibets lancés avant la révolution (c’est de celle de juillet que je parle) contre ce malheureux et virginal vicomte Sosthène de La Rochefoucauld qui allongea les robes des danseuses de l’Opéra, et appliqua de ses mains patriciennes un pudique emplâtre sur le milieu de toutes les statues. – M. le vicomte Sosthène de La Rochefoucauld est dépassé de bien loin. – La pudeur a été très perfectionnée depuis ce temps, et l’on entre en des raffinements qu’il n’aurait pas imaginés.

 

Moi qui n’ai pas l’habitude de regarder les statues à de certains endroits, je trouvais, comme les autres, la feuille de vigne, découpée par les ciseaux de M. le chargé des beaux-arts, la chose la plus ridicule du monde. Il parait que j’avais tort, et que la feuille de vigne est une institution des plus méritoires.

 

On m’a dit, j’ai refusé d’y ajouter foi, tant cela me semblait singulier, qu’il existait des gens qui, devant la fresque du Jugement dernier de Michel-Ange, n’y avaient rien vu autre chose que l’épisode des prélats libertins, et s’étaient voilé la face en criant à l’abomination de la désolation !

 

Ces gens-là ne savent aussi de la romance de Rodrigue que le couplet de la couleuvre. – S’il y a quelque nudité dans un tableau ou dans un livre, ils y vont droit comme le porc à la fange, et ne s’inquiètent pas des fleurs épanouies ni des beaux fruits dorés qui pendent de toutes parts.

 

J’avoue que je ne suis pas assez vertueux pour cela. Dorine, la soubrette effrontée, peut très bien étaler devant moi sa gorge rebondie, certainement je ne tirerai pas mon mouchoir de ma poche pour couvrir ce sein que l’on ne saurait voir. – Je regarderai sa gorge comme sa figure, et, si elle l’a blanche et bien formée, j’y prendrai plaisir. – Mais je ne tâterai pas si la robe d’Elmire est moelleuse, et je ne la pousserai pas saintement sur le bord de la table, comme faisait ce pauvre homme de Tartuffe.

 

Cette grande affectation de morale qui règne maintenant serait fort risible, si elle n’était fort ennuyeuse. – Chaque feuilleton devient une chaire ; chaque journaliste, un prédicateur ; il n’y manque que la tonsure et le petit collet. Le temps est à la pluie et à l’homélie ; on se défend de l’une et de l’autre en ne sortant qu’en voiture et en relisant Pantagruel entre sa bouteille et sa pipe.

 

Mon doux Jésus ! quel déchaînement ! quelle furie !

 

– Qui vous a mordu ? qui vous a piqué ? que diable avez-vous donc pour crier si haut, et que vous a fait ce pauvre vice pour lui en tant vouloir, lui qui est si bon homme, si facile à vivre, et qui ne demande qu’à s’amuser lui-même et à ne pas ennuyer les autres, si faire se peut ? – Agissez avec le vice comme Serre avec le gendarme : embrassez-vous, et que tout cela finisse. – Croyez-m’en, vous vous en trouverez bien. – Eh ! mon Dieu ! messieurs les prédicateurs, que feriez-vous donc sans le vice ? – Vous seriez réduits, dès demain, à la mendicité, si l’on devenait vertueux aujourd’hui.

 

Les théâtres seraient fermés ce soir. – Sur quoi feriez-vous votre feuilleton ? – Plus de bals de l’Opéra pour remplir vos colonnes, – plus de romans à disséquer ; car bals, romans, comédies, sont les vraies pompes de Satan, si l’on en croit notre sainte Mère l’Église. – L’actrice renverrait son entreteneur, et ne pourrait plus vous payer son éloge. – On ne s’abonnerait plus à vos journaux ; on lirait saint Augustin, on irait à l’église, on dirait son rosaire. Cela serait peut-être très bien ; mais, à coup sûr, vous n’y gagneriez pas. – Si l’on était vertueux, où placeriez-vous vos articles sur l’immoralité du siècle ? Vous voyez bien que le vice est bon à quelque chose.

 

Mais c’est la mode maintenant d’être vertueux et chrétien, c’est une tournure qu’on se donne ; on se pose en saint Jérôme, comme autrefois en don Juan ; l’on est pâle et macéré, l’on porte les cheveux à l’apôtre, l’on marche les mains jointes et les yeux fichés en terre ; on prend un petit air confit en perfection ; on a une Bible ouverte sur sa cheminée, un crucifix et du buis bénit à son lit ; l’on ne jure plus, l’on fume peu, et l’on chique à peine. – Alors on est chrétien, l’on parle de la sainteté de l’art, de la haute mission de l’artiste, de la poésie du catholicisme, de M. de Lamennais, des peintres de l’école angélique, du concile de Trente, de l’humanité progressive et de mille autres belles choses. – Quelques-uns font infuser dans leur religion un peu de républicanisme ; ce ne sont pas les moins curieux. Ils accouplent Robespierre et Jésus-Christ de la façon la plus joviale, et amalgament avec un sérieux digne d’éloges les Actes des Apôtres et les décrets de la sainte convention, c’est l’épithète sacramentelle ; d’autres y ajoutent, pour dernier ingrédient, quelques idées saint-simoniennes. – Ceux-là sont complets et carrés par la base ; après eux, il faut tirer l’échelle. Il n’est pas donné au ridicule humain d’aller plus loin, – has ultra metas…, etc. Ce sont les colonnes d’Hercule du burlesque.

 

Le christianisme est tellement en vogue par la tartuferie qui court que le néo-christianisme lui-même jouit d’une certaine faveur. On dit qu’il compte jusqu’à un adepte, y compris M. Drouineau.

 

Une variété extrêmement curieuse du journaliste proprement dit moral, c’est le journaliste à famille féminine.

 

Celui-là pousse la susceptibilité pudique jusqu’à l’anthropophagie, ou peu s’en faut.

 

Sa manière de procéder, pour être simple et facile au premier coup d’œil, n’en est pas moins bouffonne et superlativement récréative, et je crois qu’elle vaut qu’on la conserve à la postérité, – à nos derniers neveux, comme disaient les perruques du prétendu grand siècle.

 

D’abord pour se poser en journaliste de cette espèce, il faut quelques petits ustensiles préparatoires, – tels que deux ou trois femmes légitimes, quelques mères, le plus de sœurs possible, un assortiment de filles complet et des cousines innombrablement. – Ensuite il faut une pièce de théâtre ou un roman quelconque, une plume, de l’encre, du papier et un imprimeur. Il faudrait peut-être bien une idée et plusieurs abonnés ; mais on s’en passe avec beaucoup de philosophie et l’argent des actionnaires.

 

Quand on a tout cela, l’on peut s’établir journaliste moral. Les deux recettes suivantes, convenablement variées, suffisent à la rédaction.

 

Modèles d’articles vertueux

sur une première représentation.

 

« Après la littérature de sang, la littérature de fange ; après la Morgue et le bagne, l’alcôve et le lupanar ; après les guenilles tachées par le meurtre, les guenilles tachées par la débauche ; après, etc. (selon le besoin et l’espace, on peut continuer sur ce ton depuis six lignes jusqu’à cinquante et au-delà), – c’est justice. – Voilà où mènent l’oubli des saines doctrines et le dévergondage romantique : le théâtre est devenu une école de prostitution où l’on n’ose se hasarder qu’en tremblant avec une femme qu’on respecte. Vous venez sur la foi d’un nom illustre, et vous êtes obligé de vous retirer au troisième acte avec votre jeune fille toute troublée et toute décontenancée. Votre femme cache sa rougeur derrière son éventail ; votre sœur, votre cousine, etc. » (On peut diversifier les titres de parenté ; il suffit que ce soient des femelles.)

 

Nota. – Il y en a un qui a poussé la moralité jusqu’à dire : Je n’irai pas voir ce drame avec ma maîtresse. – Celui-là, je l’admire et je l’aime ; je le porte dans mon cœur, comme Louis XVIII portait toute la France dans le sien ; car il a eu l’idée la plus triomphante, la plus pyramidale, la plus ébouriffée, la plus luxorienne qui soit tombée dans une cervelle d’homme, en ce benoît dix-neuvième siècle où il en est tombé tant et de si drôles.

 

La méthode pour rendre compte d’un livre est très expéditive et à la portée de toutes les intelligences :

 

« Si vous voulez lire ce livre, enfermez-vous soigneusement chez vous ; ne le laissez pas traîner sur la table. Si votre femme et votre fille venaient à l’ouvrir, elles seraient perdues. – Ce livre est dangereux, ce livre conseille le vice. Il aurait peut-être eu un grand succès, au temps de Crébillon, dans les petites maisons, aux soupers fins des duchesses ; mais maintenant que les mœurs se sont épurées, maintenant que la main du peuple a fait crouler l’édifice vermoulu de l’aristocratie, etc., etc., que… que… que… – il faut, dans toute œuvre, une idée, une idée… là, une idée morale et religieuse qui… une vue haute et profonde répondant aux besoins de l’humanité ; car il est déplorable que de jeunes écrivains sacrifient au succès les choses les plus saintes, et usent un talent, estimable d’ailleurs, à des peintures lubriques qui feraient rougir des capitaines de dragons (la virginité du capitaine de dragons est, après la découverte de l’Amérique, la plus belle découverte que l’on ait faite depuis longtemps). – Le roman dont nous faisons la critique rappelle Thérèse philosophe, Félicia, le Compère Mathieu, les Contes de Grécourt. » – Le journaliste vertueux est d’une érudition immense en fait de romans orduriers ; – je serais curieux de savoir pourquoi.

 

Il est effrayant de songer qu’il y a, de par les journaux, beaucoup d’honnêtes industriels qui n’ont que ces deux recettes pour subsister, eux et la nombreuse famille qu’ils emploient.

 

Apparemment que je suis le personnage le plus énormément immoral qu’il se puisse trouver en Europe et ailleurs ; car je ne vois rien de plus licencieux dans les romans et les comédies de maintenant que dans les romans et les comédies d’autrefois, et je ne comprends guère pourquoi les oreilles de messieurs des journaux sont devenues tout à coup si janséniquement chatouilleuses.

 

Je ne pense pas que le journaliste le plus innocent ose dire que Pigault-Lebrun, Crébillon fils, Louvet, Voisenon, Marmontel et tous autres faiseurs de romans et de nouvelles ne dépassent en immoralité, puisque immoralité il y a, les productions les plus échevelées et les plus dévergondées de MM. tels et tels, que je ne nomme pas, par égard pour leur pudeur.

 

Il faudrait la plus insigne mauvaise foi pour n’en pas convenir.

 

Qu’on ne m’objecte pas que j’ai allégué ici des noms peu ou mal connus. Si je n’ai pas touché aux noms éclatants et monumentaux, ce n’est pas qu’ils ne puissent appuyer mon assertion de leur grande autorité.

 

Les Romans et les Contes de Voltaire ne sont assurément pas, à la différence de mérite près, beaucoup plus susceptibles d’être donnés en prix aux petites tartines des pensionnats que les Contes immoraux de notre ami le lycanthrope, ou même que les Contes moraux du doucereux Marmontel.

 

Que voit-on dans les comédies du grand Molière ? La sainte institution du mariage (style de catéchisme et de journaliste) bafouée et tournée en ridicule à chaque scène.

 

Le mari est vieux et laid et cacochyme ; il met sa perruque de travers ; son habit n’est plus à la mode ; il a une canne à bec-de-corbin, le nez barbouillé de tabac, les jambes courtes, l’abdomen gros comme un budget. – Il bredouille, et ne dit que des sottises ; il en fait autant qu’il en dit ; il ne voit rien, il n’entend rien ; on embrasse sa femme à sa barbe ; il ne sait pas de quoi il est question : cela dure ainsi jusqu’à ce qu’il soit bien et dûment constaté cocu à ses yeux et aux yeux de toute la salle on ne peut plus édifiée, et qui applaudit à tout rompre.

 

Ceux qui applaudissent le plus sont ceux qui sont le plus mariés.

 

Le mariage s’appelle, chez Molière, George Dandin ou Sganarelle.

 

L’adultère, Damis ou Clitandre ; il n’y a pas de nom assez doucereux et charmant pour lui.

 

L’adultère est toujours jeune, beau, bien fait et marqués pour le moins. Il entre en chantonnant à la cantonade la courante la plus nouvelle ; il fait un ou deux pas en scène de l’air le plus délibéré et le plus triomphant du monde ; il se gratte l’oreille avec l’ongle rose de son petit doigt coquettement écarquillé ; il peigne avec son peigne d’écaille sa belle chevelure blondine, et rajuste ses canons qui sont du grand volume. Son pourpoint et son haut-de-chausses disparaissent sous les aiguillettes et les nœuds de ruban, son rabat est de la bonne faiseuse ; ses gants flairent mieux que benjoin et civette ; ses plumes ont coûté un louis le brin.

 

Comme son œil est en feu et sa joue en fleur ! que sa bouche est souriante ! que ses dents sont blanches ! comme sa main est douce et bien lavée.

 

Il parle, ce ne sont que madrigaux, galanteries parfumées en beau style précieux et du meilleur air ; il a lu les romans et sait la poésie, il est vaillant et prompt à dégainer, il sème l’or à pleines mains. – Aussi Angélique, Agnès, Isabelle se peuvent à peine tenir de lui sauter au cou, si bien élevées et si grandes dames qu’elles soient ; aussi le mari est-il régulièrement trompé au cinquième acte, bien heureux quand ce n’est pas dès le premier.

 

Voilà comme le mariage est traité par Molière, l’un des plus hauts et des plus graves génies qui jamais aient été. – Croit-on qu’il y ait rien de plus fort dans les réquisitoires d’Indiana et de Valentine ?

 

La paternité est encore moins respectée, s’il est possible. Voyez Orgon, voyez Géronte, voyez-les tous.

 

Comme ils sont volés par leurs fils, battus par leurs valets ! Comme on met à nu, sans pitié pour leur âge, et leur avarice, et leur entêtement, et leur imbécillité ! – Quelles plaisanteries ! quelles mystifications !

 

Comme on les pousse par les épaules hors de la vie, ces pauvres vieux qui sont longs à mourir, et qui ne veulent point donner leur argent ! comme on parle de l’éternité des parents ! quels plaidoyers contre l’hérédité, et comme cela est plus convaincant que toutes les déclamations saint-simoniennes !

 

Un père, c’est un ogre, c’est un Argus, c’est un geôlier, un tyran, quelque chose qui n’est bon tout au plus qu’à retarder un mariage pendant trois jusqu’à la reconnaissance finale. – Un père est le mari ridicule au grand complet. – Jamais un fils n’est ridicule dans Molière ; car Molière, comme tous les auteurs de tous les temps possibles, faisait sa cour à la jeune génération aux dépens de l’ancienne.

 

Et les Scapins, avec leur cape rayée à la napolitaine, et leur bonnet sur l’oreille, et leur plume balayant les bandes d’air, ne sont-ils pas des gens bien pieux, bien chastes et bien dignes d’être canonisés ? – Les bagnes sont pleins d’honnêtes gens qui n’ont pas fait le quart de ce qu’ils font. Les roueries de Trialph sont de pauvres roueries en comparaison des leurs. Et les Lisettes et les Martons, quelles gaillardes, tudieu ! – Les courtisanes des rues sont loin d’être aussi délurées, aussi promptes à la riposte grivoise. Comme elles s’entendent à remettre un billet ! comme elles font bien la garde pendant les rendez-vous ! – Ce sont, sur ma parole, de précieuses filles, serviables et de bon conseil.

 

C’est une charmante société qui s’agite et se promène à travers ces comédies et ces imbroglios. – Tuteurs dupés, maris cocus, suivantes libertines, valets aigrefins, demoiselles folles d’amour, fils débauchés, femmes adultères ; cela ne vaut-il pas bien les jeunes beaux mélancoliques et les pauvres faibles femmes opprimées et passionnées des drames et des romans de nos faiseurs en vogue ?

 

Et tout cela, moins le coup de dague final, moins la tasse de poison obligée : les dénouements sont aussi heureux que les dénouements des contes de fées, et tout le monde, jusqu’au mari, est on ne peut plus satisfait. Dans Molière, la vertu est toujours honnie et rossée ; c’est elle qui porte les cornes, et tend le dos à Mascarille ; à peine si la moralité apparaît une fois à la fin de la pièce sous la personnification un peu bourgeoise de l’exempt Loyal.

 

Tout ce que nous venons de dire ici n’est pas pour écorner le piédestal de Molière ; nous ne sommes pas assez fou pour aller secouer ce colosse de bronze avec nos petits bras ; nous voulions simplement démontrer aux pieux feuilletonistes, qu’effarouchent les ouvrages nouveaux et romantiques, que les classiques anciens, dont ils recommandent chaque jour la lecture et l’imitation, les surpassent de beaucoup en gaillardise et en immoralité.

 

À Molière nous pourrions aisément joindre et Marivaux et La Fontaine, ces deux expressions si opposées de l’esprit français, et Régnier, et Rabelais, et Marot, et bien d’autres. Mais notre intention n’est pas de faire ici, à propos de morale, un cours de littérature à l’usage des vierges du feuilleton.

 

Il me semble que l’on ne devrait pas faire tant de tapage à propos de si peu. Nous ne sommes heureusement plus au temps d’Ève la blonde, et nous ne pouvons, en bonne conscience, être aussi primitifs et aussi patriarcaux que l’on était dans l’arche. Nous ne sommes pas des petites filles se préparant à leur première communion ; et, quand nous jouons au corbillon, nous ne répondons pas tarte à la crème. Notre naïveté est assez passablement savante, et il y a longtemps que notre virginité court la ville ; ce sont là de ces choses que l’on n’a pas deux fois ; et, quoi que nous fassions, nous ne pouvons les rattraper, car il n’y a rien au monde qui coure plus vite qu’une virginité qui s’en va et qu’une illusion qui s’envole.

 

Après tout, il n’y a peut-être pas grand mal, et la science de toutes choses est-elle préférable à l’ignorance de toutes choses. C’est une question que je laisse à débattre à de plus savants que moi. Toujours est-il que le monde a passé l’âge où l’on peut jouer la modestie et la pudeur, et je le crois trop vieux barbon pour faire l’enfantin et le virginal sans se rendre ridicule.

 

Depuis son hymen avec la civilisation, la société a perdu le droit d’être ingénue et pudibonde. Il est de certaines rougeurs qui sont encore de mise au coucher de la mariée, et qui ne peuvent plus servir le lendemain ; car la jeune femme ne se souvient peut-être plus de la jeune fille, ou, si elle s’en souvient, c’est une chose très indécente, et qui compromet gravement la réputation du mari.

 

Quand je lis par hasard un de ces beaux sermons qui ont remplacé dans les feuilles publiques la critique littéraire, il me prend quelquefois de grands remords et de grandes appréhensions, à moi qui ai sur la conscience quelques menues gaudrioles un peu trop fortement épicées, comme un jeune homme qui a du feu et de l’entrain peut en avoir à se reprocher.

 

À côté de ces Bossuets du Café de Paris, de ces Bourdaloues du balcon de l’Opéra, de ces Catons à tant la ligne qui gourmandent le siècle d’une si belle façon, je me trouve en effet le plus épouvantable scélérat qui ait jamais souillé la face de la terre ; et pourtant, Dieu le sait, la nomenclature de mes péchés, tant capitaux que véniels, avec les blancs et interlignes de rigueur, pourrait à peine, entre les mains du plus habile libraire, former un ou deux volumes in-8 par jour, ce qui est peu de chose pour quelqu’un qui n’a pas la prétention d’aller en paradis dans l’autre monde, et de gagner le prix Montyon ou d’être rosière en celui-ci.

 

Puis quand je pense que j’ai rencontré sous la table, et même ailleurs, un assez grand nombre de ces dragons de vertu, je reviens à une meilleure opinion de moi-même, et j’estime qu’avec tous les défauts que je puisse avoir ils en ont un autre qui est bien, à mes yeux, le plus grand et le pire de tous : – c’est l’hypocrisie que je veux dire.

 

En cherchant bien, on trouverait peut-être un autre petit vice à ajouter ; mais celui-ci est tellement hideux qu’en vérité je n’ose presque pas le nommer. Approchez-vous, et je m’en vais vous couler son nom dans l’oreille : – c’est l’envie.

 

L’envie, et pas autre chose.

 

C’est elle qui s’en va rampant et serpentant à travers toutes ces paternes homélies : quelque soin qu’elle prenne de se cacher, on voit briller de temps en temps, au-dessus des métaphores et des figures de rhétorique, sa petite tête plate de vipère ; on la surprend à lécher de sa langue fourchue ses lèvres toutes bleues de venin, on l’entend siffloter tout doucettement à l’ombre d’une épithète insidieuse.

 

Je sais bien que c’est une insupportable fatuité de prétendre qu’on vous envie, et que cela est presque aussi nauséabond qu’un merveilleux qui se vante d’une bonne fortune. – Je n’ai pas la forfanterie de me croire des ennemis et des envieux ; c’est un bonheur qui n’est pas donné à tout le monde, et je ne l’aurai probablement pas de longtemps : aussi je parlerai librement et sans arrière-pensée, comme quelqu’un de très désintéressé dans cette question.

 

Une chose certaine et facile à démontrer à ceux qui pourraient en douter, c’est l’antipathie naturelle du critique contre le poète, – de celui qui ne fait rien contre celui qui fait, – du frelon contre l’abeille – du cheval hongre contre l’étalon.

 

Vous ne vous faites critique qu’après qu’il est bien constaté à vos propres yeux que vous ne pouvez être poète. Avant de vous réduire au triste rôle de garder les manteaux et de noter les coups comme un garçon de billard ou un valet de jeu de paume, vous avez longtemps courtisé la Muse, vous avez essayé de la dévirginer ; mais vous n’avez pas assez de vigueur pour cela ; l’haleine vous a manqué, et vous êtes retombé pâle et efflanqué au pied de la sainte montagne.

 

Je conçois cette haine. Il est douloureux de voir un autre s’asseoir au banquet où l’on n’est pas invité, et coucher avec la femme qui n’a pas voulu de vous. Je plains de tout mon cœur le pauvre eunuque obligé d’assister aux ébats du Grand Seigneur.

 

Il est admis dans les profondeurs les plus secrètes de l’Oda ; il mène les sultanes au bain ; il voit luire sous l’eau d’argent des grands réservoirs ces beaux corps tout ruisselants de perles et plus polis que des agates ; les beautés les plus cachées lui apparaissent sans voiles. On ne se gêne pas devant lui. – C’est un eunuque. – Le sultan caresse sa favorite en sa présence, et la baise sur sa bouche de grenade. – En vérité, c’est une bien fausse situation que la sienne, et il doit être bien embarrassé de sa contenance.

 

Il en est de même pour le critique qui voit le poète se promener dans le jardin de poésie avec ses neuf belles odalisques, et s’ébattre paresseusement à l’ombre de grands lauriers verts. Il est bien difficile qu’il ne ramasse pas les pierres du grand chemin pour les lui jeter et le blesser derrière son mur, s’il est assez adroit pour cela.

 

Le critique qui n’a rien produit est un lâche ; c’est comme un abbé qui courtise la femme d’un laïque : celui-ci ne peut lui rendre la pareille ni se battre avec lui.

 

Je crois que ce serait une histoire au moins aussi curieuse que celle de Teglath-Phalasar ou de Gemmagog qui inventa les souliers à poulaine, que l’histoire des différentes manières de déprécier un ouvrage quelconque depuis un mois jusqu’à nos jours.

 

Il y a assez de matières pour quinze ou seize volumes in-folio ; mais nous aurons pitié du lecteurs, et nous nous bornerons à quelques lignes, – bienfait pour lequel nous demandons une reconnaissance plus qu’éternelle. – À une époque très reculée, qui se perd dans la nuit des âges, il y a bien tantôt trois semaines de cela, le roman moyen âge florissait principalement à Paris et dans la banlieue. La cotte armoriée était en grand honneur ; on ne méprisait pas les coiffures à la hennin, on estimait fort le pantalon mi-parti ; la dague était hors de prix ; le soulier à poulaine était adoré comme un fétiche. – Ce n’étaient qu’ogives, tourelles, colonnettes, verrières coloriées, cathédrales et châteaux forts ; – ce n’étaient que demoiselles et damoiseaux, pages et valets, truands et soudards, galants chevaliers et châtelains féroces ; – toutes choses certainement plus innocentes que les jeux innocents, et qui ne faisaient de mal à personne.

 

Le critique n’avait pas attendu au second roman pour commencer son œuvre de dépréciation ; dès le premier qui avait paru, il s’était enveloppé de son cilice de poil de chameau, et s’était répandu un boisseau de cendre sur la tête : puis, prenant sa grande voix dolente, il s’était mis à crier :

 

– Encore du moyen âge, toujours du moyen âge ! qui me délivrera du moyen âge, de ce moyen âge qui n’est pas le moyen âge ? – Moyen âge de carton et de terre cuite qui n’a du moyen âge que le nom. – Oh ! les barons de fer, dans leur armure de fer, avec leur cœur de fer, dans leur poitrine de fer ! – Oh ! les cathédrales avec leurs rosaces toujours épanouies et leurs verrières en fleurs, avec leurs dentelles de granit, avec leurs trèfles découpés à jour, leurs pignons tailladés en scie, avec leur chasuble de pierre brodée comme un voile de mariée, avec leurs cierges, avec leurs chants, avec leurs prêtres étincelants, avec leur peuple à genoux, avec leur orgue qui bourdonne et leurs anges planant et battant de l’aile sous les voûtes ! – comme ils m’ont gâté mon moyen âge, mon moyen âge si fin et si coloré ! comme ils l’ont fait disparaître sous une couche de grossier badigeon ! quelles criardes enluminures ! – Ah ! barbouilleurs ignorants, qui croyez avoir fait de la couleur pour avoir plaqué rouge sur bleu, blanc sur noir et vert sur jaune, vous n’avez vu du moyen âge que l’écorce, vous n’avez pas deviné l’âme du moyen âge, le sang ne circule pas dans la peau dont vous revêtez vos fantômes, il n’y a pas de cœur dans vos corselets d’acier, il n’y a pas de jambes dans vos pantalons de tricot, pas de ventre ni de gorge derrière vos jupes armoriées : ce sont des habits qui ont la forme d’hommes, et voilà tout. – Donc, à bas le moyen âge tel que nous l’ont fait les faiseurs (le grand mot est lâché ! les faiseurs) ! Le moyen âge ne répond à rien maintenant, nous voulons autre chose.

 

Et le public, voyant que les feuilletonistes aboyaient au moyen âge, se prit d’une belle passion pour ce pauvre moyen âge, qu’ils prétendaient avoir tué du coup. Le moyen âge envahit tout, aidé par l’empêchement des journaux : – drames, mélodrames, romances, nouvelles, poésies, il y eut jusqu’à des vaudevilles moyen âge, et Momus répéta des flonflons féodaux.

 

À côté du roman moyen âge verdissait le roman charogne, genre de roman très agréable, et dont les petites-maîtresses nerveuses et les cuisinières blasées faisaient une très grande consommation.

 

Les feuilletonistes sont bien vite arrivés à l’odeur comme des corbeaux à la curée, et ils ont dépecé du bec de leurs plumes et méchamment mis à mort ce pauvre genre de roman qui ne demandait qu’à prospérer et à se putréfier paisiblement sur les rayons graisseux des cabinets de lecture. Que n’ont-ils pas dit ? que n’ont-ils pas écrit ? – Littérature de morgue ou de bagne, cauchemar de bourreau, hallucination de boucher ivre et d’argousin qui a la fièvre chaude ! Ils donnaient bénignement à entendre que les auteurs étaient des assassins et des vampires, qu’ils avaient contracté la vicieuse habitude de tuer leur père et leur mère, qu’ils buvaient du sang dans des crânes, qu’ils se servaient de tibias pour fourchette et coupaient leur pain avec une guillotine.

 

Et pourtant ils savaient mieux que personne, pour avoir souvent déjeuné avec eux, que les auteurs de ces charmantes tueries étaient de braves fils de famille, très débonnaires et de bonne société, gantés de blanc, fashionablement myopes, – se nourrissant plus volontiers de beefsteaks que de côtelettes d’homme, et buvant plus habituellement du vin de Bordeaux que du sang de jeune fille ou d’enfant nouveau-né. – Pour avoir vu et touché leurs manuscrits, ils savaient parfaitement qu’ils étaient écrits avec de l’encre de la grande vertu, sur du papier anglais, et non avec sang de guillotine sur peau de chrétien écorché vif.

 

Mais, quoi qu’ils dissent ou qu’ils fissent, le siècle était à la charogne, et le charnier lui plaisait mieux que le boudoir ; le lecteur ne se prenait qu’à un hameçon amorcé d’un petit cadavre déjà bleuissant. – Chose très concevable ; mettez une rose au bout de votre ligne, les araignées auront le temps de faire leur toile dans le pli de votre coude, vous ne prendrez pas le moindre petit fretin ; accrochez-y un ver ou un morceau de Deux fromage, carpes, barbillons, perches, anguilles sauteront à trois pieds hors de l’eau pour le happer. – Les hommes ne sont pas aussi différents des poissons qu’on a l’air de le croire généralement.

 

On aurait dit que les journalistes étaient devenus quakers, brahmes, ou pythagoriciens, ou taureaux, tant il leur avait pris une subite horreur du rouge et du sang. – Jamais on ne les avait vus si fondants, si émollients ; – c’était de la crème et du petit lait. – Ils n’admettaient que deux couleurs, le bleu de ciel ou le vert pomme. Le rose n’était que souffert, et, si le public les eût laissés faire, ils l’eussent mené paître des épinards sur les rives du Lignon, côte à côte avec les moutons d’Amaryllis. Ils avaient changé leur frac noir contre la veste tourterelle de Céladon ou de Silvandre, et entouré leurs plumes d’oie de roses pompons et de faveurs en manière de houlette pastorale. Ils laissaient flotter leurs cheveux à l’enfant, et s’étaient fait des virginités d’après la recette de Marion Delorme, à quoi ils avaient aussi bien réussi qu’elle.

 

Ils appliquaient à la littérature l’article du Décalogue :

 

Homicide point ne seras.

 

On ne pouvait plus se permettre le plus petit meurtre dramatique, et le cinquième acte était devenu impossible.

 

Ils trouvaient le poignard exorbitant, le poison monstrueux, la hache inqualifiable. Ils auraient voulu que les héros dramatiques vécussent jusqu’à l’âge de Melchisédech ; et cependant il est reconnu, depuis un temps immémorial, que le but de toute tragédie est de faire assommer à la dernière scène un pauvre diable de grand homme qui n’en peut mais, comme le but de toute comédie est de conjoindre matrimonialement deux imbéciles de jeunes premiers d’environ soixante ans chacun.

 

C’est vers ce temps que j’ai jeté au feu (après en avoir tiré un double, ainsi que cela se fait toujours) deux superbes et magnifiques drames moyen âge, l’un en vers et l’autre en prose, dont les héros étaient écartelés et bouillis en plein théâtre, ce qui eût été très jovial et assez inédit.

 

Pour me conformer à leurs idées, j’ai composé depuis une tragédie antique en cinq actes, nommée Héliogabale, dont le héros se jette dans les latrines, situation extrêmement neuve et qui a l’avantage d’amener une décoration non encore vue au théâtre. – J’ai fait aussi un drame moderne extrêmement supérieur à Antony, Arthur ou l’Homme fatal, où l’idée providentielle arrive sous la forme d’un pâté de foie gras de Strasbourg, que le héros mange jusqu’à la dernière miette après avoir consommé plusieurs viols, ce qui, joint à ses remords, lui donne une abominable indigestion dont il meurt. – Fin morale s’il en fut, qui prouve que Dieu est juste et que le vice est toujours puni et la vertu récompensée.

 

Quant au genre monstre, vous savez comme ils l’ont traité, comme ils ont arrangé Han d’Islande, ce mangeur d’hommes, Habibrah l’obi, Quasimodo le sonneur, et Triboulet, qui n’est que bossu, – toute cette famille si étrangement fourmillante, – toutes ces crapauderies gigantesques que mon cher voisin fait grouiller et sauteler à travers les forêts vierges et les cathédrales de ses romans. Ni les grands traits à la Michel-Ange, ni les curiosités dignes de Callot, ni les effets d’Ombre et de Pair à la façon de Goya, rien n’a pu trouver grâce devant eux ; ils l’ont renvoyé à ses odes, quand il a fait des romans ; à ses romans, quand il a fait des drames : tactique ordinaire des journalistes qui aiment toujours mieux ce qu’on a fait que ce qu’on fait. Heureux homme, toutefois, que celui qui est reconnu supérieur même par les feuilletonistes dans tous ses ouvrages, excepté, bien entendu, celui dont ils rendent compte, et qui n’aurait qu’à écrire un traité de théologie ou un manuel de cuisine pour faire trouver son théâtre admirable !

 

Pour le roman de cœur, le roman ardent et passionné, qui a pour père Werther l’Allemand, et pour mère Manon Lescaut la Française, nous avons touché, au commencement de cette préface, quelques mots de la teigne morale qui s’y est désespérément attachée sous prétexte de religion et de bonnes mœurs. Les poux critiques sont comme les poux de corps qui abandonnent les cadavres pour aller aux vivants. Du cadavre du roman moyen âge les critiques sont passés au corps de celui-ci, qui a la peau dure et vivace et leur pourrait bien ébrécher les dents.

 

Nous pensons, malgré tout le respect que nous avons pour les modernes apôtres, que les auteurs de ces romans appelés immoraux, sans être aussi mariés que les journalistes vertueux, ont assez généralement une mère, et que plusieurs d’entre eux ont des sœurs et sont pourvus d’une abondante famille féminine ; mais leurs mères et leurs sœurs ne lisent pas de romans, même de romans immoraux ; elles cousent, brodent et s’occupent des choses de la maison. – Leurs bas, comme dirait M. Planard, sont d’une entière blancheur : vous les pouvez regarder aux jambes, – elles ne sont pas bleues, et le bonhomme Chrysale, lui qui haïssait tant les femmes savantes, les proposerait pour exemple à la docte Philaminte.

 

Quant aux épouses de ces messieurs, puisqu’ils en ont tant, si virginaux que soient leurs maris, il me semble, à moi, qu’il est de certaines choses qu’elles doivent savoir. – Au fait, il se peut bien qu’ils ne leur aient rien montré. Alors je comprends qu’ils tiennent à les maintenir dans cette précieuse et benoîte ignorance. Dieu est grand et Mahomet est son prophète ! – Les femmes sont curieuses ; fassent le ciel et la morale qu’elles contentent leur curiosité d’une manière plus légitime qu’Ève, leur grand-mère, et n’aillent pas faire des questions au serpent !

 

Pour leurs filles, si elles ont été en pension, je ne vois pas ce que les livres pourraient leur apprendre.

 

Il est aussi absurde de dire qu’un homme est un ivrogne parce qu’il décrit une orgie, un débauché parce qu’il raconte une débauche que de prétendre qu’un homme est vertueux parce qu’il a fait un livre de morale ; tous les jours on voit le contraire. – C’est le personnage qui parle et non l’auteur ; son héros est athée, cela ne veut pas dire qu’il soit athée ; il fait agir et parler les brigands en brigands, il n’est pas pour cela un brigand. À ce compte, il faudrait guillotiner Shakespeare, Corneille et tous les tragiques ; ils ont plus commis de meurtres que Mandrin et Cartouche ; on ne l’a pas fait cependant, et je ne crois même pas qu’on le fasse de longtemps, si vertueuse et si morale que puisse devenir la critique. C’est une des manies de ces petits grimauds à cervelle étroite que de substituer toujours l’auteur à l’ouvrage et de recourir à la personnalité pour donner quelque pauvre intérêt de scandale à leurs misérables rapsodies, qu’ils savent bien que personne ne lirait si elles ne contenaient que leur opinion individuelle.

 

Nous ne concevons guère à quoi tendent toutes ces criailleries, à quoi bon toutes ces colères et tous ces abois, – et qui pousse messieurs les Geoffroy au petit pied à se faire les don Quichotte de la morale, et, vrais sergents de ville littéraires, à empoigner et à bâtonner, au nom de la vertu, toute idée qui se promène dans un livre la cornette posée de travers ou la jupe troussée un peu trop haut. – C’est fort singulier.

 

L’époque, quoi qu’ils en disent, est immorale (si ce mot-là signifie quelque chose, ce dont nous doutons fort), et nous n’en voulons pas d’autre preuve que la quantité de livres immoraux qu’elle produit et le succès qu’ils ont. – Les livres suivent les mœurs et les mœurs ne suivent pas les livres. – La Régence a fait Crébillon, ce n’est pas Crébillon qui a fait la Régence. Les petites bergères de Boucher étaient fardées et débraillées, parce que les petites marquises étaient fardées et débraillées. – Les tableaux se font d’après les modèles et non les modèles d’après les tableaux. Je ne sais qui a dit je ne sais où que la littérature et les arts influaient sur les mœurs. Qui que ce soit, c’est indubitablement un grand sot. – C’est comme si l’on disait : Les petits pois font pousser le printemps ; les petits pois poussent au contraire parce que c’est le printemps, et les cerises parce que c’est l’été. Les arbres portent les fruits, et ce ne sont pas les fruits qui portent les arbres assurément, loi éternelle et invariable dans sa variété ; les siècles se succèdent, et chacun porte son fruit qui n’est pas celui du siècle précédent ; les livres sont les fruits des mœurs.

 

À côté des journalistes moraux, sous cette pluie d’homélies comme sous une pluie d’été dans quelque parc, il a surgi, entre les planches du tréteau saint-simonien, une théorie de petits champignons d’une nouvelle espèce assez curieuse, dont nous allons faire l’histoire naturelle.

 

Ce sont les critiques utilitaires. Pauvres gens qui avaient le nez court à ne le pouvoir chausser de lunettes, et cependant n’y voyaient pas aussi loin que leur nez.

 

Quand un auteur jetait sur leur bureau un volume quelconque, roman ou poésie, – ces messieurs se renversaient nonchalamment sur leur fauteuil, le mettaient en équilibre sur ses pieds de derrière, et, se balançant d’un air capable, ils se rengorgeaient et disaient :

 

À quoi sert ce livre ? Comment peut-on l’appliquer à la moralisation et au bien-être de la classe la plus nombreuse et la plus pauvre ? Quoi ! pas un mot des besoins de la société, rien de civilisant et de progressif ! Comment, au lieu de faire la grande synthèse de l’humanité, et de suivre, à travers les événements de l’histoire, les phases de l’idée régénératrice et providentielle, peut-on faire des poésies et des romans qui ne mènent à rien, et qui ne font pas avancer la génération dans le chemin de l’avenir ? Comment peut-on s’occuper de la forme, du style, de la rime en présence de si graves intérêts ? – Que nous font, à nous, et le style et la rime, et la forme ? c’est bien de cela qu’il s’agit (pauvres renards, ils sont trop verts) ! – La société soufre, elle est en proie à un grand déchirement intérieur (traduisez : personne ne veut s’abonner aux journaux utiles). C’est au poète à chercher la cause de ce malaise et à le guérir. Le moyen, il le trouvera en sympathisant de cœur et d’âme avec l’humanité (des poètes philanthropes ! ce serait quelque chose de rare et de charmant). Ce poète, nous l’attendons, nous l’appelons de tous nos vœux. Quand il paraîtra, à lui les acclamations de la foule, à lui les palmes, à lui les couronnes, à lui le Prytanée…

 

À la bonne heure ; mais, comme nous souhaitons que notre lecteur se tienne éveillé jusqu’à la fin de cette bienheureuse Préface, nous ne continuerons pas cette imitation très fidèle du style utilitaire, qui, de sa nature, est passablement soporifique, et pourrait remplacer, avec avantage, le laudanum et les discours d’académie.

Préface
Non, imbéciles, non, crétins et goitreux …

 

Non, imbéciles, non, crétins et goitreux que vous êtes, un livre ne fait pas de la soupe à la gélatine ; – un roman n’est pas une paire de bottes sans couture ; un sonnet, une seringue à jet continu ; un drame n’est pas un chemin de fer, toutes choses essentiellement civilisantes, et faisant marcher l’humanité dans la voie du progrès.

 

De par les boyaux de tous les papes passés, présents et futurs, non et deux cent mille fois non.

 

On ne se fait pas un bonnet de coton d’une métonymie, on ne chausse pas une comparaison en guise de pantoufle ; on ne se peut servir d’une antithèse pour parapluie ; malheureusement, on ne saurait se plaquer sur le ventre quelques rimes bariolées en manière de gilet. J’ai la conviction intime qu’une ode est un vêtement trop léger pour l’hiver, et qu’on ne serait pas mieux habillé avec la strophe, l’antistrophe et l’épode que cette femme du cynique qui se contentait de sa seule vertu pour chemise, et allait nue comme la main, à ce que raconte l’histoire.

 

Cependant le célèbre M. de La Calprenède eut une fois un habit, et, comme on lui demandait quelle étoffe c’était, il répondit : Du Silvandre. – Silvandre était une pièce qu’il venait de faire représenter avec succès.

 

De pareils raisonnements font hausser les épaules par-dessus la tête, et plus haut que le duc de Glocester.

 

Des gens qui ont la prétention d’être des économistes, et qui veulent rebâtir la société de fond en comble, avancent sérieusement de semblables billevesées.

 

Un roman a deux utilités : – l’une matérielle, l’autre spirituelle, si l’on peut se servir d’une pareille expression à l’endroit d’un roman. – L’utilité matérielle, ce sont d’abord les quelques mille francs qui entrent dans la poche de l’auteur, et le lestent de façon que le diable ou le vent ne l’emportent ; pour le libraire, c’est un beau cheval de race qui piaffe et saute avec son cabriolet d’ébène et d’acier, comme dit Figaro ; pour le marchand de papier, une usine de plus sur un ruisseau quelconque, et souvent le moyen de gâter un beau site ; pour les imprimeurs, quelques tonnes de bois de campêche pour se mettre hebdomadairement le gosier en couleur ; pour le cabinet de lecture, des tas de gros sous très prolétairement vert-de-grisés, et une quantité de graisse, qui, si elle était convenablement recueillie et utilisée, rendrait superflue la pêche de la baleine. – L’utilité spirituelle est que, pendant qu’on lit des romans, on dort, et on ne lit pas de journaux utiles, vertueux et progressifs, ou telles autres drogues indigestes et abrutissantes.

 

Qu’on dise après cela que les romans ne contribuent pas à la civilisation. – Je ne parlerai pas des débitants de tabac, des épiciers et des marchands de pommes de terre frites, qui ont un intérêt très grand dans cette branche de littérature, le papier qu’elle emploie étant, en général, de qualité supérieure à celui des journaux.

 

En vérité, il y a de quoi rire d’un pied en carré, en entendant disserter messieurs les utilitaires républicains ou saint-simoniens. – Je voudrais bien savoir d’abord ce que veut dire précisément ce grand flandrin de substantif dont ils truffent quotidiennement le vide de leurs colonnes, et qui leur sert de schibroleth et de terme sacramentel. – Utilité : quel est ce mot, et à quoi s’applique-t-il ?

 

Il y a deux sortes d’utilité, et le sens de ce vocable n’est jamais que relatif. Ce qui est utile pour l’un ne l’est pas pour l’autre. Vous êtes savetier, je suis poète. – Il est utile pour moi que mon premier vers rime avec mon second. – Un dictionnaire de rimes m’est d’une grande utilité ; vous n’en avez que faire pour carreler une vieille paire de bottes, et il est juste de dire qu’un tranchet ne me servirait pas à grand-chose pour faire une ode. – Après cela, vous objecterez qu’un savetier est bien au-dessus d’un poète, et que l’on se passe mieux de l’un que de l’autre. Sans prétendre rabaisser l’illustre profession de savetier, que j’honore à l’égal de la profession de monarque constitutionnel, j’avouerai humblement que j’aimerais mieux avoir mon soulier décousu que mon vers mal rimé, et que je me passerais plus volontiers de bottes que de poèmes. Ne sortant presque jamais et marchant plus habilement par la tête que par les pieds, j’use moins de chaussures qu’un républicain vertueux qui ne fait que courir d’un ministère à l’autre pour se faire jeter quelque place.

 

Je sais qu’il y en a qui préfèrent les moulins aux églises, et le pain du corps à celui de l’âme. À ceux-là, je n’ai rien à leur dire. Ils méritent d’être économistes dans ce monde, et aussi dans l’autre.

 

Y a-t-il quelque chose d’absolument utile sur cette terre et dans cette vie où nous sommes ? D’abord, il est très peu utile que nous soyons sur terre et que nous vivions. Je défie le plus savant de la bande de dire à quoi nous servons, si ce n’est à ne pas nous abonner au Constitutionnel ni à aucune espèce de journal quelconque.

 

Ensuite, l’utilité de notre existence admise a priori, quelles sont les choses réellement utiles pour la soutenir ? De la soupe et un morceau de viande deux fois par jour, c’est tout ce qu’il faut pour se remplir le ventre, dans la stricte acception du mot. L’homme, à qui un cercueil de deux pieds de large sur six de long suffit et au-delà après sa mort, n’a pas besoin dans sa vie de beaucoup plus de place. Un cube creux de sept à huit pieds dans tous les sens, avec un trou pour respirer, une seule alvéole de la ruche, il n’en faut pas plus pour le loger et empêcher qu’il ne lui pleuve sur le dos. Une couverture, roulée convenablement autour du corps, le détendra aussi bien et mieux contre le froid que le frac de Staub le plus élégant et le mieux coupé.

 

Avec cela, il pourra subsister à la lettre. On dit bien qu’on peut vivre avec 25 sous par jour ; mais s’empêcher de mourir, ce n’est pas vivre ; et je ne vois pas en quoi une ville organisée utilitairement serait plus agréable à habiter que le Père-la-Chaise.

 

Rien de ce qui est beau n’est indispensable à la vie. – On supprimerait les fleurs, le monde n’en souffrirait pas matériellement ; qui voudrait cependant qu’il n’y eût plus de fleurs ? Je renoncerais plutôt aux pommes de terre qu’aux roses, et je crois qu’il n’y a qu’un utilitaire au monde capable d’arracher une plate-bande de tulipes pour y planter des choux.

 

À quoi sert la beauté des femmes ? Pourvu qu’une femme soit médicalement bien conformée, en état de faire des enfants, elle sera toujours assez bonne pour des économistes.

 

À quoi bon la musique ? à quoi bon la peinture ? Qui aurait la folie de préférer Mozart à M. Carrel, et Michel-Ange à l’inventeur de la moutarde blanche ?

 

Il n’y a de vraiment beau que ce qui ne peut servir à rien ; tout ce qui est utile est laid, car c’est l’expression de quelque besoin, et ceux de l’homme sont ignobles et dégoûtants, comme sa pauvre et infirme nature. – L’endroit le plus utile d’une maison, ce sont les latrines.

 

Moi, n’en déplaise à ces messieurs, je suis de ceux pour qui le superflu est le nécessaire, – et j’aime mieux les choses et les gens en raison inverse des services qu’ils me rendent. Je préfère à certain vase qui me sert un vase chinois, semé de dragons et de mandarins, qui ne me sert pas du tout, et celui de mes talents que j’estime le plus est de ne pas deviner les logogriphes et les charades. Je renoncerais très joyeusement à mes droits de Français et de citoyen pour voir un tableau authentique de Raphaël, ou une belle femme nue : – la princesse Borghèse, par exemple, quand elle a posé pour Canova, ou la Julia Grisi quand elle entre au bain. Je consentirais très volontiers, pour ma part, au retour de cet anthropophage de Charles X, s’il me rapportait, de son château de Bohême, un panier de Tokay ou de Johannisberg, et je trouverais les lois électorales assez larges, si quelques rues l’étaient plus, et d’autres choses moins. Quoique je ne sois pas un dilettante, j’aime mieux le bruit des crincrins et des tambours de basque que celui de la sonnette de M. le président. Je vendrais ma culotte pour avoir une bague, et mon pain pour avoir des confitures. – L’occupation la plus séante à un homme policé me paraît de ne rien faire, ou de fumer analytiquement sa pipe ou son cigare. J’estime aussi beaucoup ceux qui jouent aux quilles, et aussi ceux qui font bien les vers. Vous voyez que les principes utilitaires sont bien loin d’être les miens, et que je ne serai jamais rédacteur dans un journal vertueux, à moins que je ne me convertisse, ce qui serait assez drolatique.

 

Au lieu de faire un prix Montyon pour la récompense de la vertu, j’aimerais mieux donner, comme Sardanapale, ce grand philosophe que l’on a si mal compris, une forte prime à celui qui inventerait un nouveau plaisir ; car la jouissance me paraît le but de la vie, et la seule chose utile au monde. Dieu l’a voulu ainsi, lui qui a fait les femmes, les parfums, la lumière, les belles fleurs, les bons vins, les chevaux fringants, les levrettes et les chats angoras ; lui qui n’a pas dit à ses anges : Ayez de la vertu, mais : Ayez de l’amour, et qui nous a donné une bouche plus sensible que le reste de la peau pour embrasser les femmes, des yeux levés en haut pour voir la lumière, un odorat subtil pour respirer l’âme des fleurs, des cuisses nerveuses pour serrer les flancs des étalons, et voler aussi vite que la pensée sans chemin de fer ni chaudière à vapeur, des mains délicates pour les passer sur la tête longue des levrettes, sur le dos velouté des chats, et sur l’épaule polie des créatures peu vertueuses, et qui, enfin, n’a accordé qu’à nous seuls ce triple et glorieux privilège de boire sans avoir soif, de battre le briquet, et de faire l’amour en toutes saisons, ce qui nous distingue de la brute beaucoup plus que l’usage de lire des journaux et de fabriquer des chartes.

 

Mon Dieu ! que c’est une sotte chose que cette prétendue perfectibilité du genre humain dont on nous rebat les oreilles ! On dirait en vérité que l’homme est une machine susceptible d’améliorations, et qu’un rouage mieux engrené, un contrepoids plus convenablement placé peuvent faire fonctionner d’une manière plus commode et plus facile. Quand on sera parvenu à donner un estomac double à l’homme, de façon à ce qu’il puisse ruminer comme un bœuf, des yeux de l’autre côté de la tête, afin qu’il puisse voir, comme Janus, ceux qui lui tirent la langue par-derrière, et contempler son indignité dans une position moins gênante que celle de la Vénus Callipyge d’Athènes, à lui planter des ailes sur les omoplates afin qu’il ne soit pas obligé de payer six sous pour aller en omnibus ; quand on lui aura créé un nouvel organe, à la bonne heure : le mot perfectibilité commencera à signifier quelque chose. Depuis tous ces beaux perfectionnements, qu’a-t-on fait qu’on ne fît aussi bien et mieux avant le déluge ?

 

Est-on parvenu à boire plus qu’on ne buvait au temps de l’ignorance et de la barbarie (vieux style) ? Alexandre, l’équivoque ami du bel Ephestion, ne buvait pas trop mal quoiqu’il n’y eût pas de son temps de Journal des Connaissances utiles, et je ne sais pas quel utilitaire serait capable de tarir, sans devenir oïnopique et plus enflé que Lepeintre jeune ou qu’un hippopotame, la grande coupe qu’il appelait la tasse d’Hercule. Le maréchal de Bassompierre, qui vida sa grande batte à entonnoir à la santé des treize cantons, me paraît singulièrement estimable dans son genre et très difficile à perfectionner.

 

Quel économiste nous élargira l’estomac de manière à contenir autant de beefsteaks que feu Milon le Crotoniate qui mangeait un bœuf ? La carte du Café Anglais, de Véfour, ou de telle autre célébrité culinaire que vous voudrez, me paraît bien maigre et bien œcuménique, comparée à la carte du dîner de Trimalcion. – À quelle table sert-on maintenant une truie et ses douze marcassins dans un seul plat ? Qui a mangé des murènes et des lamproies engraissées avec de l’homme ? Croyez-vous en vérité que Brillat-Savarin ait perfectionné Apicius ? – Est-ce chez Chevet que le gros tripier de Vitellius trouverait à remplir son fameux bouclier de Minerve de cervelles de faisans et de paons, de langues de phénicoptères et de foies de scarrus ? – Vos huîtres du Rocher de Cancale sent vraiment quelque chose de bien recherché à côté des huîtres de Lucrin, à qui l’on avait fait une mer tout exprès. – Les petites maisons dans les faubourgs des marquis de la Régence sont de misérables vide-bouteilles, si on les compare aux villas des patriciens romains, à Baïes, à Caprée et à Tibur. Les magnificences cyclopéennes de ces grands voluptueux lui bâtissaient des monuments éternels pour des plaisirs d’un jour ne devraient-elles pas nous faire tomber à plat ventre devant le génie antique, et rayer à tout jamais de nos dictionnaires le mot perfectibilité ?

 

A-t-on inventé un seul péché capital de plus ? Il n’y en a malheureusement que sept comme devant, le nombre de chutes du juste pour un jour, ce qui est bien médiocre. – Je ne pense même pas qu’après un siège de progrès, au train dont nous y allons, aucun amoureux soit capable de renouveler le treizième travail d’Hercule. – Peut-on être agréable une seule fois de plus à sa divinité qu’au temps de Salomon ? Beaucoup de savants très illustres et de dames très respectables soutiennent l’opinion tout à fait contraire, et prétendent que l’amabilité va décroissant. Eh bien ! alors, que nous parlez-vous de progrès ? – Je sais bien que vous me direz que l’on a une chambre haute et une chambre basse, qu’on espère que bientôt tout le monde sera électeur, et le nombre des représentants doublé ou triplé. Est-ce que vous trouvez qu’il ne se commet pas assez de fautes de français comme cela à la tribune nationale, et qu’ils ne sont pas assez pour la méchante besogne qu’ils ont à brasser ? Je ne comprends guère l’utilité qu’il y a de parquer deux ou trois cents provinciaux dans une baraque de bois, avec un plafond peint par M. Fragonard, pour leur faire tripoter et gâcher je ne sais combien de petites lois absurdes ou atroces. – Qu’importe que ce soit un sabre, un goupillon ou un parapluie qui vous gouverne ! – C’est toujours un bâton, et je m’étonne que des hommes de progrès en soient à disputer sur le choix du gourdin qui leur doit chatouiller l’épaule, tandis qu’il serait beaucoup plus progressif et moins dispendieux de le casser et d’en jeter les morceaux à tous les diables.

 

Le seul de vous qui ait le sens commun, c’est un fou, un grand génie, un imbécile, un divin poète bien au-dessus de Lamartine, de Hugo et de Byron ; c’est Charles Fourier le phalanstérien qui est à lui seul tout cela : lui seul a eu de la logique, et a l’audace de pousser ses conséquences jusqu’au bout. – Il affirme, sans hésiter, que les hommes ne tarderaient pas à avoir une queue de quinze pieds de long avec un œil au bout ; ce qui, assurément, est un progrès, et permet de faire mille belles choses qu’on ne pouvait faire auparavant, telles que d’assommer les éléphants sans coup férir, de se balancer aux arbres sans escarpolettes, aussi commodément que le macaque le mieux conditionné, de se passer de parapluie ou d’ombrelle, en déployant la queue par-dessus sa tête en guise de panache, comme font les écureuils qui se privent de riflards très agréablement, et autres prérogatives qu’il serait trop long d’énumérer. Plusieurs phalanstériens prétendent même qu’ils en ont déjà une petite qui ne demande qu’à devenir plus grande, pour peu que Dieu leur prête vie.

 

Charles Fourier a inventé autant d’espèces d’animaux que Georges Cuvier, le grand naturaliste. Il a inventé des chevaux qui seront trois fois gros comme des éléphants, des chiens grands comme des tigres, des poissons capables de rassasier plus de monde que les trois poissons de Jésus-Christ que les incrédules voltairiens pensent être des poissons d’avril, et moi une magnifique parabole. Il a bâti des villes auprès de qui Rome, Babylone et Tyr ne sont que des taupinières ; il a entassé des Babels l’une sur l’autre, et fait monter dans les rifles des spirales plus infinies que celles de toutes les gravures de John Martinn ; il a imaginé je ne sais combien d’ordres d’architecture et de nouveaux assaisonnements ; il a fait un projet de théâtre qui paraîtrait grandiose même à des Romains de l’empire, et dressé un menu de dîner que Lucius ou Nomentanus eussent peut-être trouvé suffisant pour un dîner d’amis ; il promet de créer des plaisirs nouveaux, et de développer les organes et les sens ; il doit rendre les femmes plus belles et plus voluptueuses, les hommes plus robustes et plus vigoureux ; il vous garantit des enfants, et se propose de réduire le nombre des habitants du monde de façon que chacun y soit à son aise ; ce qui est plus raisonnable que de pousser les prolétaires à en faire d’autres, sauf à les canonner ensuite dans les rues quand ils pullulent trop, et à leur envoyer des boulets au lieu de pain.

 

Le progrès est possible de cette façon seulement. – Tout le reste est une dérision amère, une pantalonnade sans esprit, qui n’est pas même bonne à duper des gobe-mouches idiots.

 

Le phalanstère est vraiment un progrès sur l’abbaye de Thélème, et relègue définitivement le paradis terrestre au nombre des choses tout à fait surannées et perruques. Les Mille et une Nuits et les Contes de madame d’Aulnay peuvent seuls lutter avantageusement avec le phalanstère. Quelle fécondité ! quelle invention ! Il y a là de quoi défrayer de merveilleux trois mille charretées de poèmes romantiques ou classiques ; et nos versificateurs, académiciens ou non, sont de bien piètres trouveurs, si on les compare à M. Charles Fourier, l’inventeur des attractions passionnées. – Cette idée de se servir de mouvements que l’on a jusqu’ici cherché à réprimer est très assurément une haute et puissante idée.

 

Ah ! vous dites que nous sommes en progrès ! – Si, demain, un volcan ouvrait sa gueule à Montmartre, et faisait à Paris un linceul de cendre et un tombeau de lave, comme fit autrefois le Vésuve à Stabia, à Pompéi et à Herculanum, et que, dans quelque mille ans, les antiquaires de ce temps-là fissent des fouilles et exhumassent le cadavre de la ville morte, dites quel monument serait resté debout pour témoigner de la splendeur de la grande enterrée, Notre-Dame la gothique ? – On aurait vraiment une belle idée de nos arts en déblayant les Tuileries retouchées par M. Fontaine ! Les statues du pont Louis XV feraient un bel effet, transportées dans les musées d’alors ! Et, n’étaient les tableaux des anciennes écoles et les statues de l’antiquité ou de la Renaissance entassés dans la galerie du Louvre, ce long boyau informe ; n’était le plafond d’Ingres, qui empêcherait de croire que Paris ne fût qu’un campement de Barbares, un village de Welches ou de Topinamboux, ce qu’on retirerait des fouilles serait quelque chose de bien curieux. – Des briquets de gardes nationaux et des casques de sapeurs pompiers, des écus frappés d’un coin informe, voilà ce qu’on trouverait au lieu de ces belles armes, si curieusement ciselées, que le moyen âge laisse au fond de ses tours et de ses tombeaux en ruine, de ces médailles qui remplissent les vases étrusques et pavent les fondements de toutes les constructions romaines. Quant à nos misérables meubles de bois plaqué, à tous ces pauvres coffres si nus, si laids, si mesquins que l’on appelle commodes ou secrétaires, tous ces ustensiles informes et fragiles, j’espère que le temps en aurait assez pitié pour en détruire jusqu’au moindre vestige.

 

Une belle fois cette fantaisie nous a pris de faire un monument grandiose et magnifique. Nous avons d’abord été obligés d’en emprunter le plan aux vieux Romains ; et, avant même d’être achevé, notre Panthéon a fléchi sur ses jambes comme un enfant rachitique, et a titubé comme un invalide ivre-mort, si bien qu’il nous a fallu lui mettre des béquilles de pierre, sans quoi il serait chu piteusement tout de son long, devant tout le monde, et aurait apprêté aux nations à rire pour plus de cent ans. – Nous avons voulu planter un obélisque sur une de nos places ; il nous fallut l’aller filouter à Luxor, et nous avons été deux ans à l’amener chez nous. La vieille Égypte bordait ses routes d’obélisques, comme nous les nôtres de peupliers ; elle en portait des bottes sous ses bras, comme un maraîcher porte ses bottes d’asperges, et taillait un monolithe dans les flancs de ses montagnes de granit plus facilement que nous un cure-dents ou un cure-oreilles. Il y a quelques siècles, on avait Raphaël, on avait Michel-Ange ; maintenant l’on a M. Paul Delaroche, le tout parce que l’on est en progrès. – Vous vantez votre Opéra ; dix Opéras comme les vôtres danseraient la sarabande dans un cirque romain. M. Martin lui-même avec son tigre apprivoisé et son pauvre lion goutteux et endormi comme un abonné de la Gazette, est quelque chose de bien misérable à côté d’un gladiateur de l’antiquité. Vos représentations à bénéfice qui durent jusqu’à deux heures du matin, qu’est-ce que cela quand on pense à ces jeux qui duraient cent jours, à ces représentations où de véritables vaisseaux se battaient véritablement dans une véritable mer ; où des milliers d’hommes se taillaient consciencieusement en pièces ; – pâlis, Ô héroïque Franconi ! – où, la mer retirée, le désert arrivait avec ses tigres et ses lions rugissants, terribles comparses qui ne servaient qu’une fois, où le premier rôle était rempli par quelque robuste athlète Dace ou Pannonien que l’on eût été bien souvent embarrassé de faire revenir à la fin de la pièce, dont l’amoureuse était quelque belle et friande lionne de Numidie à jeun depuis trois jours ? – L’éléphant funambule ne vous parait-il pas supérieur à mademoiselle George ? Croyez-vous que mademoiselle Taglioni danse mieux qu’Arbuscula, et Perrot mieux que Bathylle ? Je suis persuadé que Roscins eût rendu des points à Bocage, tout excellent qu’il soit. – Galéria Coppiola remplit un rôle d’ingénue à cent ans passés. Il est juste de dire que la plus vieille de nos jeunes premières n’a guère plus de soixante ans, et que mademoiselle Mars n’est pas même en progrès de ce côté-là : ils avaient trois ou quatre mille dieux auxquels ils croyaient, et nous n’en avons qu’un auquel nous ne croyons guère ; c’est progresser d’une étrange sorte. – Jupiter n’est-il pas plus fort que Don Juan, et un bien autre séducteur ? En vérité, je ne sais ce que nous avons inventé ou seulement perfectionné.

 

Après les journalistes progressifs, et comme pour leur servir d’antithèse, il y a les journalistes blasés, qui ont habituellement vingt ou vingt-deux ans, qui ne sont jamais sortis de leur quartier et n’ont encore couché qu’avec leur femme de ménage. Ceux-là, tout les ennuie, tout les excède, tout les assomme ; ils sont rassasiés, blasés, usés, inaccessibles. Ils connaissent d’avance ce que vous allez leur dire ; ils ont vu, senti, éprouvé, entendu tout ce qu’il est possible de voir, de sentir, d’éprouver et d’entendre ; le cœur humain n’a pas de recoin si inconnu qu’ils n’y aient porté la lanterne. Ils vous disent avec un aplomb merveilleux : Le cœur humain n’est pas comme cela ; les femmes ne sont pas faites ainsi ; ce caractère est faux ; – ou bien : – Eh quoi ! toujours des amours ou des haines ! toujours des hommes et des femmes ! Ne peut-on nous parler d’autre chose ? Mais l’homme est usé jusqu’à la corde, et la femme encore plus, depuis que M. de Balzac s’en mêle.

 

Qui nous délivrera des hommes et des femmes ?

 

– Vous croyez, monsieur, que votre fable est neuve ? elle est neuve à la façon du Pont-Neuf : rien au monde n’est plus commun ; j’ai lu cela je ne sais où, quand j’étais en nourrice ou ailleurs ; on m’en rebat les oreilles depuis dix ans. – Au reste, apprenez, monsieur, qu’il n’y a rien que je ne sache, que tout est usé pour moi, et que votre idée, fût-elle vierge comme la vierge Marie, je n’affirmerais pas moins l’avoir vue se prostituer sur les bornes aux moindres grimauds et aux plus minces cuistres.

 

Ces journalistes ont été cause de Jocko, du Monstre Vert, des Lions de Mysore et de mille autres belles inventions.

 

Ceux-là se plaignent continuellement d’être obligés de lire des livres et de voir des pièces de théâtre. À propos d’un méchant vaudeville, ils vous parlent des amandiers en fleurs, de tilleuls qui embaument, de la brise du printemps, de l’odeur du jeune feuillage ; ils se font amants de la nature à la façon du jeune Werther, et cependant n’ont jamais mis le pied hors de Paris, et ne distingueraient pas un chou d’avec une betterave. – Si c’est l’hiver, ils vous diront les agréments du foyer domestique, et le feu qui pétille et les chenets, et les pantoufles, et la rêverie, et le demi-sommeil ; ils ne manqueront pas de citer le fameux vers de Tibulle :

 

Quam juvat immites ventos audire cubantem

 

moyennant quoi ils se donneront une petite tournure à la fois désillusionnée et naïve la plus charmante du monde. Ils se poseront en hommes sur qui l’œuvre des hommes ne peut plus rien, que les émotions dramatiques laissent aussi froids et aussi secs que le canif dont ils taillent leur plume, et qui crient cependant, comme J.-J. Rousseau : Voilà la pervenche ! Ceux-là professent une antipathie féroce pour les colonels du Gymnase, les oncles d’Amérique, les cousins, les cousines, les vieux grognards sensibles, les veuves romanesques, et tâchent de nous guérir du vaudeville en prouvant chaque jour, par leurs feuilletons, que tous les Français ne sont pas nés malins – En vérité, nous ne trouvons pas grand mal à cela ; bien au contraire, et nous nous plaisons à reconnaître que l’extinction du vaudeville ou de l’opéra-comique en France (genre national) serait un des plus grands bienfaits du ciel. – Mais je voudrais bien savoir quelle espèce de littérature ces messieurs laisseraient s’établir à la place de celle-là. Il est vrai que ce ne pourrait être pis.

 

D’autres prêchent contre le faux goût et traduisent Sénèque le tragique. Dernièrement, et pour clore la marche, il s’est formé un nouveau bataillon de critiques d’une espèce non encore vue.

 

Leur formule d’appréciation est la plus commode, la plus extensible, la plus malléable, la plus péremptoire, la plus superlative et la plus triomphante qu’un critique ait jamais pu imaginer. Zoïle n’y eût certainement pas perdu.

 

Jusqu’ici, lorsqu’on avait voulu déprécier un ouvrage quelconque, ou le déconsidérer aux yeux de l’abonné patriarcal et naïf, on avait fait des citations fausses ou perfidement isolées ; on avait tronqué des phrases et mutilé des vers, de façon que l’auteur lui-même se fût trouvé le plus ridicule du monde ; on lui avait intenté des plagiats imaginaires ; on rapprochait des passages de son livre avec des passages d’auteurs anciens ou modernes, qui n’y avaient pas le moindre rapport ; on l’accusait, en style de cuisinière, et avec force solécismes, de ne pas savoir sa langue, et de dénaturer le français de Racine et de Voltaire ; on assurait sérieusement que son ouvrage poussait à l’anthropophagie, et que les lecteurs devenaient immanquablement cannibales ou hydrophobes dans le courant de la semaine ; mais tout cela était pauvre, retardataire, faux toupet et fossile au possible À force d’avoir traîné le long des feuilletons et des articles Variétés, l’accusation d’immoralité devenait insuffisante, et tellement hors de service qu’il n’y avait plus guère que le Constitutionnel, journal pudique et progressif, comme on sait, qui eût ce désespéré courage de l’employer encore.

 

L’on a donc inventé la critique d’avenir, la critique prospective. Concevez-vous, du premier coup, comme cela est charmant et provient d’une belle imagination ? La recette est simple, et l’on peut vous la dire – Le livre qui sera beau et qu’on louera est le livre qui n’a pas encore paru. Celui qui paraît est infailliblement détestable. Celui de demain sera superbe ; mais c’est toujours aujourd’hui.

 

Il en est de cette critique comme de ce barbier qui avait pour enseigne ces mots écrits en gros caractères :

 

ICI L’ON RASERA GRATIS DEMAIN.

 

Tous les pauvres diables qui lisaient la pancarte se promettaient pour le lendemain cette douceur ineffable et souveraine d’être barbifiés une fois en leur vie sans bourse délier : et le poil en poussait d’aise d’un demi-pied au menton pendant la nuitée qui précédait ce bien heureux jour ; mais, quand ils avaient la serviette au cou, le frater leur demandait s’ils avaient de l’argent, et qu’ils se préparassent à cracher au bassin, sinon qu’il les accommoderait en abatteurs de noix ou en cueilleurs de pommes du Perche ; et il jurait son grand sacredieu qu’il leur trancherait la gorge avec son rasoir, à moins qu’ils ne le payassent, et les pauvres claquedents, tout marmiteux et piteux, d’alléguer la pancarte et la sacro-sainte inscription. – Hé ! hé ! mes petits bedons ! faisait le barbier, vous n’êtes pas grands clercs, et auriez bon besoin de retourner aux écoles ! La pancarte dit : Demain. Je ne suis pas si niais et fantastique d’humeur que de raser gratis aujourd’hui ; mes confrères diraient que je perds le métier. – Revenez l’autre fois ou la semaine des trois jeudis, vous vous en trouverez on ne peut mieux. Que je devienne ladre vert ou mézeau, si je ne vous le fais gratis, foi d’honnête barbier.

 

Les auteurs qui lisent un article prospectif, où l’on daube un ouvrage actuel, se flattent que le livre qu’ils font sera le livre de l’avenir. Ils tâchent de s’accommoder, autant que faire se peut, aux idées du critique, et se font sociaux, progressifs, moralisants, palingénésiques, mythiques, panthéistes, buchézistes, croyant par là échapper au formidable anathème ; mais il leur arrive ce qui arrivait aux pratiques du barbier : – aujourd’hui n’est pas la veille de demain. Le demain tant promis ne luira jamais sur le monde ; car cette formule est trop commode pour qu’on l’abandonne de sitôt. Tout en décriant ce livre dont on est jaloux, et qu’on voudrait anéantir, on se donne les gants de la plus généreuse impartialité. On a l’air de ne pas demander mieux que de trouver bien à louer, et cependant on ne le fait jamais. Cette recette est bien supérieure à celle que l’on pouvait appeler rétrospective et qui consiste à ne vanter que des ouvrages anciens, qu’on ne lit plus et qui ne gênent personne, aux dépens des livres modernes, dont on s’occupe et qui blessent plus directement les amours-propres.

 

Nous avons dit, avant de commencer cette revue de messieurs les critiques, que la matière pourrait fournir quinze ou seize mille volumes in-folio, mais que nous nous contenterions de quelques lignes ; je commence à craindre que ces quelques lignes ne soient des lignes de deux ou trois mille toises de longueur chacune et ne ressemblent à ces grosses brochures épaisses à ne les pouvoir pas trouer d’un trou de canon, et qui portent perfidement pour titre : Un mot sur la révolution, un mot sur ceci ou cela. L’histoire des faits et gestes, des amours multiples de la diva Madeleine de Maupin courrait grand risque d’être éconduite, et on concevra que ce n’est pas trop d’un volume tout entier pour chanter dignement les aventures de cette belle Bradamante. – C’est pourquoi, quelque envie que nous ayons de continuer le blason des illustres Aristarques de l’époque, nous nous contenterons du crayon commencé que nous venons d’en tirer, en y ajoutant quelques réflexions sur la bonhomie de nos débonnaires confrères en Apollon, qui, aussi stupides que le Cassandre des pantomimes, restent là à recevoir les coups de batte d’Arlequin et les coups de pied au cul de Paillasse, sans bouger non plus que des idoles.

 

Ils ressemblent à un maître d’armes qui, dans un assaut, croiserait ses bras derrière son dos, et recevrait dans sa poitrine découverte toutes les bottes de son adversaire, sans essayer une seule parade.

 

C’est comme un plaidoyer où le procureur du roi aurait seul la parole, ou comme un débat où la réplique ne serait pas permise.

 

Le critique avance ceci et cela. Il tranche du grand et taille en plein drap. Absurde, détestable, monstrueux : cela ne ressemble à rien, cela ressemble à tout. On donne un drame, le critique le va voir ; il se trouve qu’il ne répond en rien au drame qu’il avait forgé dans sa tête sur le titre ; alors, dans son feuilleton, il substitue son drame à lui au drame de l’auteur. Il fait de grandes tartines d’érudition ; il se débarrasse de toute la science qu’il a été se faire la veille dans quelque bibliothèque et traite de Turc à More des gens chez qui il devrait aller à l’école, et dont le moindre en remontrerait à de plus forts que lui.

 

Les auteurs endurent cela avec une magnanimité, une longanimité qui me paraît vraiment inconcevable. Quels sont donc, au bout du compte, ces critiques au ton si tranchant, à la parole si brève que l’on croirait les vrais fils des dieux ? ce sont tout bonnement des hommes avec qui nous avons été au collège, et à qui évidemment leurs études ont moins profité qu’à nous, puisqu’ils n’ont produit aucun ouvrage et ne peuvent faire autre chose que conchier et gâter ceux des autres comme de véritables stryges stymphalides.

 

Ne serait-ce pas quelque chose à faire que la critique des critiques ? car ces grands dégoûtés, qui font tant les superbes et les difficiles, sont loin d’avoir l’infaillibilité de notre saint père. Il y aurait de quoi remplir un journal quotidien et du plus grand format. Leurs bévues historiques ou autres, leurs citations controuvées, leurs fautes de français, leurs plagiats, leur radotage, leurs plaisanteries rebattues et de mauvais goût, leur pauvreté d’idées, leur manque d’intelligence et de tact, leur ignorance des choses les plus simples qui leur fait volontiers prendre le Pirée pour un homme et M. Delaroche pour un peintre fourniraient amplement aux auteurs de quoi prendre leur revanche, sans autre travail que de souligner les passages au crayon et de les reproduire textuellement ; car on ne reçoit pas avec le brevet de critique le brevet de grand écrivain, et il ne suffit pas de reprocher aux autres des fautes de langage ou de goût pour n’en point faire soi-même ; nos critiques le prouvent tous les jours. – Que si Chateaubriand, Lamartine et d’autres gens comme cela faisaient de la critique, je comprendrais qu’on se mît à genoux et qu’on adorât ; mais que MM. Z. K. Y. V. Q. X., ou telle autre lettre de l’alphabet entre A et W, fassent les petits Quintiliens et vous gourmandent au nom de la morale et de la belle littérature, c’est ce qui me révolte toujours et me fait entrer en des fureurs nonpareilles. Je voudrais qu’on fît une ordonnance de police qui défendît à certains noms de se heurter à certains autres. Il est vrai qu’un chien peut regarder un évêque, et que Saint-Pierre de Rome, tout géant qu’il soit, ne peut empêcher que ces Transtévérins ne le salissent par en bas d’une étrange sorte ; mais je n’en crois pas moins qu’il serait fou d’écrire au long de certaines réputations monumentales :

 

DEFENSE DE DEPOSER DES ORDURES ICI.

 

Charles X avait seul bien compris la question. En ordonnant la suppression des journaux, il rendait un grand service aux arts et à la civilisation. Les journaux sont des espèces de courtiers ou de maquignons qui s’interposent entre les artistes et le public, entre le roi et le peuple. On sait les belles choses qui en sont résultées. Ces aboiements perpétuels assourdissent l’inspiration, et jettent une telle méfiance dans les cœurs et dans les esprits que l’on n’ose se fier ni à un poète, ni à un gouvernement ; ce qui fait que la royauté et la poésie, ces deux plus grandes choses du monde, deviennent impossibles, au grand malheur des peuples, qui sacrifient leur bien-être au pauvre plaisir de lire, tous les matins, quelques mauvaises feuilles de mauvais papier, barbouillées de mauvaise encre et de mauvais style. Il n’y avait point de critique d’art sous Jules II, et je ne connais pas de feuilleton sur Daniel de Volterre, Sébastien del Piombo, Michel-Ange, Raphaël, ni sur Ghiberti delle Porte, ni sur Benvenuto Cellini ; et cependant je pense que, pour des gens qui n’avaient point de journaux, qui ne connaissaient ni le mot art ni le mot artistique, ils avaient assez de talent comme cela, et ne s’acquittaient point trop mal de leur métier. La lecture des journaux empêche qu’il n’y ait de vrais savants et de vrais artistes ; c’est comme un excès quotidien qui vous fait arriver énervé et sans force sur la couche des Muses, ces filles dures et difficiles qui veulent des amants vigoureux et tout neufs. Le journal tue le livre, comme le livre a tué l’architecture, comme l’artillerie a tué le courage et la force musculaire. On ne se doute pas des plaisirs que nous enlèvent les journaux. Ils nous ôtent la virginité de tout ; ils font qu’on n’a rien en propre, et qu’on ne peut posséder un livre à soi seul ; ils vous ôtent la surprise du théâtre, et vous apprennent d’avance tous les dénouements ; ils vous privent du plaisir de papoter, de cancaner, de commérer et de médire, de faire une nouvelle ou d’en colporter une vraie pendant huit jours dans tous les salons du monde. Ils nous entonnent, malgré nous, des jugements tout faits, et nous préviennent contre des choses que nous aimerions ; ils font que les marchands de briquets phosphoriques, pour peu qu’ils aient de la mémoire, déraisonnent aussi impertinemment littérature que des académiciens de province ; ils font que, toute la journée, nous entendons, à la place d’idées naïves ou d’âneries individuelles, des lambeaux de journal mal digérés qui ressemblent à des omelettes crues d’un côté et brûlées de l’autre, et qu’on nous rassasie impitoyablement de nouvelles meules de trois ou quatre heures, et que les enfants à la mamelle savent déjà ; ils nous émoussent le goût, et nous rendent pareils à ces buveurs d’eau-de-vie poivrée, à ces avaleurs de limes et de râpes qui ne trouvent plus aucune saveur aux vins les plus généreux et n’en peuvent saisir le bouquet fleuri et parfumé. Si Louis-Philippe, une bonne fois pour toutes, supprimait tous les journaux littéraires et politiques je lui en saurais un gré infini, et je lui rimerais sur-le-champ un beau dithyrambe échevelé en vers libres et à rimes croisées ; signé : votre très humble et très fidèle sujet etc. Que l’on ne s’imagine pas que l’on ne s’occuperait plus de littérature ; au temps où il n’y avait pas de journaux, un quatrain occupait tout Paris huit jours et une première représentation six mois.

 

Il est vrai que l’on perdrait à cela les annonces et les éloges à trente sous la ligne, et la notoriété serait moins prompte et moins foudroyante. Mais j’ai imaginé un moyen très ingénieux de remplacer les annonces Si d’ici à la mise en vente de ce glorieux roman, mon gracieux monarque a supprimé les journaux, je m’en servirai très assurément, et je m’en promets monts et merveilles. Le grand jour arrivé, vingt-quatre crieurs à cheval, aux livrées de l’éditeur, avec son adresse sur le dos et sur la poitrine, portant en main une bannière où serait brodé des deux côtés le titre du roman, précédés chacun d’un tambourineur et d’un timbalier, parcourront la ville, et, s’arrêtant aux places et aux carrefours, crieront à haute et intelligible voix :

 

C’est aujourd’hui et non hier ou demain que l’on met en vente l’admirable, l’inimitable, le divin et plus que divin roman du très célèbre Théophile Gautier, Mademoiselle de Maupin, que l’Europe et même les autres parties du monde et la Polynésie attendent si impatiemment depuis un an et plus. Il s’en vend cinq cents à la minute, et les éditions se succèdent de demi-heure en demi-heure ; on est déjà à la dix-neuvième. Un piquet de gardes municipaux est à la porte du magasin, contient la foule et prévient tous les désordres. – Certes, cela vaudrait bien une annonce de trois lignes dans les Débats et le Courrier français, entre les ceintures élastiques, les cols en crinoline, les biberons en tétine incorruptible, la pâte de Regnault et les recettes contre le mal de dents.

 

Mai 1834.

Chapitre 1

 

Tu te plains, mon cher ami, de la rareté de mes lettres. – Que veux-tu que je t’écrive, sinon que je me porte bien et que j’ai toujours la même affection pour toi ? – Ce sont choses que tu sais parfaitement, et qui sont si naturelles à l’âge que j’ai et avec les belles qualités qu’on te voit, qu’il y a presque du ridicule à faire parcourir cent lieues à une misérable feuille de papier pour ne rien dire de plus. – J’ai beau chercher, je n’ai rien qui vaille la peine d’être rapporté ; – ma vie est la plus unie du monde, et rien n’en vient couper la monotonie. Aujourd’hui amène demain comme hier avait amené aujourd’hui ; et, sans avoir la fatuité d’être prophète, je puis prédire hardiment le matin ce qui m’arrivera le soir.

 

Voici la disposition de ma journée : – je me lève, cela va sans dire, et c’est le commencement de toute journée ; je déjeune, je fais des armes, je sors, je rentre, je dîne, fais quelques visites ou m’occupe de quelque lecture : puis je me couche précisément comme j’avais fait la veille ; je m’endors, et mon imagination, n’étant pas excitée par des objets nouveaux, ne me fournit que des songes usés et rebattus, aussi monotones que ma vie réelle : cela n’est pas fort récréatif, comme tu vois. Cependant je m’accommode mieux de cette existence que je n’aurais fait il y a six mois. – Je m’ennuie, il est vrai, mais d’une manière tranquille et résignée, qui ne manque pas d’une certaine douceur que je comparerais assez volontiers à ces jours d’automne pâles et tièdes auxquels on trouve un charme secret après les ardeurs excessives de l’été.

 

Cette existence-là, quoique je l’aie acceptée en apparence, n’est guère faite pour moi cependant, ou du moins elle ressemble fort peu à celle que je me rêve et à laquelle je me crois propre. – Peut-être me trompé-je, et ne suis-je fait effectivement que pour ce genre de vie ; mais j’ai peine à le croire, car, si c’était ma vraie destinée, je m’y serais plus aisément emboîté, et je n’aurais pas été meurtri par ses angles à tant d’endroits et si douloureusement.

 

Tu sais comme les aventures étranges ont un attrait tout-puissant sur moi, comme j’adore tout ce qui est singulier, excessif et périlleux, et avec quelle avidité je dévore les romans et les histoires de voyages ; il n’y a peut-être pas sur la terre de fantaisie plus folle et plus vagabonde que la mienne : eh bien, je ne sais par quelle fatalité cela s’arrange, je n’ai jamais eu une aventure, je n’ai jamais fait un voyage. Pour moi, le tour du monde est le tour de la ville où je suis ; je touche mon horizon de tous les côtés ; je me coudoie avec le réel. Ma vie est celle du coquillage sur le banc de sable, du lierre autour de l’arbre, du grillon dans la cheminée. – En vérité, je suis étonné que mes pieds n’aient pas encore pris racine.

 

On peint l’Amour avec un bandeau sur les yeux ; c’est le Destin qu’on devrait peindre ainsi.

 

J’ai pour valet une espèce de manant assez lourd et assez stupide, qui a autant couru que le vent de bise, qui a été au diable, je ne sais où, qui a vu de ses yeux tout ce dont je me forme de si belles idées et s’en soucie comme d’un verre d’eau ; il s’est trouvé dans les situations les plus bizarres ; il a eu les plus étonnantes aventures qu’on puisse avoir. Je le fais parler quelquefois, et j’enrage en pensant que toutes ces belles choses sont arrivées à un butor qui n’est capable ni de sentiment ni de réflexion, et qui n’est bon qu’à faire ce qu’il fait, c’est-à-dire à battre des habits et à décrotter des bottes.

 

Il est évident que la vie de ce maraud devait être la mienne. – Pour lui, il me trouve fort heureux et entre en de grands étonnements de me voir triste comme je suis.

 

Tout cela n’est pas fort intéressant, mon pauvre ami, et ne vaut guère la peine d’être écrit, n’est-ce pas ? Mais, puisque tu veux absolument que je t’écrive, il faut bien que je te raconte ce que je pense et ce que je sens, et que je te fasse l’histoire de mes idées, à défaut d’événements et d’actions. – Il n’y aura peut-être pas grand ordre ni grande nouveauté dans ce que j’aurai à te dire ; mais il ne faudra t’en prendre qu’à toi. Tu l’auras voulu.

 

Tu es mon ami d’enfance, j’ai été élevé avec toi ; notre vie a été commune bien longtemps, et nous sommes accoutumés à échanger nos plus intimes pensées. Je puis donc te conter, sans rougir, toutes les niaiseries qui traversent ma cervelle inoccupée ; je n’ajouterai pas un mot, je ne retrancherai pas un mot, je n’ai pas d’amour-propre avec toi. Aussi je serai exactement vrai, – même dans les choses petites et honteuses ; ce n’est pas devant toi, à coup sûr, que je me draperai.

 

Sous ce linceul d’ennui nonchalant et affaissé dont je t’ai parlé tout à l’heure remue parfois une pensée plutôt engourdie que morte, et je n’ai pas toujours le calme doux et triste que donne la mélancolie. – J’ai des rechutes et je retombe dans mes anciennes agitations. Rien n’est fatigant au monde comme ces tourbillons sans motif et ces élans sans but. – Ces jours-là, quoique je n’aie rien à faire non plus que les autres, je me lève de très grand matin, avant le soleil, tant il me semble que je suis pressé et que je n’aurai jamais le temps qu’il faut ; je m’habille en toute hâte, comme si le feu était à la maison, mettant mes vêtements au hasard et me lamentant pour une minute perdue. – Quelqu’un qui me verrait croirait que je vais à un rendez-vous d’amour ou chercher de l’argent. – Point du tout. – Je ne sais pas seulement où j’irai ; mais il faut que j’aille, et je croirais mon salut compromis si je restais. – Il me semble que l’on m’appelle du dehors, que mon destin passe à cet instant-là dans la rue, et que la question de ma vie va se décider.

 

Je descends, l’air effaré et surpris, les habits en désordre, les cheveux mal peignés ; les gens se retournent et rient à ma rencontre, et pensent que c’est un jeune débauché qui a passé la nuit à la taverne ou ailleurs. Je suis ivre en effet, quoique je n’aie pas bu, et j’ai d’un ivrogne jusqu’à la démarche incertaine, tantôt lente, tantôt rapide. Je vais de rue en rue comme un chien qui a perdu son maître, cherchant à tout hasard, très inquiet, très en éveil, me retournant au moindre bruit, me glissant dans chaque groupe sans prendre souci des rebuffades des gens que je heurte, et regardant partout avec une netteté de vision que je n’ai pas dans d’autres moments. – Puis il m’est démontré tout d’un coup que je me trompe, que ce n’est pas là assurément, qu’il faut aller plus loin, à l’autre bout de la ville, que sais-je ? Et je prends ma course comme si diable m’emportait. – Je ne touche le sol que du bout des pieds, et ne pèse pas une once. – Je dois en vérité avoir l’air singulier avec ma mine affairée et furieuse, mes bras gesticulants et les cris inarticulés que je pousse. – Quand j’y songe de sang-froid, je me ris au nez à moi-même de tout mon cœur, ce qui ne m’empêche pas, je te prie de le croire, de recommencer à la prochaine occasion.

 

Si l’on me demandait pourquoi je cours amas, je serais certainement fort embarrassé de répondre. Je n’ai pas de hâte d’arriver, puisque je ne vais nulle part. Je ne crains pas d’être en retard, puisque je n’ai pas d’heure. – Personne ne m’attend, – et je n’ai aucune raison de me presser ici.

 

Est-ce une occasion d’aimer, une aventure, une femme, une idée ou une fortune, quelque chose qui manque à ma vie et que je cherche sans m’en rendre compte, et poussé par un instinct confus ? est-ce mon existence qui se veut compléter ? est-ce l’envie de sortir de chez moi et de moi-même, l’ennui de ma situation et le désir d’une autre ? C’est quelque chose de cela, et peut-être tout cela ensemble. – Toujours est-il que c’est un état fort déplaisant, une irritation fébrile à laquelle succède ordinairement la plus plate atonie.

 

Souvent j’ai cette idée que, si j’étais parti une heure plus tôt, ou si j’avais doublé le pas, je serais arrivé à temps ; que, pendant que je passais par cette rue, ce que je cherche passait par l’autre, et qu’il a suffi d’un embarras de voitures pour me faire manquer ce que je poursuis à tout hasard depuis si longtemps. – Tu ne peux t’imaginer les grandes tristesses et les profonds désespoirs où je tombe quand je vois que tout cela n’aboutit à rien, et que ma jeunesse se passe et qu’aucune perspective ne s’ouvre devant moi ; alors toutes mes passions inoccupées grondent sourdement dans mon cœur, et se dévorent entre elles faute d’autre aliment, comme les bêtes d’une ménagerie auxquelles le gardien a oublié de donner leur nourriture. Malgré les désappointements étouffés et souterrains de tous les jours, il y a quelque chose en moi qui résiste et ne veut pas mourir. Je n’ai pas d’espérance, car, pour espérer, il faut un désir, une certaine propension à souhaiter que les choses tournent d’une manière plutôt que d’une autre. Je ne désire rien, car je désire tout. Je n’espère pas, ou plutôt je n’espère plus ; – cela est trop niais, – et il m’est profondément égal qu’une chose soit ou ne soit pas. – J’attends, – quoi ? Je ne sais, mais j’attends.

 

C’est une attente frémissante, pleine d’impatience coupée de soubresauts et de mouvements nerveux comme doit l’être celle d’un amant qui attend sa maîtresse. – Rien ne vient ; – j’entre en furie ou me mets à pleurer. – J’attends que le ciel s’ouvre et qu’il en descende un ange qui me fasse une révélation qu’une révolution éclate et qu’on me donne un trône qu’une vierge de Raphaël se détache de sa toile, et me vienne embrasser, que des parents que je n’ai pas meurent et me laissent de quoi faire voguer ma fantaisie sur un fleuve d’or, qu’un hippogriffe me prenne et m’emporte dans des régions inconnues. – Mais quoi que j’attende, ce n’est à coup sûr rien d’ordinaire et de médiocre.

 

Cela est poussé au point que, lorsque je rentre chez moi, je ne manque jamais à dire : – Il n’est venu personne ? Il n’y a pas de lettre pour moi ? rien de nouveau ? – Je sais parfaitement qu’il n’y a rien qu’il ne peut rien y avoir. C’est égal ; je suis toujours fort surpris et fort désappointé quand on me fait la réponse habituelle : – Non, monsieur, – absolument rien.

 

Quelquefois, – cependant cela est rare, – l’idée se précise davantage. – Ce sera quelque belle femme que je ne connais pas et qui ne me connaît pas, avec qui je me serai rencontré au théâtre ou à l’église et qui n’aura pas pris garde à moi le moins du monde. – Je parcours toute la maison, et jusqu’à ce que j’aie ouvert la porte de la dernière chambre, j’ose à peine le dire, tant cela est fou, j’espère qu’elle est venue et qu’elle est là. – Ce n’est pas fatuité de ma part. – Je suis si peu fat que plusieurs femmes se sont préoccupées fort doucement de moi, à ce que d’autres personnes m’ont dit que je croyais très indifférentes à mon égard, et n’avoir jamais rien pensé de particulier sur mon propos. – Cela vient d’autre part.

 

Quand je ne suis pas hébété par l’ennui et le découragement, mon âme se réveille et reprend toute son ancienne vigueur.

 

J’espère, j’aime, je désire, et mes désirs sont tellement violents que je m’imagine qu’ils feront tout venir à eux comme un aimant doué d’une grande puissance attire à lui les parcelles de fer, encore qu’elles en soient fort éloignées. – C’est pourquoi j’attends les choses que je souhaite, au lieu d’aller à elles, et je néglige assez souvent les facilités qui s’ouvrent le plus favorablement devant mes espérances. – Un autre écrirait un billet le plus amoureux du monde à la divinité de son cœur, ou chercherait l’occasion de s’en rapprocher. – Moi, je demande au messager la réponse à une lettre que je n’ai pas écrite, et passe mon temps à bâtir dans ma tête les situations les plus merveilleuses pour me faire voir à celle que j’aime sous le jour le plus inattendu et le plus favorable. – On ferait un livre plus gros et plus ingénieux que les Stratagèmes de Polybe de tous les stratagèmes que j’imagine pour m’introduire auprès d’elle et lui découvrir ma passion. Il suffirait le plus souvent de dire à un de mes amis : – Présentez-moi chez madame une telle, – et d’un compliment mythologique convenablement ponctué de soupirs.

 

À entendre tout cela, on me croirait propre à mettre aux Petites-Maisons ; je suis cependant assez raisonnable garçon, et je n’ai pas mis beaucoup de folles en action. Tout cela se passe dans les caves de mon âme, et toutes ces idées saugrenues sont ensevelies très soigneusement au fond de moi ; du dehors on ne voit rien, et j’ai la réputation d’un jeune homme tranquille et froid, peu sensible aux femmes et indifférent aux choses de son âge ; ce qui est aussi loin de la vérité que le sont habituellement les jugements du monde.

 

Cependant, malgré toutes les choses qui m’ont rebuté, quelques-uns de mes désirs se sont réalisés et, par le peu de joie que leur accomplissement m’a causé, j’en suis venu à craindre l’accomplissement des autres. Tu te souviens de l’ardeur enfantine avec laquelle je désirais avoir un cheval à moi ; ma mère m’en a donné un tout dernièrement ; il est noir d’ébène, une petite étoile blanche au front, à tous crins, le poil luisant, la jambe fine, précisément comme je le voulais. Quand on me l’a amené, cela m’a fait un tel saisissement que je suis resté un grand quart d’heure tout pâle, sans me pouvoir remettre ; puis j’ai monté dessus, et, sans dire un seul mot, je suis parti au grand galop, et j’ai couru plus d’une heure devant moi à travers champs dans un ravissement difficile à concevoir : j’en ai fait tous les jours autant pendant plus d’une semaine, et je ne sais pas, en vérité, comment je ne l’ai pas fait crever ou rendu tout au moins poussif. – Peu à peu toute cette grande ardeur s’est apaisée. J’ai mis mon cheval au trot, puis au pas, puis j’en suis venu à le monter si nonchalamment que souvent il s’arrête et que je ne m’en aperçois pas le plaisir s’est tourné en habitude beaucoup plus promptement que je ne l’aurais cru. – Quant à Ferragus, c’est ainsi que je l’ai nommé, c’est bien la plus charmante bête que l’on puisse voir. Il a des barbes aux pieds comme du duvet d’aigle ; il est vif comme une chèvre et doux comme un agneau. Tu auras le plus grand plaisir à galoper dessus quand tu viendras ici ; et quoique ma fureur d’équitation soit bien tombée, je l’aime toujours beaucoup, car il a un très estimable caractère de cheval, et je le préfère sincèrement à beaucoup de personnes. Si tu entendais comme il hennit joyeusement quand je vais le voir à son écurie, et avec quels yeux intelligents il me regarde ! J’avoue que je suis touché de ces témoignages d’affection, que je lui prends le cou et que je l’embrasse aussi tendrement, ma foi, que si c’était une belle fille.

 

J’avais aussi un autre désir, plus vif, plus ardent, plus perpétuellement éveillé, plus chèrement caressé, et auquel j’avais bâti dans mon âme un ravissant château de cartes, un palais de chimères, détruit bien souvent et relevé avec une constance désespérée – c’était d’avoir une maîtresse, – une maîtresse tout à fait à moi, – comme le cheval. – Je ne sais pas si la réalisation de ce rêve m’aurait aussi promptement trouvé froid que la réalisation de l’autre ; – j’en doute. Mais peut-être ai-je tort, et en serai-je aussi vite lassé. – Par une disposition spéciale, je désire si frénétiquement ce que je désire, sans toutefois rien faire pour me le procurer, que si par hasard, ou autrement, j’arrive à l’objet de mon vœu, j’ai une courbature morale si forte et suis tellement harassé, qu’il me prend des défaillances et que je n’ai plus assez de vigueur pour en jouir : aussi des choses qui me viennent sans que je les aie souhaitées me font-elles ordinairement plus de plaisir que celles que j’ai le plus ardemment convoitées.

 

J’ai vingt-deux ans ; je ne suis pas vierge. – Hélas ! on ne l’est plus à cet âge-là, maintenant, ni de corps, – ni de cœur, – ce qui est bien pis. – Outre celles qui font plaisir aux gens pour la somme et qui ne doivent pas plus compter qu’un rêve lascif, j’ai bien eu par-ci par-là, dans quelque coin obscur, quelques femmes honnêtes ou à peu près, ni belles ni laides, ni jeunes ni vieilles, comme il s’en offre aux jeunes gens qui n’ont point d’affaire réglée, et dont le cœur est dans le désœuvrement. – Avec un peu de bonne volonté et une assez forte dose d’illusions romanesques, on appelle cela une maîtresse, si l’on veut. – Quant à moi, ce m’est une chose impossible, et l’en aurais mille de cette espèce que je n’en croirais pas moins mon désir aussi inaccompli que jamais.

 

Je n’ai donc pas encore eu de maîtresse, et tout mon désir est d’en avoir une. – C’est une idée qui me tracasse singulièrement ; ce n’est pas effervescence de tempérament, bouillon du sang, premier épanouissement de puberté. Ce n’est pas la femme que je veux, c’est une femme, une maîtresse ; je la veux, je l’aurai, et d’ici à peu ; si je ne réussissais pas, je t’avoue que je ne me relèverais pas de là, et que j’en garderais devant moi-même une timidité intérieure, un découragement sourd qui influerait gravement sur le reste de ma vie. – Je me croirais manqué sous de certains rapports, inharmonique ou dépareillé, – contrefait d’esprit ou de cœur ; car enfin ce que je demande est juste, et la nature le doit à tout homme. Tant que je ne serai pas parvenu à mon but, je ne me regarderai moi-même que comme un enfant, et je n’aurai pas en moi la confiance que j’y dois avoir. – Une maîtresse pour moi, c’est la robe virile pour un jeune Romain.

 

Je vois tant d’hommes, ignobles sous tous les rapports, avoir de belles femmes dont ils sont à peine dignes d’être les laquais que la rougeur m’en monte au front pour elles – et pour moi. – Cela me fait prendre une pitoyable opinion des femmes de les voir s’enticher de tels goujats qui les méprisent et les trompent, plutôt que de se donner à quelque jeune homme loyal et sincère qui s’estimerait fort heureux, et les adorerait à genoux ; à moi, par exemple. Il est vrai que ces espèces encombrent les salons, font la roue devant tous les soleils et sont toujours couchées au dos de quelque fauteuil, tandis que moi je reste à la maison, le front appuyé contre la vitre, à regarder fumer la rivière et monter le brouillard, tout en élevant silencieusement dans mon cœur le sanctuaire parfumé, le temple merveilleux où je dois loger l’idole future de mon âme. – Chaste et poétique occupation, dont les femmes vous savent aussi peu gré que possible.

 

Les femmes ont fort peu de goût pour les contemplateurs et prisent singulièrement ceux qui mettent leurs idées en action. Après tout, elles n’ont pas tort. Obligées par leur éducation et leur position sociale à se taire et à attendre, elles préfèrent naturellement ceux qui viennent à elles et parlent, ils les tirent d’une situation fausse et ennuyeuse : je sens tout cela ; mais jamais de ma vie je ne pourrai prendre sur moi, comme j’en vois beaucoup qui le font, de me lever de ma place, de traverser un salon, et d’aller dire inopinément à une femme : – Votre robe vous va comme un ange, ou : – Vous avez ce soir les yeux d’un lumineux particulier.

 

Tout cela n’empêche pas qu’il ne me faille absolument une maîtresse. Je ne sais pas qui ce sera, mais je ne vois personne dans les femmes que je connais qui puisse convenablement remplir cette importante dignité. Je ne leur trouve que très peu des qualités qu’il me faut. Celles qui auraient assez de jeunesse n’ont pas assez de beauté ou d’agréments dans l’esprit ; celles qui sont belles et jeunes sont d’une vertu ignoble et rebutante, ou manquent de la liberté nécessaire ; et puis il y a toujours par là quelque mari, quelque frère, quelque mère ou quelque tante, je ne sais quoi, qui a de gros yeux et de grandes oreilles, et qu’il faut amadouer ou jeter par la fenêtre. – Toute rose a son puceron, toute femme a des tas de parents dont il faut l’écheniller soigneusement, si l’on veut cueillir un jour le fruit de sa beauté. Il n’y a pas jusqu’aux arrières-petits-cousins de la province, et qu’on n’a jamais vus, qui ne veuillent maintenir dans toute sa blancheur la pureté immaculée de la chère cousine. Cela est nauséabond, et je n’aurai jamais la patience qu’il faut pour arracher toutes les mauvaises herbes et élaguer toutes les ronces qui obstruent fatalement les avenues d’une jolie femme.

 

Je n’aime pas beaucoup les mamans, et j’aime encore moins les petites filles. Je dois avouer aussi que les femmes mariées n’ont qu’un très médiocre attrait pour moi. – Il y a là-dedans une confusion et un mélange qui me révoltent ; je ne puis souffrir cette idée de partage. La femme qui a un mari et un amant est une prostituée pour l’un des deux et souvent pour tous deux, et puis je ne saurais consentir à céder la place à un autre. Ma fierté naturelle ne saurait se plier à un tel abaissement. Jamais je ne m’en irai parce qu’un autre homme arrive. Dût la femme être compromise et perdue, dussions-nous nous battre à coups de couteau, chacun un pied sur son corps, – je resterai. – Les escaliers dérobés, les armoires, les cabinets et toutes les machines de l’adultère seraient de pauvre ressource avec moi.

 

Je suis peu épris de ce qu’on appelle candeur virginale, innocence du bel âge, pureté de cœur, et autres charmantes choses qui sont du plus bel effet en vers ; j’appelle tout bonnement cela niaiserie, ignorance, imbécillité ou hypocrisie. – Cette candeur virginale, qui consiste à s’asseoir tout au bord du fauteuil, les bras serrés contre le corps, l’œil sur la pointe du corset, et à ne parler que sur un permis des grands-parents, cette innocence qui a le monopole des cheveux sans frisure et des robes blanches, cette pureté de cœur qui porte des corsages colletés, parce qu’elle n’a pas encore de gorge ni d’épaules, ne me paraissent pas, en vérité, un fort merveilleux ragoût.

 

Je me soucie assez peu de faire épeler l’alphabet d’amour à de petites niaises. – Je ne suis ni assez vieux ni assez corrompu pour prendre grand plaisir à cela : j’y réussirais mal d’ailleurs, car je n’ai jamais rien su montrer à personne, même ce que je savais le mieux. Je préfère les femmes qui lisent couramment, on est plus tôt arrivé à la fin du chapitre ; et en toutes choses, et surtout en amour, ce qu’il faut considérer, c’est la fin. Je ressemble assez, de ce côté-là, à ces gens qui prennent le roman par la queue, et en lisent tout d’abord le dénouement, sauf à rétrograder ensuite jusqu’à la première page.

 

Cette manière de lire et d’aimer a son charme. On savoure mieux les détails quand on est tranquille sur la fin, et le renversement amène l’imprévu.

 

Voilà donc les petites filles et les femmes mariées exclues de la catégorie. – Ce sera donc parmi les veuves que nous choisirons notre divinité. – Hélas ! j’ai bien peur, quoiqu’il ne reste plus que cela, que nous n’y trouvions pas encore ce que nous voulons.

 

Si je venais à aimer un de ces pâles narcisses tout baignés d’une tiède rosée de pleurs, et se penchant avec une grâce mélancolique sur le tombeau de marbre neuf de quelque mari heureusement et fraîchement décédé, je serais certainement, et au bout de peu de temps, aussi malheureux que l’époux défunt en son vivant. Les veuves, si jeunes et si charmantes qu’elles soient, ont un terrible inconvénient que n’ont pas les autres femmes : pour peu que l’on ne soit pas au mieux avec elles et qu’il passe un nuage dans le ciel d’amour, elles vous disent tout de suite avec un petit air superlatif et méprisant : – Ah ! comme vous êtes aujourd’hui ! C’est absolument comme monsieur : – quand nous nous querellions, il n’avait pas autre chose à me dire ; c’est singulier, vous avez le même son de voix et le même regard ; quand vous prenez de l’humeur, vous ne sauriez vous imaginer combien vous ressemblez à mon mari ; – c’est à faire peur. – Cela est agréable de s’entendre dire de ces choses-là en face et à bout portant ! Il y en a même qui poussent l’impudence jusqu’à louer le défunt comme une épitaphe et à exalter son cœur et sa jambe aux dépens de votre jambe et de votre cœur. – Au moins, avec les femmes qui n’ont qu’un ou plusieurs amants, on a cet ineffable avantage de ne s’entendre jamais parler de son prédécesseur, ce qui n’est pas une considération d’un médiocre intérêt. Les femmes ont un trop grand amour du convenable et du légitime pour ne pas se taire soigneusement en pareille occurrence, et toutes ces choses sont mises le plus tôt possible au rang des olim. – Il est bien entendu qu’on est toujours le premier amant d’une femme.

 

Je ne pense pas qu’il y ait quelque chose de sérieux à répondre à une aversion aussi bien fondée. Ce n’est pas que je trouve les veuves tout à fait sans agrément, quand elles sont jeunes et jolies et n’ont point encore quitté le deuil. Ce sont de petits airs languissants, de petites façons de laisser tomber les bras, de ployer le cou et de se rengorger comme une tourterelle dépareillée ; un tas de charmantes minauderies doucement voilées sous la transparence du crêpe, une coquetterie de désespoir si bien entendue, des soupirs si adroitement ménagés, des larmes qui tombent si à propos et donnent aux yeux tant de brillant ! – Certes, après le vin, si ce n’est avant, la liqueur que j’aime le mieux à boire est une belle larme bien limpide et bien claire qui tremble au bout d’un cil brun ou blonde. – Le moyen qu’on résiste à cela ! – On n’y résiste pas ; – et puis le noir va si bien aux femmes ! – La peau blanche, poésie à part, tourne à l’ivoire, à la neige, au lait, à l’albâtre, à tout ce qu’il y a de candide au monde à l’usage des faiseurs de madrigaux : la peau bise n’a plus qu’une pointe de brun pleine de vivacité et de feu. – Un deuil est une bonne fortune pour une femme, et la raison pourquoi je ne me marierai jamais, c’est de peur que ma femme ne se défasse de moi pour porter mon deuil. – Il y a cependant des femmes qui ne savent point tirer parti de leur douleur et pleurent de façon à se rendre le nez rouge et à se décomposer la figure comme les mascarons qu’on voit aux fontaines : c’est un grand écueil. Il faut beaucoup de charmes et d’art pour pleurer agréablement ; faute de cela, l’on court risque de n’être pas consolée de longtemps. – Si grand néanmoins que soit le plaisir de rendre quelque Artémise infidèle à l’ombre de son Mausole, je ne veux pas décidément choisir, parmi cet essaim gémissant, celle à qui je demanderai son cœur en échange du mien.

 

Je t’entends dire d’ici : – Qui prendras-tu donc ? – Tu ne veux ni des jeunes personnes, ni des femmes mariées, ni des veuves. – Tu n’aimes pas les mamans ; je ne présume pas que tu aimes mieux les grand-mères. – Que diable aimes-tu donc ? C’est le mot de la charade, et si je le savais, je ne me tourmenterais pas tant. Jusqu’ici, je n’ai aimé aucune femme, mais j’ai aimé et j’aime l’amour. Quoique je n’aie pas eu de maîtresses et que les femmes que j’ai eues ne m’aient inspiré que du désir, j’ai éprouvé et je connais l’amour même : je n’aimais pas celle-ci ou celle-là, l’une plutôt que l’autre, mais quelqu’une que je n’ai jamais vue et qui doit exister quelque part, et que je trouverai, s’il plaît à Dieu. Je sais bien comme elle est, et, quand je la rencontrerai, je la reconnaîtrai.

 

Je me suis figuré bien souvent l’endroit qu’elle habite, le costume qu’elle porte, les yeux et les cheveux qu’elle a. – J’entends sa voix ; je reconnaîtrais son pas entre mille autres, et si, par hasard, quelqu’un prononçait son nom, je me retournerais ; il est impossible qu’elle n’ait pas un des cinq ou six noms que je lui ai assignés dans ma tête.

 

– Elle a vingt-six ans, pas plus, ni moins non plus. – Elle n’est plus ignorante, et n’est pas encore blasée. C’est un âge charmant pour faire l’amour comme il faut, sans puérilité et sans libertinage. – Elle est d’une taille moyenne. Je n’aime pas une géante ni une naine. Je veux pouvoir porter tout seul ma déité du sofa au lit ; mais il me déplairait de l’y chercher. Il faut que, se haussant un peu sur la pointe du pied, sa bouche soit à la hauteur de mon baiser. C’est la bonne taille. Quant à son embonpoint, elle est plutôt grasse que maigre. Je suis un peu Turc sur ce point, et il ne me plairait guère de rencontrer une arête où je cherche un contour ; il faut que la peau d’une femme soit bien remplie, sa chair dure et ferme comme la pulpe d’une pêche un peu verte : c’est exactement ainsi qu’est faite la maîtresse que j’aurai. Elle est blonde avec des yeux noirs, blanche comme une blonde, colorée comme une brune, quelque chose de rouge et de scintillant dans le sourire. La lèvre inférieure un peu large, la prunelle nageant dans un flot d’humide radical, la gorge ronde et petite, et en arrêt, les poignets minces, les mains longues et potelées, la démarche onduleuse comme une couleuvre debout sur sa queue, les hanches étoffées et mouvantes, l’épaule large, le derrière du cou couvert de duvet : – un caractère de beauté fin et ferme à la fois, élégant et vivace, poétique et réel ; un motif de Giorgione exécuté par Rubens.

 

Voici son costume : elle porte une robe de velours écarlate ou noir avec des crevés de satin blanc ou de toile d’argent, un corsage ouvert, une grande fraise à la Médicis, un chapeau de feutre capricieusement rompu comme celui d’Héléna Systerman, et de longues plumes blanches frisées et crespelées, une chaîne d’or ou une rivière de diamants au cou, et quantité de grosses bagues de différents émaux à tous les doigts des mains.

 

Je ne lui ferais pas grâce d’un anneau ou d’un bracelet. Il faut que la robe soit littéralement en velours ou en brocart ; c’est tout au plus si je lui permettrais de descendre jusqu’au satin. J’aime mieux chiffonner une jupe de soie qu’une jupe de toile, et faire tomber d’une tête des perles ou des plumes que des fleurs naturelles ou un simple nœud : je sais que la doublure de la jupe de toile est souvent aussi appétissante au moins que la doublure de la jupe de soie ; mais je préfère la jupe de soie. – Aussi, dans mes rêveries, je me suis donné pour maîtresse bien des reines, bien des impératrices, bien des princesses, bien des sultanes, bien des courtisanes célèbres, mais jamais des bourgeoises ou des bergères ; et dans mes désirs les plus vagabonds, je n’ai abusé de personne sur un tapis de gazon ou dans un lit de serge d’Aumale. Je trouve que la beauté est un diamant qui doit être monté et enchâssé dans l’or. Je ne conçois pas une belle femme qui n’ait pas voiture, chevaux, laquais et tout ce qu’on a avec cent mille francs de rente : il y a une harmonie entre la beauté et la richesse. L’une demande l’autre : un joli pied appelle un joli soulier ? un joli soulier appelle des tapis et une voiture, et ce qui s’ensuit. Une belle femme avec de pauvres habits dans une vilaine maison est, selon moi, le spectacle le plus pénible qu’on puisse voir, et je ne saurais avoir d’amour pour elle. Il n’y a que les beaux et les riches qui puissent être amoureux sans être ridicules ou à plaindre. – À ce compte, peu de gens auraient le droit d’être amoureux : moi-même, tout le premier, je serais exclu ; cependant c’est là mon opinion.

 

Ce sera le soir que nous nous rencontrerons pour la première fois, – par un beau coucher de soleil ; – le ciel aura de ces tons orangés jaune clair et vert pâle que l’on voit dans quelques tableaux des grands maîtres d’autrefois : il y aura une grande allée de châtaigniers en fleurs et d’ormes séculaires tout couverts de ramiers, – de beaux arbres d’un vert frais et sombre, des ombrages pleins de mystères et de moiteur ; çà et là quelques statues, quelques vases de marbre se détachant sur le fond de verdure avec leur blancheur de neige, une pièce d’eau où se joue le cygne familier, – et tout au fond un château de briques et de pierres comme du temps de Henri IV, toit d’ardoises pointu, hautes cheminées, girouettes à tous les pignons, fenêtres étroites et longues. – À une de ces fenêtres, mélancoliquement appuyée sur le balcon, la reine de mon âme dans l’équipage que je t’ai décrit tout à l’heure ; – derrière elle un petit nègre tenant son éventail et sa perruche. – Tu vois qu’il n’y manque rien, et que tout cela est parfaitement absurde. – La belle laisse tomber son gant ; – je le ramasse, le baise et le rapporte. La conversation s’engage ; je montre tout l’esprit que je n’ai pas ; je dis des choses charmantes ; on m’en répond, je réplique, c’est un feu d’artifice, une pluie lumineuse de mots éblouissants. – Bref, je suis adorable – et adoré. – Vient l’heure du souper, on me convie ; – j’accepte. – Quel souper, mon cher ami, et quelle cuisinière que mon imagination ! – Le vin rit dans le cristal, le faisan doré et blond fume dans un plat armorié : le festin se prolonge bien avant dans la nuit, et tu penses bien que ce n’est pas chez moi que je la termine. – Ne voilà-t-il pas quelque chose de bien imaginé ? – Rien au monde n’est plus simple, et, en vérité, il est bien étonnant que cela ne soit pas arrivé plutôt dix fois qu’une.

 

Quelquefois c’est dans une grande forêt. – Voilà la chasse qui passe ; le cor sonne, la meute aboie et traverse le chemin avec la rapidité de l’éclair ; la belle en amazone monte un cheval turc, blanc comme le lait, fringant et vif au possible. Bien qu’elle soit excellente écuyère, il piaffe, il caracole, il se cabre, et elle a toutes les peines du monde à le contenir ; il prend le mors aux dents et la mène droit à un précipice. Je tombe là du ciel tout exprès, je retiens le cheval, je prends dans mes bras la princesse évanouie, je la fais revenir à elle et la reconduis à son château. Quelle est la femme bien née qui refuserait son cœur à un homme qui a exposé sa vie pour elle ? – aucune ; – et la reconnaissance est un chemin de traverse qui mène bien vite à l’amour.

 

– Tu conviendras au moins que, lorsque je donne dans le romanesque, ce n’est pas à demi, et que je suis aussi fou qu’il est possible de l’être. C’est toujours cela, car rien au monde n’est plus maussade qu’une folie raisonnable. Tu conviendras aussi que, lorsque j’écris des lettres, ce sont plutôt des volumes que de simples billets. En tout j’aime ce qui dépasse les bornes ordinaires. – C’est pourquoi je t’aime. Ne te moque pas trop de toutes les niaiseries que je t’ai griffonnées : je quitte la plume pour les mettre en action ; car j’en reviens toujours à mon refrain : – je veux avoir une maîtresse. J’ignore si ce sera la dame du parc, la beauté du balcon, mais je te dis adieu pour me mettre en quête. Ma résolution est prise. Dût celle que je cherche se cacher au fond du royaume de Cathay ou de Samarcande, je la saurai bien dénicher. Je te ferai savoir le succès de mon entreprise ou sa non-réussite. J’espère que ce sera le succès : fais des vœux pour moi, mon cher ami. Quant à moi, je m’habille de mon plus bel habit, et sors de la maison bien décidé à n’y rentrer qu’avec une maîtresse selon mes idées. – J’ai assez rêvé ; à l’action maintenant.

Chapitre 2

 

Eh bien ! mon ami, je suis rentré à la maison, je n’ai pas été au Cathay, à Cachemire ni à Samarcande ; – mais il est juste de dire que je n’ai pas plus de maîtresse que jamais. – Je m’étais pourtant pris la main à moi-même, et juré mon grand jurement que j’irais au bout du monde : je n’ai pas été seulement au bout de la ville. Je ne sais comment je m’y prends, je n’ai jamais pu tenir parole à personne, pas même à moi : il faut que le diable s’en mêle. Si je dis : J’irai là demain, il est sûr que je resterai ; si je me propose d’aller au cabaret, je vais à l’église ; si je veux aller à l’église, les chemins s’embrouillent sous mes pieds comme des écheveaux de fil, et je me trouve dans un endroit tout différent. Je jeûne quand j’ai décidé de faire une orgie, et ainsi de suite. Aussi je crois que ce qui m’empêche d’avoir une maîtresse, c’est que j’ai résolu d’en avoir une.

 

Il faut que je te raconte mon expédition de point en point : cela vaut bien les honneurs de la narration. J’avais passé ce jour-là deux grandes heures au moins à ma toilette. J’avais fait peigner et friser mes cheveux, retrousser et cirer le peu que j’ai de moustaches, et, l’émotion du désir animant un peu la pâleur ordinaire de ma figure, je n’étais réellement pas trop mal. Enfin, après m’être attentivement regardé au miroir sous des jours différents pour voir si j’étais assez beau et si j’avais la mine assez galante, je suis sorti résolument de la maison le front haut, le menton relevé, le regard direct, une main sur la hanche, faisant sonner les talons de mes bottes comme un anspessade, coudoyant les bourgeois et ayant l’air parfaitement vainqueur et triomphal.

 

J’étais comme un autre Jason allant à la conquête de la toison d’or. – Mais, hélas ! Jason a été plus heureux que moi : outre la conquête de la toison, il a fait en même temps la conquête d’une belle princesse, et moi, je n’ai ni princesse ni toison.

 

Je m’en allais donc par les rues, avisant toutes les femmes, et courant à elles et les regardant au plus près quand elles me semblaient valoir la peine d’être examinées. – Les unes prenaient leur grand air vertueux et passaient sans lever l’œil. – Les autres s’étonnaient d’abord, et puis souriaient quand elles avaient les dents belles. – Quelques-unes se retournaient au bout de quelque temps pour me voir lorsqu’elles croyaient que je ne les regardais plus, et rougissaient comme des cerises en se trouvant nez à nez avec moi. – Le temps était beau ; il y avait foule à la promenade. – Et cependant, je dois l’avouer, malgré tout le respect que je porte à cette intéressante moitié du genre humain, ce qu’on est convenu d’appeler le beau sexe est diablement laid : sur cent femmes il y en avait à peine une de passable. Celle-ci avait de la moustache ; celle-là avait le nez bleu ; d’autres avaient des taches rouges en place de sourcils ; une n’était pas mal faite, mais elle avait le visage couperosé. La tête d’une seconde était charmante, mais elle pouvait se gratter l’oreille avec l’épaule ; la troisième eût fait honte à Praxitèle pour la rondeur et le moelleux de certains contours, mais elle patinait sur des pieds pareils à des étriers turcs. Une autre faisait montre des plus magnifiques épaules qu’on pût voir ; en revanche, ses mains ressemblaient, pour la forme et la dimension, à ces énormes gants écarlates qui servent d’enseigne aux mercières. – En général, que de fatigue sur ces figures ! comme elles sont flétries, étiolées, usées ignoblement par de petites passions et de petits vices ! Quelle expression d’envie, de curiosité méchante, d’avidité, de coquetterie effrontée ! et qu’une femme qui n’est pas belle est plus laide qu’un homme qui n’est pas beau !

 

Je n’ai rien vu de bien, – excepté quelques grisettes ; – mais il y a là plus de toile à chiffonner que de soie, et ce n’est pas mon affaire. – En vérité, je crois que l’homme, et par l’homme j’entends aussi la femme, est le plus vilain animal qui soit sur la terre. Ce quadrupède qui marche sur ses pieds de derrière me paraît singulièrement présomptueux de se donner de son plein droit le premier rang dans la création. Un lion, un tigre sont plus beaux que les hommes, et dans leur espèce beaucoup d’individus atteignent à toute la beauté qui leur est propre. Cela est extrêmement rare chez l’homme. – Que d’avortons pour un Antinoüs ! que de Gothons pour une Philis.

 

J’ai bien peur, mon cher ami, de ne pouvoir jamais embrasser mon idéal, et cependant il n’a rien d’extravagant et de hors nature. – Ce n’est pas l’idéal d’un écolier de troisième. Je ne demande ni des globes d’ivoire, ni des colonnes d’albâtre, ni des réseaux d’azur ; je n’ai employé dans sa composition ni lis, ni neige, ni rose, ni jais, ni ébène, ni corail, ni ambroisie, ni perles, ni diamants ; j’ai laissé les étoiles du ciel en repos, et je n’ai pas décroché le soleil hors de saison. C’est un idéal presque bourgeois, tant il est simple, et il me semble qu’avec un sac ou deux de piastres je le trouverais tout fait et tout réalisé dans le premier bazar venu de Constantinople ou de Smyrne ; il me coûterait probablement moins qu’un cheval ou qu’un chien de race : et dire que je n’arriverai pas à cela, car je sens que je n’y arriverai pas ! il y a de quoi en enrager, et j’entre contre le sort dans les plus belles colères du monde.

 

Toi, – tu n’es pas aussi fou que moi, tu es heureux, toi ; – tu t’es laissé aller tout bonnement à ta vie sans te tourmenter à la faire, et tu as pris les choses comme elles se présentaient. Tu n’as pas cherché le bonheur, et il est venu te chercher ; tu es aimé, et tu aimes. – Je ne t’envie pas ; – ne va pas croire cela au moins : mais je me trouve moins joyeux en pensant à ta félicité que je ne devrais l’être, et je me dis, en soupirant, que je voudrais bien jouir d’une félicité pareille.

 

Peut-être mon bonheur a-t-il passé à côté de moi, et je ne l’aurai pas vu, aveugle que j’étais ; peut-être la voix a-t-elle parlé, et le bruit de mes tempêtes m’aura empêché de l’entendre.

 

Peut-être ai-je été aimé obscurément par un humble cœur que j’aurai méconnu ou brisé ; peut-être ai-je été moi-même l’idéal d’un autre, le pôle d’une âme en souffrance, – le rêve d’une nuit et la pensée d’un jour. – Si j’avais regardé à mes pieds, peut-être y aurais-je vu quelque belle Madeleine avec son urne de parfums et sa chevelure éplorée. J’allais levant les bras au ciel, désireux de cueillir les étoiles qui me fuyaient, et dédaignant de ramasser la petite pâquerette qui m’ouvrait son cœur d’or dans la rosée et le gazon. J’ai commis une grande faute : j’ai demandé à l’amour autre chose que l’amour et ce qu’il ne pouvait pas donner. J’ai oublié que l’amour était nu, je n’ai pas compris le sens de ce magnifique symbole. – Je lui ai demandé des robes de brocart, des plumes, des diamants, un esprit sublime, la science, la poésie, la beauté, la jeunesse, la puissance suprême, – tout ce qui n’est pas lui ; – l’amour ne peut offrir que lui-même, et qui en veut tirer autre chose n’est pas digne d’être aimé.

 

Je me suis sans doute trop hâté : mon heure n’est pas venue ; Dieu qui m’a prêté la vie ne me la reprendra pas sans que j’aie vécu. À quoi bon donner au poète une lyre sans cordes, à l’homme une vie sans amour ? Dieu ne peut pas commettre une pareille inconséquence ; et sans doute, au moment voulu, il mettra sur mon chemin celle que je dois aimer et dont je dois être aimé. – Mais pourquoi l’amour m’est-il venu avant la maîtresse ! pourquoi ai-je soif sans avoir de fontaine où m’étancher ? ou pourquoi ne sais-je pas voler, comme ces oiseaux du désert, à l’endroit où est l’eau ? Le monde est pour moi un Sahara sans puits et sans dattiers. Je n’ai pas dans ma vie un seul coin d’ombre où m’abriter du soleil : je souffre toutes les ardeurs de la passion sans en avoir les extases et les délices ineffables ; j’en connais les tourments, et n’en ai pas les plaisirs. Je suis jaloux de ce qui n’existe pas ; je m’inquiète pour l’ombre d’une ombre ; je pousse des soupirs qui n’ont point de but ; j’ai des insomnies que ne vient pas embellir un fantôme adoré ; je verse des larmes qui coulent jusqu’à terre sans être essuyées ; je donne au vent des baisers qui ne me sont point rendus ; j’use mes yeux à vouloir saisir dans le lointain une forme incertaine et trompeuse ; j’attends ce qui ne doit point venir, et je compte les heures avec anxiété, comme si j’avais un rendez-vous.

 

Qui que tu sois, ange ou démon, vierge ou courtisane, bergère ou princesse, que tu viennes du nord ou du midi, toi que je ne connais pas et que j’aime ! oh ! ne te fais pas attendre plus longtemps, ou la flamme brûlera l’autel, et tu ne trouveras plus à la place de mon cœur qu’un morceau de cendre froide. Descends de la sphère où tu es ; quitte le ciel de cristal, esprit consolateur, et viens jeter sur mon âme l’ombre de tes grandes ailes. Toi, femme que j’aimerai, viens, que je ferme sur toi mes bras ouverts depuis si longtemps. Portes d’or du palais qu’elle habite, roulez-vous sur vos gonds ; humble loquet de sa cabane, lève-toi ; rameaux des bois, ronces des chemins, décroisez-vous ; enchantements de la tourelle, charmes des magiciens, soyez rompus ; ouvrez-vous, rangs de la foule, et la laissez passer.

 

Si tu viens trop tard, ô mon idéal ! je n’aurai plus la force de t’aimer : – mon âme est comme un colombier tout plein de colombes. À toute heure du jour, il s’en envole quelque désir. Les colombes reviennent au colombier, mais les désirs ne reviennent point au cœur. – L’azur du ciel blanchit sous leurs innombrables essaims ; ils s’en vont, à travers l’espace, de monde en monde, de ciel en ciel, chercher quelque amour pour s’y poser et y passer la nuit : presse le pas, ô mon rêve ! ou tu ne trouveras plus dans le nid vide que les coquilles des oiseaux envolés.

 

Mon ami, mon compagnon d’enfance, tu es le seul à qui je puisse conter de pareilles choses. Écris-moi que tu me plains, et que tu ne me trouves pas hypocondriaque ; console-moi, je n’en ai jamais eu plus besoin : que ceux qui ont une passion qu’ils peuvent satisfaire sont dignes d’envie ! L’ivrogne ne rencontre de cruauté dans aucune bouteille ; il tombe du cabaret au ruisseau, et se trouve plus heureux sur son tas d’ordures qu’un roi sur son trône. Le sensuel va chez les courtisanes chercher de faciles amours, ou des raffinements impudiques : une joue fardée, une jupe courte, une gorge débraillée, un propos libertin, il est heureux ; son œil blanchit, sa lèvre se trempe ; il atteint au dernier degré de son bonheur, il a l’extase de sa grossière volupté. Le joueur n’a besoin que d’un tapis vert et d’un jeu de cartes gras et usé pour se procurer les angoisses poignantes, les spasmes nerveux et les diaboliques jouissances de son horrible passion. Ces gens-là peuvent s’assouvir ou se distraire ; – moi, cela m’est impossible ; Cette idée s’est tellement emparée de moi que je n’aime presque plus les arts, et que la poésie n’a plus pour moi aucun charme ; ce qui me ravissait autrefois ne me fait pas la moindre impression.

 

Je commence à le croire, – je suis dans mon tort, je demande à la nature et à la société plus qu’elles ne peuvent donner Ce que je cherche n’existe point, et je ne dois pas me plaindre de ne pas le trouver. Cependant, si la femme que nous rêvons n’est pas dans les conditions de la nature humaine, qui fait donc que nous n’aimons que celle-là et point les autres, puisque nous sommes des hommes, et que notre instinct devrait nous y porter d’une invincible manière ? Qui nous a donné l’idée de cette femme imaginaire ? de quelle argile avons-nous pétri cette statue invisible ? où avons-nous pris les plumes que nous avons attachées au dos de cette chimère ? quel oiseau mystique a déposé dans un coin obscur de notre âme l’œuf inaperçu dont notre rêve est éclos ? quelle est donc cette beauté abstraite que nous sentons, et que nous ne pouvons définir ? pourquoi, devant une femme souvent charmante, disons-nous quelquefois qu’elle est belle, – tandis que nous la trouvons fort laide ? Où est donc le modèle, le type, le patron intérieur qui nous sert de point de comparaison ? car la beauté n’est pas une idée absolue, et ne peut s’apprécier que par le contraste. – Est-ce au ciel que nous l’avons vue, – dans une étoile, – au bal, à l’ombre d’une mère, frais bouton d’une rose effeuillée ? – est-ce en Italie ou en Espagne ? est-ce ici ou là-bas, hier ou il y a longtemps ? était-ce la courtisane adorée, la cantatrice en vogue, la fille du prince ? une tête fière et noble ployant sous un lourd diadème de perles et de rubis ? un visage jeune et enfantin se penchant entre les capucines et les volubilis de la fenêtre ? – À quelle école appartenait le tableau où cette beauté ressortait blanche et rayonnante au milieu des noires ombres ? Est-ce Raphaël qui a caressé le contour qui vous plaît ? est-ce Cléomène qui a poli le marbre que vous adorez ? – êtes-vous amoureux d’une madone ou d’une Diane ? – votre idéal est-il un ange, une sylphide ou une femme ? Hélas ! c’est un peu de tout cela, et ce n’est pas cela.

 

Cette transparence de ton, cette fraîcheur charmante et pleine d’éclat, ces chairs où courent tant de sang et tant de vie, ces belles chevelures blondes se déroulant comme des manteaux d’or, ces rires étincelants, ces fossettes amoureuses, ces formes ondoyantes comme des flammes, cette force, cette souplesse, ces luisants de satin, ces lignes si bien nourries, ces bras potelés, ces dos charnus et polis, toute cette belle santé appartient à Rubens. – Raphaël lui seul a pu remplir de cette couleur d’ambre pâle un aussi chaste linéament. Quel autre que lui a courbé ces longs sourcils si fins et si noirs, et effilé les franges de ces paupières si modestement baissées ? – Croyez-vous qu’Allegri ne soit pour rien dans votre idéal ? C’est à lui que la dame de vos pensées a volé cette blancheur mate et chaude qui vous ravit. Elle s’est arrêtée bien longtemps devant ses toiles pour surprendre le secret de cet angélique sourire toujours épanoui ; elle a modelé l’ovale de son visage sur l’ovale d’une nymphe ou d’une sainte. Cette ligne de la hanche qui serpente si voluptueusement est de l’Antiope endormie. – Ces mains grasses et fines peuvent être réclamées par Danaé ou Madeleine. La poudreuse antiquité elle-même a fourni bien des matériaux pour la composition de votre jeune chimère ; ces reins souples et forts que vous enlacez de vos bras avec tant de passion ont été sculptés par Praxitèle. Cette divinité a laissé tout exprès passer le petit bout de son pied charmant hors des cendres d’Herculanum pour que votre idole ne fût pas boiteuse. La nature a aussi contribué pour sa part. Vous avez vu au prisme du désir, çà et là, un bel œil sous une jalousie, un front d’ivoire appuyé contre une vitre, une bouche souriant derrière un éventail. – Vous avez deviné un bras d’après la main, un genou d’après une cheville. Ce que vous voyiez était parfait : – vous supposiez le reste comme ce que vous voyiez, et vous l’acheviez avec les morceaux d’autres beautés enlevés ailleurs. – La beauté idéale, réalisée par les peintres, ne vous a pas même suffi, et vous êtes allé demander aux poètes des contours encore plus arrondis, des formes plus éthérées, des grâces plus divines, des recherches plus exquises ; vous les aviez priés de donner le souffle et la parole à votre fantôme, tout leur amour, toute leur rêverie, toute leur joie et leur tristesse, leur mélancolie et leur morbidesse, tous leurs souvenirs et toutes leurs espérances, leur science et leur passion, leur esprit et leur cœur ; vous leur avez pris tout cela, et vous avez ajouté, pour mettre le comble à l’impossible, votre passion à vous, votre esprit à vous, votre rêve et votre pensée. L’étoile a prêté son rayon, la fleur son parfum, la palette sa couleur, le poète son harmonie, le marbre sa forme, vous votre désir. – Le moyen qu’une femme réelle, mangeant et buvant, se levant le matin et se couchant le soir, si adorable et si pétrie de grâces qu’elle soit d’ailleurs, puisse soutenir la comparaison avec une pareille créature ! on ne peut raisonnablement l’espérer, et cependant on l’espère, on cherche. – Quel singulier aveuglement ! cela est sublime ou absurde. Que je plains et que j’admire ceux qui poursuivent à travers toute la réalité de leur rêve, et qui meurent contents, pourvu qu’ils aient baisé une fois leur chimère à la bouche ! Mais quel sort affreux que celui des Colombs qui n’ont pas trouvé leur monde, et des amants qui n’ont pas trouvé leur maîtresse !

 

Ah ! si j’étais poète, c’est à ceux dont l’existence est manquée ; dont les flèches n’ont pas été au but, qui sont morts avec le mot qu’ils avaient à dire et sans presser la main qui leur était destinée ; c’est à tout ce qui a avorté et à tout ce qui a passé sans être aperçu, au feu étouffé, au génie sans issue, à la perle inconnue au fond des mers, à tout ce qui a aimé sans être aimé, à tout ce qui a souffert et que l’on n’a pas plaint que je consacrerais mes chants ; – ce serait une noble tâche.

 

Que Platon avait raison de vouloir vous bannir de sa république, et quel mal vous nous avez fait, ô poètes ! Que votre ambroisie nous a rendu notre absinthe encore plus amère ; et comme nous avons trouvé notre vie encore plus aride et plus dévastée après avoir plongé nos yeux dans les perspectives que vous nous ouvrez sur l’infini ! que vos rêves ont amené une lutte terrible contre nos réalités ! et comme, durant le combat, notre cœur a été piétiné et foulé par ces rudes athlètes !

 

Nous nous sommes assis comme Adam au pied des murs du paradis terrestre, sur les marches de l’escalier qui mène au monde que vous avez créé, voyant étinceler à travers les fentes de la porte une lumière plus vive que le soleil, entendant confusément quelques notes éparses d’une harmonie séraphique. Toutes les fois qu’un élu entre ou sort au milieu d’un flot de splendeur, nous tendons le cou pour tâcher de voir quelque chose par le battant ouvert. C’est une architecture féerique qui n’a son égale que dans les contes arabes. Des entassements de colonnes, des arcades superposées, des piliers tordus en spirale, des feuillages merveilleusement découpés, des trèfles évidés, du porphyre, du jaspe, du lapis-lazuli, que sais-je, moi ! des transparences et des reflets éblouissants, des profusions de pierreries étranges, des sardoines, du chrysobéryl, des aigues-marines, des opales irisées, de l’azerodrach, des jets de cristal, des flambeaux à faire pâlir les étoiles, une vapeur splendide pleine de bruit et de vertige, – luxe tout assyrien !

 

Le battant retombe ; vous ne voyez plus rien, – et vos yeux se baissent, pleins de larmes corrosives, sur cette pauvre terre décharnée et pâle, sur ces masures en ruine, sur ce peuple en haillons, sur votre âme, rocher aride où rien ne germe, sur toutes les misères et toutes les infortunes de la réalité Ah ! du moins, si nous pouvions voler jusque-là, si les degrés de cet escalier de feu ne nous brûlaient pas les pieds ; mais, hélas ! l’échelle de Jacob ne peut être montée que par les anges !

 

Quel sort que celui du pauvre à la porte du riche ! quelle ironie sanglante qu’un palais en face d’une cabane, que l’idéal en face du réel, que la poésie en face de la prose ! quelle haine enracinée doit tordre les nœuds au fond du cœur des misérables ! quels grincements de dents doivent retentir la nuit sur leur grabat, tandis que le vent apporte jusqu’à leur oreille les soupirs des téorbes et des violes d’amour ! Poètes, peintres, sculpteurs, musiciens, pourquoi nous avez-vous menti ? Poètes, pourquoi nous avez-vous raconté vos rêves ? Peintres, pourquoi avez-vous fixé sur la toile ce fantôme insaisissable qui montait et descendait de votre cœur à votre tête avec les bouillons de votre sang, et nous avez-vous dit : Ceci est une femme ? Sculpteurs, pourquoi avez-vous tiré le marbre des profondeurs de Carrare pour lui faire exprimer éternellement, et aux yeux de tous, votre plus secret et plus fugitif désir ? Musiciens, pourquoi avez-vous écouté, pendant la nuit, le chant des étoiles et des fleurs, et l’avez-vous noté ? Pourquoi avez-vous fait de si belles chansons que la voix la plus douce qui nous dit : – Je t’aime ! – nous parait rauque comme le grincement d’une scie ou le croassement d’un corbeau ? – Soyez maudits, imposteurs !… et puisse le feu du ciel brûler et détruire tous les tableaux, tous les poèmes, toutes les statues et toutes les partitions… Ouf ! voilà une tirade d’une longueur interminable, et qui sort un peu du style épistolaire. – Quelle tartine !

 

Je me suis joliment laissé aller au lyrisme, mon très cher ami, et voilà déjà bien du temps que je pindarise assez ridiculement. Tout ceci est fort loin de notre sujet, qui est, si je m’en souviens bien, l’histoire glorieuse et triomphante du chevalier d’Albert au pourchas de Daraïde, la plus belle princesse du monde, comme disent les vieux romans.

 

Mais en vérité, l’histoire est si pauvre que je suis forcé d’avoir recours aux digressions et aux réflexions.

 

J’espère qu’il n’en sera pas toujours ainsi, et qu’avant peu le roman de ma vie sera plus entortillé et plus compliqué qu’un imbroglio espagnol.

 

Après avoir erré de rue en rue, je me décidai à aller trouver un de mes amis qui devait me présenter dans une maison, où, à ce qu’il m’a dit, on voyait un monde de jolies femmes, – une collection d’idéalités réelles, – de quoi satisfaire une vingtaine de poètes. – Il y en a pour tous les goûts : – des beautés aristocratiques avec des regards d’aigle, des yeux vert de mer, des nez droits, des mentons orgueilleusement relevés, des mains royales et des démarches de déesse ; des lis d’argent montés sur des tiges d’or ; – de simples violettes aux pâles couleurs, au doux parfum, œil humide et baissé, cou frêle, chair diaphane ; – des beautés vives et piquantes ; des beautés précieuses, des beautés de tous les genres ; – car c’est un vrai sérail que cette maison-là, moins les eunuques et le kislar aga. – Mon ami me dit qu’il y a déjà fait cinq ou six passions, – tout autant ; – cela me paraît extrêmement prodigieux, et j’ai bien peur de ne pas avoir un pareil succès ; de C*** prétend que si, et que je réussirai bientôt plus que je ne le voudrai. Je n’ai, suivant lui, qu’un défaut dont je me corrigerai avec l’âge et en prenant du monde, c’est de faire trop de cas de la femme, et pas assez des femmes. – Il pourrait bien y avoir quelque chose de vrai là-dedans. – Il dit que je serai parfaitement aimable quand je me serai défait de ce petit travers. Dieu le veuille ! Il faut que les femmes sentent que je les méprise ; car un compliment, qu’elles trouveraient adorable et du dernier charmant dans la bouche d’un autre, les met en colère et leur déplaît dans la mienne, autant que l’épigramme la plus sanglante. Cela tient probablement à ce que de C*** me reproche.

 

Le cœur me battait un peu en montant l’escalier, et j’étais à peine remis de mon émotion que de C***, me poussant par le coude, me mit face à face avec une femme d’une trentaine d’années environ, – assez belle, – parée avec un luxe sourd et une prétention extrême de simplicité enfantine, – ce qui ne l’empêchait pas d’être plaquée de rouge comme une roue de carrosse : – c’était la dame du lieu.

 

De C***, prenant cette voix grêle et moqueuse si différente de sa voix habituelle, et dont il se sert dans le monde quand il veut faire le charmant, lui dit avec force démonstrations de respect ironique, où perçait visiblement le plus profond mépris, moitié bas, moitié haut :

 

– C’est ce jeune homme dont je vous ai parlé l’autre jour, – un homme d’un mérite très distingué ; – il est on ne peut mieux né, et je pense qu’il ne pourra que vous être agréable de le recevoir ; c’est pourquoi j’ai pris la liberté de vous le présenter.

 

– Assurément, monsieur, vous avez très bien fait, répliqua la dame en minaudant de la manière la plus outrée. Puis elle se retourna vers moi, et, après m’avoir détaillé du coin de l’œil en connaisseuse habile, et d’une façon qui me fit rougir par-dessus les oreilles : – Vous pouvez vous regarder comme invité une fois pour toutes, et venir aussi souvent que vous aurez une soirée à perdre.

 

Je m’inclinai assez gauchement et balbutiai quelques mots sans suite qui ne durent pas lui donner une haute idée de mes moyens ; d’autres personnes entrèrent, ce qui me délivra des ennuis inséparables de la présentation. De C*** me tira dans un coin de fenêtre, et se mit à me sermonner d’importance.

 

– Que diable ! tu vas me compromettre ; je t’ai annoncé comme un phénix d’esprit, un homme à imagination effrénée, un poète lyrique, tout ce qu’il y a de plus transcendant et de plus passionné, et tu restes là comme une souche, sans sonner mot ! Quelle pauvre imaginative ! Je te croyais la veine plus féconde ; allons donc, lâche la bride à ta langue, babille à tort et à travers ; tu n’as pas besoin de dire des choses sensées et judicieuses, au contraire, cela pourrait t’être nuisible ; parle, voilà l’essentiel ; parle beaucoup, parle longtemps ; attire l’attention sur toi ; jette-moi de côté toute crainte et toute modestie ; mets-toi bien dans la tête que tous ceux qui sont ici sont des sots, ou à peu près, et n’oublie pas qu’un orateur qui veut réussir ne peut mépriser assez son auditoire. – Que te semble de la maîtresse de la maison ?

 

– Elle me déplaît déjà considérablement ; et, quoique je lui aie parlé à peine trois minutes, je m’ennuyais autant que si j’eusse été son mari.

 

– Ah ! voilà ce que tu en penses ?

 

– Mais oui.

 

– Ta répugnance pour elle est donc tout à fait insurmontable ? – Tant pis ; il aurait été décent pour toi de l’avoir, ne fût-ce qu’un mois, cela est du bon air, et un jeune homme un peu bien ne peut être mis dans le monde que par elle.

 

– Eh bien ! je l’aurai, fis-je d’un air assez piteux, puisqu’il le faut ; mais cela est-il aussi nécessaire que tu as l’air de le croire ?

 

– Hélas, oui ! cela est du dernier indispensable, et je m’en vais t’en expliquer les raisons. Mme de Thémines est à la mode maintenant ; elle a tous les ridicules du jour d’une manière supérieure, quelquefois ceux de demain, mais jamais ceux d’hier : elle est parfaitement au courant. On portera ce qu’elle porte, et elle ne porte pas ce qu’on a porté. Elle est riche d’ailleurs, et ses équipages sont du meilleur goût. – Elle n’a pas d’esprit, mais beaucoup de jargon ; elle a des goûts fort vifs et peu de passion. On lui plaît, mais on ne la touche pas ; c’est un cœur froid et une tête libertine. Quant à son âme, si elle en a une, ce qui est douteux, elle est des plus noires, et il n’y a pas de méchancetés et de bassesses dont elle ne soit capable ; mais elle est extrêmement adroite et conserve les dehors, juste ce qu’il est nécessaire pour qu’on ne puisse rien prouver contre elle. Ainsi, elle couchera très bien avec un homme et ne lui écrira pas le billet le plus simple. Aussi ses ennemis les plus intimes ne trouvent rien à dire sur elle, sinon qu’elle met son rouge trop haut, et que certaines portions de sa personne n’ont pas, en vérité, toute la rondeur qu’elles paraissent avoir, – ce qui est faux.

 

– Comment le sais-tu ?

 

– La question est bonne ! – comme on sait ces sortes de choses, en m’en assurant par moi-même.

 

– Tu as donc eu aussi Mme de Thémines !

 

– Certainement ! Pourquoi donc ne l’aurais-je pas eue ? Il eût été de la dernière inconvenance que je ne l’eusse pas. – Elle m’a rendu de grands services, et je lui en suis fort reconnaissant.

 

– Je ne comprends pas le genre de services qu’elle peut t’avoir rendus…

 

– Serais-tu réellement un sot ? me dit alors de C*** en me regardant avec la mine la plus comique du monde.

 

– Ma foi, j’en ai bien peur ; – et faut-il donc tout te dire ? Mme de Thémines passe, et à juste titre, pour avoir des lumières spéciales à de certains endroits, et un jeune homme qu’elle a pris et gardé pendant quelque temps peut hardiment se présenter partout, et être sûr qu’il ne restera pas longtemps sans avoir une affaire, et deux plutôt qu’une. – Outre cet ineffable avantage, il y en a un autre qui n’est pas moindre, c’est que, dès que les femmes de cette société te verront l’amant en titre de Mme de Thémines, n’eussent-elles pas le plus léger goût pour toi, elles se feront un plaisir et un devoir de t’enlever à une femme à la mode comme est celle-ci ; et, au lieu des avances et des démarches que tu aurais à faire, tu n’auras que l’embarras du choix, et tu deviendras nécessairement le point de mire de toutes les agaceries et de toutes les minauderies possibles.

 

Cependant si elle t’inspire une répugnance trop forte, ne la prends pas. Tu n’y es pas précisément obligé, quoique cela eût été dans la politesse et les convenances. Mais fais vite un choix et attaque-toi à celle qui te plaira le mieux ou qui semblera offrir le plus de facilités, car tu perdrais, en différant, le bénéfice de la nouveauté et l’avantage qu’elle te donne pendant quelques jours sur tous les cavaliers qui sont ici. Toutes ces dames ne conçoivent rien à ces passions qui naissent dans l’intimité et se développent lentement dans le respect et dans le silence : elles sont pour les coups de foudre et les sympathies occultes ; – chose merveilleusement bien imaginée pour épargner les ennuis de la résistance et toutes ces longueurs et ces redites que le sentiment entremêle au roman de l’amour, et qui ne font qu’en différer inutilement la conclusion. – Ces dames sont très économes de leur temps, et il leur paraît tellement précieux qu’elles seraient au désespoir d’en laisser une seule minute inemployée. – Elles ont une envie d’obliger le genre humain qu’on ne saurait trop louer, et elles aiment leur prochain comme elles-mêmes, – ce qui est parfaitement évangélique et méritoire ; ce sont de très charitables créatures, qui ne voudraient, pour rien au monde, faire mourir un homme de désespoir.

 

Il doit déjà y en avoir trois ou quatre de frappées en ta faveur, et je te conseillerais amicalement de pousser ta pointe avec vivacité de ce côté-là, au lieu de t’amuser à bavarder avec moi dans l’embrasure d’une fenêtre, ce qui ne t’avancera pas à grand-chose.

 

– Mais, mon cher C***, je suis tout à fait neuf sur ces matières-là. Je n’ai point ce qu’il faut du monde pour distinguer au premier coup d’œil une femme frappée d’avec une qui ne l’est point ; et je pourrais commettre d’étranges bévues, si tu ne m’aidais de ton expérience.

 

– En vérité, tu es d’un primitif qui n’a pas de nom, et je ne croyais pas qu’il fût possible d’être aussi pastoral et aussi bucolique que cela dans le bienheureux siècle où nous sommes ! – Que diable fais-tu donc de cette grande paire d’yeux noirs que tu as là, et qui serait de l’effet le plus vainqueur, si tu savais t’en servir ? – Regarde-moi là-bas un peu, dans ce coin auprès de la cheminée, cette petite femme en rose qui joue avec son éventail : elle te lorgne depuis un quart d’heure avec une assiduité et une fixité tout à fait significatives : il n’y a qu’elle au monde pour être indécente d’une manière aussi supérieure, et déployer une aussi noble effronterie. Elle déplaît beaucoup aux femmes, qui désespèrent de parvenir jamais à cette hauteur d’impudence, mais, en revanche, elle plaît beaucoup aux hommes, qui lui trouvent tout le piquant d’une courtisane. – Il est vrai qu’elle est d’une dépravation charmante, pleine d’esprit, de verve et de caprice – C’est une excellente maîtresse pour un jeune homme qui a des préjugés. – En huit jours elle vous débarrasse une conscience de tout scrupule, et vous corrompt le cœur de manière à ce que vous ne soyez jamais ridicule ni élégiaque. Elle a sur toutes choses des idées d’un positif inexprimable ; elle va au fond de tout avec une rapidité et une sûreté qui étonnent. C’est l’algèbre incarnée que cette petite femme-là ; c’est précisément ce qu’il faut à un rêveur et à un enthousiaste. Elle t’aura bientôt corrigé de ton vaporeux idéalisme : c’est un grand service qu’elle te rendra. Elle le fera du reste avec le plus grand plaisir, car son instinct est de désenchanter des poètes.

 

Ma curiosité étant éveillée par la description de C***, je sortis de ma retraite, et, me glissant entre les groupes, je m’approchai de la dame et je la regardai fort attentivement : – elle pouvait avoir vingt-cinq ou vingt-six ans. Sa taille était petite, mais assez bien prise, quoique un peu chargée d’embonpoint ; elle avait le bras blanc et potelé, la main assez noble, le pied joli et même trop mignon, – les épaules grasses et lustrées, peu de gorge, mais ce qu’il y en avait fort satisfaisant et ne donnant pas mauvaise idée du reste ; pour les cheveux, ils étaient extrêmement brillants et d’un noir bleu comme des ailes de geai ; – le coin de l’œil troussé assez haut vers la tempe, le nez mince et les narines fort ouvertes, la bouche humide et sensuelle, une petite raie à la lèvre inférieure, et un duvet presque imperceptible aux commissures. Et dans tout cela une vie, une animation, une santé, une force, et je ne sais quelle expression de luxe adroitement tempérée par la coquetterie et le manège, qui en faisaient en somme une très désirable créature et justifiaient et au-delà les goûts très vifs qu’elle avait inspirés et qu’elle inspirait tous les jours.

 

Je la désirai ; – mais je compris néanmoins que ce ne serait pas cette femme, tout agréable qu’elle fût, qui réaliserait mon vœu et me ferait dire : – Enfin j’ai une maîtresse !

 

Je revins à de C***, et je lui dis : – La dame me plaît assez, et je m’arrangerai peut-être avec elle. Mais, avant de rien dire de précis et qui m’engage, je voudrais bien que tu eusses la bonté de me faire voir celles des indulgentes beautés qui ont eu l’obligeance de se frapper pour moi, afin que je puisse choisir. – Tu me ferais plaisir aussi, puisque tu me sers ici de démonstrateur, d’y ajouter une petite notice et la nomenclature de leurs défauts et qualités ; la manière dont il faut les attaquer et le ton qu’on doit employer avec elles pour que je n’aie pas trop l’air d’un provincial ou d’un littérateur.

 

– Je veux bien, dit de C***. – Vois-tu ce beau cygne mélancolique qui déploie son cou si harmonieusement et fait remuer ses manches comme des ailes ; c’est la modestie même, tout ce qu’il y a de plus chaste et de plus virginal au monde ; c’est un front de neige, un cœur de glace, des regards de madone, un sourire d’Agnès, elle a une robe blanche et l’âme pareille ; elle ne met dans ses cheveux que des fleurs d’oranger ou des feuilles de nénuphar, et ne tient à la terre que par un fil. Elle n’a jamais eu une mauvaise pensée et ignore profondément en quoi un homme diffère d’une femme. La sainte Vierge est une bacchante à côté d’elle, ce qui d’ailleurs ne l’empêche pas d’avoir eu plus d’amants qu’aucune femme que je connaisse, et assurément ce n’est pas peu dire. Examine-moi un peu la gorge de cette discrète personne ; – c’est un petit chef-d’œuvre, et réellement il est difficile de montrer autant en cachant davantage ; dis-moi si, avec toutes ses restrictions et toute sa pruderie, elle n’est pas dix fois plus indécente que cette bonne dame qui est à sa gauche et qui étale bravement deux hémisphères qui, s’ils étaient réunis, formeraient une mappemonde d’une grandeur naturelle, ou que cette autre qui est à sa droite, décolletée jusqu’au ventre et qui fait parade de son néant avec une intrépidité charmante ? – Cette virginale créature, ou je me trompe fort, a déjà supputé dans sa tête ce que les promesses de ta pâleur et de tes yeux noirs pouvaient tenir d’amour et de passion ; et ce qui me fait dire cela, c’est qu’elle n’a pas regardé une seule fois de ton côté, du moins en apparence ; car elle sait faire jouer sa prunelle avec tant d’art et la faire couler si adroitement dans le coin de ses yeux que rien ne lui échappe ; on croirait qu’elle y voit par le derrière de la tête, car elle sait parfaitement ce qui se passe derrière elle. – C’est un Janus féminin. – Si tu veux réussir auprès d’elle, il faut laisser là les manières débraillées et victorieuses. Il faut lui parler sans la regarder, sans faire de mouvement, dans une attitude contrite, et d’un ton de voix étouffé et respectueux ; de cette façon, tu pourras lui dire tout ce que tu voudras, pourvu que cela soit convenablement gazé, et elle te permettra les choses les plus libres en paroles d’abord, et ensuite en action. Aie soin seulement de rouler tendrement les yeux quand elle aura les siens baissés, et parle-lui des douceurs de l’amour platonique et du commerce des âmes, tout en employant avec elle la pantomime la moins platonique et la moins idéale du monde ! Elle est fort sensuelle et très susceptible ; embrasse-la tant que tu voudras ; mais, dans l’abandon le plus intime, n’oublie pas de l’appeler madame au moins trois fois par phrase : elle s’est brouillée avec moi, parce qu’étant couché dans son lit je lui ai dit je ne sais plus quoi en la tutoyant. Que diable ! on n’est pas honnête femme pour rien.

 

– Je n’ai pas grande envie, d’après ce que tu me dis, de risquer l’aventure : une Messaline prude ! l’alliance est monstrueuse et nouvelle.

 

– Vieille comme le monde, mon cher ! cela se voit tous les jours, et rien n’est plus commun. – Tu as tort de ne pas te fixer à celle-là : – Elle a un grand agrément, c’est qu’avec elle on a toujours l’air de commettre un péché mortel, et le moindre baiser paraît tout à fait damnable ; tandis qu’avec les autres on croit à peine faire un péché véniel, et souvent même on ne croit rien faire du tout. – C’est la raison pourquoi je l’ai gardée plus longtemps qu’aucune maîtresse. – Je l’aurais encore, si elle ne m’avait pas quitté elle-même ; c’est la seule femme qui m’ait devancé, et je lui porte un certain respect à cause de cela. – Elle a de petits raffinements de volupté on ne peut plus délicats, et ce grand art de paraître se faire extorquer ce qu’elle accorde très librement : ce qui donne à chacune de ses faveurs le charme d’un viol. Tu trouveras dans le monde dix de ses amants qui te jureront sur leur honneur que c’est la plus vertueuse créature qui soit. – Elle est précisément le contraire. – C’est une curieuse étude que d’anatomiser cette vertu-là sur un oreiller. – Étant prévenu, tu ne cours aucun risque, et tu n’auras pas la maladresse d’en devenir sincèrement amoureux.

 

– Quel âge a donc cette adorable personne ? demandai-je à de C***, car il m’était impossible de le déterminer en l’examinant avec l’attention la plus scrupuleuse.

 

– Ah ! voilà, quel âge a-t-elle ? c’est le mystère, et Dieu seul le sait. Pour moi, qui me pique d’assigner leur âge aux femmes à une minute près, je n’ai jamais pu trouver le sien. Seulement, d’une manière approximative, j’estime qu’elle peut avoir de dix-huit à trente-six ans. – Je l’ai vue en grande toilette, en déshabillé, sous le linge, et je ne puis rien t’apprendre à cet égard : ma science est en défaut ; l’âge qu’elle semble le plus avoir, c’est dix-huit ans, et cependant ce ne peut être son âge. – C’est un corps de vierge et une âme de fille de joie, et, pour se corrompre aussi profondément et aussi spacieusement, il faut beaucoup de temps ou de génie ; il faut un cœur de bronze dans une poitrine d’acier : elle n’a ni l’un ni l’autre ; alors je pense qu’elle a trente-six ans, mais au fond je ne sais rien.

 

– Est-ce qu’elle n’a pas d’amie intime qui te pourrait donner des lumières à ce sujet ?

 

– Non ; elle est arrivée dans cette ville il y a deux ans. Elle venait de la province ou de l’étranger, je ne sais plus lequel – c’est une admirable position pour une femme qui sait en profiter. Avec une figure comme elle en a une, elle peut se donner l’âge qu’elle veut et ne dater que du jour où elle est arrivée ici.

 

– Voilà qui est on ne peut plus agréable, surtout quand quelque ride impertinente ne vient pas vous démentir, et que le temps, ce grand destructeur, a la bonté de se prêter à cette falsification de l’extrait de baptême.

 

Il m’en fit voir encore quelques-unes qui, selon lui, recevraient favorablement toutes les requêtes qu’il me plairait de leur adresser et me traiteraient avec une philanthropie toute particulière. Mais la femme en rose du coin de la cheminée et la modeste colombe qui lui servait d’antithèse étaient incomparablement mieux que toutes les autres ; et, si elles n’avaient pas toutes les qualités que je demande, elles en avaient quelques-unes, du moins en apparence.

 

Je parlai toute la soirée avec elles, surtout avec la dernière, et j’eus soin de jeter mes idées dans le moule le plus respectueux ; – quoiqu’elle me regardât à peine, je crus voir quelquefois luire ses prunelles sous leur rideau de cils, et à quelques galanteries assez vives, mais habillées de la gaze la plus pudique que je hasardai, passer à deux ou trois lignes sous sa chair une petite rougeur contenue et étouffée, assez pareille à celle que produit une liqueur rose versée dans une tasse à moitié opaque. – Ses réponses, en général, étaient sobres, mesurées, mais pourtant aiguës et pleines de trait, et donnaient à penser beaucoup plus qu’elles n’exprimaient. Tout cela était entremêlé de réticences, de demi-mots, d’allusions détournées, chaque syllabe avait son intention, chaque silence sa portée ; rien au monde n’était plus diplomatique et plus charmant. – Et pourtant, quelque plaisir que j’y aie pris momentanément, je ne pourrais supporter longtemps une pareille conversation. Il faut être perpétuellement en éveil et sur ses gardes, et ce que j’aime le mieux dans une causerie, c’est l’abandon et la familiarité. – Nous avons parlé d’abord de musique, ce qui nous a conduits tout naturellement à parler de l’opéra, et ensuite des femmes, puis de l’amour, sujet dans lequel il est plus facile que dans tout autre de trouver des transitions pour passer de la généralité à la spécialité. – Nous avons fait du beau cœur à qui mieux mieux ; – tu aurais ri de m’entendre. – En vérité, Amadis sur la Roche pauvre n’était qu’un cuistre sans flamme auprès de moi. C’étaient des générosités, des abnégations, des dévouements à faire rougir de honte feu le Romain Curtius. – Je ne me croyais sincèrement pas capable d’un galimatias et d’un pathos aussi transcendants. – Moi, faisant du platonisme le plus quintessencié, cela ne te parait-il pas une des choses les plus bouffonnes, la meilleure scène de comédie qu’il se puisse voir ? Et puis cet air confit en perfection, ces petites façons papelardes et chattemites que je vous avais ! tubleu ! – Je n’avais pas la mine d’y toucher, et toute mère qui m’aurait entendu raisonner n’aurait pas hésité à me laisser coucher avec sa fille, tout mari m’aurait confié sa femme. C’est la soirée de ma vie où j’ai eu le plus l’air vertueux et où je l’ai été le moins. – Je pensais qu’il fût plus difficile que cela d’être hypocrite et de dire des choses que l’on ne croyait point. – Il faut que ce soit assez aisé ou que j’aie de fort belles dispositions pour avoir aussi agréablement réussi du premier coup. – J’ai en vérité de fort beaux moments.

 

Quant à la dame, elle a dit beaucoup de choses très finement détaillées, et qui, malgré l’air de candeur qu’elle y mettait, prouvent une expérience des plus consommées ; on ne peut se faire une idée de la subtilité de ses distinctions. Cette femme-là scierait un cheveu en trois dans sa longueur, et elle ferait quinauds tous les docteurs angéliques et séraphiques. Au reste, à la manière dont elle parle, il est impossible de croire qu’elle ait même l’ombre d’un corps. – C’est d’un immatériel, d’un vaporeux, d’un idéal à vous casser les bras ; et, si de C*** ne m’avait prévenu des allures de la bête, j’aurais assurément désespéré du succès de mes affaires, et je me serais tenu piteusement à l’écart. Comment diable aussi, lorsqu’une femme vous dit pendant deux heures, de l’air le plus détaché du monde, que l’amour ne vit que de privations et de sacrifices et autres belles choses de ce genre, peut-on décemment espérer de lui persuader un jour de se mettre entre deux draps avec vous, pour vous fomenter la complexion et voir si vous êtes faits l’un comme l’autre ?

 

Bref, nous nous sommes séparés très amis, et nous félicitant réciproquement de l’élévation, de la pureté de nos sentiments.

 

La conversation avec l’autre a été, comme tu l’imagines, d’un genre tout à fait opposé. Nous avons ri autant que parlé. Nous nous sommes moqués, et fort spirituellement, de toutes les femmes qui étaient là ; – quand je dis : Nous nous sommes moqués et fort spirituellement, je me trompe ; je devrais dire : Elle s’est moquée ; un homme ne se moque jamais bien d’une femme. Moi, j’écoutais et j’approuvais, car il est impossible de crayonner un trait plus vif et de le colorer plus ardemment ; c’est la plus curieuse galerie de caricatures que j’aie jamais vue. Malgré l’exagération, on sentait la vérité là-dessous ; de C*** avait bien raison : la mission de cette femme est de désenchanter des poètes. Il y a autour d’elle une atmosphère de prose dans laquelle une idée poétique ne peut vivre. Elle est charmante et pétillante d’esprit, et cependant, à côté d’elle, on ne pense qu’à des choses ignobles et vulgaires ; tout en lui parlant, je me sentais une foule d’envies incongrues et impraticables dans le lieu où je me trouvais, comme de me faire apporter du vin et de me soûler, de la camper sur un de mes genoux et de lui baiser la gorge, – de relever le bord de sa jupe et de voir si sa jarretière était au-dessus ou au-dessous du genou, de chanter à tue-tête un refrain ordurier, de fumer une pipe ou de casser les carreaux : que sais-je ? – Toute la partie animale, toute la brute se soulevait en moi ; j’aurais très volontiers craché sur l’Iliade d’Homère et je me serais mis à genoux devant un jambon. – Je comprends parfaitement aujourd’hui l’allégorie des compagnons d’Ulysse changés en pourceaux par Circé. Circé était probablement quelque égrillarde comme ma petite femme en rose.

 

Chose honteuse à dire, j’éprouvais un grand délice à me sentir gagné par l’abrutissement ; je ne m’y opposais pas, j’y aidais de toutes mes forces, tant la corruption est naturelle à l’homme, et tant il y a de boue dans l’argile dont il est pétri.

 

Cependant j’eus une minute peur de cette gangrène qui me gagnait, et je voulus quitter la corruptrice ; mais le parquet semblait avoir monté jusqu’à mes genoux, et j’étais comme enchâssé à ma place.

 

À la fin je pris sur moi de la quitter, et, la soirée étant fort avancée, je m’en retournai chez moi très perplexe, très troublé et ne sachant trop ce que je devais faire. – J’hésitais entre la prude et la galante, – Je trouvais de la volupté dans l’une et du piquant dans l’autre ; et, après un examen de conscience très détaillé et très approfondi, je m’aperçus non que je les aimais toutes les deux, mais que je les désirais toutes les deux, l’une autant que l’autre, avec assez de vivacité pour en prendre de la rêverie et de la préoccupation.

 

Selon toute apparence, ô mon ami ! j’aurai une de ces deux femmes, je les aurai peut-être toutes les deux, et pourtant je t’avoue que leur possession ne me satisfait qu’à moitié : ce n’est pas qu’elles ne soient fort jolies, mais à leur vue rien n’a crié dans moi, rien n’a palpité, rien n’a dit. – C’est elles ; je ne les ai pas reconnues. – Cependant je ne crois pas que je rencontrerai beaucoup mieux du côté de la naissance et de la beauté, et de C*** me conseille de m’en tenir là. Assurément je le ferai, et l’une ou l’autre sera ma maîtresse, ou le diable m’emportera avant qu’il soit bien longtemps ; mais au fond de mon cœur, une secrète voix me reproche de mentir à mon amour, et de m’arrêter ainsi au premier sourire d’une femme que je n’aime point, au lieu de chercher infatigablement à travers le monde, dans les cloîtres et dans les mauvais lieux, dans les palais et dans les auberges, celle qui a été faite pour moi et que Dieu me destine, princesse ou servante, religieuse ou femme galante.

 

Puis je me dis que je me fais des chimères, qu’il est bien égal après tout que je couche avec cette femme ou avec une autre ; que la terre n’en déviera pas d’une ligne dans sa marche, et que les quatre saisons n’intervertiront pas leur ordre pour cela ; que rien au monde n’est plus indifférent, et que je suis bien bon de me tourmenter de pareilles billevesées : voilà ce que je me dis. – Mais j’ai beau dire, je n’en suis ni plus tranquille ni plus résolu.

 

Cela tient peut-être à ce que je vis beaucoup avec moi-même, et que les plus petits détails dans une vie aussi monotone que la mienne prennent une trop grande importance. Je m’écoute trop vivre et penser : j’entends le battement de mes artères, les pulsations de mon cœur ; je dégage, à force d’attention, mes idées les plus insaisissables de la vapeur trouble où elles flottaient et je leur donne un corps. – Si j’agissais davantage, je n’apercevrais pas toutes ces petites choses, et je n’aurais pas le temps de regarder mon âme au microscope, comme je le fais toute la journée. Le bruit de l’action ferait envoler cet essaim de pensées oisives qui voltigent dans ma tête et m’étourdissent du bourdonnement de leurs ailes : au lieu de poursuivre des fantômes, je me colletterais avec des réalités ; je ne demanderais aux femmes que ce qu’elles peuvent donner : – du plaisir, – et je ne chercherais pas à embrasser je ne sais quelle fantastique idéalité parée de nuageuses perfections. – Cette tension acharnée de l’œil de mon âme vers un objet invisible m’a faussé la vue. Je ne sais pas voir ce qui est, à force d’avoir regardé ce qui n’est pas, et mon œil si subtil pour l’idéal est tout à fait myope dans la réalité ; – ainsi, j’ai connu des femmes que tout le monde assure être ravissantes, et qui ne me paraissent rien moins que cela. – J’ai beaucoup admiré des peintures généralement jugées mauvaises, et des vers bizarres ou inintelligibles m’ont fait plus de plaisir que les plus galantes productions. – Je ne serais pas étonné qu’après avoir tant adressé de soupirs à la lune et regardé les étoiles entre les deux yeux, après avoir tant fait d’élégies et d’apostrophes sentimentales, je ne devienne amoureux de quelque fille de joie bien ignoble ou de quelque femme laide et vieille ; – ce serait une belle chute. – La réalité se vengera peut-être ainsi du peu de soin que j’ai mis à lui faire la cour : – cela ne serait-il pas bien fait, si j’allais m’éprendre d’une belle passion romanesque pour quelque maritorne ou quelque abominable gaupe ? Me vois-tu jouant de la guitare sous la fenêtre d’une cuisine et supplanté par un marmiton portant le roquet d’une vieille douairière crachant sa dernière dent ? – Peut-être aussi que, ne trouvant rien en ce monde qui soit digne de mon amour, je finirai par m’y adorer moi-même, comme feu Narcisse d’égoïste mémoire. – Pour me garantir d’un aussi grand malheur, je me regarde dans tous les miroirs et dans tous les ruisseaux que je rencontre. Au vrai, à force de rêveries et d’aberrations, j’ai une peur énorme de tomber dans le monstrueux et le hors nature. Cela est sérieux, et il y faut prendre garde. – Adieu, mon ami ; – je vais de ce pas chez la dame rose, de peur de me laisser aller à mes contemplations habituelles. – Je ne pense pas que nous nous occupions beaucoup de l’entéléchie, et je crois que, si nous faisons quelque chose, ce ne sera pas à coup sûr du spiritualisme, bien que la créature soit fort spirituelle : je roule soigneusement et serre dans un tiroir le patron de ma maîtresse idéale pour ne pas l’essayer sur celle-ci. Je veux jouir tranquillement des beautés et des mérites qu’elle a. Je veux la laisser habillée d’une robe à sa taille, sans tâcher de lui adapter le vêtement que j’ai taillé d’avance et à tout événement pour la dame de mes pensées. – Ce sont de fort sages résolutions, je ne sais pas si je les tiendrai – Encore une fois, adieu.

Chapitre 3

 

Je suis l’amant en pied de la dame en rose ; c’est presque un état, une charge, et cela donne de la consistance dans le monde. Je n’ai plus l’air d’un écolier qui cherche une bonne fortune parmi les aïeules et qui n’ose débiter un madrigal à une femme, à moins qu’elle ne soit centenaire : je m’aperçois, depuis mon installation, que l’on me considère beaucoup plus, que toutes les femmes me parlent avec une coquetterie jalouse et font de grands frais pour moi. – Les hommes, au contraire, y mettent plus de froideur, et, dans le peu de mots que nous échangeons, il y a quelque chose d’hostile et de contraint ; ils sentent qu’ils ont en moi un rival déjà redoutable et qui peut le devenir davantage. – Il m’est revenu que beaucoup d’entre eux avaient amèrement critiqué ma façon de me mettre, et avaient dit que je m’habillais d’une manière trop efféminée : que mes cheveux étaient bouclés et lustrés avec plus de soin qu’il ne convenait ; que cela, joint à ma figure imberbe, me donnait un air damoiseau on ne peut plus ridicule ; que j’affectais pour mes vêtements des étoffes riches et brillantes qui sentaient leur théâtre, et que je ressemblais plus à un comédien qu’à un homme : – toutes les banalités qu’on dit pour se donner le droit d’être sale et de porter des habits pauvres et mal coupés. Mais tout cela ne fait que blanchir, et toutes les dames trouvent que mes cheveux sont les plus beaux du monde, que mes recherches sont du meilleur goût, et semblent fort disposées à me dédommager des frais que je fais pour elles, car elles ne sont point assez sottes pour croire que toute cette élégance n’ait pour but que mon embellissement particulier.

 

La dame du logis a d’abord paru un peu piquée de mon choix, qu’elle croyait devoir nécessairement tomber sur elle, et pendant quelques jours elle en a gardé une certaine aigreur (envers sa rivale seulement ; car, moi, elle m’a toujours parlé de même), qui se manifestait par quelques petits : – Ma chère, – dits avec cette manière sèche et découpée que les femmes ont seules, et par quelques avis désobligeants sur sa toilette donnés à aussi haute voix que possible, comme : – Vous êtes coiffée beaucoup trop haut et pas du tout à l’air de votre visage ; ou : – Votre corsage poche sous les bras ; qui vous a donc fait cette robe ? Ou : – Vous avez les yeux bien battus ; je vous trouve toute changée ; et mille autres menues observations à quoi l’autre ne manquait pas de riposter avec toute la méchanceté désirable quand l’occasion s’en présentait ; et, si l’occasion tardait trop, elle s’en faisait elle-même une pour son usage, et rendait, et au-delà, ce qu’on lui avait donné. Mais bientôt, un autre objet ayant détourné l’attention de l’infante dédaignée, cette petite guerre de mots cessa et tout rentra dans l’ordre habituel.

 

Je t’ai dit sommairement que j’étais l’amant en pied de la dame rose ; cela ne suffit pas pour un homme aussi ponctuel que tu l’es. Tu me demanderas sans doute comment elle s’appelle : quant à son nom, je ne te le dirai pas ; mais si tu veux, pour la facilité du récit, et en mémoire de la couleur de la robe avec laquelle je l’ai vue pour la première fois, – nous l’appellerons Rosette ; c’est un joli nom : ma petite chienne s’appelait comme cela.

 

Tu voudras savoir de point en point, car tu aimes la précision dans ces sortes de choses, l’histoire de nos amours avec cette belle Bradamante, et par quelles gradations successives j’ai passé du général au particulier, et de l’état de simple spectateur à celui d’acteur ; comment, de public que j’étais, je suis devenu amant. Je contenterai ton envie avec le plus grand plaisir. Il n’y a rien de sinistre dans notre roman ; il est couleur de rose, et l’on n’y verse d’autres larmes que celles du plaisir ; on n’y rencontre ni longueurs ni redites, et tout y marche vers la fin avec cette hâte et cette rapidité si recommandées par Horace ; – c’est un véritable roman français. – Toutefois ne va pas t’imaginer que j’ai emporté la place au premier assaut. – La princesse, quoique fort humaine pour ses sujets, n’est pas aussi prodigue de ses faveurs qu’on pourrait le croire d’abord ; elle en connaît trop le prix pour ne pas vous les faire acheter ; elle sait trop bien aussi ce qu’un juste retard donne de vivacité au désir, et le ragoût qu’une demi-résistance ajoute au plaisir, pour se livrer à vous tout d’abord, si vif que soit le goût que vous lui ayez inspiré.

 

Pour te conter la chose tout au long, il faut remonter un peu plus haut. Je t’ai fait un récit assez circonstancié de notre première entrevue. J’en ai eu encore une ou deux autres dans la même maison ou même trois, puis elle m’a invité à aller chez elle ; je ne me suis pas fait prier, comme tu peux le croire ; j’y suis allé avec discrétion d’abord, puis un peu plus souvent, puis encore plus souvent, puis enfin toutes les fois que l’envie m’en prenait, et je dois avouer qu’elle m’en prenait au moins trois ou quatre fois par jour.

 

– La dame, après quelques heures d’absence, me recevait toujours comme si je fusse revenu des Indes orientales ; ce à quoi j’étais on ne peut plus sensible, et ce qui m’obligeait à montrer ma reconnaissance d’une manière marquée par les choses les plus galantes et les plus tendres du monde, auxquelles elle répondait de son mieux.

 

Rosette, puisque nous sommes convenus de l’appeler ainsi, est une femme d’un grand esprit et qui comprend l’homme de la manière la plus aimable ; quoiqu’elle ait retardé quelques temps la conclusion du chapitre, je n’ai pas pris une seule fois de l’humeur contre elle : ce qui est vraiment merveilleux ; car tu sais les belles fureurs où j’entre lorsque je n’ai pas sur-le-champ ce que je désire, et qu’une femme dépasse le temps que je lui ai assigné dans ma tête pour se rendre. – Je ne sais pas comment elle a fait ; dès la première entrevue elle m’a fait comprendre que je l’aurais, et j’en étais plus sûr que si j’en eusse tenu la promesse écrite et signée de sa main. On dira peut-être que la hardiesse et la facilité de ses manières laissaient le champ libre à la témérité des espérances. Je ne pense pas que ce soit là le véritable motif : j’ai vu quelques femmes dont la prodigieuse liberté excluait, en quelque sorte, jusqu’à l’ombre d’un doute, qui ne m’ont pas produit cet effet, et auprès desquelles j’avais des timidités et des inquiétudes pour le moins déplacées.

 

Ce qui fait qu’en général je suis bien moins aimable avec les femmes que je veux avoir qu’avec celles qui me sont indifférentes, c’est l’attente passionnée de l’occasion et l’incertitude où je suis de la réussite de mon projet : cela me donne du sombre et me jette dans une rêverie qui m’ôte beaucoup de mes moyens et de ma présence d’esprit. Quand je vois s’échapper une à une les heures que j’avais destinées à un autre emploi, la colère me gagne malgré moi, et je ne puis m’empêcher de dire des choses fort sèches et fort aigres, qui vont quelquefois jusqu’à la brutalité et qui reculent mes affaires à cent lieues. Avec Rosette, je n’ai rien senti de tout cela ; jamais, même au moment où elle me résistait le plus, je n’ai eu cette idée qu’elle voulût échapper à mon amour. Je lui ai laissé déployer tranquillement toutes ses petites coquetteries, et j’ai pris en patience les délais assez longs qu’il lui a plu d’apporter à mon ardeur : sa rigueur avait quelque chose de souriant qui vous en consolait autant que possible, et dans ses cruautés les plus hyrcaniennes on entrevoyait un fond d’humanité qui ne vous permettait guère d’avoir une peur bien sérieuse. – Les honnêtes femmes, même lorsqu’elles le sont moins, ont une façon rechignée et dédaigneuse qui m’est parfaitement insupportable. Elles vous ont l’air toujours prêtes à sonner et à vous faire jeter à la porte par leurs laquais ; – et il me semble, en vérité, qu’un homme qui prend la peine de faire la cour à une femme (ce qui n’est pas déjà aussi agréable qu’on veut le croire) ne mérite pas d’être regardé de cette manière-là. La chère Rosette n’a pas de ces regards-là, elle ; – et je t’assure qu’elle y trouve son profit ; – c’est la seule femme avec qui j’aie été moi, et j’ai la fatuité de dire que je n’ai jamais été aussi bien. – Mon esprit s’est déployé librement ; et, par l’adresse et le feu de ses répliques, elle m’en a fait trouver plus que je ne m’en croyais et plus que je n’en ai peut-être réellement. – Il est vrai que j’ai été assez peu lyrique, – cela n’est guère possible avec elle ; – ce n’est pas cependant qu’elle n’ait son côté poétique, malgré ce que de C*** en a dit ; mais elle est si pleine de vie et de force et de mouvement, elle a l’air d’être si bien dans le milieu où elle est qu’on n’a pas envie d’en sortir pour monter dans les nuages. Elle remplit la vie réelle si agréablement et en fait une chose si amusante pour elle et pour les autres que la rêverie n’a rien à vous offrir de mieux.

 

Chose miraculeuse ! voilà près de deux mois que je la connais, et depuis ce temps je ne me suis ennuyé que lorsque je n’étais pas avec elle. Tu conviendras que cela n’est pas d’une femme médiocre de produire un pareil effet, car habituellement les femmes produisent sur moi l’effet précisément inverse, et me plaisent beaucoup plus de loin que de près.

 

Rosette a le meilleur caractère du monde, avec les hommes s’entend, car avec les femmes elle est méchante comme un diable ; elle est gaie, vive, alerte, prête à tout, très originale dans sa manière de parler, et a toujours à vous dire quelques charmantes drôleries auxquelles on ne s’attend pas : – c’est un délicieux compagnon, un joli camarade avec lequel on couche, plutôt qu’une maîtresse ; et, si j’avais quelques années de plus et quelques idées romanesques de moins, cela me serait parfaitement égal, et même je m’estimerais le plus fortuné mortel qui soit. Mais… mais… – voilà une particule qui n’annonce rien de bon, et ce diable de petit mot restrictif est malheureusement celui de toutes les langues humaines qui est le plus employé ; – mais je suis un imbécile, un idiot, un véritable oison, qui ne sais me contenter de rien et qui vais toujours chercher midi à quatorze heures ; et, au lieu d’être tout à fait heureux, je ne le suis qu’à moitié ; – à moitié, c’est déjà beaucoup pour ce monde-ci, et cependant je trouve que ce n’est pas assez.

 

Aux yeux de tout le monde, j’ai une maîtresse que plusieurs désirent et m’envient, et que personne ne dédaignerait. Mon désir est donc rempli en apparence, et je n’ai plus le droit de chercher des querelles au sort. Cependant il ne me semble pas avoir une maîtresse ; je le comprends par raisonnement, mais je ne le sens pas ; et, si quelqu’un me demandait inopinément si j’en ai une, je crois que je répondrais que non. – Pourtant la possession d’une femme qui a de la beauté, de la jeunesse et de l’esprit constitue ce que, dans tous les temps et dans tous les pays, on a appelé et appelle avoir une maîtresse, et je ne pense pas qu’il y ait une autre manière. Cela n’empêche pas que je n’aie les plus étranges doutes à cet égard, et cela est poussé au point que, si plusieurs personnes s’entendaient pour me soutenir que je ne suis pas l’amant favorisé de Rosette, malgré l’évidence palpable de la chose, je finirais par les croire.

 

Ne va pas imaginer, d’après ce que je te dis, que je ne l’aime pas, ou qu’elle me déplaise en quelque chose : je l’aime au contraire beaucoup et je la trouve ce que tout le monde la trouvera : une jolie et piquante créature. Simplement je ne me sens pas l’avoir, voilà tout. Et pourtant aucune femme ne m’a donné autant de plaisir, et si jamais j’ai compris la volupté, c’est dans ses bras. – Un seul de ses baisers, la plus chaste de ses caresses me fait frissonner jusqu’à la plante des pieds et fait refluer tout mon sang au cœur. Arrangez tout cela. La chose est pourtant comme je te la conte. Mais le cœur de l’homme est plein de ces absurdités-là ; et, s’il fallait concilier toutes les contradictions qu’il renferme, on aurait fort à faire.

 

D’où cela peut-il venir ? En vérité, je ne sais.

 

Je la vois toute la journée, et même toute la nuit, si je veux. Je lui fais toutes les caresses qu’il me plaît de lui faire ; je l’ai nue ou habillée, à la ville ou à la campagne. Elle est d’une complaisance inépuisable, et entre parfaitement dans tous mes caprices, si bizarres qu’ils soient : un soir, il m’a pris cette fantaisie de la posséder au milieu du salon, le lustre et les bougies allumées, le feu dans la cheminée, les fauteuils rangés en cercle comme pour une grande soirée de réception, elle en toilette de bal avec son bouquet et son éventail, tous ses diamants aux doigts et au cou, des plumes sur la tête, le costume le plus splendide possible, et moi habillé en ours ; elle y a consenti. – Quand tout fut prêt, les domestiques furent très surpris de recevoir l’ordre de fermer les portes et de ne laisser monter personne ; ils n’avaient pas l’air de comprendre le moins du monde, et s’en allèrent avec une mine hébétée qui nous fit bien rire. À coup sûr, ils pensèrent que leur maîtresse était décidément folle ; mais ce qu’ils pensaient ou ne pensaient pas ne nous importait guère.

 

Cette soirée est la plus bouffonne de ma vie. Te figures-tu l’air que je devais avoir avec mon chapeau à plumes sous la patte, des bagues à toutes les griffes, une petite épée à garde d’argent et un ruban bleu de ciel à la poignée ? Je me suis approché de la belle ; et, après lui avoir fait la plus gracieuse révérence, je m’assis à côté d’elle et je l’assiégeai dans toutes les formes. Les madrigaux musqués, les galanteries exagérées que je lui adressais, tout le jargon de la circonstance prenait un relief singulier en passant par mon mufle d’ours ; car j’avais une superbe tête en carton peint que je fus bientôt obligé de jeter sous la table tellement ma déité était adorable ce soir-là et tant j’avais envie de lui baiser la main et mieux que la main. La peau suivit la tête à peu de distance ; car, n’ayant pas l’habitude d’être ours j’y étouffais très bien et plus qu’il n’était nécessaire. Alors la toilette de bal eut beau jeu, comme tu peux le croire ; les plumes tombaient comme une neige autour de ma beauté, les épaules sortirent bientôt des manches, les seins du corset, les pieds des souliers, et les jambes des bas : les colliers défilés roulèrent sur le plancher, et je crois que jamais robe plus fraîche n’a été plus impitoyablement fripée et chiffonnée ; la robe était de gaze d’argent, et la doublure de satin blanc. Rosette a déployé dans cette occasion un héroïsme tout à fait au-dessus de son sexe, et qui m’a donné d’elle la plus haute opinion. – Elle a assisté au sac de sa toilette comme un témoin désintéressé, et n’a pas montré un seul instant le moindre regret pour sa robe et ses dentelles ; elle était au contraire de la gaieté la plus folle, et aidait elle-même à déchirer et à rompre ce qui ne se dénouait pas ou ne se dégrafait pas assez vite à mon gré et au sien. – Ne trouves-tu pas cela d’un beau à consigner dans l’histoire à côté des plus éclatantes actions des héros de l’antiquité ? C’est la plus grande preuve d’amour qu’une femme puisse donner à son amant que de ne pas lui dire : Prenez garde de me chiffonner ou de me faire des taches, surtout si sa robe est neuve. – Une robe neuve est un plus grand motif de sécurité pour un mari qu’on ne le croit communément. – Il faut que Rosette m’adore, ou qu’elle ait une philosophie supérieure à celle d’Épictète.

 

Toujours est-il que je crois bien avoir payé à Rosette la valeur de sa robe et au-delà en une monnaie qui, pour n’avoir pas cours chez les marchands, n’en est pas moins estimée et prisée. – Tant d’héroïsme méritait bien une pareille récompense. Au reste, en femme généreuse, elle m’a bien rendu ce que je lui ai donné. – J’ai eu un plaisir fou, presque convulsif et comme je ne me croyais pas capable d’en éprouver. Ces baisers sonores mêlés de rires éclatants, ces caresses frémissantes et pleines d’impatience, toutes ces voluptés âcres et irritantes, ce plaisir goûté incomplètement à cause du costume et de la situation, mais plus vif cent fois que s’il eût été sans entraves, me donnèrent tellement sur les nerfs qu’il me prit des spasmes dont j’eus quelque peine à me remettre. – Tu ne saurais t’imaginer l’air tendre et fier dont Rosette me regardait tout en cherchant à me faire revenir, et la manière pleine de joie et d’inquiétude dont elle s’empressait autour de moi : sa figure rayonnait encore du plaisir qu’elle ressentait de produire sur moi un effet semblable en même temps que ses yeux, tout trempés de douces larmes, témoignaient de la peur qu’elle avait de me voir malade et de l’intérêt qu’elle prenait à ma santé. – Jamais elle ne m’a paru aussi belle qu’à ce moment-là. Il y avait quelque chose de si maternel et de si chaste dans son regard que j’oubliai totalement la scène plus qu’anacréontique qui venait de se passer, et me mis à genoux devant elle en lui demandant la permission de baiser sa main ; ce qu’elle m’accorda avec une gravité et une dignité singulières.

 

Assurément, cette femme-là n’est pas aussi dépravée que de C*** le prétend, et qu’elle me l’a paru bien souvent à moi-même ; sa corruption est dans son esprit et non pas dans son cœur.

 

Je t’ai cité cette scène entre vingt autres : il me semble qu’après cela on peut, sans fatuité excessive, se croire l’amant d’une femme. – Eh bien ! c’est ce que je ne fais pas. – J’étais à peine de retour chez moi que cette pensée me reprit et se mit à me travailler comme d’habitude. – Je me souvenais parfaitement de tout ce que j’avais fait et vu faire. – Les moindres gestes, les moindres poses, tous les plus petits détails se dessinaient très nettement dans ma mémoire ; je me rappelais tout, jusqu’aux plus légères inflexions de voix, jusqu’aux plus insaisissables nuances de la volupté : seulement il ne me paraissait ; pas que ce fût à moi plutôt qu’à un autre que toutes ces choses fussent arrivées. Je n’étais pas sûr que ce ne fût une illusion, une fantasmagorie, un rêve, ou que je n’eusse lu cela quelque part, ou même que ce ne fût une histoire composée par moi, comme je m’en suis fait bien souvent. Je craignais d’être la dupe de ma crédulité et le jouet de quelque mystification ; et, malgré le témoignage de ma lassitude et les preuves matérielles que j’avais couché dehors, j’aurais cru volontiers que je m’étais mis dans mes couvertures à mon heure ordinaire, et que j’avais dormi jusqu’au matin.

 

Je suis très malheureux de ne pouvoir acquérir la certitude morale d’une chose dont j’ai la certitude physique. – C’est ordinairement l’inverse qui a lieu et c’est le fait qui prouve l’idée. Je voudrais me prouver le fait par l’idée ; je ne le puis ; quoique la chose soit assez singulière, elle est. Il dépend de moi, jusqu’à un certain point, d’avoir une maîtresse ; mais je ne puis me forcer à croire que j’en aie une tout en l’ayant. Si je n’ai pas en moi la foi nécessaire, même pour une chose aussi évidente, il m’est aussi impossible de croire à un fait aussi simple qu’à un autre de croire à la Trinité. La foi ne s’acquiert pas, et c’est un pur don, une grâce spéciale du ciel.

 

Jamais personne autant que moi n’a désiré vivre de la vie des autres, et s’assimiler une autre nature ; – jamais personne n’y a moins réussi. – Quoi que je fasse, les autres hommes ne sont guère pour moi que des fantômes, et je ne sens pas leur existence ; ce n’est pourtant pas le désir de reconnaître leur vie et d’y participer qui me manque. – C’est la puissance ou le défaut de sympathie réelle pour quoi que ce soit. L’existence ou la non-existence d’une chose ou d’une personne ne m’intéresse pas assez pour que j’en sois affecté d’une manière sensible et convaincante. – La vue d’une femme ou d’un homme qui m’apparaît dans la réalité ne laisse pas sur mon âme des traces plus fortes que la vision fantastique du rêve : – il s’agite autour de moi un pâle monde d’ombres et de semblants faux ou vrais qui bourdonnent sourdement, au milieu duquel je me trouve aussi parfaitement seul que possible, car aucun n’agit sur moi en bien ou en mal, et ils me paraissent d’une nature tout à fait différente. – Si je leur parle et qu’ils me répondent quelque chose qui ait à peu près le sens commun, je suis aussi surpris que si mon chien ou mon chat prenait tout à coup la parole et se mêlait à la conversation : – le son de leur voix m’étonne toujours, et je croirais très volontiers qu’ils ne sont que de fugitives apparences dont je suis le miroir objectif. Inférieur ou supérieur, à coup sûr je ne suis pas de leur espèce. Il y a des moments où je ne reconnais que Dieu au-dessus de moi, et d’autres où je me juge à peine l’égal du cloporte sous sa pierre ou du mollusque sur son banc de sable ; mais dans quelque situation d’esprit que je me trouve, haut ou bas, je n’ai jamais pu me persuader que les hommes étaient vraiment mes semblables. Quand on m’appelle monsieur, ou qu’en parlant de moi on dit : – Cet homme, – cela me paraît fort singulier. Mon nom même me semble un nom en l’air et qui n’est pas mon véritable nom ; cependant, si bas qu’il soit prononcé au milieu du bruit le plus fort, je me retourne subitement avec une vivacité convulsive et fébrile dont je n’ai jamais bien pu me rendre compte. – Est-ce la crainte de trouver dans cet homme qui sait mon nom et pour qui le ne suis plus la foule un antagoniste ou un ennemi ?

 

C’est surtout lorsque j’ai vécu avec une femme que j’ai le mieux senti combien ma nature repoussait invinciblement toute alliance et toute miction. Je suis comme une goutte d’huile dans un verre d’eau. Vous aurez beau tourner et remuer, jamais l’huile ne se pourra lier avec elle ; elle se divisera en cent mille petits globules qui se réuniront et remonteront à la surface, au premier moment de calme : la goutte d’huile et le verre d’eau, voilà mon histoire. La volupté même, cette chaîne de diamant qui lie tous les êtres, ce feu dévorant qui fond les rochers et les métaux de l’âme et les fait retomber en pleurs, comme le feu matériel fait fondre le fer et le granit, toute puissante qu’elle est, n’a jamais pu me dompter ou m’attendrir. Cependant j’ai les sens très vifs ; mais mon âme est pour mon corps une sœur ennemie, et le malheureux couple, comme tout couple possible, légal ou illégal, vit dans un état de guerre perpétuel. – Les bras d’une femme, ce qui lie le mieux sur la terre, à ce qu’on dit, sont pour moi de bien faibles attaches, et je n’ai jamais été plus loin de ma maîtresse que lorsqu’elle me serrait sur son cœur. – J’étouffais, voilà tout.

 

Que de fois je me suis coloré contre moi-même ! que d’efforts j’ai faits pour ne pas être ainsi ! Comme je me suis exhorté à être tendre, amoureux, passionné ! que souvent j’ai pris mon âme par les cheveux et l’ai traînée sur mes lèvres au beau milieu d’un baiser !

 

Quoi que j’aie fait, elle s’est toujours reculée en s’essuyant, aussitôt que je l’ai lâchée. Quel supplice pour cette pauvre âme d’assister aux débauches de mon corps et de s’asseoir perpétuellement à des festins où elle n’a rien à manger !

 

C’est avec Rosette que j’ai résolu, une fois pour toutes, d’éprouver si je ne suis pas décidément insociable, et si je puis prendre assez d’intérêt dans l’existence d’une autre pour y croire. J’ai poussé les expériences jusqu’à l’épuisement, et je ne me suis pas beaucoup éclairci dans mes doutes. Avec elle, le plaisir est si vif que l’âme se trouve assez souvent, sinon touchée, au moins distraite, ce qui nuit un peu à l’exactitude des observations. Après tout, j’ai reconnu que cela ne passait pas la peau, et que je n’avais qu’une jouissance d’épiderme à laquelle l’âme ne participait que par curiosité. J’ai du plaisir, parce que je suis jeune et ardent ; mais ce plaisir me vient de moi et non d’un autre. La cause est dans moi-même plutôt que dans Rosette.

 

J’ai beau faire, je n’ai pu sortir de moi une minute.

 

– Je suis toujours ce que j’étais, c’est-à-dire quelque chose de très ennuyé et de très ennuyeux, qui me déplaît fort. Je n’ai pu venir à bout de faire entrer dans ma cervelle l’idée d’un autre, dans mon âme le sentiment d’un autre, dans mon corps la douleur ou la jouissance d’un autre. – Je suis prisonnier dans moi-même, et toute évasion est impossible : le prisonnier veut s’échapper, les murs ne demandent pas mieux que de crouler, les portes que de s’ouvrir pour lui livrer passage ; je ne sais quelle fatalité retient invinciblement chaque pierre à sa place, et chaque verrou dans ses ferrures ; il m’est aussi impossible d’admettre quelqu’un chez moi que d’aller moi-même chez les autres ; je ne saurais ni faire ni recevoir de visites et je vis dans le plus triste isolement au milieu de la foule : mon lit peut n’être pas veuf, mais mon cœur l’est toujours.

 

Ah ! ne pouvoir s’augmenter d’une seule parcelle, d’un seul atome ; ne pouvoir faire couler le sang des autres dans ses veines ; voir toujours de ses yeux, ni plus clair, ni plus loin, ni autrement ; entendre les sons avec les mêmes oreilles et la même émotion ; toucher avec les mêmes doigts ; percevoir des choses variées avec un organe invariable ; être condamné au même timbre de voix, au retour des mêmes tons, des mêmes phrases et des mêmes paroles, et ne pouvoir s’en aller, se dérober à soi-même, se réfugier dans quelque coin où l’on ne se suive pas ; être forcé de se garder toujours, de dîner et de coucher avec soi, – d’être le même homme pour vingt femmes nouvelles ; traîner, au milieu des situations les plus étranges du drame de notre vie, un personnage obligé et dont vous savez le rôle par cœur ; penser les mêmes choses, avoir les mêmes rêves : – quel supplice, quel ennui !

 

J’ai désiré le cor des frères Tangut, le chapeau de Fortunatus, le bâton d’Abaris, l’anneau de Gygès ; j’aurais vendu mon âme pour arracher la baguette magique de la main d’une fée, mais je n’ai jamais rien tant souhaité que de rencontrer sur la montagne, comme Tirésias le devin, ces serpents qui font changer de sexe ; et ce que j’envie le plus aux dieux monstrueux et bizarres de l’Inde, ce sont leurs perpétuels avatars et leurs transformations innombrables.

 

J’ai commencé par avoir envie d’être un autre homme ; – puis, faisant réflexion que je pouvais par l’analogie prévoir à peu près ce que je sentirais, et alors ne pas éprouver la surprise et le changement attendus, j’aurais préféré d’être femme ; cette idée m’est toujours venue, lorsque j’avais une maîtresse qui n’était pas laide ; car une femme laide est un homme pour moi, et aux instants de plaisirs j’aurais volontiers changé de rôle, car il est bien impatientant de ne pas avoir la conscience de l’effet qu’on produit et de ne juger de la jouissance des autres que par la sienne. Ces pensées et beaucoup d’autres m’ont souvent donné, dans les moments où il était le plus déplacé, un air méditatif et rêveur qui m’a fait accuser bien à tort vraiment de froideur et d’infidélité.

 

Rosette, qui ne sait pas tout cela, fort heureusement, me croit l’homme le plus amoureux de la terre ; elle prend cette impuissante fureur pour une fureur de passion, et elle se prête de son mieux à tous les caprices expérimentaux qui me passent par la tête.

 

J’ai fait tout ce que j’ai pu pour me convaincre de sa possession : j’ai tâché de descendre dans son cœur, mais je me suis toujours arrêté à la première marche de l’escalier, à sa peau ou sur sa bouche. Malgré l’intimité de nos relations corporelles, je sens bien qu’il n’y a rien de commun entre nous. Jamais une idée pareille aux miennes n’a ouvert ses ailes dans cette tête jeune et souriante ; jamais ce cœur de vie et de feu, qui soulève palpitant une gorge si ferme et si pure, n’a battu à l’unisson de mon cœur. Mon âme ne s’est jamais unie avec cette âme. Cupidon, le dieu aux ailes d’épervier, n’a pas embrassé Psyché sur son beau front d’ivoire. Non ! – cette femme n’est pas ma maîtresse.

 

Si tu savais tout ce que j’ai fait pour forcer mon âme à partager l’amour de mon corps ! avec quelle furie j’ai plongé ma bouche dans sa bouche, trempé mes bras dans ses cheveux, et comme j’ai serré étroitement sa taille ronde et souple. Comme l’antique Salmacis, l’amoureuse du jeune Hermaphrodite, je tâchais de fondre son corps avec le mien ; je buvais son haleine et les tièdes larmes que la volupté faisait déborder du calice trop plein de ses yeux. Plus nos corps s’enlaçaient et plus nos étreintes étaient intimes, moins je l’aimais. Mon âme, assise tristement, regardait d’un air de pitié ce déplorable hymen où elle n’était pas invitée, ou se voilait le front de dégoût et pleurait silencieusement sous le pan de son manteau. – Tout cela tient peut-être à ce que réellement je n’aime pas Rosette, toute digne d’être aimée qu’elle soit, et quelque envie que j’en aie.

 

Pour me débarrasser de l’idée que j’étais moi, je me suis composé des milieux très étranges, où il était tout à fait improbable que je me rencontrasse, et j’ai tâché, ne pouvant jeter mon individualité aux orties, de la dépayser de façon qu’elle ne se reconnût plus. J’y ai assez médiocrement réussi, et ce diable de moi me suit obstinément ; il n’y a pas moyen de s’en défaire ; – je n’ai pas la ressource de lui faire dire, comme aux autres importuns, que je suis sorti ou que je suis allé à la campagne.

 

J’ai eu ma maîtresse au bain, et j’ai fait le Triton de mon mieux. – La mer était une fort grande cuve de marbre. – Quant à la Néréide, ce qu’elle faisait voir accusait l’eau, toute transparente qu’elle fût, de ne pas l’être encore assez pour l’exquise beauté des choses qu’elle cachait. – Je l’aie eue la nuit, au clair de lune, dans une gondole avec de la musique.

 

Cela serait fort commun à Venise, mais ici cela l’est fort peu. – Dans sa voiture lancée au grand galop, au milieu du bruit des roues, des sauts et des cahots, tantôt illuminés par les lanternes, tantôt plongés dans la plus profonde obscurité… – C’est une manière qui ne manque pas d’un certain piquant, et je te conseille d’en user : mais j’oubliais que tu es un vénérable patriarche, et que tu ne donnes point dans de pareils raffinements. – Je suis entré chez elle par la fenêtre, ayant la clef de la porte dans ma poche. – Je l’ai fait venir chez moi en plein jour, et enfin je l’ai compromise de telle façon que personne maintenant (excepté moi, bien entendu) ne doute qu’elle ne soit ma maîtresse.

 

À cause de toutes ces inventions qui, si je n’étais aussi jeune, auraient l’air des ressources d’un libertin blasé, Rosette m’adore principalement et par-dessus tous autres. Elle y voit l’ardeur d’un amour pétulant que rien ne peut contenir, et qui est le même malgré la diversité des temps et des lieux. Elle y voit l’effet sans cesse renaissant de ses charmes et le triomphe de sa beauté, et, en vérité, je voudrais qu’elle eût raison, et ce n’est point ma faute ni la sienne non plus, il faut être juste, si elle ne l’a pas.

 

Le seul tort que j’aie envers elle, c’est d’être moi. Si je lui disais cela, l’enfant répondrait bien vite que c’est précisément mon plus grand mérite à ses yeux ; ce qui serait plus obligeant que sensé.

 

Une fois, – c’était dans les commencements de notre liaison, – j’ai cru être arrivé à mon but, une minute j’ai cru avoir aimé ; – j’ai aimé. – Ô mon ami ! je n’ai vécu que cette minute-là, et, si cette minute eût été une heure, je fusse devenu un dieu – Nous étions sortis tous les deux à cheval, moi sur mon cher Ferragus, elle sur une jument couleur de neige qui a l’air d’une licorne, tant elle a les pieds déliés et l’encolure svelte. Nous suivions une grande allée d’ormes d’une hauteur prodigieuse ; le soleil descendait sur nous, tiède et blond, tamisé par les déchiquetures du feuillage, – des losanges d’outremer scintillaient par places dans des nuages pommelés, de grandes lignes d’un bleu pâle jonchaient les bords de l’horizon et se changeaient en un vert pomme extrêmement tendre, lorsqu’elles se rencontraient avec les tons orangés du couchant. – L’aspect du ciel était charmant et singulier ; la brise nous apportait je ne sais quelle odeur de fleurs sauvages on ne peut plus ravissante. – De temps en temps un oiseau partait devant nous et traversait l’allée en chantant. – La cloche d’un village que l’on ne voyait pas sonnait doucement l’Angélus, et les sons argentins, qui ne nous arrivaient qu’atténués par l’éloignement, avaient une douceur infinie. Nos bêtes allaient le pas et marchaient côte à côte d’une manière si égale que l’une ne dépassait pas l’autre. – Mon cœur se dilatait, et mon âme débordait sur mon corps. – Je n’avais jamais été si heureux. Je ne disais rien, ni Rosette non plus, et pourtant nous ne nous étions jamais aussi bien entendus. – Nous étions si près l’un de l’autre que ma jambe touchait le ventre du cheval de Rosette. Je me penchai vers elle et passai mon bras autour de sa taille ; elle fit le même mouvement de son côté, et renversa sa tête sur mon épaule. Nos bouches se prirent ; ô quel chaste et délicieux baiser ! – Nos chevaux marchaient toujours avec leur bride flottante sur le cou. – Je sentais le bras de Rosette se relâcher et ses reins ployer de plus en plus. – Moi-même je faiblissais et j’étais près de m’évanouir. – Ah ! je t’assure que dans ce moment-là je ne songeais guère si j’étais moi ou un autre. Nous allâmes ainsi jusqu’au bout de l’allée, où un bruit de pas nous fit reprendre brusquement notre position ; c’étaient des gens de connaissance aussi à cheval qui vinrent à nous et nous parlèrent. Si j’avais eu des pistolets, je crois que j’aurais tiré sur eux.

 

Je les regardais d’un air sombre et furieux, qui aura dû leur paraître bien singulier. – Après tout, j’avais tort de me mettre si fort en colère contre eux, car ils m’avaient rendu, sans le vouloir, le service de couper mon plaisir à point, au moment où, par son intensité même, il allait devenir une douleur ou s’affaisser sous sa violence. – C’est une science que l’on ne regarde pas avec tout le respect qu’on lui doit que celle de s’arrêter à temps. – Quelquefois, en étant couché avec une femme, on lui passe le bras sous la taille : c’est d’abord une grande volupté de sentir la tiède chaleur de son corps, la chair douce et veloutée de ses reins, l’ivoire poli de ses flancs et de refermer sa main sur sa gorge qui se dresse et frissonne. – La belle s’endort dans cette position amoureuse et charmante ; la cambrure de ses reins devient moins prononcée ; sa gorge s’apaise ; son flanc est soulevé par la respiration plus large et plus régulière du sommeil ; ses muscles se dénouent, sa tête roule dans ses cheveux. – Cependant votre bras est plus pressé, vous commencez à vous apercevoir que c’est une femme et non pas une sylphide : – mais vous n’ôteriez votre bras pour rien au monde, il y a beaucoup de raisons pour cela : la première, c’est qu’il est assez dangereux de réveiller une femme avec qui l’on est couché ; il faut être en état de substituer au rêve délicieux qu’elle fait sans doute une réalité encore plus délicieuse ; la seconde, c’est qu’en la priant de se soulever pour retirer votre bras vous lui dites d’une manière indirecte qu’elle est lourde et qu’elle vous gêne, ce qui n’est pas honnête, ou bien vous lui faites entendre que vous êtes faible ou fatigué, chose extrêmement humiliante pour vous et qui vous nuira infiniment dans son esprit ; – la troisième est que, comme l’on a eu du plaisir dans cette position, l’on croit qu’en la gardant on pourra en éprouver encore, en quoi l’on se trompe. – Le pauvre bras se trouve pris sous la masse qui l’opprime, le sang s’arrête, les nerfs sont tiraillés, et l’engourdissement vous picote avec ses millions d’aiguilles : vous êtes une manière de petit Milon Crotoniate, et le matelas de votre lit et le dos de votre divinité représentent assez exactement les deux parties de l’arbre qui se sont rejointes. – Le jour vient enfin, qui vous délivre de ce martyre, et vous sautez à bas de ce chevalet avec plus d’empressement qu’aucun mari n’en met à descendre de l’échafaud nuptial.

 

Ceci est l’histoire de bien des passions.

 

– C’est celle de tous les plaisirs.

 

Quoi qu’il en soit, – malgré l’interruption ou à cause de l’interruption, jamais volupté pareille n’a passé sur ma tête : je me sentais réellement un autre. L’âme de Rosette était entrée tout entière dans mon corps. – Mon âme m’avait quitté et remplissait son cœur comme son âme à elle remplissait le mien. – Sans doute, elles s’étaient rencontrées au passage dans ce long baiser équestre, comme Rosette l’a appelé depuis (ce qui m’a fâché par parenthèse), et s’étaient traversées et confondues aussi intimement que le peuvent faire les âmes de deux créatures mortelles sur un grain de boue périssable.

 

Les anges doivent assurément s’embrasser ainsi, et le vrai paradis n’est pas au ciel, mais sur la bouche d’une personne aimée.

 

J’ai attendu vainement une minute pareille, et j’en ai sans succès provoqué le retour. Nous avons été bien souvent nous promener à cheval dans l’allée du bois, par de beaux couchers de soleil ; les arbres avaient la même verdure, les oiseaux chantaient la même chanson, mais nous trouvions le soleil terne, le feuillage jauni : le chant des oiseaux nous paraissait aigre et discordant, l’harmonie n’était plus en nous. Nous avons mis nos chevaux au pas, et nous avons essayé le même baiser. – Hélas ! nos lèvres seules se joignaient, et ce n’était que le spectre de l’ancien baiser. – Le beau, le sublime, le divin, le seul vrai baiser que j’aie donné et reçu en ma vie était envolé à tout jamais. – Depuis ce jour-là je suis toujours revenu du bois avec un fond de tristesse inexprimable. – Rosette, toute gaie et folâtre qu’elle soit habituellement, ne peut échapper à cette impression, et sa rêverie se trahit par une petite moue délicatement plissée qui vaut au moins son sourire.

 

Il n’y a guère que la fumée du vin et le grand éclat des bougies qui me puissent faire revenir de ces mélancolies-là. Nous buvons tous les deux comme des condamnés à mort, silencieusement et coup sur coup, jusqu’à ce que nous ayons atteint la dose qu’il nous faut ; alors nous commençons à rire et à nous moquer du meilleur cœur de ce que nous appelons notre sentimentalité.

 

Nous rions, – parce que nous ne pouvons pleurer. – Ah ! qui pourra faire germer une larme au fond de mon œil tari ?

 

Pourquoi ai-je eu tant de plaisir ce soir-là ? Il me serait bien difficile de le dire. J’étais pourtant le même homme, Rosette la même femme. Ce n’était pas la première fois que je me promenais à cheval, ni elle non plus. Nous avions déjà vu se coucher le soleil, et ce spectacle ne nous a pas autrement touchés que la vue d’un tableau que l’on admire, selon que les couleurs en sont plus ou moins brillantes. Il y a plus d’une allée d’ormes et de marronniers dans le monde, et celle-là n’était pas la première que nous parcourions ; qui donc nous y a fait trouver un charme si souverain, qui métamorphosait les feuilles mortes en topazes, les feuilles vertes en émeraudes, qui avait doré tous ces atomes voltigeants, et changé en perles toutes ces gouttes d’eau égrenées sur la pelouse, qui donnait une harmonie si douce aux sons d’une cloche habituellement discordante, et aux piaillements de je ne sais quels oisillons ? – Il fallait qu’il y eût dans l’air une poésie bien pénétrante puisque nos chevaux mêmes paraissaient la sentir.

 

Rien au monde cependant n’était plus pastoral et plus simple : quelques arbres, quelques nuages, cinq ou six brins de serpolet, une femme et un rayon de soleil brochant sur le tout comme un chevron d’or sur un blason. – Il n’y avait d’ailleurs, dans ma sensation, ni surprise ni étonnement. Je me reconnaissais bien. Je n’étais jamais venu dans cet endroit, mais je me rappelais parfaitement et la forme des feuilles et la position des nuées, cette colombe blanche qui traversait le ciel, s’envolait dans la même direction ; cette petite cloche argentine, que j’entendais pour la première fois, avait bien souvent tinté à mon oreille, et sa voix me semblait une voix d’amie ; j’avais, sans y être jamais passé, parcouru cette allée bien des fois avec des princesses montées sur des licornes ; les plus voluptueux de mes rêves s’y allaient promener tous les soirs, et mes désirs s’y étaient donné des baisers absolument pareils à celui échangé par moi et Rosette. – Ce baiser n’avait rien de nouveau pour moi ; mais il était tel que j’avais pensé qu’il serait. C’est peut-être la seule fois de ma vie que je n’ai pas été désappointé, et que la réalité m’a paru aussi belle que l’idéal. – Si je pouvais trouver une femme, un paysage, une architecture, quelque chose qui répondit à mon désir intime aussi parfaitement que cette minute-là a répondu à la minute que j’avais rêvée, je n’aurais rien à envier aux dieux, et je renoncerais très volontiers à ma stalle du paradis. – Mais, en vérité, je ne crois pas qu’un homme de chair pût résister une heure à des voluptés si pénétrantes ; deux baisers comme cela pomperaient une existence entière, et feraient vide complet dans une âme et dans un corps. – Ce n’est pas cette considération-là qui m’arrêterait ; car, ne pouvant prolonger ma vie indéfiniment, il m’est égal de mourir, et j’aimerais mieux mourir de plaisir que de vieillesse ou d’ennui. Mais cette femme n’existe pas. – Si, elle existe ; – je n’en suis peut-être séparé que par une cloison. – Je l’ai peut-être coudoyée hier ou aujourd’hui.

 

Que manque-t-il à Rosette pour être cette femme-là ? – Il lui manque que je le croie. Quelle fatalité me fait donc avoir toujours pour maîtresses des femmes que je n’aime pas. Son cou est assez poli pour y suspendre les colliers les mieux ouvrés ; ses doigts sont assez effilés pour faire honneur aux plus belles et aux plus riches bagues ; le rubis rougirait de plaisir de briller au bout vermeil de son oreille délicate ; sa taille pourrait ceindre le ceste de Vénus ; mais c’est l’amour seul qui sait nouer l’écharpe de sa mère.

 

Tout le mérite qu’a Rosette est en elle, je ne lui ai rien prêté. Je n’ai pas jeté sur sa beauté ce voile de perfection dont l’amour enveloppe la personne aimée ; – le voile d’Isis est un voile transparent à côté de celui-là. – Il n’y a que la satiété qui en puisse lever le coin.

 

Je n’aime pas Rosette ; du moins l’amour que j’ai pour elle, si j’en ai, ne ressemble pas à l’idée que je me suis faite de l’amour. – Après cela mon idée n’est peut-être pas juste. Je n’ose rien décider. Toujours est-il qu’elle me rend tout à fait insensible au mérite des autres femmes, et je n’ai désiré personne avec un peu de suite depuis que je la possède. – Si elle a à être jalouse, ce n’est que de fantômes, ce dont elle s’inquiète assez peu, et pourtant mon imagination est sa plus redoutable rivale ; c’est une chose dont, avec toute sa finesse, elle ne s’apercevra probablement jamais.

 

Si les femmes savaient cela ! – Que d’infidélités l’amant le moins volage fait à la maîtresse la plus adorée ! – Il est à présumer que les femmes nous le rendent et au-delà ; mais elles font comme nous, et n’en disent rien. – Une maîtresse est un thème obligé qui disparaît ordinairement sous les fioritures et les broderies. – Bien souvent les baisers qu’on lui donne ne sont pas pour elle ; c’est l’idée d’une autre femme que l’on embrasse dans sa personne, et elle profite plus d’une fois (si cela peut s’appeler un profit) des désirs inspirés par une autre. Ah ! que de fois, pauvre Rosette, tu as servi de corps à mes rêves et donné une réalité à tes rivales ; que d’infidélités dont tu as été involontairement la complice ! Si tu avais pu penser, aux moments où mes bras te serraient avec tant de force, où ma bouche s’unissait le plus étroitement à la tienne, que ta beauté et ton amour n’y étaient pour rien, que ton idée était à mille lieues de moi ; si l’on t’avait dit que ces yeux, voilés d’amoureuses langueurs, ne s’abaissaient que pour ne pas te voir et ne pas dissiper l’illusion que tu ne servais qu’à compléter, et qu’au lieu d’être une maîtresse tu n’étais qu’un instrument de volupté, un moyen de tromper un désir impossible à réaliser !

 

Ô célestes créatures, belles vierges frêles et diaphanes qui penchez vos yeux de pervenche et joignez vos mains de lis sur les tableaux à fond d’or des vieux maîtres allemands, saintes des vitraux, martyres des missels qui souriez si doucement au milieu des enroulements des arabesques, et qui sortez si blondes et si fraîches de la cloche des fleurs ! – ô vous, belles courtisanes couchées toutes nues dans vos cheveux sur des lits semés de roses, sous de larges rideaux pourpres, avec vos bracelets et vos colliers de grosses perles, votre éventail et vos miroirs où le couchant accroche dans l’ombre une flamboyante paillette ! – brunes filles du Titien, qui nous étalez si voluptueusement vos hanches ondoyantes, vos cuisses fermes et dures, vos ventres polis et vos reins souples et musculeux ! – antiques déesses, qui dressez votre blanc fantôme sous les ombrages du jardin ! – vous faites partie de mon sérail ; je vous ai possédées tour à tour. – Sainte Ursule, j’ai baisé tes mains sur les belles mains de Rosette ; – j’ai joué avec les noirs cheveux de la Muranèse, et jamais Rosette n’a eu tant de peine à se recoiffer ; virginale Diane, j’ai été avec toi plus qu’Actéon, et je n’ai pas été changé en cerf : c’est moi qui ai remplacé ton bel Endymion ! – Que de rivales dont on ne se défie pas, et dont on ne peut se venger ! encore ne sont-elles pas toujours peintes ou sculptées !

 

Femmes, quand vous voyez votre amant devenir plus tendre que de coutume, vous étreindre dans ses bras avec une émotion extraordinaire ; quand il plongera sa tête dans vos genoux et la relèvera pour vous regarder avec des yeux humides et errants ; quand la jouissance ne fera qu’augmenter son désir, et qu’il éteindra votre voix sous ses baisers, comme s’il craignait de l’entendre, soyez certaines qu’il ne sait seulement pas si vous êtes là ; qu’il a, en ce moment, rendez-vous avec une chimère que vous rendez palpable, et dont vous jouez le rôle. – Bien des chambrières ont profité de l’amour qu’inspiraient des reines. – Bien des femmes ont profité de l’amour qu’inspiraient des déesses, et une réalité assez vulgaire a souvent servi de socle à l’idole idéale. C’est pourquoi les poètes prennent habituellement d’assez sales guenipes pour maîtresses. – On peut coucher dix ans avec une femme sans l’avoir jamais vue ; – c’est l’histoire de beaucoup de grands génies et dont les relations ignobles ou obscures ont fait l’étonnement du monde.

 

Je n’ai fait à Rosette que des infidélités de ce genre-là. Je ne l’ai trahie que pour des tableaux et des statues, et elle a été de moitié dans la trahison. Je n’ai pas sur la conscience le plus petit péché matériel à me reprocher. Je suis, de ce côté, aussi blanc que la neige Jung-Frau, et pourtant, sans être amoureux de personne, je désirerais l’être de quelqu’un. – Je ne cherche pas l’occasion, et je ne serais pas fâché qu’elle vînt ; si elle venait, je ne m’en servirais peut-être pas, car j’ai la conviction intime qu’il en serait de même avec une autre, et j’aime mieux qu’il en soit ainsi avec Rosette qu’avec toute autre ; car, la femme ôtée, il me reste du moins un joli compagnon plein d’esprit, et très agréablement démoralisé ; et cette considération n’est pas une des moindres qui me retiennent, car, en perdant la maîtresse, je serais désolé de perdre l’amie.

Chapitre 4

 

Sais-tu que voilà tantôt cinq mois, – oui, cinq mois, tout autant, cinq éternités que je suis le Céladon en pied de madame Rosette ? Cela est du dernier beau. Je ne me serais pas cru aussi constant, ni elle non plus, je gage. Nous sommes en vérité un couple de pigeons plumés, car il n’y a que des tourterelles pour avoir de ces tendresses-là. Avons-nous roucoulé ! nous sommes-nous becquetés ! quels enlacements de lierre ! quelle existence à deux ! Rien au monde n’était plus touchant, et nos deux pauvres petits cœurs auraient pu se mettre sur un cartel, enfilés par la même broche, avec une flamme en coup de vent.

 

Cinq mois en tête à tête, pour ainsi dire, car nous nous voyions tous les jours et presque toutes les nuits, – la porte toujours fermée à tout le monde ; – n’y a-t-il pas de quoi avoir la peau de poule rien que d’y songer ! Eh bien ! c’est une chose qu’il faut dire à la gloire de l’incomparable Rosette, je ne me suis pas trop ennuyé, et ce temps-là sera sans doute le plus agréablement passé de ma vie. Je ne crois pas qu’il soit possible d’occuper d’une manière plus soutenue et plus amusante un homme qui n’a point de passion, et Dieu sait quel terrible désœuvrement est celui qui provient d’un cœur vide ! On ne peut se faire une idée des ressources de cette femme. – Elle a commencé à les tirer de son esprit, puis de son cœur, car elle m’aime à l’adoration. – Avec quel art elle profite de la moindre étincelle, et comme elle sait en faire un incendie ! comme elle dirige habilement les petits mouvements de l’âme ! comme elle fait tourner la langueur en rêverie tendre ! et par combien de chemins détournés fait-elle revenir à elle l’esprit qui s’en éloigne ! – C’est merveilleux !

 

– Et je l’admire comme un des plus hauts génies qui soient.

 

Je suis venu chez elle fort maussade, de fort mauvaise humeur et cherchant une querelle. Je ne sais comment la sorcière faisait, au bout de quelques minutes elle m’avait forcé à lui dire des choses galantes, quoique je n’en eusse pas la moindre envie, à lui baiser les mains et à rire de tout mon cœur, quoique je fusse d’une colère épouvantable. A-t-on une idée d’une tyrannie pareille ? – Cependant, si habile qu’elle soit, le tête-à-tête ne peut se prolonger plus longtemps, et, dans cette dernière quinzaine, il m’est arrivé assez souvent, ce que je n’avais jamais fait jusque-là, d’ouvrir les livres qui sont sur la table, et d’en lire quelques lignes dans les interstices de la conversation. Rosette l’a remarqué et en a conçu un effroi qu’elle a eu peine à dissimuler, et elle a fait emporter tous les livres de son cabinet. J’avoue que je les regrette, quoique je n’ose pas les redemander. – L’autre jour, – symptôme effrayant ! – quelqu’un est venu pendant que nous étions ensemble, et, au lieu d’enrager comme je faisais dans les commencements, j’en ai éprouvé une espèce de joie. J’ai presque été aimable : j’ai soutenu la conversation que Rosette tâchait de laisser tomber afin que le monsieur s’en allât, et, quand il fut parti, je me mis à dire qu’il ne manquait pas d’esprit et que sa société était assez agréable. Rosette me fit souvenir qu’il y avait deux mois que je l’avais précisément trouvé stupide et le plus sot fâcheux qui fût sur la terre, ce à quoi je n’eus rien à répondre, car en vérité je l’avais dit ; et j’avais cependant raison, malgré ma contradiction apparente : car la première fois il dérangeait un tête-à-tête charmant, et la seconde fois il venait au secours d’une conversation épuisée et languissante (d’un côté du moins), et m’évitait, pour ce jour-là, une scène de tendresse assez fatigante à jouer.

 

Voilà où nous en sommes ; – la position est grave, – surtout quand il y en a un des deux qui est encore épris et qui s’attache désespérément aux restes de l’amour de l’autre. Je suis dans une perplexité grande. – Quoique je ne sois pas amoureux de Rosette, j’ai pour elle une très grande affection, et je ne voudrais rien faire qui lui causât de la peine. – Je veux qu’elle croie, aussi longtemps que possible, que je l’aime.

 

En reconnaissance de toutes ces heures qu’elle a rendues ailées, en reconnaissance de l’amour qu’elle m’a donné pour du plaisir, je le veux. – Je la tromperai ; mais une tromperie agréable ne vaut-elle pas mieux qu’une vérité affligeante ? – car jamais je n’aurai le cœur de lui dire que je ne l’aime pas. – La vaine ombre d’amour dont elle se repaît lui paraît si adorable et si chère, elle embrasse ce pâle spectre avec tant d’ivresse et d’effusion que je n’ose le faire évanouir ; cependant j’ai peur qu’elle ne s’aperçoive à la fin que ce n’est après tout qu’un fantôme. Ce matin nous avons eu ensemble un entretien que je vais rapporter sous sa forme dramatique pour plus de fidélité, et qui me fait craindre de ne pouvoir prolonger notre liaison bien longtemps.

 

La scène représente le lit de Rosette. Un rayon de soleil plonge à travers les rideaux : il est dix heures. Rosette a un bras sous mon cou et ne remue pas, de peur de m’éveiller. De temps en temps, elle se soulève un peu sur le coude et penche sa figure sur la mienne en retenant son souffle. Je vois tout cela à travers le grillage de mes cils, car il y a une heure que je ne dors plus. La chemise de Rosette a un tour de gorge de malines toute déchirée : la nuit a été orageuse ; ses cheveux s’échappent confusément de son petit bonnet. Elle est aussi jolie que peut l’être une femme que l’on n’aime point et avec qui l’on est couché.

 

ROSETTE, voyant que je ne dors plus. – Ô le vilain dormeur !

 

Moi, baillant. – Haaa !

 

ROSETTE. – Ne bâillez donc pas comme cela, ou je ne vous embrasserai pas de huit jours.

 

Moi. – Ouf !

 

ROSETTE. – Il paraît, monsieur, que vous ne tenez pas beaucoup à ce que je vous embrasse ?

 

Moi. – Si fait.

 

ROSETTE. – Comme vous dites cela d’une manière dégagée ! – C’est bon ; vous pouvez compter que, d’ici à huit jours, je ne vous toucherai du bout des lèvres. – C’est aujourd’hui mardi : ainsi à mardi prochain.

 

Moi. – Bah !

 

ROSETTE. – Comment Bah !

 

Moi. – Oui, bah ! tu m’embrasseras avant ce soir, ou je meurs.

 

ROSETTE. – Vous mourrez ! Est-il fat ? Je vous ai gâté, monsieur.

 

Moi. – Je vivrai. – Je ne suis pas fat et tu ne m’as pas gâté, au contraire. – D’abord, le demande la suppression du monsieur ; je suis assez de tes connaissances pour que tu m’appelles par mon nom et que tu me tutoies.

 

ROSETTE. – Je t’ai gâté, d’Albert !

 

Moi. – Bien. – Maintenant approche ta bouche.

 

ROSETTE. – Non, mardi prochain.

 

Moi. – Allons donc ! est-ce que nous ne nous caresserons plus maintenant que le calendrier à la main ? nous sommes un peu trop jeunes tous les deux pour cela. – Çà, votre bouche, mon infante, ou je m’en vais attraper un torticolis.

 

ROSETTE. – Point.

 

Moi. – Ah ! vous voulez qu’on vous viole, mignonne ; pardieu ! l’on vous violera. – La chose est faisable, quoique peut-être elle n’ait pas encore été faite.

 

ROSETTE. – Impertinent !

 

Moi. – Remarque, ma toute belle, que je t’ai fait la galanterie d’un peut-être ; c’est fort honnête de ma part. – Mais nous nous éloignons du sujet. Penche ta tête. Voyons : qu’est-ce que cela, ma sultane favorite ? et quelle mine maussade nous avons ! Nous voulons baiser un sourire et non pas une moue.

 

ROSETTE, se baissant pour m’embrasser. – Comment veux-tu que je rie ? tu me dis des choses si dures !

 

Moi. – Mon intention est de t’en dire de fort tendres. – Pourquoi veux-tu que je te dise des choses dures ?

 

ROSETTE. – Je ne sais – ; mais vous m’en dites.

 

Moi. – Tu prends pour des duretés des plaisanteries sans conséquence.

 

ROSETTE. – Sans conséquence ! Vous appelez cela sans conséquence ? tout en a en amour. – Tenez, j’aimerais mieux que vous me battissiez que de rire comme vous faites.

 

Moi – Tu voudrais donc me voir pleurer ?

 

ROSETTE. – Vous allez toujours d’une extrémité à l’autre. On ne vous demande pas de pleurer, mais de parler raisonnablement et de quitter ce petit ton persifleur qui vous va fort mal.

 

Moi. – Il m’est impossible de parler raisonnablement et de ne pas persifler ; alors je vais te battre, puisque c’est dans tes goûts.

 

ROSETTE. – Faites.

 

Moi, lui donnant quelques petites tapes sur les épaules. – J’aimerais mieux me couper la tête moi-même que de me gâter ton adorable corps et de marbrer de bleu la blancheur de ce dos charmant. – Ma déesse, quel que soit le plaisir qu’une femme ait à être battue, en vérité, vous ne le serez point.

 

ROSETTE. – Vous ne m’aimez plus.

 

Moi. – Voici qui ne découle pas très directement de ce qui précède ; cela est à peu près aussi logique que de dire : – Il pleut, donc ne me donnez pas mon parapluie ; ou : Il fait froid, ouvrez la fenêtre.

 

ROSETTE. – Vous ne m’aimez pas, vous ne m’avez jamais aimée.

 

Moi. – Ah ! la chose se complique : vous ne m’aimez plus et vous ne m’avez jamais aimée. Ceci est passablement contradictoire : comment puis-je cesser de faire une chose que je n’ai jamais commencée ? – Tu vois bien, petite reine, que tu ne sais ce que tu dis et que tu es très parfaitement absurde.

 

ROSETTE. – J’avais tant envie d’être aimée de vous que j’ai aidé moi-même à me faire illusion. On croit aisément ce que l’on désire ; mais maintenant je vois bien que je me suis trompée. – Vous vous êtes trompé vous-même ; vous avez pris un goût pour de l’amour, et du désir pour de la passion. – La chose arrive tous les jours. Je ne vous en veux pas : il n’a pas dépendu de vous que vous ne soyez amoureux ; c’est à mon peu de charmes que je dois m’en prendre. J’aurais dû être plus belle, plus enjouée, plus coquette ; j’aurais dû tâcher de monter jusqu’à toi, ô mon poète ! au lieu de vouloir te faire descendre jusqu’à moi : j’ai eu peur de te perdre dans les nuages, et j’ai craint que ta tête ne me dérobât ton cœur. – Je t’ai emprisonné dans mon amour, et j’ai cru, en me donnant à toi tout entière, que tu en garderais quelque chose…

 

Moi. – Rosette, recule-toi un peu ; ta cuisse me brûle, – tu es comme un charbon ardent.

 

ROSETTE. – Si je vous gêne, je vais me lever. – Ah ! cœur de rocher, les gouttes d’eau percent la pierre, et mes larmes ne te peuvent pénétrer. (Elle pleure.)

 

Moi. – Si vous pleurez comme cela, vous allez assurément changer notre lit en baignoire. – Que dis-je, en baignoire ? en océan. – Savez-vous nager, Rosette ?

 

ROSETTE. – Scélérat !

 

Moi. – Allons, voilà que je suis un scélérat ! Vous me flattez, Rosette, je n’ai point cet honneur : je suis un bourgeois débonnaire, hélas ! et je n’ai pas commis le plus petit crime ; j’ai peut-être fait une sottise, qui est de vous avoir aimée éperdument : voilà tout. – Voulez-vous donc à toute force m’en faire repentir ? – Je vous ai aimée, et je vous aime le plus que je peux. Depuis que je suis votre amant, j’ai toujours marché dans votre ombre : je vous ai donné tout mon temps, mes jours et mes nuits. Je n’ai point fait de grandes phrases avec vous, parce que je ne les aime qu’écrites ; mais je vous ai donné mille preuves de ma tendresse. Je ne vous parlerai pas de la fidélité la plus exacte, cela va sans dire ; enfin je suis maigri de sept quarterons depuis que vous êtes ma maîtresse. Que voulez-vous de plus ? Me voilà dans votre lit ; j’y étais hier, j’y serai demain. Est-ce ainsi que l’on se conduit avec les gens que l’on n’aime pas ? Je fais tout ce que tu veux ; tu dis : Allons, je vais ; restons, je reste ; je suis le plus admirable amoureux du monde, ce me semble.

 

ROSETTE. – C’est précisément ce dont je me plains, – le plus parfait amoureux du monde en effet.

 

Moi. – Qu’avez-vous à me reprocher ?

 

ROSETTE. – Rien, et j’aimerais mieux avoir à me plaindre de vous.

 

Moi. – Voici une étrange querelle.

 

ROSETTE. – C’est bien pis. – Vous ne m’aimez pas. – Je n’y puis rien, ni vous non plus. – Que voulez-vous qu’on fasse à cela ? Assurément, je préférerais avoir quelque faute à vous pardonner. – Je vous gronderais, vous vous excuseriez tant bien que mal, et nous nous raccommoderions.

 

Moi. – Ce serait tout bénéfice pour toi. Plus le crime serait grand, plus la réparation serait éclatante.

 

ROSETTE. – Vous savez bien, monsieur, que je ne suis pas encore réduite à employer cette ressource et que si je voulais tout à l’heure, quoique vous ne m’aimiez pas, et que nous nous querellions…

 

Moi. – Oui, je conviens que c’est un pur effet de ta clémence… Veuille donc un peu ; cela vaudrait mieux que de syllogiser à perte de vue comme nous faisons.

 

ROSETTE. – Vous voulez couper court à une conversation qui vous embarrasse ; mais, s’il vous plaît, mon bel ami, nous nous contenterons de parler.

 

Moi. – C’est un régal peu cher. – Je t’assure que tu as tort ; car tu es jolie à ravir, et je sens pour toi des choses…

 

ROSETTE. – Que vous m’exprimerez une autre fois.

 

Moi. – Oh çà, – mon adorable, vous êtes donc une petite tigresse d’Hyrcanie, vous êtes aujourd’hui d’une cruauté non pareille ! – Est-ce que cette démangeaison vous est venue, de vous faire vestale ? – Le caprice serait original.

 

ROSETTE. – Pourquoi pas ? l’on en a vu de plus bizarres ; mais, à coup sûr, je serai vestale pour vous. – Apprenez, monsieur, que je ne me livre qu’aux gens qui m’aiment ou dont je crois être aimée. – Vous n’êtes dans aucun de ces deux cas. – Permettez que je me lève.

 

Moi. – Si tu te lèves, je me lèverai aussi. – Tu auras la peine de te recoucher : voilà tout.

 

ROSETTE. – Laissez-moi !

 

Moi. – Pardieu non !

 

ROSETTE, se débattant. – Oh ! vous me lâcherez !

 

Moi. – J’ose, madame, vous assurer le contraire.

 

ROSETTE, voyant qu’elle n’est pas la plus forte. – Eh bien ! je reste ; vous me serrez le bras d’une force !… Que voulez-vous de moi ?

 

Moi. – Je pense que vous le savez. – Je ne me permettrais pas de dire ce que je me permets de faire ; je respecte trop la décence.

 

ROSETTE, déjà dans l’impossibilité de se défendre. – À condition que tu m’aimeras beaucoup… Je me rends.

 

Moi. – Il est un peu tard pour capituler, lorsque l’ennemi est déjà dans la place.

 

ROSETTE, me jetant les bras autour du cou, à moitié pâmée. – Sans condition… Je m’en remets à ta générosité.

 

Moi. – Tu fais bien.

 

Ici, mon cher ami, je pense qu’il ne serait pas hors de propos de mettre une ligne de points, car le reste de ce dialogue ne se pourrait guère traduire que par des onomatopées.

 

. . . . . . . . . . . . . . . .

 

Le rayon de soleil, depuis le commencement de cette scène, a eu le temps de faire le tour de la chambre. Une odeur de tilleul arrive du jardin, suave et pénétrante. Le temps est le plus beau qui se puisse voir ; le ciel est bleu comme la prunelle d’une Anglaise. Nous nous levons, et, après avoir déjeuné de grand appétit, nous allons faire une longue promenade champêtre. La transparence de l’air, la splendeur de la campagne et l’aspect de cette nature en joie m’ont jeté dans l’âme assez de sentimentalité et de tendresse pour faire convenir Rosette qu’au bout du compte j’avais une manière de cœur tout comme un autre.

 

N’as-tu jamais remarqué comme l’ombre des bois, le murmure des fontaines, le chant des oiseaux, les riantes perspectives, l’odeur du feuillage et des fleurs, tout ce bagage de l’églogue et de la description, dont nous sommes convenus de nous moquer, n’en conserve pas moins sur nous, si dépravés que nous soyons, une puissance occulte à laquelle il est impossible de résister ? Je te confierai, sous le sceau du plus grand secret, que je me suis surpris tout récemment encore dans l’attendrissement le plus provincial à l’endroit du rossignol qui chantait. – C’était dans le jardin de *** ; le ciel, quoiqu’il fit tout à fait nuit, avait une clarté presque égale à celle du plus beau jour ; il était si profond et si transparent que le regard pénétrait aisément jusqu’à Dieu. Il me semblait voir flotter les derniers plis de la robe des anges sur les blanches sinuosités du chemin de saint Jacques. La lune était levée, mais un grand arbre la cachait entièrement ; elle criblait son noir feuillage d’un million de petits trous lumineux, et y attachait plus de paillettes que n’en eut jamais l’éventail d’une marquise. Un silence plein de bruits et de soupirs étouffés se faisait entendre par tout le jardin (ceci ressemble peut-être à du pathos, mais ce n’est pas ma faute) ; quoique je ne visse rien que la lueur bleue de la lune, il me semblait être entouré d’une population de fantômes inconnus et adorés, et je ne me sentais pas seul, bien qu’il n’y eût plus que moi sur la terrasse. – Je ne pensais pas, je ne rêvais pas, j’étais confondu avec la nature qui m’environnait, je me sentais frissonner avec le feuillage, miroiter avec l’eau, reluire avec le rayon, m’épanouir avec la fleur ; je n’étais pas plus moi que l’arbre, l’eau ou la belle-de-nuit. J’étais tout cela, et je ne crois pas qu’il soit possible d’être plus absent de soi-même que je l’étais à cet instant-là. Tout à coup, comme s’il allait arriver quelque chose d’extraordinaire, la feuille s’arrêta au bout de la branche, la goutte d’eau de la fontaine resta suspendue en l’air et n’acheva pas de tomber. Le filet d’argent, parti du bord de la lune, demeura en chemin : mon cœur seul battait avec une telle sonorité qu’il me semblait remplir de bruit tout ce grand espace. – Mon cœur cessa de battre, et il se fit un tel silence que l’on eût entendu pousser l’herbe et prononcer un mot tout bas à deux cents lieues. Alors le rossignol, qui probablement n’attendait que cet instant pour commencer à chanter, fit jaillir de son petit gosier une note tellement aiguë et éclatante que je l’entendis par la poitrine autant que par les oreilles. Le son se répandit subitement dans ce ciel cristallin, vide de bruits, et y fit une atmosphère harmonieuse, où les autres notes qui le suivirent voltigeaient en battant des ailes. – Je comprenais parfaitement ce qu’il disait, comme si j’eusse eu le secret du langage des oiseaux. C’était l’histoire des amours que je n’ai pas eues que chantait ce rossignol. Jamais histoire n’a été plus exacte et plus vraie. Il n’omettait pas le plus petit détail, la plus imperceptible nuance. Il me disait ce que je n’avais pas pu me dire, il m’expliquait ce que je n’avais pu comprendre ; il donnait une voix à ma rêverie, et faisait répondre le fantôme jusqu’alors muet. Je savais que j’étais aimé, et la roulade la plus langoureusement filée m’apprenait que je serais heureux bientôt. Il me semblait voir à travers les trilles de son chant et sous la pluie de notes s’étendre vers moi, dans un rayon de lune, les bras blancs de ma bien-aimée. Elle s’élevait lentement avec le parfum du cœur d’une large rose à cent feuilles. – Je n’essayerai pas de te décrire sa beauté. Il est des choses auxquelles les mots se refusent. Comment dire l’indicible ? comment peindre ce qui n’a ni forme ni couleur ? comment noter une voix sans timbre et sans paroles ?

 

– Jamais je n’ai eu tant d’amour dans le cœur ; j’aurais pressé la nature sur mon sein, je serrais le vide entre mes bras comme si je les eusse refermés sur une taille de vierge ; je donnais des baisers à l’air qui passait sur mes lèvres ; je nageais dans les effluves qui sortaient de mon corps rayonnant. Ah ! si Rosette se fût trouvée là ! quel adorable galimatias je lui eusse débité ! Mais les femmes ne savent jamais arriver à propos. – Le rossignol cessa de chanter ; la lune, qui n’en pouvait plus de sommeil, tira sur ses yeux son bonnet de nuages, et moi je quittai le jardin ; car le froid de la nuit commençait à me gagner.

 

Comme j’avais froid, je pensai tout naturellement que j’aurais plus chaud dans le lit de Rosette que dans le mien, et je fus couché avec elle. – J’entrai avec mon passe-partout, car tout le monde dormait dans la maison. – Rosette elle-même était endormie et j’eus la satisfaction de voir que c’était sur un volume, non coupé, de mes dernières poésies. Elle avait deux bras au-dessus de la tête, la bouche souriante et entrouverte, une jambe étendue et l’autre un peu repliée, dans une pose pleine de grâce et d’abandon ; elle était si bien ainsi que je sentis un regret mortel de n’en pas être plus amoureux.

 

En la regardant, je songeai à cela, que j’étais aussi stupide qu’une autruche. J’avais ce que je désirais depuis si longtemps, une maîtresse à moi comme mon cheval et mon épée, jeune, jolie, amoureuse et spirituelle ; – sans mère à grands principes, sans père décoré, sans tante revêche, sans frère spadassin, avec cet agrément ineffable d’un mari dûment scellé et cloué dans un beau cercueil de chêne doublé de plomb, le tout recouvert d’un gros quartier de pierre de taille, ce qui n’est pas à dédaigner ; car, après tout, c’est un mince divertissement que d’être appréhendé au milieu d’un spasme voluptueux, et d’aller compléter sa sensation sur le pavé après avoir décrit un arc de 40 à 45 degrés, selon l’étage où l’on se trouve ; – une maîtresse libre comme l’air des montagnes, et assez riche pour entrer dans les raffinements et les élégances les plus exquises, n’ayant d’ailleurs aucune espèce d’idée morale, ne vous parlant jamais de sa vertu tout en essayant une nouvelle posture, ni de sa réputation non plus que si elle n’en avait jamais eu, ne voyant intimement aucune femme, et les méprisant toutes presque autant que si elle était un homme, faisant fort peu de cas du platonisme et ne s’en cachant point, et toutefois mettant toujours le cœur de la partie ; – une femme qui, si elle avait été posée dans une autre sphère, serait indubitablement devenue la plus admirable courtisane du monde, et aurait fait pâlir la gloire des Aspasies et des Impérias !

 

Or, cette femme ainsi faite était à moi. – J’en faisais ce que je voulais ; j’avais la clef de sa chambre et de son tiroir ; je décachetais ses lettres ; je lui avais ôté son nom et je lui en avais donné un autre. C’était ma chose, ma propriété. Sa jeunesse, sa beauté, son amour, tout cela m’appartenait, j’en usais, j’en abusais. Je la faisais coucher dans le jour et se lever la nuit, si la fantaisie m’en prenait, et elle obéissait simplement et sans avoir l’air de me faire un sacrifice, et sans prendre de petits airs de victime résignée. – Elle était attentive, caressante, et, chose monstrueuse, exactement fidèle ; – c’est-à-dire que si, il y a six mois, au temps où je me dolentais de ne pas avoir de maîtresse, on m’avait fait entrevoir, même lointainement, un pareil bonheur, j’en serais devenu fou de joie, et j’eusse envoyé mon chapeau cogner le ciel en signe de réjouissance. Eh bien ! maintenant que je l’ai, ce bonheur me laisse froid ; je le sens à peine, je ne le sens pas, et la situation où je suis prend si peu sur moi que je doute souvent que j’en aie changé. – Je quitterais Rosette, j’en ai la conviction intime, qu’au bout d’un mois, peut-être de moins, je l’aurais si parfaitement et si soigneusement oubliée que je ne saurais plus si je l’ai connue ou non ! En fera-t-elle autant de son côté ? – Je crois que non.

 

Je réfléchissais donc à toutes ces choses, et, par une espèce de sentiment de repentir, je déposai sur le front de la belle dormeuse le baiser le plus chaste et le plus mélancolique que jamais jeune homme ait donné à une jeune femme, sur le coup de minuit. – Elle fit un petit mouvement ; le sourire de sa bouche se prononça un peu plus, mais elle ne se réveilla pas. – Je me déshabillai lentement, et, me glissant sous les couvertures, je m’étendis tout au long d’elle comme une couleuvre. – La fraîcheur de mon corps la surprit ; elle ouvrit ses yeux et, sans me parler, elle colla sa bouche à ma bouche, et s’entortilla si bien autour de moi que je fus réchauffé en moins de rien. Tout le lyrisme de la soirée se tourna en prose, mais en prose poétique du moins. – Cette nuit est une des plus belles nuits blanches que j’aie passées : je ne puis plus en espérer de pareilles.

 

Nous avons encore des moments agréables, mais il faut qu’ils aient été amenés et préparés par quelque circonstance extérieure comme celle-ci, et dans les commencements, je n’avais pas besoin de m’être monté l’imagination en regardant la lune et en écoutant chanter le rossignol pour avoir tout le plaisir qu’on peut avoir quand on n’est pas réellement amoureux. Il n’y a pas encore de fils cassés dans notre trame, mais il y a çà et là des nœuds, et la chaîne n’est pas à beaucoup près aussi unie.

 

Rosette, qui est encore amoureuse, fait ce qu’elle peut pour parer à tous ces inconvénients. Malheureusement il y a deux choses au monde qui ne se peuvent commander : l’amour et l’ennui. – Je fais de mon côté des efforts surhumains pour vaincre cette somnolence qui me gagne malgré moi, et, comme ces provinciaux qui s’endorment à dix heures dans les salons des villes, je tiens mes yeux le plus écarquillés possible, et je relève mes paupières avec mes doigts ! – rien n’y fait, et je prends un laisser-aller conjugal on ne peut plus déplaisant.

 

La chère enfant, qui s’est bien trouvée l’autre jour du système champêtre, m’a emmené hier à la campagne.

 

Il ne serait peut-être pas hors de propos que je te fisse une petite description de la susdite campagne, qui est assez jolie ; cela égayerait un peu toute cette métaphysique, et d’ailleurs il faut bien un fond pour les personnages, et les figures ne peuvent pas se détacher sur le vide ou sur cette teinte brune et vague dont les peintres remplissent le champ de leur toile.

 

Les abords en sont très pittoresques. – On arrive, par une grande route bordée de vieux arbres, à une étoile dont le milieu est marqué par un obélisque de pierre surmonté d’une boule de cuivre doré : cinq chemins font les pointes ; – puis le terrain se creuse tout à coup. – La route plonge dans une vallée assez étroite, dont le fond est occupé par une petite rivière qu’elle enjambe par un pont d’une seule arche, puis remonte à grands pas par le revers opposé, où est assis le village dont on voit poindre le clocher d’ardoises entre les toits de chaume et les têtes rondes des pommiers. – L’horizon n’est pas très vaste, car il est borné, des deux côtés, par la crête du coteau, mais il est riant, et repose l’œil. – À côté du pont, il y a un moulin et une fabrique en pierres rouges en forme de tour ; des aboiements presque perpétuels, quelques braques et quelques jeunes bassets à jambes torses qui se chauffent au soleil devant la porte vous apprendraient que c’est là que demeure le garde-chasse, si les buses et les fouines, clouées aux volets, pouvaient vous laisser un moment dans l’incertitude. – À cet endroit commence une avenue de sorbiers dont les fruits écarlates attirent des nuées d’oiseaux ; comme on n’y passe pas fort souvent, il n’y a au milieu qu’une bande de couleur blanche ; tout le reste est recouvert d’une mousse courte et fine, et, dans la double ornière tracée par les roues des voitures, bourdonnent et sautillent de petites grenouilles vertes comme des chrysoprases. – Après avoir cheminé quelque temps, on se trouve devant une grille en fer qui a été dorée et peinte, et dont les côtés sont garnis d’artichauts et de chevaux de frise. Puis le chemin se dirige vers le château, que l’on ne voit pas encore, car il est enfoui dans la verdure comme un nid d’oiseau, sans trop se presser toutefois et se détournant assez souvent pour aller visiter un ruisseau et une fontaine, un kiosque élégant ou un beau point de vue, passant et repassant la rivière sur des ponts chinois ou rustiques. – L’inégalité du terrain et les batardeaux élevés pour le service du moulin font qu’en plusieurs endroits la rivière a des chutes de quatre à cinq pieds de hauteur, et rien n’est plus agréable que d’entendre gazouiller toutes ces cascatelles à côté de soi, le plus souvent sans les voir, car les osiers et les sureaux qui bordent le rivage y forment un rideau presque impénétrable ; mais toute cette portion du parc n’est en quelque sorte que l’antichambre de l’autre partie : une grande route qui passe au travers de cette propriété la coupe malheureusement en deux, inconvénient auquel on a remédié d’une manière fort ingénieuse. Deux grands murs crénelés, remplis de barbacanes et de meurtrières imitant une forteresse ruinée, se dressent de chaque côté de la route ; une tour où s’accrochent des lierres gigantesques, et qui est du côté du château, laisse tomber sur le bastion opposé un véritable pont-levis avec des chaînes de fer qu’on baisse tous les matins. – On passe par une belle arcade ogive dans l’intérieur du donjon, et de là dans la seconde enceinte, où les arbres, qui n’ont pas été coupés depuis plus d’un siècle, sont d’une hauteur extraordinaire, avec des troncs noueux emmaillotés de plantes parasites, et les plus beaux et les plus singuliers que j’aie jamais vus. Quelques-uns n’ont de feuilles qu’au sommet, et se terminent en larges ombrelles ; d’autres s’effilent en panaches : – d’autres, au contraire, ont près de leur tige une large touffe, d’où le tronc dépouillé s’élance vers le ciel comme un second arbre planté dans le premier ; on dirait des plans de devant d’un paysage composé ou des coulisses d’une décoration de théâtre, tellement ils sont d’une difformité curieuse ; – des lierres, qui vont de l’un à l’autre et les embrassent à les étouffer, mêlent leurs cœurs noirs aux feuilles vertes, et semblent en être l’ombre. – Rien au monde n’est plus pittoresque. – La rivière s’élargit, à cet endroit, de manière à former un petit lac, et le peu de profondeur permet de distinguer, sous la transparence de l’eau, les belles plantes aquatiques qui en tapissent le lit. Ce sont des nymphéas et des lotus qui nagent nonchalamment dans le plus pur cristal avec les reflets des nuées et des saules pleureurs qui se penchent sur la rive : le château est de l’autre côté, et ce petit batelet peint de vert pomme et de rouge vif vous évitera de faire un assez long détour pour aller chercher le pont. – C’est un assemblage de bâtiments construits à différentes époques, avec des pignons inégaux et une foule de petits clochetons. Ce pavillon est en brique avec des coins de pierre ; ce corps de logis est d’un ordre rustique, plein de bossages et de vermiculages. Cet autre pavillon est tout moderne ; il a un toit plat à l’italienne avec des vases et une balustrade de tuiles et un vestibule de coutil en forme de tente : les fenêtres sont toutes de grandeurs différentes, et ne se correspondent pas ; il y en a de toutes les façons : on y trouve jusqu’au trèfle et à l’ogive, car la chapelle est gothique. Certaines portions sont treillissées, comme les maisons chinoises, de treillis peints de différentes couleurs, où grimpent des chèvrefeuilles, des jasmins, des capucines et de la vigne vierge dont les brindilles entrent familièrement dans les chambres, et semblent vous tendre la main en vous disant bonjour.

 

Malgré ce manque de régularité, ou plutôt à cause de ce manque de régularité, l’aspect de l’édifice est charmant : au moins, l’on n’a pas tout vu d’un seul coup ; il y a de quoi choisir, et l’on s’avise toujours de quelque chose dont on ne s’était pas aperçu. Cette habitation que je ne connaissais pas, car elle est à une vingtaine de lieues, me plut tout d’abord, et je sus à Rosette le plus grand gré d’avoir eu cette idée triomphante de choisir un pareil nid à nos amours.

 

Nous y arrivâmes à la tombée du jour ; et, comme nous étions las, après avoir soupé de grand appétit, nous n’eûmes rien de plus pressé que de nous aller coucher (séparément bien entendu), car nous avions l’intention de dormir sérieusement.

 

Je faisais je ne sais quel rêve couleur de rose, plein de fleurs, de parfums et d’oiseaux, quand je sentis une tiède haleine effleurer mon front, et un baiser y descendre en palpitant des ailes. Un mignard clappement de lèvres et une douce moiteur à la place effleurée me firent juger que je ne rêvais pas : j’ouvris les yeux, et la première chose que j’aperçus, ce fut le cou frais et blanc de Rosette qui se penchait sur le lit pour m’embrasser. – Je lui jetai les bras autour de la taille, et lui rendis son baiser plus amoureusement que je ne l’avais fait depuis longtemps.

 

Elle s’en fut tirer le rideau et ouvrir la fenêtre, puis revint s’asseoir sur le bord de mon lit, tenant ma main entre les deux siennes et jouant avec mes bagues. – Son habillement était de la simplicité la plus coquette. – Elle était sans corset, sans jupon, et n’avait absolument sur elle qu’un grand peignoir de batiste blanc comme le lait, fort ample et largement plissé ; ses cheveux étaient relevés sur le haut de sa tête avec une petite rose blanche de l’espèce de celles qui n’ont que trois ou quatre feuilles ; ses pieds d’ivoire louaient dans des pantoufles de tapisserie de couleurs éclatantes et bigarrées, mignonnes au possible, quoiqu’elles fussent encore trop grandes, et sans quartier comme celles des jeunes Romaines. – Je regrettai, en la voyant ainsi, d’être son amant et de n’avoir pas à le devenir.

 

Le rêve que je faisais au moment où elle est venue m’éveiller d’une aussi agréable manière n’était pas fort éloigné de la réalité. – Ma chambre donnait sur le petit lac que j’ai décrit tout à l’heure. – Un jasmin encadrait la fenêtre, et secouait ses étoiles en pluie d’argent sur mon parquet : de larges fleurs étrangères balançaient leurs urnes sous mon balcon comme pour m’encenser ; une odeur suave et indécise, formée de mille parfums différents, pénétrait jusqu’à mon lit, d’où je voyais l’eau miroiter et s’écailler en millions de paillettes ; les oiseaux jargonnaient, gazouillaient, pépiaient et sifflaient : – c’était un bruit harmonieux et confus comme le bourdonnement d’une fête. – En face, sur un coteau éclairé par le soleil, se déployait une pelouse d’un vert doré, où paissaient, sous la conduite d’un petit garçon, quelques grands bœufs dispersés çà et là. – Tout en haut et plus dans le lointain, on apercevait d’immenses carrés de bois d’un vert plus noir, d’où montait, en se contournant en spirales, la bleuâtre fumée des charbonnières.

 

Tout, dans ce tableau, était calme, frais et souriant, et, où que je portasse les yeux, je ne voyais rien que de beau et de jeune. Ma chambre était tendue de Perse avec des nattes sur le parquet, des pots bleus du Japon aux ventres arrondis et aux cols effilés, tout pleins de fleurs singulières, artistement arrangés sur les étagères et sur la cheminée de marbre turquin aussi remplie de fleurs ; des dessus de portes, représentant des scènes de nature champêtre ou pastorale d’une couleur gaie et d’un dessin mignard, des sofas et des divans à toutes les encoignures ; – puis une belle et jeune femme tout en blanc, dont la chair rasait délicatement la robe transparente aux endroits où elle la touchait : on ne pouvait rien imaginer de mieux entendu pour le plaisir de l’âme, ainsi que pour celui des yeux.

 

Aussi mon regard satisfait et nonchalant allait, avec un plaisir égal, d’un magnifique pot tout semé de dragons et de mandarins à la pantoufle de Rosette, et de là au coin de son épaule qui luisait sous la batiste ; il se suspendait aux tremblantes étoiles du jasmin et aux blonds cheveux des saules du rivage, passait l’eau et se promenait sur la colline, et puis revenait dans la chambre se fixer aux nœuds couleur de rose du long corset de quelque bergère.

 

À travers les déchiquetures du feuillage, le ciel ouvrait des milliers d’yeux bleus ; l’eau gazouillait tout doucement, et moi, je me laissais faire à toute cette joie, plongé dans une extase tranquille, ne parlant pas, et ma main toujours entre les deux petites mains de Rosette.

 

On a beau faire : le bonheur est blanc et rose ; on ne peut guère le représenter autrement. Les couleurs tendres lui reviennent de droit. – Il n’a sur sa palette que du vert d’eau, du bleu de ciel et du jaune paille : ses tableaux sont tout dans le clair comme ceux des peintres chinois. – Des fleurs, de la lumière, des parfums, une peau soyeuse et douce qui touche la vôtre, une harmonie voilée et qui vient on ne sait d’où, on est parfaitement heureux avec cela ; il n’y a pas moyen d’être heureux différemment. Moi-même, qui ai le commun en horreur, qui ne rêve qu’aventures étranges, passions fortes, extases délirantes, situations bizarres et difficiles, il faut que je sois tout bêtement heureux de cette manière-là, et, quoi que j’aie fait, je n’ai pu en trouver d’autre.

 

Je te prie de croire que je ne faisais aucune de ces réflexions ; c’est après coup et en t’écrivant qu’elles me sont venues ; à cet instant-là, je n’étais occupé qu’à jouir, – la seule occupation d’un homme raisonnable.

 

Je ne te décrirai pas la vie que nous menons ici, elle est facile à imaginer. Ce sont des promenades dans les grands bois, des violettes et des fraises, des baisers et de petites fleurs bleues, des goûters sur l’herbe, des lectures et des livres oubliés sous les arbres ; – des parties sur l’eau avec un bout d’écharpe ou une main blanche qui trempe au courant, de longues chansons et de longs rires redits par l’écho de la rive ; – la vie la plus arcadique qu’il se puisse imaginer !

 

Rosette me comble de caresses et de prévenances ; elle, plus roucoulante qu’une colombe au mois de mai, elle se roule autour de moi et m’entoure de ses replis ; elle tâche que je n’aie d’autre atmosphère que son souffle et d’autre horizon que ses yeux ; elle fait mon blocus très exactement et ne laisse rien entrer ni sortir sans permission ; elle s’est bâti un petit corps de garde à côté de mon cœur, d’où elle le surveille nuit et jour. – Elle me dit des choses ravissantes ; elle me fait des madrigaux fort galants ; elle s’assoit à mes genoux et se conduit tout à fait devant moi comme une humble esclave devant son seigneur et maître : ce qui me convient assez, car j’aime ces petites façons soumises et j’ai de la pente au despotisme oriental. – Elle ne fait pas la plus petite chose sans prendre mon avis, et semble avoir fait abnégation complète de sa fantaisie et de sa volonté ; elle cherche à deviner ma pensée et à la prévenir ; – elle est assommante d’esprit, de tendresse et de complaisance ; elle est d’une perfection à jeter par les fenêtres. – Comment diable pourrai-je quitter une femme aussi adorable sans avoir l’air d’un monstre ? – Il y a de quoi décréditer mon cœur à tout jamais.

 

Oh ! que je souhaiterais la prendre en faute, lui trouver un tort ! comme j’attends avec impatience une occasion de dispute ! mais il n’y a pas de danger que la scélérate me la fournisse ! Quand, pour amener une altercation, je lui parle brusquement et d’un ton dur, elle me répond des choses si douces, avec une voix si argentine, des yeux si trempés, d’un air si triste et si amoureux que je me fais à moi-même l’effet d’un plus que tigre ou tout au moins d’un crocodile, et que, tout en enrageant, je suis forcé de lui demander pardon.

 

À la lettre, elle m’assassine d’amour ; elle me donne la question, et chaque jour elle resserre d’un cran les ais entre lesquels je suis pris. – Elle veut probablement m’amener à lui dire que je la déteste, qu’elle m’ennuie à la mort, et que, si elle ne me laisse en repos, je lui couperai la figure à coups de cravache. – Pardieu ! elle y arrivera, et, si elle continue à être aussi aimable, ce sera avant peu, ou le diable m’emportera.

 

Malgré toutes ces belles apparences, Rosette est soûle de moi comme je suis soûl d’elle ; mais, comme elle a fait d’éclatantes folies pour moi, elle ne veut pas se donner aux yeux de l’honnête corporation des femmes sensibles le tort d’une rupture. – Toute grande passion a la prétention d’être éternelle, et il est fort commode de se donner les bénéfices de cette éternité sans en supporter les inconvénients. – Rosette raisonne ainsi : Voici un jeune homme qui n’a plus qu’un reste de goût pour moi, et, comme il est assez naïf et débonnaire, il n’ose pas le témoigner ouvertement, et ne sait de quel bois faire flèche ; il est évident que je l’ennuie, mais il crèvera plutôt à la peine que de prendre sur lui de me quitter. Comme c’est une manière de poète, il a la tête pleine de belles phrases sur l’amour et la passion, il se croit obligé, en conscience, d’être un Tristan ou un Amadis. – Or, comme rien au monde n’est plus insupportable que les caresses d’une personne que l’on commence à n’aimer plus (et n’aimer plus une femme, c’est la haïr violemment), je m’en vais les lui prodiguer de manière à l’indigestionner, et, de toutes les façons, il faudra qu’il m’envoie à tous les diables ou qu’il se remette à m’aimer comme au premier jour, ce qu’il se gardera soigneusement de faire.

 

Rien n’est mieux imaginé. – N’est-il pas charmant de faire l’Ariane délaissée ? – L’on vous plaint, l’on vous admire, l’on n’a pas assez d’imprécations pour l’infâme qui a eu la monstruosité d’abandonner une créature aussi adorable ; on prend des airs résignés et douloureux, on se met la main sous le menton et le coude sur le genou, de façon à faire ressortir les jolies veines bleues de son poignet. On porte des cheveux plus éplorés, et l’on met, pendant quelque temps, des robes d’une couleur plus sombre. On évite de prononcer le nom de l’ingrat, mais on y fait des allusions détournées, tout en poussant de petits soupirs admirablement modulés.

 

Une femme si bonne, si belle, si passionnée, qui a fait de si grands sacrifices, à qui l’on n’a pas à reprocher la moindre chose, un vase d’élection, une perle d’amour, un miroir sans taches, une goutte de lait, une rose blanche, une essence idéale à parfumer une vie ; – une femme qu’on aurait dû adorer à genoux, et qu’il faudra couper en petits morceaux, après sa mort, afin d’en faire des reliques : la laisser là iniquement, frauduleusement, scélératement ! Mais un corsaire ne ferait pas pis ! Lui donner le coup de la mort ! – car elle en mourra assurément. – Il faut avoir un pavé dans le ventre, au lieu du cœur, pour se conduire de la sorte.

 

Ô hommes ! hommes !

 

Je me dis cela ; mais peut-être n’est-ce pas vrai.

 

Si grandes comédiennes que soient naturellement les femmes, j’ai peine à croire qu’elles le soient à ce point-là ; et, au bout du compte, toutes les démonstrations de Rosette ne sont-elles que l’expression exacte de ses sentiments pour moi ? – Quoi qu’il en soit, la continuation du tête-à-tête n’est plus possible, et la belle châtelaine vient d’envoyer enfin des invitations à ses connaissances du voisinage. Nous sommes occupés à faire des préparatifs pour recevoir ces dignes provinciaux et provinciales. – Adieu, cher.

Chapitre 5

 

Je m’étais trompé. – Mon mauvais cœur, incapable d’amour, s’était donné cette raison pour se délivrer du poids d’une reconnaissance qu’il ne veut pas supporter ; j’avais saisi avec joie cette idée pour m’excuser devant moi-même ; je m’y étais attaché, mais rien au monde n’est plus faux. Rosette ne jouait pas de rôle, et si jamais femme fut vraie, c’est elle. – Eh bien ! je lui en veux presque de la sincérité de sa passion qui est un lien de plus et qui rend une rupture plus difficile ou moins excusable ; je la préférerais fausse et volage. – Quelle singulière position que celle-là ! – On voudrait s’en aller, et l’on reste ; on voudrait dire : Je te hais, et l’on dit : Je t’aime ; – votre passé vous pousse en avant et vous empêche de vous retourner ou de vous arrêter. – L’on est fidèle avec des regrets de l’être. Je ne sais quelle espèce de honte vous empêche de vous livrer tout à fait à d’autres connaissances et vous fait entrer en composition avec vous-même. On donne à l’un tout ce que l’on peut dérober à l’autre en sauvant les apparences ; le temps et les occasions de se voir qui se présentaient autrefois si naturellement ne se trouvent plus aujourd’hui que difficilement. – L’on commence à se souvenir que l’on a des affaires qui sont d’importance. – Cette situation pleine de tiraillements est des plus pénibles, mais elle ne l’est pas encore autant que celle où je me trouve. – Quand c’est une nouvelle amitié qui vous enlève à l’ancienne, il est plus facile de se dégager. – L’espérance vous sourit doucement du seuil de la maison qui renferme vos jeunes amours. – Une illusion plus blonde et plus rosée voltige avec ses blanches ailes sur le tombeau, à peine fermé, de sa sœur qui vient de mourir ; une autre fleur plus épanouie et plus embaumée, où tremble une larme céleste, a poussé subitement du milieu des calices flétris du vieux bouquet ; de belles perspectives azurées s’ouvrent devant vous ; des allées de charmilles discrètes et humides se prolongent jusqu’à l’horizon ; ce sont des jardins avec quelques pâles statues ou quelque banc adossé à un mur tapissé de lierre, des pelouses étoilées de marguerites, des balcons étroits où l’on va s’accouder et regarder la lune, des ombrages coupés de lueurs furtives, – des salons avec des jours étouffés sous d’amples rideaux ; toutes ces obscurités et cet isolement que recherche l’amour qui n’ose se produire. C’est comme une nouvelle jeunesse qui vous vient. L’on a en outre le changement de lieux, d’habitudes et de personnes ; l’on sent bien une espèce de remords ; mais le désir qui voltige et bourdonne autour de votre tête, comme une abeille du printemps, vous empêche d’en entendre la voix ; le vide de votre cœur est comblé, et vos souvenirs s’effacent sous les impressions. Mais ici ce n’est pas la même chose : je n’aime personne, et ce n’est que par lassitude et par ennui plutôt de moi que d’elle que je voudrais pouvoir rompre avec Rosette.

 

Mes anciennes idées, qui s’étaient un peu assoupies, se réveillent plus folles que jamais. – Je suis, comme autrefois, tourmenté du désir d’avoir une maîtresse, et, comme autrefois, dans les bras mêmes de Rosette, je doute si j’en ai jamais eu. – Je revois la belle dame à sa fenêtre, dans son parc du temps de Louis XIII, et la chasseresse, sur son cheval blanc, traverse au galop l’avenue de la forêt. – Ma beauté idéale me sourit du haut de son hamac de nuages, je crois reconnaître sa voix dans le chant des oiseaux, dans le murmure des feuillages ; il me semble qu’on m’appelle de tous les côtés, et que les filles de l’air m’effleurent le visage avec la frange de leurs écharpes invisibles. Comme au temps de mes agitations, je me figure que, si je partais en poste sur-le-champ et que j’allasse quelque part, très loin et très vite, j’arriverais dans quelque endroit où il se fait des choses qui me regardent et où mes destinées se décident. – Je me sens impatiemment attendu dans un coin de la terre, je ne sais lequel. Une âme souffrante m’appelle ardemment et me rêve qui ne peut venir à moi ; c’est la raison de mes inquiétudes et ce qui m’empêche de pouvoir rester en place ; je suis attiré violemment hors de mon centre. – Ma nature n’est pas une de celles où les autres aboutissent, une de ces étoiles fixes autour desquelles gravitent les autres lueurs ; il faut que j’erre à travers les champs du ciel, comme un météore déréglé, jusqu’à ce que j’aie fait la rencontre de la planète dont je dois être le satellite, le Saturne à qui je dois mettre mon anneau. Oh ! quand donc se fera cet hymen ? Jusque-là je ne peux pas espérer de repos ni d’assiette, et je serai comme l’aiguille éperdue et vacillante d’une boussole qui cherche son pôle.

 

Je me suis laissé prendre l’aile à cette glu perfide, espérant n’y laisser qu’une plume et croyant pouvoir m’envoler quand bon me semblerait : rien n’est plus difficile ; je me trouve couvert d’un filet imperceptible, plus malaisé à rompre que celui forgé par Vulcain, et le tissu des mailles est si fin et si serré qu’il n’y a point jour à se pouvoir échapper. Le filet, du reste, est large, et l’on peut se remuer dedans avec une apparence de liberté ; il ne se fait guère sentir que lorsqu’on essaye à le rompre ; mais alors il résiste et se fait solide comme une muraille d’airain.

 

Que de temps j’ai perdu, ô mon idéal ! sans faire le moindre effort pour te réaliser ! Comme je me suis laissé aller lâchement à cette volupté d’une nuit ! et combien je mérite peu de te rencontrer !

 

Quelquefois je songe à former une autre liaison ; mais je n’ai personne en vue : – plus souvent je me propose, si je parviens à rompre, de ne me jamais rengager en de tels liens, et pourtant rien ne justifie cette résolution : car cette affaire a été en apparence fort heureuse, et je n’ai pas le moins du monde à me plaindre de Rosette. – Elle a toujours été bonne pour moi, et s’est conduite on ne peut mieux ; elle m’a été d’une fidélité exemplaire, et n’a pas même donné jour au soupçon : la jalousie la plus éveillée et la plus inquiète n’aurait rien trouvé à dire sur son compte, et aurait été obligée de s’endormir. – Un jaloux n’aurait pu l’être que des choses passées ; il est vrai qu’alors il aurait eu de quoi l’être largement. Mais c’est une délicatesse heureusement assez rare qu’une jalousie de cette sorte, et il a bien assez du présent sans aller fouiller en arrière sous les décombres des vieilles passions pour en extraire des fioles de poison et des calices de fiel. – Quelles femmes pourrait-on aimer, si l’on pensait à tout cela ? – On sait bien confusément qu’une femme a eu plusieurs amants avant vous ; mais on se dit, tant l’orgueil de l’homme a de retours et de replis tortueux ! que l’on est le premier qu’elle ait véritablement aimé, et que c’est par un concours de circonstances fatales qu’elle s’est trouvée liée à des gens indignes d’elle, ou bien que c’était un vague désir d’un cœur qui cherchait à se satisfaire, et qui changeait parce qu’il n’avait pas rencontré.

 

Peut-être ne peut-on aimer réellement qu’une vierge, – vierge de corps et d’esprit, – un frêle bouton qui n’ait encore été caressé d’aucun zéphyr et dont le sein fermé n’ait reçu ni la goutte de pluie ni la perle de rosée, une chaste fleur qui ne déploie sa blanche robe que pour vous seul, un beau lis à l’urne d’argent où ne se soit abreuvé aucun désir, et qui n’ait été doré que par votre soleil, balancé que par votre souffle, arrosé que par votre main. – Le rayonnement du midi ne vaut pas les divines pâleurs de l’aube, et toute l’ardeur d’une âme éprouvée et qui sait la vie le cède aux célestes ignorances d’un jeune cœur qui s’éveille à l’amour. – Ah ! quelle pensée amère et honteuse que celle qu’on essuie les baisers d’un autre, qu’il n’y a peut-être pas une seule place sur ce front, sur ces lèvres, sur cette gorge, sur ces épaules, sur tout ce corps qui est à vous maintenant, qui n’ait été rougie et marquée par des lèvres étrangères ; que ces murmures divins qui viennent au secours de la langue qui n’a plus de mots ont déjà été entendus ; que ces sens si émus n’ont pas appris de vous leur extase et leur délire, et que tout là-bas, bien loin, bien à l’écart dans un de ces recoins de l’âme où l’on ne va jamais, veille un souvenir inexorable qui compare les plaisirs d’autrefois aux plaisirs d’aujourd’hui !

 

Quoique ma nonchalance naturelle me porte à préférer les grands chemins aux sentiers non frayés et l’abreuvoir public à la source de la montagne, il faudra absolument que je tâche d’aimer quelque virginale créature aussi candide que la neige, aussi tremblante que la sensitive, qui ne sache que rougir et baisser les yeux : peut-être, sous ce flot limpide où nul plongeur n’est encore descendu, pêcherai-je une perle de la plus belle eau et digne de faire le pendant de celle de Cléopâtre ; mais, pour cela, il faudrait dénouer le lien qui m’attache à Rosette, car ce n’est pas probablement avec elle que je réaliserai cette envie, et en vérité je ne m’en sens pas la force.

 

Et puis, s’il faut l’avouer, il y a au fond de moi un motif sourd et honteux qui n’ose se produire au grand jour, et qu’il faut pourtant bien que je te dise, puisque je t’ai promis de ne rien cacher, et que, pour qu’une confession soit méritoire, il faut qu’elle soit complète ; – ce motif est pour beaucoup dans toutes ces incertitudes. – Si je romps avec Rosette, il se passera nécessairement quelque temps avant qu’elle ne soit remplacée, si facile que soit le genre de femme où je lui chercherai un successeur, et j’ai pris avec elle une habitude de plaisir qu’il me sera pénible de suspendre. Il est vrai que l’on a la ressource des courtisanes ; – je les aimais assez autrefois, et je ne m’en faisais point faute en pareille occurrence ; – mais aujourd’hui elles me dégoûtent horriblement, et me donnent la nausée. – Ainsi, il n’y faut pas penser, je suis tellement amolli par la volupté, le poison s’est insinué si profondément dans mes os que je ne puis supporter l’idée d’être un ou deux mois sans femme. – Voilà de l’égoïsme, et du plus sale ; mais je crois que, s’ils voulaient être francs, les plus vertueux pourraient confesser des choses assez analogues.

 

C’est par là que je suis le plus fortement englué, et, n’était cette raison, il y aurait longtemps que Rosette et moi nous serions brouillés sans retour. Et puis, en vérité, c’est une chose si mortellement ennuyeuse que de faire la cour à une femme que je ne m’en sens pas le cœur. Recommencer à dire toutes les sottises charmantes que j’ai déjà dites tant de fois, refaire l’adorable, écrire des billets et y répondre ; reconduire des beautés, le soir, à deux lieues de chez soi ; attraper du froid aux pieds et des rhumes devant la fenêtre en épiant une ombre chérie ; calculer sur un sofa combien de tissus superposés vous séparent de votre déesse ; porter des bouquets et courir les bals pour arriver où j’en suis, c’est bien la peine ! – Autant vaut rester dans son ornière. En sortir pour retomber dans une autre exactement pareille, après s’être beaucoup agité et donné bien du mal, – à quoi bon ? Si j’étais amoureux, la chose irait d’elle-même, et tout cela me paraîtrait ravissant ; mais je ne le suis point, quoique j’aie la plus forte envie de l’être ; car, après tout, il n’y a que l’amour au monde ; et, si le plaisir qui n’en est que l’ombre a tant d’amorces pour nous, que doit donc être la réalité ? Dans quel flot d’ineffables extases, dans quels lacs de pures délices doivent nager ceux qu’il a atteints au cœur d’une de ses flèches à pointe d’or, et qui brûlent des aimables ardeurs d’une flamme mutuelle !

 

J’éprouve à côté de Rosette ce calme plat et cette espèce de bien-être paresseux qui résulte de la satisfaction des sens, mais rien de plus ; et ce n’est pas assez. Souvent cet engourdissement voluptueux tourne en torpeur, et cette tranquillité en ennui ; je tombe alors en des distractions sans objet et en je ne sais quelles fades rêvasseries qui me fatiguent et m’excèdent, – c’est un état dont il faut que je sorte à tout prix.

 

Oh ! si je pouvais être comme certains de mes amis qui baisent un vieux gant avec ivresses qui se trouvent tout heureux d’un serrement de main, qui ne changeraient pas contre l’écrin d’une sultane quelques méchantes fleurs à demi séchées par la sueur du bal, qui couvrent de larmes et cousent dans leur chemise, à l’endroit de leur cœur, un billet écrit en pauvre style, et stupide à le croire copié du Parfait Secrétaire, qui adorent des femmes avec de gros pieds, et qui s’en excusent sur ce qu’elles ont l’âme belle ! Si je pouvais suivre, en frémissant, les derniers plis d’une robe, attendre qu’une porte s’ouvrît pour voir passer dans un flot de lumière une chère et blanche apparition ; si un mot dit tout bas me faisait changer de couleur ; si j’avais cette vertu de ne pas dîner pour arriver plus tôt à un rendez-vous ; si j’étais capable de poignarder un rival ou de me battre en duel avec un mari ; si, par une grâce particulière du ciel, il m’était donné de trouver spirituelles les femmes qui sont laides, et bonnes celles qui sont laides et bêtes ; si je pouvais me résoudre à danser le menuet et à écouter les sonates que jouent les jeunes personnes sur le clavecin ou sur la harpe ; si ma capacité se haussait jusqu’à apprendre l’hombre et le reversi ; enfin, si j’étais un homme et non pas un poète, – je serais certainement beaucoup plus heureux que je ne suis ; – je m’ennuierais moins et serais moins ennuyeux.

 

Je n’ai jamais demandé aux femmes qu’une seule chose, – c’est la beauté ; je me passe très volontiers d’esprit et d’âme. – Pour moi, une femme qui est belle a toujours de l’esprit ; – elle a l’esprit d’être belle, et je ne sais pas lequel vaut celui-là. Il faut bien des phrases brillantes et des traits scintillants pour valoir les éclairs d’un bel œil. Je préfère une jolie bouche à un joli mot, et une épaule bien modelée à une vertu, même théologale ; je donnerais cinquante âmes pour un pied mignon, et toute la poésie et tous les poètes pour la main de Jeanne d’Aragon ou le front de la vierge de Foligno – J’adore sur toutes choses la beauté de la forme ; – la beauté pour moi, c’est la Divinité visible, c’est le bonheur palpable, c’est le ciel descendu sur la terre. – Il y a certaines ondulations de contours, certaines finesses de lèvres, certaines coupes de paupières, certaines inclinaisons de tête, certains allongements d’ovales qui me ravissent au-delà de toute expression et m’attachent pendant des heures entières.

 

La beauté, seule chose qu’on ne puisse acquérir, inaccessible à tout jamais à ceux qui ne l’ont pas d’abord ; fleur éphémère et fragile qui croit sans être semée, pur don du ciel ! – ô beauté ! le plus radieux diadème dont le hasard puisse couronner un front, – tu es admirable et précieuse comme tout ce qui est hors de la portée de l’homme, comme l’azur du firmament, comme l’or de l’étoile, comme le parfum du lis séraphique ! – On peut échanger son escabeau pour un trône ; on peut conquérir le monde, beaucoup l’ont fait ; mais qui pourrait ne pas s’agenouiller devant toi, pure personnification de la pensée de Dieu ?

 

Je ne demande que la beauté, il est vrai ; mais il me la faut si parfaite que je ne la rencontrerai probablement jamais. J’ai bien vu çà et là, dans quelques femmes, des portions admirables médiocrement accompagnées, et je les ai aimées pour ce qu’elles avaient de choisi, en faisant abstraction du reste ; c’est toutefois un travail assez pénible et une opération douloureuse que de supprimer ainsi la moitié de sa maîtresse, et de faire l’amputation mentale de ce qu’elle a de laid ou de commun, en circonscrivant ses yeux sur ce qu’elle peut avoir de bien. – La beauté ? c’est l’harmonie, et une personne également laide partout est souvent moins désagréable à regarder qu’une femme inégalement belle. Rien ne me fait peine à voir comme un chef-d’œuvre inachevé et comme une beauté à qui il manque quelque chose ; – une tache d’huile choque moins sur une bure grossière que sur une riche étoffe.

 

Rosette n’est point mal ; elle peut passer pour belle, mais elle est loin de réaliser ce que je rêve ; c’est une statue dont plusieurs morceaux sont amenés à point. Les autres ne sont pas si nettement dégagés du bloc ; il y a des endroits accusés avec beaucoup de finesse et de charme, et quelques-uns d’une manière plus lâche et plus négligée. – Aux yeux vulgaires, la statue parait entièrement finie et d’une beauté complète ; mais un observateur plus attentif y découvre bientôt des places où le travail n’est pas assez serré, et des contours qui, pour atteindre à la pureté qui leur est propre, ont besoin que l’ongle de l’ouvrier y passe et y repasse encore bien des fois ; – c’est à l’amour à polir ce marbre et à l’achever, c’est dire assez que ce ne sera pas moi qui le finirai.

 

Au reste, je ne circonscris point la beauté dans telle ou telle sinuosité de lignes. – L’air, le geste, la démarche, le souffle, la couleur, le son, le parfum, tout ce qui est la vie entre pour moi dans la composition de la beauté ; tout ce qui embaume, chante ou rayonne y revient de droit. – J’aime les riches brocarts, les splendides étoffes avec leurs plis amples et puissants ; j’aime les larges fleurs et les cassolettes, la transparence des eaux vives et l’éclat miroitant des belles armes, les chevaux de race et ces grands chiens blancs comme on en voit dans les tableaux de Paul Véronèse. – Je suis un vrai païen de ce côté, et je n’adore point les dieux qui sont mal faits : quoiqu’au fond je ne sois pas précisément ce qu’on appelle irréligieux, personne n’est de fait plus mauvais chrétien que moi. – Je ne comprends pas cette mortification de la matière qui fait l’essence du christianisme, je trouve que c’est une action sacrilège que de frapper sur l’œuvre de Dieu, et je ne puis croire que la chair soit mauvaise, puisqu’il l’a pétrie lui-même de ses doigts et à son image. – J’approuve peu les longs sarraus de couleur sombre d’où il ne sort qu’une tête et deux mains, et ces toiles où tout est noyé d’ombre, excepté quelque front qui rayonne. – Je veux que le soleil entre partout, qu’il y ait le plus de lumière et le moins d’ombre possible, que la couleur étincelle, que la ligne serpente, que la nudité s’étale fièrement, et que la matière ne se cache point d’être, puisque, aussi bien que l’esprit, elle est un hymne éternel à la louange de Dieu.

 

Je conçois parfaitement le fol enthousiasme des Grecs pour la beauté ; et, pour mon compte, je ne trouve rien d’absurde à cette loi qui obligeait les juges à n’entendre plaider les avocats que dans un lieu obscur, de peur que leur bonne mine, la grâce de leurs gestes et de leurs attitudes ne les prévinssent favorablement et ne fissent pencher la balance.

 

Je n’achèterais rien d’une marchande qui serait laide ; je donne plus volontiers aux mendiants dont les haillons et la maigreur sont pittoresques. – Il y a un petit Italien fiévreux, vert comme un citron, avec de grands yeux noirs et blancs qui lui tiennent la moitié de la figure ; – on dirait un Murillo ou un Espagnolet sans cadre qu’un brocanteur aurait exposé contre la borne : – celui-là a toujours deux sous de plus que les autres. – Je ne battrais jamais un beau cheval ou un beau chien, et je ne voudrais pas d’un ami ou d’un domestique qui ne serait point d’un extérieur agréable. – C’est un véritable supplice pour moi que de voir de vilaines choses ou de vilaines personnes. – Une architecture de mauvais goût, un meuble d’une mauvaise forme m’empêchent de me plaire dans une maison, si confortable et attrayante qu’elle soit d’ailleurs. Le meilleur vin me paraît presque de la piquette dans un verre mal tourné, et j’avoue que je préférerais le brouet le plus lacédémonien sur un émail de Bernard de Palissy au plus fin gibier sur une assiette de terre. – L’extérieur m’a toujours pris violemment, et c’est pourquoi j’évite la compagnie des vieillards ; cela me contriste et m’affecte désagréablement, parce qu’ils sont ridés et déformés, quoique cependant quelques-uns aient une beauté spéciale ; et, dans la pitié que j’ai d’eux, il y a beaucoup de dégoût : – de toutes les ruines du monde, la ruine de l’homme est assurément la plus triste à contempler.

 

Si j’étais peintre (et j’ai toujours regretté de ne pas l’être), je ne voudrais peupler mes toiles que de déesses, de nymphes, de madones, de chérubins et d’amours. – Consacrer ses pinceaux à faire des portraits, à moins que ce ne soit de belles personnes, me paraît un crime de lèse-peinture ; et, loin de vouloir doubler ces figures laides ou ignobles, ces têtes insignifiantes ou vulgaires, je pencherais plutôt à les faire couper sur l’original. – La férocité de Caligula, détournée en ce sens, me semblerait presque louable.

 

La seule chose au monde que j’ai enviée avec quelque suite, c’est d’être beau. – Par beau j’entends aussi beau que Paris ou Apollon. N’être point difforme, avoir des traits à peu près réguliers, c’est-à-dire avoir le nez au milieu de la figure, ni camard, ni crochu, des yeux qui ne soient ni rouges ni éraillés, une bouche convenablement fendue, cela n’est pas être beau : à ce compte, je le serais, et je me trouve aussi éloigné de l’idée que je me forme de la beauté virile que si j’étais un de ces jaquemarts qui frappent l’heure sur les clochers ; j’aurais une montagne sur chaque épaule, les jambes torses d’un basset, le nez et le museau d’un singe que j’y ressemblerais autant. – Bien des fois je me regarde, des heures entières, dans le miroir avec une fixité et une attention inimaginables, pour voir s’il n’est pas survenu quelque amélioration dans ma figure ; j’attends que les lignes fassent un mouvement et se redressent ou s’arrondissent avec plus de finesse et de pureté, que mon œil s’illumine et nage dans un fluide plus vivace, que la sinuosité qui sépare mon front de mon nez se comble, et que mon profil prenne ainsi le calme et la simplicité du profil grec, et je suis toujours très surpris que cela n’arrive pas. J’espère toujours qu’un printemps ou l’autre je me dépouillerai de cette forme que j’ai, comme un serpent qui laisse sa vieille peau. – Dire qu’il faudrait si peu de chose pour que je sois beau, et que je ne le serai jamais ! Quoi donc ! une demi-ligne, un centième, un millième de ligne de plus ou de moins dans un endroit ou dans un autre, un peu moins de chair sur cet os, un peu plus sur celui-ci, – un peintre, un statuaire auraient rajusté cela en une demi-heure. Qu’est-ce que cela faisait aux atomes qui me composent de se cristalliser de telle ou telle façon ? En quoi importait-il à ce contour de sortir ici et de rentrer là, et où était la nécessité que je fusse ainsi et pas autrement ? – En vérité, si je tenais le hasard à la gorge, je crois que je l’étranglerais. – Parce qu’il a plu à une misérable parcelle de je ne sais quoi de tomber je ne sais où et de se coaguler bêtement en la gauche figure qu’on me voit, je serai éternellement malheureux ! N’est-ce pas la plus sotte et la plus misérable chose du monde ? Comment se fait-il que mon âme, avec l’ardent désir qu’elle en a, ne puisse laisser tomber à plat la pauvre charogne qu’elle fait tenir debout, et aller animer une de ces statues dont l’exquise beauté l’attriste et la ravit ? Il y a deux ou trois personnes que j’assassinerais avec délices, en ayant soin toutefois de ne pas les meurtrir ni les gâter, si je possédais le mot qui fait transmigrer les âmes d’un corps à l’autre. – Il m’a toujours semblé que, pour faire ce que je veux (et je ne sais pas ce que je veux), j’avais besoin d’une très grande et très parfaite beauté, et je m’imagine que, si je l’avais, ma vie, qui est si enchevêtrée et si tiraillée, aurait été d’elle-même.

 

On voit tant de belles figures dans les tableaux ! – pourquoi aucune de celles-là n’est-elle la mienne ? – tant de têtes charmantes qui disparaissent sous la poussière et la fumée du temps au fond des vieilles galeries ! Ne vaudrait-il pas mieux qu’elles quittassent leurs cadres et vinssent s’épanouir sur mes épaules ? La réputation de Raphaël souffrirait-elle beaucoup si un de ces anges qu’il fait voler par essaims dans l’outremer de ses toiles m’abandonnait son masque pour trente ans ? Il y a tant d’endroits et des plus beaux de ses fresques qui se sont écaillés et sont tombés de vétusté ! On n’y prendrait pas garde. Que font autour de ces murs ces beautés silencieuses que le vulgaire des hommes regarde à peine d’un regard distrait ? et pourquoi Dieu ou le hasard n’a-t-il pas l’esprit de faire ce dont un homme vient à bout avec quelques poils emmanchés d’un bâton et quelques pâtes de différentes couleurs délayées sur une planche ?

 

Ma première sensation devant une de ces têtes merveilleuses dont le regard peint semble vous traverser et se prolonger à l’infini est le saisissement et une admiration qui n’est pas sans quelque terreur : mes yeux se trempent, mon cœur bat ; puis, quand je suis un peu familiarisé avec elle, et que je suis entré plus avant dans le secret de sa beauté, je fais une comparaison tacite d’elle à moi ; la jalousie se tord au fond de mon âme en nœuds plus entortillés qu’une vipère, et j’ai toutes les peines du monde à ne pas me jeter sur la toile et à ne pas la déchirer en morceaux.

 

Être beau, c’est-à-dire avoir en soi un charme qui fait que tout vous sourit et vous accueille ; qu’avant que vous ayez parlé tout le monde est déjà prévenu en votre faveur et disposé à être de votre avis ; que vous n’avez qu’à passer par une rue, ou vous montrer à un balcon pour vous créer, dans la foule, des amis ou des maîtresses. N’avoir pas besoin d’être aimable pour être aimé, être dispensé de tous ces frais d’esprit et de complaisance auxquels la laideur vous oblige, et de ces mille qualités morales qu’il faut avoir pour suppléer la beauté du corps ; quel don splendide et magnifique !

 

Et celui qui joindrait à la beauté suprême la force suprême, qui, sous la peau d’Antinoüs, aurait les muscles d’Hercule, que pourrait-il désirer de plus ? Je suis sûr qu’avec ces deux choses et l’âme que j’ai, avant trois ans, je serais empereur du monde ! – Une autre chose que j’ai désirée presque autant que la beauté et que la force, c’est le don de me transporter aussi vite que la pensée d’un endroit à un autre. – La beauté de l’ange, la force du tigre et les ailes de l’aigle, et je commencerais à trouver que le monde n’est pas aussi mal organisé que je le croyais d’abord. – Un beau masque pour séduire et fasciner sa proie, des ailes pour fondre dessus et l’enlever, des ongles pour la déchirer ; – tant que je n’aurai pas cela, je serai malheureux.

 

Toutes les passions et tous les goûts que j’ai eus n’ont été que des déguisements de ces trois désirs. J’ai aimé les armes, les chevaux et les femmes : – les armes, pour remplacer les nerfs que je n’avais pas ; les chevaux, pour me servir d’ailes ; les femmes, pour posséder au moins dans quelqu’une la beauté qui me manquait à moi-même. – Je recherchais de préférence les armes les plus ingénieusement meurtrières, et celles dont les blessures étaient inguérissables. Je n’ai jamais eu l’occasion de me servir d’aucun de ces kriss ou de ces yatagans : néanmoins j’aime à les avoir autour de moi ; je les tire du fourreau avec un sentiment de sécurité et de force inexprimable, je m’en escrime à tort et à travers très énergiquement, et, si par hasard je viens à voir la réflexion de ma figure dans une glace, je suis étonné de son expression féroce. – Quant aux chevaux, je les surmène tellement qu’il faut qu’ils crèvent ou qu’ils disent pourquoi. – Si je n’avais pas renoncé à monter Ferragus, il y a longtemps qu’il serait mort, et ce serait dommage, car c’est un brave animal. Quel cheval arabe pourrait avoir les jambes aussi promptes et aussi déliées que mon désir ? – Dans les femmes je n’ai cherché que l’extérieur, et, comme jusqu’à présent celles que j’ai vues sont loin de répondre à l’idée que je me suis faite de la beauté, je me suis rejeté sur les tableaux et les statues ; – ce qui, après tout, est une assez pitoyable ressource quand on a des sens aussi allumés que les miens. – Cependant il y a quelque chose de grand et de beau à aimer une statue, c’est que l’amour est parfaitement désintéressé, qu’on n’a à craindre ni la satiété ni le dégoût de la victoire, et qu’on ne peut espérer raisonnablement un second prodige pareil à l’histoire de Pygmalion. – L’impossible m’a toujours plu.

 

N’est-il pas singulier que moi, qui suis encore aux mois les plus blonds de l’adolescence, qui, loin d’avoir abusé de tout, n’ai pas même usé des choses les plus simples, j’en sois venu à ce degré de blasement de n’être plus chatouillé que par le bizarre ou le difficile ?

 

La satiété suit le plaisir, c’est une loi naturelle et qui se conçoit. – Qu’un homme qui a mangé à un festin de tous les plats et en grande quantité n’ait plus faim et cherche à réveiller son palais endormi par les mille flèches des épices ou des vins irritants, rien n’est plus facile à expliquer ; mais qu’un homme qui ne fait que s’asseoir à table, et qui à peine a goûté des premiers mets soit pris déjà de ce dégoût superbe, ne puisse toucher sans vomir qu’aux plats d’une saveur extrême et n’aime que les viandes faisandées, les fromages jaspés de bleu, les truffes et les vins qui sentent la pierre à fusil, c’est un phénomène qui ne peut résulter que d’une organisation particulière ; c’est comme un enfant de six mois qui trouverait le lait de sa nourrice fade et qui ne voudrait téter que de l’eau-de-vie. – Je suis aussi las que si j’avais exécuté toutes les prodigiosités de Sardanapale, et cependant ma vie a été fort chaste et tranquille en apparence : c’est une erreur de croire que la possession soit la seule route qui mène à la satiété. On y arrive aussi par le désir, et l’abstinence use plus que l’excès. – Un désir tel que le mien est quelque chose d’autrement fatigant que la possession. Son regard parcourt et pénètre l’objet qu’il veut avoir et qui rayonne au-dessus de lui plus promptement et plus profondément que s’il y touchait : qu’est-ce que l’usage lui apprendrait de plus ? quelle expérience peut équivaloir à cette contemplation constante et passionnée ?

 

J’ai traversé tant de choses, quoique j’aie fait le tour de bien peu, qu’il n’y a plus que les sommets les plus escarpés qui me tentent. – Je suis attaqué de cette maladie qui prend aux peuples et aux hommes puissants dans leur vieillesse : – l’impossible. – Tout ce que je peux faire n’a pas le moindre attrait pour moi. – Tibère, Caligula, Néron, grands Romains de l’empire, ô vous que l’on a si mal compris, et que la meute des rhéteurs poursuit de ses aboiements, je souffre de votre mal et je vous plains de tout ce qui me reste de pitié ! Moi aussi je voudrais bâtir un pont sur la mer et paver les flots ; j’ai rêvé de brûler des villes pour illuminer mes fêtes ; j’ai souhaité d’être femme pour connaître de nouvelles voluptés. – Ta maison dorée, ô Néron ! n’est qu’une étable fangeuse à côté du palais que je me suis élevé ; ma garde-robe est mieux montée que la tienne, Héliogabale, et bien autrement splendide. – Mes cirques sont plus rugissants et plus sanglants que les vôtres, mes parfums plus âcres et plus pénétrants, mes esclaves plus nombreux et mieux faits ; j’ai aussi attelé à mon char des courtisanes nues, j’ai marché sur les hommes d’un talon aussi dédaigneux que vous. – Colosses du monde antique, il bat sous mes faibles côtés un cœur aussi grand que le vôtre, et, à votre place, ce que vous avez fait je l’aurais fait et peut-être davantage. Que de Babels j’ai entassées les unes sur les autres pour atteindre le ciel, souffleter les étoiles et cracher de là sur la création ! Pourquoi donc ne suis-je pas Dieu, – puisque je ne puis être homme ?

 

Oh ! je crois qu’il faudra cent mille siècles de néant pour me reposer de la fatigue de ces vingt années de vie -Dieu du ciel, quelle pierre roulerez-vous sur moi ? dans quelle ombre me plongerez-vous ? à quel Léthé me ferez-vous boire ? sous quelle montagne enterrerez-vous le Titan ? Suis-je destiné à souffler un volcan par ma bouche et à faire des tremblements de terre en me changeant de côté ?

 

Quand je pense à cela, que je suis né d’une mère si douce, si résignée, de goûts et de mœurs si simples, je suis tout surpris de ne pas avoir fait éclater son ventre quand elle me portait. Comment se fait-il qu’aucune de ses pensées, calmes et pures, n’ait passé dans mon corps avec le sang qu’elle m’a transmis ? et pourquoi faut-il que je ne sois fils que de sa chair et non de son esprit ? La colombe a fait un tigre qui voudrait pour proie à ses griffes la création tout entière.

 

J’ai vécu dans le milieu le plus calme et le plus chaste. Il est difficile de rêver une existence enchâssée aussi purement que la mienne. Mes années se sont écoulées, à l’ombre du fauteuil maternel, avec les petites sœurs et le chien de la maison. Je n’ai vu autour de moi que de bonnes têtes douces et tranquilles de vieux domestiques blanchis à notre service et en quelque sorte héréditaires, de parents ou d’amis graves et sentencieux, vêtus de noir, qui posaient leurs gants l’un après l’autre sur le bord de leur chapeau ; quelques tantes d’un certain âge, grassouillettes, proprettes, discrètes, avec du linge éblouissant, des jupes grises, des mitaines de filet, et les mains sur la ceinture comme des personnes qui sont de religion ; des meubles sévères jusqu’à la tristesse, des boiseries de chêne nu, des tentures de cuir, tout un intérieur d’une couleur sobre et étouffée, comme en ont fait certains maîtres flamands. – Le jardin était humide et sombre ; le buis qui en dessinait les compartiments, le lierre qui recouvrait les murs et quelques sapins aux bras pelés étaient chargés d’y représenter de la verdure et y réussissaient assez mal ; la maison de briques, avec un toit très haut, quoique spacieuse et en bon état, avait quelque chose de morne et d’assoupi. – Certes, rien n’était propre à une vie séparée, austère et mélancolique, comme une pareille habitation. Il semblait impossible que tous les enfants élevés dans une telle maison ne finissent pas par se faire prêtres ou religieuses : eh bien ! dans cette atmosphère de pureté et de repos, sous cette ombre et ce recueillement, je me pourrissais petit à petit, et sans qu’il en parût rien, comme une nèfle sur la paille. Au sein de cette famille honnête, pieuse, sainte, j’étais parvenu à un degré de dépravation horrible. – Ce n’était pas le contact du monde, puisque je ne l’avais pas vu ; ni le feu des passions, puisque je transissais sous la sueur glacée qui suintait de ces braves murailles. – Le ver ne s’était pas traîné du cœur d’un autre fruit à mon cœur. Il était éclos de lui-même au plus plein de ma pulpe qu’il avait rongée et sillonnée en tous sens : en dehors rien ne paraissait et ne m’avertissait que je fusse gâté. Je n’avais ni tache ni piqûre ; mais j’étais tout creux par dedans, et il ne me restait qu’une mince pellicule, brillamment colorée, que le moindre choc eût crevée. – N’est-ce pas là une chose inexplicable qu’un enfant né de parents vertueux, élevé avec soin et discrétion, tenu loin de toute chose mauvaise, se pervertisse tout seul à un tel point, et arrive où j’en suis arrivé ? Je suis sûr qu’en remontant jusqu’à là sixième génération, on ne retrouverait pas parmi mes ancêtres un seul atome pareil à ceux dont je suis formé. Je ne suis pas de ma famille ; je ne suis pas une branche de ce noble tronc, mais un champignon vénéneux poussé par quelque lourde nuit d’orage entre ses racines moussues ; et pourtant personne n’a eu plus d’aspirations et d’élans vers le beau que moi, personne n’a essayé plus opiniâtrement de déployer ses ailes ; mais chaque tentative a rendu ma chute plus profonde, et ce qui devait me sauver m’a perdu.

 

La solitude m’est plus mauvaise que le monde, quoique je désire plus la première que le second. – Tout ce qui m’enlève à moi-même m’est salutaire : la société m’ennuie, mais m’arrache forcément à cette rêverie creuse dont je monte et je descends la spirale, le front penché et les bras en croix. – Aussi, depuis que le tête-à-tête est rompu, et qu’il y a du monde ici avec lequel je suis forcé de me contraindre un peu, je suis moins sujet à me laisser aller à mes humeurs noires, et je suis moins travaillé de ces désirs démesurés qui me fondent sur le cœur comme une nuée de vautours dès que je reste un moment inoccupé. Il y a quelques femmes assez jolies et un ou deux jeunes gens assez aimables et fort gais ; mais, dans tout cet essaim provincial, ce qui me charme le plus est un jeune cavalier qui est arrivé depuis deux ou trois jours ; – il m’a plu tout d’abord, et je l’ai pris en affection, rien qu’à le voir descendre de son cheval. Il est impossible d’avoir meilleure grâce ; il n’est pas très grand, mais il est svelte et bien pris dans sa taille ; il a quelque chose de moelleux et d’onduleux dans la démarche et dans les gestes, qui est on ne peut plus agréable ; bien des femmes lui envieraient sa main et son pied. Le seul défaut qu’il ait, c’est d’être trop beau et d’avoir des traits trop délicats pour un homme. Il est muni d’une paire d’yeux les plus beaux et les plus noirs du monde, qui ont une expression indéfinissable et dont il est difficile de soutenir le regard ; mais, comme il est fort jeune et n’a pas d’apparence de barbe, la mollesse et la perfection du bas de sa figure tempèrent un peu la vivacité de ses prunelles d’aigle ; ses cheveux bruns et lustrés flottent sur son cou en grosses boucles, et donnent à sa tête un caractère particulier. – Voilà donc enfin un des types de beauté que je rêvais réalisé et marchant devant moi ! Quel dommage que ce soit un homme, ou quel dommage que je ne sois pas une femme ! – Cet Adonis, qui, à sa belle figure, joint un esprit très vif et très étendu, jouit encore de ce privilège d’avoir à mettre au service de ses bons mots et de ses plaisanteries une voix d’un timbre argentin et mordant qu’il est difficile d’entendre sans être ému. – Il est vraiment parfait. – Il parait qu’il partage mes goûts pour les belles choses, car ses habits sont très riches et très recherchés, son cheval très fringant et de race ; et, pour que tout fût complet et assorti, il avait derrière lui, monté sur un petit cheval, un page de quatorze à quinze ans, blond, rose, joli comme un séraphin, qui dormait à moitié, et était si fatigué de la course qu’il venait de faire que son maître a été obligé de l’enlever de sa selle et de l’emporter dans ses bras jusqu’à sa chambre. Rosette lui a fait beaucoup d’accueil, et je pense qu’elle a formé le dessein de s’en servir pour éveiller ma jalousie et faire sortir ainsi le peu de flamme qui dort sous les cendres de ma passion éteinte. – Tout redoutable cependant que soit un pareil rival, je suis peu disposé à en être jaloux, et je me sens tellement entraîné vers lui que je me désisterais assez volontiers de mon amour pour avoir son amitié.

Chapitre 6

 

En cet endroit, si le débonnaire lecteur veut bien nous le permettre, nous allons pour quelque temps abandonner à ses rêveries le digne personnage qui, jusqu’ici, a occupé la scène à lui tout seul et parlé pour son propre compte, et rentrer dans la forme ordinaire du roman, sans toutefois nous interdire de prendre par la suite la forme dramatique, s’il en est besoin, et en nous réservant le droit de puiser encore dans cette espèce de confession épistolaire que le susdit jeune homme adressait à son ami, persuadé que, si pénétrant et si plein de sagacité que nous soyons, nous devons assurément en savoir là-dessus moins long que lui-même.

 

…Le petit page était tellement harassé qu’il dormait sur les bras de son maître et que sa petite tête toute déchevelée allait et venait comme s’il eût été mort. Il y avait assez loin du perron à la chambre que l’on avait désignée pour être celle du nouvel arrivant, et le domestique qui le précédait s’offrit à porter l’enfant à son tour ; mais le jeune cavalier, pour qui, du reste, ce fardeau semblait n’être qu’une plume, le remercia et ne voulut pas s’en dessaisir : il le déposa sur le canapé tout doucement et en prenant mille précautions pour ne pas le réveiller ; une mère n’eût pas mieux fait. Quand le domestique se fut retiré et que la porte fut fermée, il se mit à genoux devant lui et essaya de lui tirer ses bottines ; mais ses petits pieds gonflés et endoloris rendaient cette opération assez difficile, et le joli dormeur poussait de temps en temps quelques soupirs vagues et inarticulés, comme une personne qui va se réveiller ; alors le jeune cavalier s’arrêtait et attendait que le sommeil l’eût repris. Les bottines cédèrent enfin, c’était le plus important ; les bas firent peu de résistance. – Cette opération achevée, le maître prit les deux pieds de l’enfant, et les posa l’un à côté de l’autre sur le velours du sofa ; c’étaient bien les deux plus adorables pieds du monde, pas plus grands que cela, blancs comme de l’ivoire neuf et un peu rosés par la pression de la chaussure où ils étaient en prison depuis dix-sept heures, des pieds trop petits pour une femme, et qui semblaient n’avoir jamais marché ; ce qu’on voyait de la jambe était rond, potelé, poli, transparent et veiné, et de la plus exquise délicatesse ; – une jambe digne du pied.

 

Le jeune homme, toujours à genoux, contemplait ces deux petits pieds avec une attention amoureusement admirative ; il se pencha, prit le gauche et le baisa, et puis le droit et le baisa aussi ; et puis, de baisers en baisers, il remonta le long de la jambe jusqu’à l’endroit où l’étoffe commençait. – Le page souleva un peu sa longue paupière, et laissa tomber sur son maître un regard bienveillant et assoupi, où ne perçait aucune surprise. – Ma ceinture me gêne, dit-il en passant son doigt sous le ruban, et il se rendormit. – Le maître déboucla la ceinture, releva la tête du page avec un coussin ? et touchant ses pieds qui étaient devenus un peu froids, de brûlants qu’ils étaient, il les enveloppa soigneusement dans son manteau, prit un fauteuil, et s’assit au plus près du sofa. Deux heures se passèrent ainsi, le jeune homme regardant dormir l’enfant et suivant sur son front les ombres de ses rêves. Le seul bruit qu’on entendit par la chambre était sa respiration régulière et le tic-tac de la pendule.

 

C’était un tableau assurément fort gracieux. – Il y avait dans l’opposition de ces deux genres de beauté un moyen d’effet dont un peintre habile eût tiré bon parti. – Le maître était beau comme une femme, – le page beau comme une jeune fille. – Cette tête ronde et rose, ainsi posée dans ses cheveux, avait l’air d’une pêche sous ses feuilles ; elle en avait la fraîcheur et le velouté, quoique la fatigue de la route lui eût enlevé quelque peu de son éclat habituel ; la bouche mi-ouverte laissait apercevoir de petites dents d’un blanc laiteux, et sous ses tempes pleines et luisantes s’entre-croisait un réseau de veines azurées ; les cils de ses yeux, pareils à ces fils d’or qui s’épanouissent dans les missels autour de la tête des vierges, lui venaient presque au milieu des joues ; ses cheveux longs et soyeux tenaient à la fois de l’or et de l’argent, – or dans l’ombre, argent dans la lumière ; son cou était en même temps gras et frêle, et n’avait rien du sexe indiqué par ses habits ; deux ou trois boutons du justaucorps, défauts pour faciliter la respiration, permettaient d’entrevoir, par l’hiatus d’une chemise de fine toile de Hollande, un losange de chair potelée et rebondie d’une admirable blancheur, et le commencement d’une certaine ligne ronde difficile à expliquer sur la poitrine d’un jeune garçon ; en y regardant bien, on eût peut-être trouvé aussi que ses hanches étaient un peu trop développées. – Le lecteur en pensera ce qu’il voudra ; ce sont de simples conjectures que nous lui proposons : nous n’en savons pas là-dessus plus que lui, mais nous espérons en apprendre davantage dans quelque temps, et nous lui promettons de le tenir fidèlement au courant de nos découvertes. – Que le lecteur, s’il a la vue moins basse que nous, enfonce son regard sous la dentelle de cette chemise et décide en conscience si ce contour est trop ou trop peu saillant ; mais nous l’avertissons que les rideaux sont tirés, et qu’il règne dans la chambre un demi-jour peu favorable à ces sortes d’investigations.

 

Le cavalier était pâle, mais d’une pâleur dorée, pleine de force et de vie ; ses prunelles nageaient sur un cristallin humide et bleu ; son nez droit et mince donnait à son profil une fierté et une vigueur merveilleuses, et la chair en était si fine que, sur le bord du contour, elle laissait transpercer la lumière ; sa bouche avait le sourire le plus doux à de certains moments, mais d’ordinaire elle était arquée à ses coins, comme quelques-unes de ces têtes qu’on voit dans les tableaux des vieux maîtres italiens, plutôt en dedans qu’en dehors ; ce qui lui donnait quelque chose d’adorablement dédaigneux, une smorfia on ne peut plus piquante, un air de bouderie enfantine et de mauvaise humeur très singulier et très charmant.

 

Quels étaient les liens qui unissaient le maître au page et le page au maître ? Assurément il y avait entre eux plus que l’affection qui peut exister entre le maître et le domestique. Étaient-ce deux amis ou deux frères ? – Alors, pourquoi ce travestissement ? – Il eût été cependant difficile de croire à quiconque eût vu la scène que nous venons de décrire que ces deux personnages n’étaient en vérité que ce qu’ils paraissaient être.

 

– Ce cher ange, comme il dort ! dit à voix basse le jeune homme ; je crois qu’il n’avait jamais tant fait de chemin de sa vie. Vingt lieues à cheval, lui qui est si délicat ! j’ai peur qu’il ne soit malade de fatigue. Mais non, cela ne sera rien ; demain il n’y paraîtra plus ; il aura repris ses belles couleurs, et sera plus frais qu’une rose après la pluie. – Est-il beau comme cela ! Si je ne craignais de l’éveiller, je le mangerais de caresses. Quelle adorable fossette il a au menton ! quelle finesse et quelle blancheur de peau ! – Dors bien, cher trésor. – Ah ! je suis vraiment jaloux de ta mère et je voudrais t’avoir fait. – Il n’est pas malade ? Non ; – sa respiration est réglée, et il ne bouge pas. – Mais je crois qu’on a frappé…

 

En effet, on avait frappé deux petits coups aussi doucement que possible sur le panneau de la porte.

 

Le jeune homme se leva, et, craignant de s’être trompé, attendit, pour ouvrir, que l’on heurtât de nouveau. – Deux autres coups, un peu plus accentués, se firent entendre de nouveau, et une douce voix de femme dit sur un ton très bas : – C’est moi, Théodore.

 

Théodore ouvrit, mais avec moins de vivacité qu’un jeune homme n’en met à ouvrir à une femme dont la voix est douce, et qui est venue gratter mystérieusement à votre huis vers la tombée du jour. – Le battant entrebâillé donna passage, devinez à qui ? à la maîtresse du perplexe d’Albert, à la princesse Rosette en personne, plus rose que son nom, et les seins aussi émus que les eut jamais femme qui soit entrée le soir dans la chambre d’un beau cavalier.

 

– Théodore ! dit Rosette.

 

Théodore leva le doigt et le posa sur sa lèvre de manière à figurer la statue du silence, et, lui montrant l’enfant qui dormait, il la fit passer dans la pièce voisine.

 

– Théodore, reprit Rosette qui semblait trouver des douceurs singulières à répéter ce nom, et chercher en même temps à rallier ses idées, – Théodore, continua-t-elle sans quitter la main que le jeune homme lui avait présentée pour la conduire à son fauteuil, – vous nous êtes donc enfin revenu ? Qu’avez-vous fait tout ce temps ? où êtes-vous allé ? – Savez-vous qu’il y a six mois que je ne vous ai vu ? Ah ! Théodore, cela n’est pas bien ; on doit aux gens qui nous aiment, même quand on ne les aime pas, quelques égards et quelque pitié.

 

THEODORE. – Ce que j’ai fait ? – Je ne sais. – J’ai été et je suis venu, j’ai dormi et j’ai veillé, j’ai chanté et j’ai pleuré, j’ai eu faim et soif, j’ai eu trop chaud et trop froid, je me suis ennuyé, j’ai de l’argent de moins et six mois de plus, j’ai vécu, voilà tout. – Et vous, qu’avez-vous fait ?

 

ROSETTE. – Je vous ai aimé.

 

THEODORE. – Vous n’avez fait que cela ?

 

ROSETTE. – Oui, absolument. J’ai mal employé mon temps, n’est-ce pas ?

 

THEODORE. – Vous auriez pu l’employer mieux, ma pauvre Rosette ; par exemple, à aimer quelqu’un qui pût vous rendre votre amour.

 

ROSETTE. – Je suis désintéressée en amour comme en tout. – Je ne prête pas de l’amour à usure ; c’est un pur don que je fais.

 

THEODORE. – Vous avez là une vertu bien rare, et qui ne peut naître que dans une âme choisie. J’ai désiré bien souvent pouvoir vous aimer, du moins comme vous le voudriez ; mais il y a entre nous un obstacle insurmontable, et que je ne puis vous dire – Avez-vous eu un autre amant depuis que je vous ai quittée ?

 

ROSETTE. – J’en ai eu un que j’ai encore.

 

THEODORE. – Quelle espèce d’homme est-ce ?

 

ROSETTE. – Un poète.

 

THEODORE. – Diable ! quel est ce poète, et qu’a-t-il fait ?

 

ROSETTE. – Je ne sais trop, une manière de volume que personne ne connaît, et que j’ai essayé de lire un soir.

 

THEODORE. – Ainsi donc vous avez pour amant un poète inédit. – Cela doit être curieux. – A-t-il des trous au coude, du linge sale et des bas en vis de pressoir ?

 

ROSETTE. – Non ; il se met assez bien, se lave les mains, et n’a pas de tache d’encre au bout du nez. C’est un ami de C*** ; je l’ai rencontré chez madame de Thémines, vous savez, une grande femme qui fait l’enfant et se donne de petits airs d’innocence.

 

THEODORE. – Et peut-on savoir le nom de ce glorieux personnage ?

 

ROSETTE. – Oh ! mon Dieu, oui ! il se nomme le chevalier d’Albert !

 

THEODORE. – Le chevalier d’Albert ! il me semble que c’est un jeune homme qui était sur le balcon quand je suis descendu de cheval.

 

ROSETTE. – Précisément.

 

THEODORE. – Et qui m’a regardé avec tant d’attention.

 

ROSETTE. – Lui-même.

 

THEODORE. – Il est assez bien. – Et il ne m’a pas fait oublier ?

 

ROSETTE. – Non. Vous n’êtes pas malheureusement de ceux qu’on oublie.

 

THEODORE. – Il vous aime fort sans doute ?

 

ROSETTE. – Je ne sais trop. – Il y a des moments où l’on croirait qu’il m’aime beaucoup ; mais au fond il ne m’aime pas, et il n’est pas loin de me haïr, car il m’en veut de ce qu’il ne peut m’aimer. – Il a fait comme plusieurs autres plus expérimentés que lui ; il a pris un goût vif pour de la passion, et s’est trouvé tout surpris et tout désappointé quand son désir a été assouvi. – C’est une erreur que, parce que l’on a couché ensemble, on se doit réciproquement adorer.

 

THEODORE. – Et que comptez-vous faire de ce susdit amoureux qui ne l’est pas ?

 

ROSETTE. – Ce qu’on fait des anciens quartiers de lune ou des modes de l’an passé. – Il n’est pas assez fort pour me quitter le premier, et, quoiqu’il ne m’aime pas dans le sens véritable du mot, il tient à moi par une habitude de plaisir, et ce sont celles-là qui sont les plus difficiles à rompre. – Si je ne l’aide pas, il est capable de s’ennuyer consciencieusement avec moi jusqu’au jour du jugement dernier, et même au-delà ; car il a en lui le germe de toutes les nobles qualités ; et les fleurs de son âme ne demandent qu’à s’épanouir au soleil de l’éternel amour. – Réellement, je suis fâchée de n’avoir pas été le rayon pour lui. – De tous mes amants que je n’ai pas aimés, c’est celui que j’aime le plus ; – et, si je n’étais aussi bonne que je le suis, je ne lui rendrais pas sa liberté, et je le garderais encore. – C’est ce que je ne ferai pas ; – j’achève en ce moment-ci de l’user.

 

THEODORE. – Combien cela durera-t-il ?

 

ROSETTE. – Quinze jours, trois semaines, mais à coup sûr moins que cela n’eût duré si vous n’étiez pas venu. – Je sais que je ne serai jamais votre maîtresse. – Il y a, dites-vous, pour cela une raison inconnue à laquelle je me rendrais s’il vous était permis de me la révéler. Ainsi donc toute espérance de ce côté me doit être interdite, et cependant je ne puis me résoudre à être la maîtresse d’un autre quand vous êtes là : il me semble que c’est une profanation, et que je n’ai plus le droit de vous aimer.

 

THEODORE. – Gardez celui-ci pour l’amour de moi.

 

ROSETTE – Si cela vous fait plaisir, je le ferai. – Ah ! si vous avez pu être à moi, combien ma vie eût été différente de ce qu’elle a été ! – Le monde a une bien fausse idée de moi, et j’aurai passé sans que nul se soit douté de ce que j’étais, – excepté vous, Théodore, le seul qui m’ayez comprise, et qui m’ayez été cruel. – Je n’ai jamais désiré que vous pour amant, et je ne vous ai pas eu. – Si vous m’aviez aimée, ô Théodore ! j’aurais été vertueuse et chaste, j’aurais été digne de vous : au lieu de cela, je laisserai (si quelqu’un se souvient de moi) la réputation d’une femme galante, d’une espèce de courtisane qui n’avait de différent de celle du ruisseau que le rang et la fortune. – J’étais née avec les plus hautes inclinations ; mais rien ne déprave comme de ne pas être aimée. – Beaucoup me méprisent qui ne savent pas ce qu’il m’a fallu souffrir pour arriver où j’en suis. – Étant sûre de ne jamais appartenir à celui que je préférais entre tous, je me suis laissée aller au courant, je n’ai pas pris la peine de défendre un corps qui ne pouvait être à vous. – Pour mon cœur, personne ne l’a eu et ne l’aura jamais. – Il est à vous, quoique vous l’ayez brisé ; – et, différente de la plupart des femmes qui se croient honnêtes, pourvu qu’elles n’aient pas passé d’un lit dans un autre, quoique j’aie prostitué ma chair, j’ai toujours été fidèle d’âme et de cœur à votre pensée. – Au moins, j’aurai fait quelques heureux, j’aurai envoyé danser autour de quelques chevets de blanches illusions. J’ai trompé innocemment plus d’un noble cœur ; j’ai été si misérable d’être rebutée par vous que j’ai toujours été épouvantée à l’idée de faire subir un pareil supplice à quelqu’un. – C’est le seul motif de bien des aventures qu’on a attribuées à un pur esprit de libertinage ! – Moi ! du libertinage ! Ô monde ! – Si vous saviez, Théodore, combien il est profondément douloureux de sentir qu’on a manqué sa vie, que l’on a passé à côté de son bonheur, de voir que tout le monde se méprend sur votre compte et qu’il est impossible de faire changer l’opinion qu’on a de vous, que vos plus belles qualités sont tournées en défaut, vos plus pures essences en noirs poisons, qu’il n’a transpiré de vous que ce que vous aviez de mauvais ; d’avoir trouvé les portes toujours ouvertes pour vos vices et toujours fermées pour vos vertus, et de n’avoir pu amener à bien, parmi tant de ciguës et d’aconits, un seul lis ou une seule rose ! vous ne savez pas cela, Théodore.

 

THEODORE. – Hélas ! hélas ! ce que vous dites là, Rosette, est l’histoire de tout le monde ; la meilleure partie de nous est celle qui reste en nous, et que nous ne pouvons produire. – Les poètes sont ainsi. – Leur plus beau poème est celui qu’ils n’ont pas écrit ; ils emportent plus de poèmes dans la bière qu’ils n’en laissent dans leur bibliothèque.

 

ROSETTE. – J’emporterai mon poème avec moi.

 

THEODORE. – Et moi, le mien. – Qui n’en a fait un dans sa vie ? qui est assez heureux ou assez malheureux pour n’avoir pas composé le sien dans sa tête ou dans son cœur ? – Des bourreaux en ont peut-être fait qui sont tout humides des pleurs de la plus douce sensibilité ; des poètes en ont peut-être fait aussi qui eussent convenu à des bourreaux, tant ils sont rouges et monstrueux.

 

ROSETTE. – Oui. – On pourrait mettre des roses blanches sur ma tombe. – J’ai eu dix amants, – mais je suis vierge, et mourrai vierge. Bien des vierges, sur les fosses desquelles il neige à perpétuité du jasmin et des fleurs d’oranger, étaient de véritables Messalines.

 

THEODORE. – Je sais ce que vous valez, Rosette.

 

ROSETTE. – Vous seul au monde avez vu ce que je suis ; car vous m’avez vue sous le coup d’un amour bien vrai et bien profond, puisqu’il est sans espoir ; et qui n’a pas vu une femme amoureuse ne peut pas dire ce qu’elle est ; c’est ce qui me console dans mes amertumes.

 

THEODORE. – Et que pense de vous ce jeune homme qui, aux yeux du monde, est aujourd’hui votre amant ?

 

ROSETTE. – La pensée d’un amant est un gouffre plus profond que la baie de Portugal, et il est bien difficile de dire ce qu’il y a au fond d’un homme ; la sonde serait attachée à une corde de cent mille toises de longueur, et on la déviderait jusqu’au bout, qu’elle filerait toujours sans rien rencontrer qui l’arrêtât. Cependant j’ai touché quelquefois le fond de celui-ci en quelques endroits, et le plomb a rapporté tantôt de la boue, tantôt de beaux coquillages, mais le plus souvent de la boue et des débris de coraux mêlés ensemble. – Quant à son opinion sur moi, elle a beaucoup varié ; il a commencé d’abord par où les autres finissent, il m’a méprisée ; les jeunes gens qui ont l’imagination vive sont sujets à cela. – Il y a toujours une chute énorme dans le premier pas qu’ils font, et le passage de leur chimère à la réalité ne peut se faire sans secousse. – Il me méprisait, et je l’amusais ; maintenant il m’estime, et je l’ennuie. – Aux premiers jours de notre liaison, il n’a vu dans moi que le côté banal, et je pense que la certitude de ne pas éprouver de résistance était pour beaucoup dans sa détermination. Il paraissait extrêmement empressé d’avoir une affaire, et je crus d’abord que c’était une de ces plénitudes de cœur qui ne cherchent qu’à déborder, un de ces amours vagues que l’on a dans le mois de mai de la jeunesse, et qui font qu’à défaut de femmes on entourerait les troncs d’arbres avec ses bras, et qu’on embrasserait les fleurs et le gazon des prairies. – Mais ce n’était pas cela ; – il ne passait à travers moi que pour arriver à autre chose. J’étais un chemin pour lui, et non un but. – Sous les fraîches apparences de ses vingt ans, sous le premier duvet de l’adolescence, il cachait une corruption profonde. Il était piqué au cœur ; – c’était un fruit qui ne renfermait que de la cendre. Dans ce corps jeune et vigoureux s’agitait une âme aussi vieille que Saturne, – une âme aussi incurablement malheureuse qu’il en fut jamais. – Je vous avoue, Théodore, que je fus effrayé et que le vertige faillit me prendre en me penchant sur les noires profondeurs de cette existence. – Vos douleurs et les miennes ne sont rien, comparées à celles-là. – Si je l’avais plus aimé, je l’aurais tué. – Quelque chose l’attire et l’appelle invinciblement qui n’est pas de ce monde ni en ce monde, et il ne peut avoir de repos ni jour ni nuit ; et, comme l’héliotrope dans une cave, il se tord pour se tourner vers le soleil qu’il ne voit pas. – C’est un de ces hommes dont l’âme n’a pas été trempée assez complètement dans les eaux du Léthé avant d’être liée à son corps, et qui garde du ciel dont elle vient des réminiscences d’éternelle beauté qui la travaillent et la tourmentent, qui se souvient qu’elle a eu des ailes, et qui n’a plus que des pieds. – Si j’étais Dieu, je priverais de poésie pendant deux éternités l’ange coupable d’une pareille négligence. – Au lieu d’avoir à bâtir un château de cartes brillamment coloriées pour abriter pendant un printemps une blonde et jeune fantaisie, il fallait élever une tour plus haute que les huit temples superposés de Bélus. – Je n’étais pas de force, je fis semblant de ne pas l’avoir compris, et je le laissai ramper sur ses ailes et chercher un sommet d’où il pût s’élancer dans l’espace immense. – Il croit que je n’ai rien aperçu de tout cela, parce que je me suis prêtée à tous ses caprices sans avoir l’air d’en soupçonner le but. – J’ai voulu, ne pouvant le guérir, et j’espère qu’il m’en sera un jour tenu compte devant Dieu, lui donner au moins ce bonheur de croire qu’il avait été passionnément aimé. Il m’inspirait assez de pitié et d’intérêt pour aisément pouvoir prendre avec lui un ton et des manières assez tendres pour lui faire illusion. J’ai joué mon rôle en comédienne consommée ; j’ai été enjouée et mélancolique, sensible et voluptueuse ; j’ai feint des inquiétudes et des jalousies ; j’ai versé de fausses larmes, et j’ai appelé sur mes lèvres des essaims de sourires composés. – J’ai paré ce mannequin d’amour des plus brillantes étoffes ; je l’ai fait promener dans les allées de mes parcs ; j’ai invité tous mes oiseaux à chanter sur son passage, et toutes mes fleurs dahlias et daturas à le saluer en inclinant la tête ; je lui ai fait traverser mon lac sur le dos argenté de mon cygne chéri ; je me suis cachée dedans, et je lui ai prêté ma voix, mon esprit, ma beauté, ma jeunesse, et je lui ai donné une apparence si séduisante que la réalité ne valait pas mon mensonge. Quand le temps sera venu de briser en éclats cette creuse statue, je le ferai de manière à ce qu’il croie que tout le tort est de mon côté et à lui en épargner le remords. – C’est moi qui donnerai le coup d’épinglé par où doit s’échapper le vent dont ce ballon est plein. – N’est-ce pas là une sainte prostitution et une honorable tromperie ? J’ai dans une urne de cristal quelques larmes que j’ai recueillies au moment où elles allaient tomber. – Voilà mon écrin et mes diamants, et je les présenterai à l’ange qui me viendra prendre pour m’emmener à Dieu.

 

THEODORE. – Ce sont les plus beaux qui puissent briller au cou d’une femme. Les parures d’une reine ne valent pas celles-là. – Pour moi, je pense que la liqueur que Madeleine versa sur les pieds du Christ était faite des anciens pleurs de ceux qu’elle avait consolés, et je pense aussi que c’est de pareilles larmes qu’est semé le chemin de saint Jacques, et non, comme on l’a prétendu, des gouttes de lait de Junon. – Qui fera donc pour vous ce que vous avez fait pour lui ?

 

ROSETTE. – Personne, hélas ! puisque vous ne le pouvez.

 

THEODORE. – Ô chère âme ! que ne le puis-je ! – Mais ne perdez pas l’espoir. – Vous êtes belle et bien jeune encore. – Vous avez bien des allées de tilleuls et d’acacias en fleurs à parcourir avant d’arriver à cette route humide, bordée de buis et d’arbres sans feuilles, qui conduit du tombeau de porphyre où l’on enterrera vos belles années mortes au tombeau de pierre brute et couverte de mousse où l’on se hâtera de pousser le reste de ce qui fut vous et les spectres ridés et branlants des jours de votre vieillesse. Il vous reste beaucoup à gravir de la montagne de la vie, et de longtemps vous ne parviendrez à la zone où se trouve la neige. Vous n’en êtes qu’à la région des plantes aromatiques, des cascades limpides où l’iris suspend ses arches tricolores, des beaux chênes verts et des mélèzes parfumés. Montez encore quelque peu, et de là, dans l’horizon plus large qui se déploiera à vos pieds, vous verrez peut-être s’élever la fumée bleuâtre du toit où dort celui qui vous aimera. Il ne faut pas, dès l’abord, désespérer de sa vie, il s’ouvre, comme cela, dans notre destinée, des perspectives à quoi nous ne nous attendions plus. – L’homme, dans la vie, m’a souvent fait penser à un pèlerin qui suit l’escalier en colimaçon d’une tour gothique. Le long serpent de granit tord dans l’obscurité ses anneaux dont chaque écaille est une marche. Après quelques circonvolutions, le peu de jour qui venait de la porte s’est éteint. L’ombre des maisons qu’on n’a pas encore dépassées ne permet pas aux soupiraux de laisser entrer le soleil : les murs sont noirs, suintants ; on a plutôt l’air de descendre dans un cachot d’où l’on ne doit jamais sortir que de monter à cette tourelle qui, d’en bas, vous paraissait si svelte et si élancée, et couverte de dentelles et de broderies, comme si elle allait partir pour le bal. – On hésite si l’on doit aller plus haut, tant ces moites ténèbres pèsent lourdement sur votre front. – L’escalier tourne encore quelquefois, et des lucarnes plus fréquentes découpent leurs trèfles d’or sur le mur opposé. On commence à voir les pignons dentelés des maisons, les sculptures des entablements, les formes bizarres des cheminées ; quelques pas de plus, et l’œil plane sur la ville entière ; c’est une forêt d’aiguilles, de flèches et de tours qui se hérissent de toutes parts, dentelées, tailladées, évidées, frappées à l’emporte-pièce et laissant transparaître le jour par leurs mille découpures. – Les dômes et les coupoles s’arrondissent comme les mamelles de quelque géante ou des crânes de Titans. Les îlots de maisons et de palais se détachent par tranches ombrées ou lumineuses. Quelques marches encore, et vous serez sur la plate-forme ; et alors vous verrez, au-delà de l’enceinte de la ville, verdoyer les cultures, bleuir les collines et blanchir les voiles sur le ruban moiré du fleuve. Un jour éblouissant vous inonde, et les hirondelles passent et repassent auprès de vous en poussant de petits cris joyeux. Le son lointain de la cité vous arrive comme un murmure amical ou le bourdonnement d’une ruche d’abeilles ; tous les clochers égrènent dans les airs leurs colliers de perles sonores ; les vents vous apportent les senteurs de la forêt voisine et des fleurs de la montagne : ce n’est que lumière, harmonie et parfum. Si vos pieds s’étaient lassés, ou que le découragement vous eût prise et que vous fussiez restée assise sur une marche inférieure, ou que vous fussiez tout à fait redescendue, ce spectacle eût été perdu pour vous. – Quelquefois cependant la tour n’a qu’une seule ouverture au milieu ou en haut. – La tour de votre vie est ainsi construite ; – alors il faut un courage plus obstiné, une persévérance armée d’ongles plus crochus pour s’accrocher, dans l’ombre, aux saillies des pierres, et parvenir au trèfle resplendissant par où la vue s’échappe sur la campagne ; ou bien les meurtrières ont été remplies, ou l’on a oublié d’en percer, et alors il faut aller jusqu’au faîte ; mais plus on s’est élevé sans voir, plus l’horizon semble immense, plus le plaisir et la surprise sont grands.

 

ROSETTE – Ô Théodore, Dieu veuille que je parvienne bientôt à l’endroit où est la fenêtre ! Voilà bien assez longtemps que je suis la spirale à travers la nuit la plus profonde ; mais j’ai peur que l’ouverture n’ait été maçonnée et qu’il ne faille gravir jusqu’au sommet ; et si cet escalier aux marches innombrables n’aboutissait qu’à une porte murée ou à une voûte de pierres de taille ?

 

THEODORE. – Ne dites pas cela, Rosette ; ne le pensez pas. – Quel architecte construirait un escalier qui n’aboutirait à rien ? Pourquoi supposer le paisible architecte du monde plus stupide et plus imprévoyant qu’un architecte ordinaire ? – Dieu ne se trompe pas, et n’oublie rien. On ne peut pas croire qu’il se soit amusé, pour vous faire pièce, à vous enfermer dans un long tube de pierre sans issue et sans ouverture. Pourquoi voulez-vous qu’il dispute à de pauvres fourmis comme nous sommes leur misérable bonheur d’une minute, et l’imperceptible grain de mil qui leur revient dans cette large création ? – Il faudrait pour cela qu’il eût la férocité d’un tigre ou d’un juge ; et, si nous lui déplaisions tant, il n’aurait qu’à dire à une comète de se détourner un peu de sa course et à nous étrangler tous avec un crin de sa queue. – Comment diable voulez-vous que Dieu se divertisse à nous enfiler un à un dans une épingle d’or, comme faisait des mouches l’empereur Domitien ? – Dieu n’est pas une portière ni un marguillier, et, quoiqu’il soit vieux, il n’est pas encore tombé en enfance. – Toutes ces petites méchancetés sont au-dessous de lui, et il n’est pas assez niais pour faire de l’esprit avec nous et nous jouer des tours. – Courage, Rosette, courage ! Si vous êtes essoufflée, arrêtez-vous un peu et reprenez haleine, et puis continuez votre ascension : vous n’avez peut-être plus qu’une vingtaine de marches à gravir pour arriver à l’embrasure d’où vous verrez votre bonheur.

 

ROSETTE. – Jamais ! oh ! jamais ! et si je parviens au sommet de la tour, ce ne sera que pour m’en précipiter.

 

THEODORE. – Chasse, ma pauvre affligée, ces idées sinistres qui voltigent autour de toi comme des chauves-souris, et jettent sur ton beau front l’ombre opaque de leurs ailes. Si tu veux que je t’aime, sois heureuse, et ne pleure pas. (Il l’attire doucement contre lui et l’embrasse sur les yeux.)

 

ROSETTE. – Quel malheur pour moi de vous avoir connu ! et pourtant, si la chose était à refaire, je voudrais encore vous avoir connu. – Vos rigueurs m’ont été plus douces que la passion des autres ; et, quoique vous m’ayez beaucoup fait souffrir, tout ce que j’ai eu de plaisir m’est venu de vous ; par vous, j’ai entrevu ce que j’aurais pu être. Vous avez été un éclair de ma nuit, et vous avez illuminé bien des endroits sombres de mon âme ; vous avez ouvert dans ma vie des perspectives toutes nouvelles. – Je vous dois de connaître l’amour, l’amour il est vrai ; mais il y a à aimer sans être aimé un charme mélancolique et profond, et il est beau de se ressouvenir de ceux qui nous oublient. – C’est déjà un bonheur que de pouvoir aimer même quand on est seul à aimer, et beaucoup meurent sans l’avoir eu, et souvent les plus à plaindre ne sont pas ceux qui aiment.

 

THEODORE. – Ceux-là souffrent et sentent leurs plaies, mais du moins ils vivent. Ils tiennent à quelque chose ; ils ont un astre autour duquel ils gravitent, un pôle auquel ils tendent ardemment. Ils ont quelque chose à souhaiter ; ils se peuvent dire : Si je parviens là, si j’ai cela, je serai heureux. Ils ont d’effroyables agonies, mais en mourant ils peuvent au moins se dire : – Je meurs pour lui. – Mourir ainsi, c’est renaître. – Les vrais, les seuls irréparablement malheureux sont ceux dont la folle étreinte embrasse l’univers entier, ceux qui veulent tout et ne veulent rien, et que l’ange ou la fée qui descendrait et leur dirait subitement : – Souhaitez une chose, et vous l’aurez, – trouverait embarrassés et muets.

 

ROSETTE. – Si la fée venait, je sais bien ce que je lui demanderais.

 

THEODORE. – Vous le savez, Rosette, et voilà en quoi vous êtes plus heureuse que moi, car je ne le sais pas. Il s’agite en moi beaucoup de désirs vagues qui se confondent ensemble, et en enfantent d’autres qui les dévorent ensuite. Mes désirs sont une nuée d’oiseaux qui tourbillonnent et voltigent sans but ; le vôtre est un aigle qui a les yeux sur le soleil, et que le manque d’air empêche de se soulever sur ses ailes déployées. – Ah ! si je pouvais savoir ce que je veux ; si l’idée qui me poursuit se dégageait nette et précise du brouillard qui l’entoure ; si l’étoile favorable ou fatale apparaissait au fond de mon ciel ; si la lueur que je dois suivre venait à rayonner dans la nuit, feu follet perfide ou phare hospitalier ; si ma colonne de feu marchait devant moi, fût-ce à travers un désert sans manne et sans fontaines ; si je savais où je vais, dussé-je n’aboutir qu’à un précipice ! – j’aimerais mieux ces courses insensées de chasseurs maudits, par les fondrières et les halliers, que ce piétinement absurde et monotone. Vivre ainsi, c’est faire un métier pareil à celui de ces chevaux qui, les yeux bandés, tournent la roue de quelque puits, et font des milliers de lieues sans rien voir et sans changer de place. – Il y a assez longtemps que je tourne, et le seau devrait bien être remonté.

 

ROSETTE. – Vous avez avec d’Albert beaucoup de points de ressemblance, et, quand vous parlez, il me semble quelquefois que ce soit lui qui parle. – Je ne doute pas que, lorsque vous le connaîtrez plus, vous ne vous attachiez beaucoup à lui ; vous ne pouvez manquer de vous convenir. – Il est travaillé, comme vous, de ces élans sans but ; il aime immensément sans savoir quoi, il voudrait monter au ciel, car la terre lui paraît un escabeau bon à peine pour un de ses pieds, et il a plus d’orgueil que Lucifer avant sa chute.

 

THEODORE. – J’avais d’abord eu peur que ce ne fût un de ces poètes comme il y en a tant, et qui ont chassé la poésie de la terre, un de ces enfileurs de perles fausses qui ne voient au monde que la dernière syllabe des mots, et qui, lorsqu’ils ont fait rimer ombre avec sombre, flamme avec âme, et Dieu avec lieu, se croisent consciencieusement les bras et les jambes, et permettent aux sphères d’accomplir leur révolution.

 

ROSETTE. – Il n’est point de ceux-là. Ses vers sont au-dessous de lui, et ne le contiennent pas. On prendrait, d’après ce qu’il a fait, une idée très fausse de sa personne ; son véritable poème, c’est lui, et je ne sais pas s’il en fera jamais d’autre. – Il a au fond de son âme un sérail de belles idées qu’il entoure d’un triple mur, et dont il est plus jaloux que jamais sultan ne le fut de ses odalisques. – Il ne met dans ses vers que celles dont il ne se soucie pas ou dont il est rebuté ; c’est la porte par où il les chasse, et le monde n’a que ce dont il ne veut plus.

 

THEODORE. – Je conçois cette jalousie et cette pudeur. – De même bien des gens ne conviennent de l’amour qu’ils ont eu que lorsqu’ils ne l’ont plus, et de leurs maîtresses que lorsqu’elles sont mortes.

 

ROSETTE. – L’on a tant de peine à posséder quelque chose en propre dans ce monde ! tout flambeau attire tant de papillons, tout trésor attire tant de voleurs ! – J’aime ces silencieux qui emportent leur idée dans leur tombe et ne la veulent point livrer aux sales baisers et aux impudiques attouchements de la foule. Ces amoureux me plaisent qui n’écrivent le nom de leur maîtresse sur aucune écorce, qui ne le confient à aucun écho, et qui, en dormant, sont poursuivis de cette crainte qu’un rêve ne le leur fasse prononcer. Je suis de ce nombre ; je n’ai pas dit ma pensée, et nul ne saura mon amour… Mais voici qu’il est bientôt onze heures, mon cher Théodore, et je vous empêche de prendre un repos dont vous devez avoir besoin. Quand il faut que je vous quitte, j’éprouve toujours un serrement de cœur, et il me semble que c’est la dernière fois que je vous verrai. Je retarde le plus que je peux ; mais il faut bien s’en aller à la fin. Allons, adieu, car j’ai peur que d’Albert ne me cherche ; adieu, ami.

 

Théodore lui mit le bras autour de la taille, et la conduisit ainsi jusqu’à la porte : là il s’arrêta, et la suivit longtemps de l’œil ; le corridor était percé de loin en loin de petites fenêtres à carreaux étroits, éclairées par la lune, et qui faisaient une alternative d’ombre et de lumière très fantastique. À chaque fenêtre, la forme blanche et pure de Rosette étincelait comme un fantôme d’argent ; puis elle s’éteignait pour reparaître plus brillante un peu plus loin ; enfin elle disparut entièrement.

 

Théodore, comme abîmé dans de profondes réflexions, resta quelques minutes immobile et les bras croisés, puis il passa sa main sur son front, et rejeta ses cheveux en arrière par un mouvement de tête, rentra dans la chambre, et fut se coucher après avoir embrassé au front le page, qui dormait toujours.

Chapitre 7

 

Dès qu’il fit jour chez Rosette, d’Albert se fit annoncer avec un empressement qui ne lui était pas habituel.

 

– Vous voilà, fit Rosette, je dirais de bien bonne heure, si vous pouviez jamais arriver de bonne heure. – Aussi, pour vous récompenser de votre galanterie, je vous octroie ma main à baiser.

 

Et elle tira de dessous le drap de toile de Flandre garni de dentelles la plus jolie petite main que l’on ait jamais vue au bout d’un bras rond et potelé.

 

D’Albert la baisa avec componction : – Et l’autre, la petite sœur, est-ce que nous ne la baiserons pas aussi ?

 

Mon Dieu si ! rien n’est plus faisable. Je suis aujourd’hui dans mon humeur des dimanches ; tenez. – Et elle sortit du lit son autre main dont elle lui frappa légèrement la bouche. – Est-ce que je ne suis pas la femme la plus accommodante du monde ?

 

– Vous êtes la grâce même, et l’on vous devrait élever des temples de marbre blanc dans des bosquets de myrtes. – En vérité, j’ai bien peur qu’il ne vous arrive ce qui est arrivé à Psyché, et que Vénus ne devienne jalouse de vous, dit d’Albert en joignant les deux mains de la belle et en les portant ensemble à ses lèvres.

 

– Comme vous débitez tout cela d’une haleine ! on dirait que c’est une phrase apprise par cœur, dit Rosette avec une délicieuse petite moue.

 

– Point : vous valez bien que la phrase soit tournée exprès pour vous, et vous êtes faite à cueillir des virginités de madrigaux, répliqua d’Albert.

 

– Oh çà ! décidément, qui vous a piqué aujourd’hui ? est-ce que vous êtes malade que vous êtes si galant ? Je crains que vous ne mouriez. Savez-vous que, lorsque quelqu’un change tout à coup de caractère, et sans raison apparente, cela est de mauvais augure ? Or, il est constaté, aux yeux de toutes les femmes qui ont pris la peine de vous aimer, que vous êtes habituellement on ne peut plus maussade, et il est non moins sûr que vous êtes on ne peut plus charmant en ce moment-ci et d’une amabilité tout à fait inexplicable. – Là, vraiment, je vous trouve pâle, mon pauvre d’Albert : donnez-moi le bras, que je vous tâte le pouls ; et elle lui releva la manche, et compta les pulsations avec une gravité comique. – Non… Vous êtes au mieux, et vous n’avez pas le plus léger symptôme de fièvre. Alors il faut que je sois furieusement jolie ce matin ! Allez donc me chercher mon miroir, que je voie jusqu’à quel point votre galanterie a tort ou raison.

 

D’Albert fut prendre un petit miroir qui était sur la toilette, et le posa sur le lit.

 

– Au fait, dit Rosette, vous n’avez pas tout à fait tort. Pourquoi ne faites-vous pas un sonnet sur mes yeux, monsieur le poète ? – Vous n’avez aucune raison pour n’en pas faire. – Voyez donc, que je suis malheureuse ! avoir des yeux comme cela et un poète comme ceci, et manquer de sonnets, comme si l’on était borgne et que l’on eût un porteur d’eau pour amant ! Vous ne m’aimez pas, monsieur ; vous ne m’avez pas même fait un sonnet acrostiche. – Et ma bouche, comment la trouvez-vous ! Je vous ai pourtant embrassé avec cette bouche-là, et je vous embrasserai peut-être encore, mon beau ténébreux ; et en vérité c’est une faveur dont vous n’êtes guère digne (ce que je dis n’est pas pour aujourd’hui, car vous êtes digne de tout) ; mais, pour ne pas parler toujours de moi, vous êtes, ce matin, d’une beauté et d’une fraîcheur nonpareilles, vous avez l’air d’un frère de l’Aurore ; et, quoiqu’il fasse à peine jour, vous êtes déjà paré et godronné comme pour un bal. D’aventure, est-ce que vous avez des desseins à mon endroit ? et auriez-vous monté un coup de Jarnac à ma vertu ? voudriez-vous faire ma conquête ? Mais j’oubliais que c’était déjà fait et de l’histoire ancienne.

 

– Rosette, ne plaisantez pas comme cela ; vous savez bien que je vous aime.

 

– Mais c’est selon. Je ne le sais pas bien ; et vous ?

 

– Très parfaitement, et à telles enseignes que si vous aviez la bonté de faire défendre votre porte, j’essayerais de vous le démontrer, et j’ose m’en flatter, d’une manière victorieuse.

 

– Pour cela, non : quelque envie que j’aie d’être convaincue, ma porte restera ouverte ; je suis trop jolie pour l’être à huis clos ; le soleil luit pour tout le monde, et ma beauté fera aujourd’hui comme le soleil, si vous le trouvez bon.

 

– D’honneur, je le trouve fort mauvais ; mais faites comme si je le trouvais excellent. Je suis votre très humble esclave, et je dépose mes volontés à vos pieds.

 

– Voilà qui est on ne peut mieux ; restez en de pareils sentiments, et laissez, ce soir, la clef à la porte de votre chambre.

 

– M. le chevalier Théodore de Sérannes, dit une grosse tête de nègre souriante et joufflue qui se fit voir entre les deux battants de la porte, demande à vous rendre ses hommages et vous supplie que vous daigniez le recevoir.

 

– Faites entrer M. le chevalier, dit Rosette en remontant le drap jusqu’à son menton.

 

Théodore fut tout d’abord au lit de Rosette, à laquelle il fit le salut le plus profond et le plus gracieux, qu’elle lui rendit d’un signe de tête amical, et ensuite il se tourna vers d’Albert, qu’il salua d’un air libre et courtois.

 

– Où en étiez-vous ? dit Théodore. J’ai peut-être interrompu une conversation intéressante : continuez, de grâce, et mettez-moi au fait en quelques mots.

 

– Oh non ! répondit Rosette avec un sourire malicieux ; nous parlions d’affaires.

 

Théodore s’assit au pied du lit de Rosette, car d’Albert avait pris place du côté du chevet, par droit de premier arrivé ; la conversation flotta quelque temps de sujet en sujet, très spirituelle, très gaie et très vive, et c’est pourquoi nous n’en rendrons pas compte ; nous craindrions qu’elle ne perdît trop à être transcrite. L’air, le ton, le feu des paroles et des gestes, les mille manières de prononcer un mot, tout cet esprit, semblable à de la mousse de vin de Champagne qui pétille et s’évapore sur-le-champ, sont des choses qu’il est impossible de fixer et de reproduire. C’est une lacune que nous laissons à remplir au lecteur, et dont il s’acquittera assurément mieux que nous ; qu’il imagine à cette place cinq ou six pages remplies de tout ce qu’il y a de plus fin, de plus capricieux, de plus curieusement fantasque, de plus élégant et de plus pailleté.

 

Nous savons bien que nous usons ici d’un artifice qui rappelle un peu celui de Timanthe, qui, désespérant de pouvoir bien rendre la figure d’Agamemnon, lui jeta une draperie sur la tête ; mais nous aimons mieux être timide qu’imprudent.

 

Il ne serait peut-être pas hors de propos de chercher les motifs pour lesquels d’Albert s’était levé si matin, et quel aiguillon l’avait poussé à venir chez Rosette d’aussi bonne heure que s’il en eût encore été amoureux, – il y a apparence que c’était un petit mouvement de jalousie sourde et inavouée. Assurément il ne tenait pas beaucoup à Rosette, et il eût même été fort aise d’en être débarrassé, – mais au moins il voulait la quitter lui-même et ne pas en être quitté, chose qui blesse toujours profondément l’orgueil d’un homme, si bien éteinte d’ailleurs que soit sa première flamme. – Théodore était si beau cavalier qu’il était difficile de le voir survenir dans une liaison sans appréhender ce qui en effet était déjà arrivé bien des fois, c’est-à-dire que tous les yeux ne se tournassent de son côté et que les cœurs ne suivissent les yeux ; et chose singulière, quoiqu’il eût enlevé bien des femmes, aucun amant n’avait gardé ce long ressentiment que l’on a d’ordinaire pour les personnes qui vous ont supplanté. Il y avait dans toutes ses façons un charme si vainqueur, une grâce si naturelle, quelque chose de si doux et de si fier que les hommes mêmes y étaient sensibles. D’Albert, qui était venu chez Rosette avec l’envie de parler fort sèchement à Théodore, s’il l’y rencontrait, fut tout surpris de ne pas se sentir en sa présence le moindre mouvement de colère, et de se laisser aller avec autant de facilité aux avances qu’il lui fit. – Au bout d’une demi-heure, vous eussiez dit deux amis d’enfance, et pourtant d’Albert était intimement convaincu que, si jamais Rosette devait aimer, ce serait cet homme, et il avait tout lieu d’être jaloux, pour l’avenir du moins, car pour le présent il ne supposait rien encore ; qu’eût-ce été, s’il avait vu la belle en peignoir blanc se glisser comme un papillon de nuit sur un rayon de lune dans la chambre du beau jeune homme, et n’en sortir que trois ou quatre heures après avec des précautions mystérieuses ? Il eût pu, en vérité, se croire plus malheureux qu’il ne l’était, car ce sont de ces choses que l’on ne voit guère, qu’une jolie femme amoureuse qui sort de la chambre d’un cavalier non moins joli exactement comme elle y était entrée.

 

Rosette écoutait Théodore avec beaucoup d’attention et comme on écoute quelqu’un qu’on aime ; mais ce qu’il disait était si amusant et si varié que cette attention n’avait rien que de naturel et s’expliquait facilement. – Aussi d’Albert n’en prit-il pas autrement d’ombrage. Le ton de Théodore envers Rosette était poli, amical, mais rien de plus.

 

– Que ferons-nous aujourd’hui, Théodore ? dit Rosette : – si nous allions nous promener en bateau ? que vous en semble ? ou si nous allions à la chasse ?

 

– Allons à la chasse, cela est moins mélancolique que de glisser sur l’eau côte à côte avec quelque cygne ennuyé et de plier les feuilles de nénuphar à droite et à gauche, – n’est-ce pas votre avis, d’Albert ?

 

– J’aimerais peut-être autant me laisser couler dans le batelet au fil de la rivière que de galoper éperdument à la poursuite d’une pauvre bête ; mais où que vous alliez, j’irai ; il ne s’agit maintenant que de laisser madame Rosette se lever, et d’aller prendre un costume convenable. – Rosette fit un signe d’assentiment, et sonna pour qu’on la vînt lever. Les deux jeunes gens s’en allèrent bras dessus bras dessous, et il était facile de conjecturer, à les voir si bien ensemble, que l’un était l’amant en pied et l’autre l’amant aimé de la même personne.

 

Tout le monde fut bientôt prêt. D’Albert et Théodore étaient déjà à cheval dans la première cour, quand Rosette, en habit d’amazone, parut sur les premières marches du perron. Elle avait sous ce costume un petit air allègre et délibéré qui lui allait on ne peut pas mieux : elle sauta sur la selle avec sa prestesse ordinaire, et donna un coup de houssine à son cheval qui parut comme un trait. D’Albert piqua des deux et l’eut bientôt rejointe. – Théodore les laissa prendre quelque avance, étant sûr de les rattraper dès qu’il le voudrait. – Il semblait attendre quelque chose, et se retournait souvent du côté du château.

 

– Théodore ! Théodore ! arrivez donc ! est-ce que vous êtes monté sur un cheval de bois ? lui cria Rosette.

 

Théodore fit prendre un temps de galop à sa bête et diminua la distance qui le séparait de Rosette, sans toutefois la faire disparaître.

 

Il regarda encore du côté du château, qu’on commençait à perdre de vue ; un petit tourbillon de poussière, dans lequel s’agitait très vivement quelque chose qu’on ne pouvait encore discerner, parut au bout du chemin. – En quelques instants le tourbillon fut à côté de Théodore, et laissa voir, en s’entrouvrant comme les nuées classiques de l’Iliade, la figure rose et fraîche du page mystérieux.

 

– Théodore, allons donc ! cria une seconde fois Rosette, donnez donc de l’éperon à votre tortue et venez à côté de nous.

 

Théodore lâcha la bride à son cheval qui piaffait et se cabrait d’impatience, et en quelques secondes il eut dépassé de plusieurs têtes d’Albert et Rosette.

 

– Qui m’aime me suive, dit Théodore en sautant une barrière de quatre pieds de haut. Eh bien ! monsieur le poète, dit-il quand il fut de l’autre côté, – vous ne sautez pas ? votre monture est pourtant ailée, à ce qu’on dit.

 

– Ma foi, j’aime mieux faire le tour ; je n’ai qu’une tête à casser, après tout ; si j’en avais plusieurs, j’essayerais, répondit d’Albert en souriant.

 

– Personne ne m’aime donc, puisque personne ne me suit, dit Théodore en faisant descendre encore plus que de coutume les coins arqués de sa bouche. Le petit page leva sur lui ses grands yeux bleus d’un air de reproche, et rapprocha les deux talons du ventre de son cheval.

 

Le cheval fit un bon prodigieux.

 

– Si ! quelqu’un, la barrière.

 

Rosette jeta sur l’enfant un regard singulier et rougit jusqu’aux yeux ; puis, appliquant un furieux coup de cravache sur le cou de sa jument, elle franchit la traverse de bois vert pomme qui barrait l’allée.

 

– Et moi, Théodore, croyez-vous que je ne vous aime pas ?

 

L’enfant lui lança une œillade oblique et en dessous et s’approcha de Théodore.

 

D’Albert était déjà au milieu de l’allée, vit rien de tout cela ; car, depuis un temps immémorial, les pères, les maris et les amants sont en possession du privilège de ne rien voir.

 

– Isnabel, dit Théodore, vous êtes un fou, et vous, Rosette, une folle ! Isnabel, vous n’avez pas pris assez de champ pour sauter, et vous, Rosette, vous avez manqué d’accrocher votre robe dans les poteaux. – Vous auriez pu vous tuer.

 

– Qu’importe ? répliqua Rosette avec un son de voix si triste et si mélancolique qu’Isnabel lui pardonna d’avoir aussi sauté la barrière.

 

On chemina encore quelque temps, et l’on arriva au rond-point où se devaient trouver la meute et les piqueurs. Six arches, coupées à travers l’épaisseur de la foret, aboutissaient à une petite tour de pierre à six pans sur chacun desquels était gravé le nom de la route qui venait s’y terminer. Les arbres s’élevaient si haut qu’ils semblaient vouloir carder les nuages laineux et floconneux qu’une brise assez vive faisait flotter sur leurs cimes, une herbe haute et drue, des buissons impénétrables offraient des retraites et des forts au gibier, et la chasse promettait d’être heureuse. C’était une vraie forêt d’autrefois, avec de vieux chênes plus que séculaires et comme on n’en voit plus maintenant que l’on ne plante plus d’arbres, et qu’on n’a pas la patience d’attendre que ceux qui le sont soient poussés ; une forêt héréditaire, plantée par les arrière-grands-pères pour les pères, par les pères pour les petits-fils, avec des allées d’une largeur prodigieuse, l’obélisque surmonté d’une boule, la fontaine de rocaille, la mare de rigueur, et les gardes poudrés à blanc, en culotte de peau jaune et en habit bleu de ciel ; – une de ces forêts touffues et sombres où se détachent admirablement les croupes satinées et blanches des gros chevaux de Wouvermans et les larges pavillons de ces trompes à la Dampierre, que le Parrocel aime à faire rayonner au dos des piqueurs. – Une multitude de queues de chiens pareilles à des croissants ou à des serpes s’arrondissaient en frétillant dans un nuage poussiéreux. – On donna le signal, on découpla les chiens qui tendaient leur corde à s’étrangler, et la chasse commença. – Nous ne décrirons pas très exactement les détours et les crochets du cerf à travers la forêt ; nous ne savons même pas très au juste si c’était un cerf dix cors, et, quelques recherches que nous ayons faites, nous n’avons pu nous en assurer, – ce qui est véritablement affligeant. – Néanmoins, nous pensons que dans une telle forêt, si antique, si ombreuse, si seigneuriale, il ne devait se trouver que des cerfs dix cors, et nous ne voyons pas pourquoi celui après lequel galopaient, sur des chevaux de différentes couleurs et non passibus œquis, les quatre principaux personnages de cet illustre roman n’en eût pas été un.

 

Le cerf courait comme un vrai cerf qu’il était, et une cinquantaine de chiens qu’il avait aux trousses n’étaient pas un médiocre éperon à sa vélocité naturelle. – La course était si rapide qu’on n’entendait que quelques rares abois.

 

Théodore, comme le mieux monté et le meilleur écuyer, talonnait la meute avec une ardeur incroyable. D’Albert le suivait de près. Rosette et le petit page Isnabel suivaient, séparés par un intervalle qui s’augmentait de minute en minute.

 

L’intervalle fut bientôt assez grand pour ne pouvoir plus espérer de rétablir l’équilibre.

 

– Si nous nous arrêtions un peu, dit Rosette, pour laisser souffler les chevaux ? – La chasse va du côté de l’étang, et je sais un chemin de traverse par lequel nous pourrons arriver en même temps qu’eux.

 

Isnabel tira la bride de son petit cheval des montagnes, qui baissa la tête en secouant sur ses yeux les mèches pendantes de sa crinière, et se mit à creuser le sable avec ses ongles.

 

Ce petit cheval formait avec celui de Rosette le contraste le plus parfait ; il était noir comme la nuit, l’autre d’un blanc de satin : il était tout hérissé et tout échevelé ; l’autre avait la crinière nattée de bleu, la queue peignée et frisée. Le second avait l’air d’une licorne et le premier d’un barbet.

 

La même différence antithétique se faisait remarquer dans les maîtres et dans les montures. – Rosette avait les cheveux aussi noirs qu’Isnabel les avait blonds ; ses sourcils étaient dessinés très nettement et d’une manière très apparente ; ceux du page n’avaient guère plus de vigueur que sa peau et ressemblaient au duvet de la pêche. – La couleur de l’une était éclatante et solide comme la lumière du midi ; le teint de l’autre avait les transparences et les rougeurs de l’aube naissante.

 

– Si nous tâchions maintenant de rattraper la chasse ? dit Isnabel à Rosette ; les chevaux ont eu le temps de reprendre haleine.

 

– Allons ! répondit la jolie amazone, et ils se lancèrent au galop dans une allée transversale assez étroite qui conduisait à la mare ; les deux bêtes couraient de front et en occupaient presque toute la largeur.

 

Du côté d’Isnabel, un arbre entortillé et noueux avançait une grosse branche comme un bras et semblait montrer le poing aux chevaucheurs. – L’enfant ne la vit pas.

 

– Prenez garde, cria Rosette, couchez-vous sur la selle ! vous allez être désarçonné.

 

L’avis était donné trop tard ; la branche frappa Isnabel au milieu du corps. La violence du coup lui fit perdre les étriers, et, son cheval continuant son galop et la branche étant trop forte pour ployer, il se trouva enlevé de la selle et tomba rudement en arrière.

 

L’enfant resta évanoui sur le coup. – Rosette, fort effrayée, se jeta à bas de sa bête et fut au page, qui ne donnait pas signe de vie.

 

Sa toque s’était détachée, et ses beaux cheveux blonds ruisselaient de toutes parts éparpillés sur le sable. – Ses petites mains ouvertes avaient l’air de mains de cire, tant elles étaient pâles : Rosette s’agenouilla auprès de lui et tâcha de le faire revenir. – Elle n’avait sur elle ni sels, ni flacon, et son embarras était grand. – Enfin elle avisa une ornière assez profonde où l’eau de pluie s’était amassée et clarifiée ; elle y trempa ses doigts, au grand effroi d’une petite grenouille qui était la naïade de cette onde, et elle en secoua quelques gouttes sur les tempes bleuâtres du jeune page. – Il ne parut pas les sentir, et les perles d’eau roulaient au long de ses joues blanches comme les larmes d’une sylphide au long d’une feuille de lis. Rosette, pensant que ses habits le pouvaient gêner, déboucla sa ceinture, défit les boutons de son justaucorps et ouvrit sa chemise pour que sa poitrine pût jouer plus librement. – Rosette vit alors quelque chose qui aurait été pour un homme la plus agréable des surprises du monde, mais qui ne parut pas à beaucoup près lui faire plaisir, – car ses sourcils se rapprochèrent, et sa lèvre supérieure trembla légèrement, – c’est-à-dire une gorge très blanche, encore peu formée, mais qui fusait les plus admirables promesses, et tenait déjà beaucoup ; une gorge ronde, polie, ivoirine, pour parler comme les ronsardisants, délicieuse à voir, plus délicieuse à baisser.

 

– Une femme ! dit-elle, une femme ! ah ! Théodore ! Isnabel, car nous lui conservons ce nom, quoique ce ne soit pas le sien, commença à respirer un peu, et souleva languissamment ses longues paupières ; il n’était blessé en aucune sorte, mais seulement étourdi. – Il se mit bientôt sur son séant, et, avec l’aide de Rosette, il put se dresser sur ses pieds et remonter sur son cheval qui s’était arrêté dès qu’il n’avait plus senti son cavalier.

 

Ils s’en furent à petits pas jusqu’à la mare, où en effet ils, ou plutôt elles, retrouvèrent le reste de la chasse. Rosette raconta en peu de mots à Théodore ce qui venait de se passer. – Celui-ci changea plusieurs fois de couleur pendant le récit de Rosette, et tout le reste de la route tint son cheval à côté de celui d’Isnabel.

 

On rentra au château de très bonne heure ! cette journée, commencée si joyeusement, se termina d’une manière assez triste.

 

Rosette était rêveuse, et d’Albert semblait aussi plongé dans de profondes réflexions. – Le lecteur saura bientôt ce qui y avait donné lieu.

Chapitre 8

 

Non, mon cher Silvio, non, je ne t’ai pas oublié ; je ne suis pas de ceux qui marchent dans la vie sans jamais jeter un regard en arrière ; mon passé me suit et empiète sur mon présent, et presque sur mon avenir ; ton amitié est une des places frappées du soleil qui se détachent le plus nettement à l’horizon déjà tout bleu de mes dernières années ; – souvent, du faîte où je suis, je me retourne pour la contempler avec un sentiment d’ineffable mélancolie.

 

Oh ! quel beau temps c’était – que nous étions angéliquement purs ! – Nos pieds touchaient à peine la terre ; nous avions comme des ailes aux épaules, nos désirs nous enlevaient, et la brise du printemps faisait trembler autour de nos fronts la blonde auréole de l’adolescence.

 

Te souviens-tu de cette petite île plantée de peupliers à cet endroit où la rivière forme un bras ? – Il fallut pour y aller passer sur une planche assez longue, très étroite et qui ployait étrangement par le milieu ; un vrai pont pour des chèvres, et qui en effet ne servait guère qu’à elles : c’était délicieux. – Un gazon court et fourni, où le souviens-toi de moi ouvrait en clignotant ses jolies petites prunelles bleues, un sentier jaune comme du nankin qui faisait une ceinture à la robe verte de l’île et lui serrait la taille, une ombre toujours émue de trembles et de peupliers n’étaient pas les moindres agréments de ce paradis : – il y avait de grandes pièces de toile que les femmes vendent étendre pour les blanchir à la rosée ; on eût dit des carrés de neige ; – et cette petite fille, toute brune et toute hâlée, dont les grands yeux sauvages brillaient d’un éclat si vif sous les longues mèches de ses cheveux, et qui courait après les chèvres en les menaçant et en agitant sa baguette d’osier, quand elles faisaient mine de vouloir marcher sur les toiles dont elle avait la garde, – te la rappelles-tu ? – Et les papillons couleur de soufre, au vol inégal et tremblotant, et le martin-pêcheur que nous avons tant de fois essayé d’attraper et qui avait son nid dans ce fourré d’aunes ? et ces descentes à la rivière avec leurs marches grossièrement taillées, leurs poteaux et leurs pieux tout verdis par le bas et presque toujours fermées par une claire-voie de plantes et de branchages ? Que cette eau était limpide et miroitante ! comme elle laissait voir un fond de gravier doré ! et quel plaisir c’était, assis sur la rive, d’y laisser pendre le bout de ses pieds ! Les nénuphars à fleurs d’or, qui s’y déroulaient gracieusement, avaient l’air de verts cheveux flottant sur le dos d’agate de quelque nymphe au bain. – Le ciel se regardait à ce miroir avec des sourires azurés et des transparences d’un gris de perle on ne peut plus ravissant, et, à toutes les heures de la journée, c’étaient des turquoises, des paillettes, des ouates et des moires d’une variété inépuisable. – Que j’aimais ces escadres de petits canards à cous d’émeraude, qui naviguaient incessamment d’un bord à l’autre et formaient quelques rides sur cette pure glace !

 

Que nous étions bien faits pour être les figures de ce paysage ! – comme nous allions à cette nature si douce et si reposée, et comme nous nous harmonisions facilement avec elle ! Printemps au-dehors, jeunesse au-dedans, soleil sur le gazon, sourire sur les lèvres, neige de fleurs à tous les buissons, blanches illusions épanouies dans nos âmes, pudique rougeur sur nos joues et sur l’églantine, poésie chantant dans notre cœur, oiseaux cachés gazouillant dans les arbres, lumière, roucoulements, parfums, mille rumeurs confuses, le cœur qui bat, l’eau qui remue un caillou, un brin d’herbe ou une pensée qui pousse, une goutte d’eau qui roule au long d’un calice, une larme qui déborde au long d’une paupière, un soupir d’amour, un bruissement de feuille… – quelles soirées nous avons passées là a nous promener à pas lents, si près du bord que souvent nous marchions un pied dans l’eau et l’autre sur la terre.

 

Hélas ! – cela a peu duré, chez moi du moins, – car toi, en acquérant la science de l’homme, tu as su garder la candeur de l’enfant. – Le germe de corruption qui était en moi s’est développé bien vite, et la gangrène a dévoré impitoyablement tout ce que j’avais de pur et de sain. – Il ne m’est resté de bon que mon amitié pour toi.

 

J’ai l’habitude de ne te rien cacher, – ni actions ni pensées. – J’ai mis à nu devant toi les plus secrètes fibres de mon cœur ; si bizarres, si ridicules, si excentriques que soient les mouvements de mon âme, il faut que je te les décrive ; mais, en vérité, ce que j’éprouve depuis quelque temps est d’une telle étrangeté que j’ose à peine en convenir devant moi-même. Je t’ai dit quelque part que j’avais peur, à force de chercher le beau et de m’agiter pour y parvenir, de tomber à la fin dans l’impossible ou dans le monstrueux. – J’en suis presque arrivé là ; quand donc sortirai-je de tous ces courants qui se contrarient et m’entraînent à gauche et à droite ? quand le pont de mon vaisseau cessera-t-il de trembler sous mes pieds et d’être balayé par les vagues de toutes ces tempêtes ? où trouverai-je un port où je puisse jeter l’ancre et un rocher inébranlable et hors de la portée des flots où je puisse me sécher et tordre l’écume de mes cheveux ?

 

Tu sais avec quelle ardeur j’ai recherché la beauté physique, quelle importance j’attache à la forme extérieure, et de quel amour je me suis pris pour le monde visible : – cela doit être, je suis trop corrompu et trop blasé pour croire à la beauté morale, et la poursuivre avec quelque suite. – J’ai perdu complètement la science du bien et du mal, et, à force de dépravation, je suis presque revenu à l’ignorance du sauvage et de l’enfant. En vérité, rien ne me paraît louable ou blâmable, et les plus étranges actions ne m’étonnent que peu. – Ma conscience est une sourde et muette. L’adultère me paraît la chose la plus innocente du monde ; je trouve tout simple qu’une jeune fille se prostitue ; il me semble que je trahirais mes amis sans le moindre remords, et je ne me ferais pas le plus léger scrupule de pousser du pied dans un précipice les gens qui me gênent, si je marchais sur le bord avec eux. – Je verrais de sang-froid les scènes les plus atroces, et il y a dans les souffrances et dans les malheurs de l’humanité quelque chose qui ne me déplaît pas. – J’éprouve à voir quelque calamité tomber sur le monde le même sentiment de volupté âcre et amère que l’on éprouve quand on se venge enfin d’une vieille insulte.

 

Ô monde, que m’as-tu fait pour que je te haïsse ainsi ? Qui m’a donc enfiellé de la sorte contre toi ? qu’attendais-je donc de toi pour te conserver tant de rancœur de m’avoir trompé ? à quelle haute espérance as-tu menti ? quelles ailes d’aiglon as-tu coupées ? – Quelles portes devais-tu ouvrir qui sont restées fermées, et lequel de nous deux a manqué à l’autre ?

 

Rien ne me touche, rien ne m’émeut ; – je ne sens plus, à entendre le récit des actions héroïques, ces sublimes frémissements qui me couraient autrefois de la tête aux pieds. – Tout cela me paraît même quelque peu niais. – Aucun accent n’est assez profond pour mordre les fibres détendues de mon cœur et les faire vibrer : – je vois couler les larmes de mes semblables du même œil que la pluie, à moins qu’elles ne soient d’une belle eau, et que la lumière ne s’y reflète d’une manière pittoresque et qu’elles ne coulent sur une belle joue. – Il n’y a guère plus que les animaux pour qui j’aie un faible reste de pitié. Je laisserais bien rouer de coups un paysan ou un domestique, et je ne supporterais pas patiemment qu’on en fit autant d’un cheval ou d’un chien en ma présence ; et pourtant je ne suis pas méchant, je n’ai jamais fait de mal à qui que ce soit au monde, et n’en ferai probablement jamais ; mais cela tient plutôt à ma nonchalance et au mépris souverain que j’ai pour toutes les personnes qui me déplaisent, et qui ne me permet pas de m’en occuper, même pour leur nuire. – J’abhorre tout le monde en masse, et, parmi tout ce tas, j’en juge à peine un ou deux dignes d’être haïs spécialement. – Haïr quelqu’un, c’est s’en inquiéter autant que si on l’aimait ; – c’est le distinguer, l’isoler de la foule ; c’est être dans un état violent à cause de lui ; c’est y penser le jour et y rêver la nuit ; c’est mordre son oreiller et grincer des dents en songeant qu’il existe ; que fait-on de plus pour quelqu’un qu’on aime ? Les peines et les mouvements qu’on se donne pour perdre un ennemi, se les donnerait-on pour plaire à une maîtresse ? – J’en doute – pour haïr bien quelqu’un, il faut en aimer un autre. Toute grande haine sert de contrepoids à un grand amour : et qui pourrais-je haïr, moi qui n’aime rien ?

 

Ma haine est comme mon amour un sentiment confus et général qui cherche à se prendre à quelque chose et qui ne le peut ; j’ai en moi un trésor de haine et d’amour dont je ne sais que faire et qui me pèse horriblement. Si je ne trouve à les répandre l’un ou l’autre ou tous les deux, je crèverai, et je me romprai comme ces sacs trop bourrés d’argent qui s’éventrent et se décousent. – Oh ! si je pouvais abhorrer quelqu’un, si l’un de ces hommes stupides avec qui je vis pouvait m’insulter de façon à faire bouillonner dans mes veines glacées mon vieux sang de vipère, et me faire sortir de cette morne somnolence où je croupis ; si tu me mordais à la joue avec tes dents de rat et que tu me communiquasses ton venin et ta rage, vieille sorcière au chef branlant ; si la mort de quelqu’un pouvait être ma vie ; – si le dernier battement du cœur d’un ennemi se tordant sous mon pied pouvait faire passer dans ma chevelure des frissons délicieux, et si l’odeur de son sang devenait plus douce à mes narines altérées que l’arôme des fleurs, oh ! que volontiers je renoncerais à l’amour, et que je m’estimerais heureux !

 

Étreintes mortelles, morsures de tigre, enlacements de boa, pieds d’éléphant posés sur une poitrine qui craque et s’aplatit, queue acérée du scorpion, jus laiteux de l’euphorbe, kriss ondulés du Javan, lames qui brillez la nuit, et vous éteignez dans le sang, c’est vous qui remplacerez pour moi les roses effeuillées, les baisers humides et les enlacements de l’amour !

 

Je n’aime rien, ai-je dit, hélas ! j’ai peur maintenant d’aimer quelque chose. – Il vaudrait cent mille fois mieux haïr que d’aimer comme cela ! – Le type de beauté que je rêvais depuis si longtemps, je l’ai rencontré. – J’ai trouvé le corps de mon fantôme ; je l’ai vu, il m’a parlé, je lui ai touché la main, il existe ; ce n’est pas une chimère. Je savais bien que je ne pouvais me tromper, et que mes pressentiments ne mentaient jamais. – Oui, Silvio, je suis à côté du rêve de ma vie ; – ma chambre est ici, la sienne est là ; je vois trembler d’ici le rideau de sa fenêtre et la lumière de sa lampe. Son ombre vient de passer sur le rideau : dans une heure nous allons souper ensemble.

 

Ces belles paupières turques, ce regard limpide et profond, cette chaude couleur d’ambre pâle, ces longs cheveux noirs lustrés, ce nez d’une coupe fine et fière, ces emmanchements et ces extrémités délices et sveltes à la manière du Parmeginiano, ces délicates sinuosités, cette pureté d’ovale qui donnent tant d’élégance et d’aristocratie à une tête, tout ce que je voulais, ce que j’aurais été heureux de trouver disséminé dans cinq ou six personnes, j’ai tout cela réuni dans une seule personne !

 

Ce que j’adore le plus entre toutes les choses du monde, – c’est une belle main. – Si tu voyais la sienne ! quelle perfection ! comme elle est d’une blancheur vivace ! quelle mollesse de peau ! quelle pénétrante moiteur ! comme le bout de ses doigts est admirablement effilé ! comme l’œil de ses ongles se dessine nettement ! quel poli et quel éclat ! on dirait des feuilles intérieures d’une rose, – les mains d’Anne d’Autriche, si vantées, si célébrées, ne sont, à celles-là, que des mains de gardeuse de dindons ou de laveuse de vaisselle. – Et puis quelle grâce, quel art dans les moindres mouvements de cette main ! comme ce petit doigt se replie gracieusement et se tient un peu écarté de ses grands frères ! – La pensée de cette main me rend fou, et fait frémir et brûler mes lèvres. – Je ferme les yeux pour ne plus la voir ; mais du bout de ses doigts délicats elle me prend les cils et m’ouvre les paupières, fait passer devant moi mille visions d’ivoire et de neige.

 

Ah ! sans doute, c’est la griffe de Satan qui s’est gantée de cette peau de satin ; – c’est quelque démon railleur qui se joue de moi ; – il y a ici du sortilège. – C’est trop monstrueusement impossible.

 

Cette main… Je m’en vais partir en Italie voir les tableaux des grands maîtres, étudier, comparer, dessiner, devenir un peintre enfin, pour la pouvoir rendre comme elle est, comme je la vois, comme je la sens ; ce sera peut-être un moyen de me débarrasser de cette espèce d’obsession.

 

J’ai désiré la beauté ; je ne savais pas ce que je demandais. – C’est vouloir regarder le soleil sans paupières, c’est vouloir toucher la flamme. – Je souffre horriblement. – Ne pouvoir s’assimiler cette perfection, ne pouvoir passer dans elle et la faire passer en soi, n’avoir aucun moyen de la rendre et de la faire sentir ! – Quand je vois quelque chose de beau, je voudrais le toucher de tout moi-même, partout et en même temps. Je voudrais le chanter et le peindre, le sculpter et l’écrire, en être aimé comme je l’aime ; je voudrais ce qui ne se peut pas et ce qui ne se pourra jamais.

 

Ta lettre m’a fait mal, – bien mal, moi ce que je te dis là. – Tout ce bonheur calme et pur dont tu jouis, ces promenades dans les bois rougissants, – ces longues causeries, si tendres et si intimes, qui se terminent par un chaste baiser sur le front ; cette vie séparée et sereine ; ces jours, si vite passés que la nuit vous semble avancer, me font encore trouver plus tempétueuses les agitations intérieures où je vis. – Ainsi donc vous devez vous marier dans deux mois ; tous les obstacles sont levés, vous êtes sûrs maintenant de vous appartenir à tout jamais. Votre félicité présente s’augmente de toute votre félicité future. Vous êtes heureux, et vous avez la certitude d’être plus heureux bientôt. – Quel sort que le vôtre ! – Ton amie est belle, mais ce que tu as aimé en elle, ce n’est pas la beauté morte et palpable, la beauté matérielle, c’est la beauté invisible et éternelle, la beauté qui ne vieillit point, la beauté de l’âme. – Elle est pleine de grâce et de candeur ; elle t’aime comme savent aimer ces âmes-là. – Tu n’as pas cherché si l’or de ses cheveux se rapprochait pour le ton des chevelures de Rubens et du Giorgione ; mais ils t’ont plu, parce que c’étaient ses cheveux. Je parie bien, heureux amant que tu es, que tu ne sais pas seulement si le type de ta maîtresse est grec ou asiatique, anglais ou italien. – Ô Silvio ! combien sont rares les cœurs qui se contentent de l’amour pur et simple et qui ne souhaitent ni ermitage dans les forêts, ni jardin dans une île du lac Majeur.

 

Si j’avais le courage de m’arracher d’ici, j’irais passer un mois avec vous ; peut-être me purifierais-je à l’air que vous respirez, peut-être l’ombre de vos allées jetterait-elle un peu de fraîcheur à mon front brûlant ; mais non, c’est un paradis où je ne dois pas mettre le pied. – À peine doit-il m’être permis de regarder de loin, et par-dessus le mur, les deux beaux anges qui s’y promènent la main dans la main, les yeux sur les yeux. Le démon ne peut entrer dans l’Eden que sous la forme d’un serpent, et, cher Adam, pour tout le bonheur du ciel, je ne voudrais pas être le serpent de ton Ève.

 

Quel effroyable travail s’est-il donc fait dans mon âme depuis ces derniers temps ? qui a donc fait tourner mon sang et l’a changé en venin ? Monstrueuse pensée, qui déploie tes rameaux d’un vert pâle et tes ombelles de ciguë dans l’ombre glaciale de mon cœur, quel vent empoisonné y a déposé le germe dont tu es éclose ! C’était donc là ce qui m’était réservé, voilà donc où devaient aboutir tous ces chemins si désespérément tentés ! – Ô sort, comme tu te joues de nous ! – Tous ces élans d’aigle vers le soleil, ces pures flammes aspirantes du ciel, cette divine mélancolie, cet amour profond et contenu, cette religion de la beauté, cette fantaisie si curieuse et si élégante, ce flot intarissable et toujours montant de la fontaine intérieure, cette extase aux ailes toujours ouvertes, cette rêverie plus en fleur que l’aubépine de mai ? toute cette poésie de ma jeunesse, tous ces dons si beaux et si rares ne me devaient servir qu’à me mettre au-dessous du dernier des hommes !

 

Je voulais aimer. – J’allais comme un forcené appelant et invoquant l’amour ; – je me tordais de rage sous le sentiment de mon impuissance ; j’allumais mon sang, je traînais mon corps aux bourbiers des plaisirs ; j’ai serré à l’étouffer contre mon cœur aride une femme et belle et jeune et qui m’aimait ; – j’ai couru après la passion qui me fuyait. Je me suis prostitué, et j’ai fait comme une vierge qui s’en irait dans un mauvais lieu espérant trouver un amant parmi ceux que la débauche y pousse, au lieu d’attendre patiemment, dans une ombre discrète et silencieuse, que l’ange que Dieu me réserve m’apparût dans une pénombre rayonnante, une fleur du ciel à la main. Toutes ces années que j’ai perdues à m’agiter puérilement, à courir çà et là, à vouloir forcer la nature et le temps, j’aurais dû les passer dans la solitude et la méditation, à tâcher de me rendre digne d’être aimé ; – c’eût été sagement fait ; – mais l’avais des écailles sur les yeux et je marchais droit au précipice. J’ai déjà un pied suspendu sur le vide, et le crois que je m’en vais bientôt lever l’autre. J’ai beau résister, je le sens, il faut que je roule jusqu’au fond de ce nouveau gouffre qui vient de s’ouvrir en moi.

 

Oui, c’est bien ainsi que je m’étais figuré l’amour. Je sens maintenant ce que j’avais rêvé. – Oui, voilà bien les insomnies charmantes et terribles où les roses sont des chardons et où les chardons sont des roses ; voilà bien la douce peine et le bonheur misérable, ce trouble ineffable qui vous entoure d’un nuage doré et fait trembler devant vous la forme des objets ainsi que fait l’ivresse, ces bourdonnements d’oreille où tinte toujours la dernière syllabe du nom bien aimé, ces pâleurs, ces rougeurs, ces frémissements subits, cette sueur brûlante et glacée : c’est bien cela ; les poètes ne mentent pas.

 

Quand je suis au moment d’entrer au salon où nous avons l’habitude de nous trouver, mon cœur bat avec une telle violence qu’on le pourrait voir à travers mes habits, et je suis obligé de le comprimer avec mes deux mains, de peur qu’il ne s’échappe. – Si je l’aperçois au bout d’une allée, dans le parc, la distance s’efface sur-le-champ, et je ne sais pas où le chemin passe : il faut que le diable l’emporte ou que j’aie des ailes. – Rien ne peut m’en distraire : je lis, son image s’interpose entre le livre et mes yeux ; – je monte à cheval, je cours au grand galop, et je crois toujours sentir dans le tourbillon ses longs cheveux qui se mêlent aux miens, et entendre sa respiration précipitée et son souffle tiède qui m’effleure la joue. Cette image m’obsède et me suit partout, et je ne la vois jamais plus que lorsque je ne la vois pas.

 

Tu m’as plaint de ne pas aimer, – plains-moi maintenant d’aimer, et surtout d’aimer qui j’aime. Quel malheur, quel coup de hache sur ma vie déjà si tronçonnée ! – quelle passion insensée, coupable et odieuse s’est emparée de moi ! – C’est une honte dont la rougeur ne s’éteindra jamais sur mon front. – C’est la plus déplorable de toutes mes aberrations, je n’y conçois rien, je n’y comprends rien, tout en moi est brouillé et renversé ; je ne sais plus qui je suis ni ce que sont les autres, je doute si je suis un homme ou une femme, j’ai horreur de moi-même, j’éprouve des mouvements singuliers et inexplicables, et il y a des moments où il me semble que ma raison s’en va, et où le sentiment de mon existence m’abandonne tout à fait. Longtemps je n’ai pu croire à ce qui était ; je me suis écouté et observé attentivement. J’ai tâché de démêler cet écheveau confus qui s’enchevêtrait dans mon âme. Enfin, à travers tous les voiles dont elle s’enveloppait, j’ai découvert l’affreuse vérité… Silvio, j’aime… Oh ! non, je ne pourrai jamais te le dire… l’aime un homme !

Chapitre 9

 

Cela est ainsi. – J’aime un homme, Silvio. – J’ai cherché longtemps à me faire illusion ; j’ai donné un nom différent au sentiment que j’éprouvais, je l’ai vêtu de l’habit d’une amitié pure et désintéressée ; j’ai cru que cela n’était que l’admiration que j’ai pour toutes les belles personnes et les belles choses ; je me suis promené plusieurs jours dans les sentiers perfides et riants qui errent autour de toute passion naissante ; mais je reconnais maintenant dans quelle profonde et terrible voie je me suis engagé. Il n’y a pas à se le cacher : je me suis bien examiné, j’ai pesé froidement toutes les circonstances ; je me suis rendu raison du plus mince détail ; j’ai fouillé mon âme dans tous les sens avec cette sûreté que donne l’habitude d’étudier sur soi-même ; je rougis d’y penser et de l’écrire ; mais la chose, hélas ! n’est que trop certaine, j’aime ce jeune homme, non d’amitié, mais d’amour ; – oui, d’amour.

 

Toi que j’ai tant aimé, ô Silvio, mon bon, mon seul camarade, tu ne m’as jamais rien fait éprouver de semblable, et cependant, s’il y eut jamais sous le ciel amitié étroite et vive, si jamais deux âmes, quoique différentes, se sont parfaitement comprises, ce fut notre amitié et ce sont nos deux âmes. Quelles heures ailées nous avons passées ensemble ! quelles causeries sans fin et toujours trop tôt terminées ! que de choses nous nous sommes dites, que l’on ne s’est jamais dites ! – Nous avions au cœur l’un pour l’autre cette fenêtre que Momus aurait voulu ouvrir au flanc de l’homme. – Que j’étais fier d’être ton ami, moi, plus jeune que toi, moi si fou, toi si raisonnable !

 

Ce que je sens pour ce jeune homme est vraiment incroyable : jamais aucune femme ne m’a troublé aussi singulièrement. Le son de sa voix si argentin et si clair me donne sur les nerfs et m’agite d’une manière étrange ; mon âme se suspend à ses lèvres, comme une abeille à une fleur, pour y boire le miel de ses paroles. – Je ne puis l’effleurer en passant sans frissonner de la tête aux pieds, et le soir, quand au moment de nous quitter il me tend son adorable main si douce et si satinée, toute ma vie se porte à la place qu’il a touchée, et une heure après je sens encore la pression de ses doigts.

 

Ce matin, je l’ai regardé très longtemps sans qu’il me vît. – J’étais caché derrière mon rideau. – Lui était à sa fenêtre, qui est précisément en face de la mienne. – Cette partie du château a été bâtie, à la fin du règne de Henri IV ; elle est moitié briques, moitié moellons, selon l’usage du temps ; la fenêtre est longue, étroite, avec un linteau et un balcon de pierre, – Théodore, – car tu as déjà sans doute deviné que c’est lui dont il s’agit, – était accoudé mélancoliquement sur la rampe et paraissait rêver profondément. – Une draperie de damas rouge à grandes fleurs, à demi relevée, tombait à larges plis derrière lui et lui servait de fond. – Qu’il était beau, et que sa tête brune et pâle ressortait merveilleusement sur cette teinte pourpre ! Deux grosses touffes de cheveux, noires, lustrées, pareilles aux grappes de raisin de l’Érigone antique, lui pendaient gracieusement le long des joues et encadraient d’une manière charmante l’ovale fin et correct de sa belle figure. Son cou rond et potelé était entièrement nu, et il avait une espèce de robe de chambre à larges manches qui ressemblait assez à une robe de femme. – Il tenait en main une tulipe jaune qu’il déchiquetait impitoyablement dans sa rêverie, et dont il jetait les morceaux au vent.

 

Un des angles lumineux que le soleil dessinait sur le mur se vint projeter contre la fenêtre, et le tableau se dora d’un ton chaud et transparent à faire envie à la toile la plus chatoyante du Giorgione.

 

Avec ces longs cheveux que la brise remuait doucement, ce cou de marbre ainsi découvert, cette grande robe serrée autour de la taille, ces belles mains sortant de leurs manchettes comme les pistils d’une fleur du milieu de leurs pétales, – il avait l’air non du plus beau des hommes, mais de la plus belle des femmes, – et je me disais dans mon cœur : – C’est une femme, oh ! c’est une femme ! – Puis je me souvins tout à coup d’une folie que je t’ai écrite il y a longtemps, – tu sais, – à l’endroit de mon idéal et de la manière dont je le devais assurément rencontrer : la belle dame du parc de Louis XIII, le château rouge et blanc, la grande terrasse, les allées de vieux marronniers et l’entrevue à la fenêtre ; je t’ai fait autrefois tout ce détail. – C’était bien cela, – ce que je voyais était la réalisation précise de mon rêve. – C’était bien le style d’architecture, l’effet de lumière, le genre de beauté, la couleur et le caractère que j’avais souhaités ; – il n’y manquait rien, seulement la dame était un homme ; – mais je t’avoue qu’en ce moment-là je l’avais entièrement oublié.

 

Il faut que Théodore soit une femme déguisée ; la chose est impossible autrement. – Cette beauté excessive, même pour une femme, n’est pas la beauté d’un homme, fût-il Antinoüs, l’ami d’Adrien ; fut-il Alexis, l’ami de Virgile. – C’est une femme, parbleu, et je suis bien fou de m’être ainsi tourmenté. De la sorte tout s’explique le plus naturellement du monde, et je ne suis pas aussi monstre que je le croyais.

 

Est-ce que Dieu mettrait ainsi des franges de soie si longues et si brunes à de sales paupières d’homme ? Est-ce qu’il teindrait de ce carmin si vif et si tendre nos vilaines bouches lippues et hérissées de poils ? Nos os taillés à coups de serpe et grossièrement emmanchés ne valent point qu’on les emmaillote d’une chair aussi blanche et aussi délicate ; nos crânes bossués ne sont point faits pour être baignés des flots d’une si admirable chevelure.

 

– Ô beauté ! nous ne sommes créés que pour t’aimer et t’adorer à genoux si nous t’avons trouvée, pour te chercher éternellement à travers le monde si ce bonheur ne nous a pas été donné ; mais te posséder, mais être nous-mêmes toi, cela n’est possible qu’aux anges et aux femmes. Amants, poètes, peintres et sculpteurs, nous cherchons tous à t’élever un autel, l’amant dans sa maîtresse, le poète dans son chant, le peintre dans sa toile, le sculpteur dans son marbre ; mais l’éternel désespoir, c’est de ne pouvoir faire palpable la beauté que l’on sent et d’être enveloppé d’un corps qui ne réalise point l’idée du corps que vous comprenez être le vôtre.

 

J’ai vu autrefois un jeune homme qui m’avait volé la forme que j’aurais dû avoir. Ce scélérat était juste comme j’aurais voulu être. Il avait la beauté de ma laideur, et à côté de lui j’avais l’air de son ébauche. Il était de ma taille, mais plus svelte et plus fort ; sa tournure ressemblait à la mienne, mais avec une élégance et une noblesse que je n’ai pas. Ses yeux n’étaient pas d’une couleur autre que mes propres yeux, mais ils avaient un regard et un éclat que les miens n’auront jamais. Son nez avait été jeté au même moule que le mien, seulement il semblait avoir été retouché par le ciseau d’un statuaire habile ; les narines en étaient plus ouvertes et plus passionnées, les méplats plus nettement accusés, et il avait quelque chose d’héroïque dont cette respectable partie de mon individu est totalement dénuée : on eût dit que la nature se fût essayée en ma personne à faire ce moi-même perfectionné. – J’avais l’air d’être le brouillon raturé et informe de la pensée dont il était la copie en belle écriture moulée. Quand je le voyais marcher, s’arrêter, saluer les dames, s’asseoir et se coucher avec cette grâce parfaite qui résulte de la beauté des proportions, il me prenait des tristesses et des jalousies affreuses, et telles qu’en doit ressentir le modèle de terre glaise qui se sèche et se fendille obscurément dans un coin de l’atelier, tandis que l’orgueilleuse statue de marbre, qui sans lui n’existerait pas, se dresse fièrement sur son socle sculpté et attire l’attention et les éloges des visiteurs. Car enfin ce drôle, ce n’est que moi un peu mieux réussi et coulé avec un bronze moins rebelle et qui s’est insinué plus exactement dans les creux du moule. Je le trouve bien hardi de se pavaner ainsi avec ma forme et de faire l’insolent comme s’il était un type original : il n’est, au bout du compte, que mon plagiaire, car je suis né avant lui, et sans moi la nature n’eût point eu l’idée de le faire ainsi. – Quand les femmes louaient ses bonnes façons et les agréments de sa personne, j’avais toutes les envies du monde de me lever et de leur dire : Sottes que vous êtes, louez-moi donc directement, car ce monsieur est moi, et c’est un détour inutile que de lui envoyer ce qui me revient. D’autres fois j’avais d’horribles démangeaisons de l’étrangler et de mettre son âme à la porte de ce corps qui m’appartenait, et je rôdais autour de lui les lèvres serrées, les poings crispés comme un seigneur qui rôde autour de son palais où une famille de gueux s’est établie en son absence et qui ne sait comment les jeter dehors. – Ce jeune homme, au reste, est stupide, et il réussit d’autant plus. – Et quelquefois j’envie sa stupidité plus que sa beauté. – Le mot de l’Évangile sur les pauvres d’esprit n’est pas complet : ils auront le royaume du ciel ; je n’en sais rien, et cela m’est bien égal ; mais à coup sûr ils ont le royaume de la terre, – ils ont l’argent et les belles femmes, c’est-à-dire les deux seules choses désirables qui soient au monde. – Connais-tu un homme d’esprit qui soit riche, et un garçon de cœur et de quelque mérite qui ait une maîtresse passable ? – Quoique Théodore soit très beau, je n’ai cependant pas désiré sa beauté, et j’aime mieux qu’il l’ait que moi.

 

– Ces amours étranges dont sont pleines les élégies des poètes anciens, qui nous surprenaient tant et que nous ne pouvions concevoir, sont donc vraisemblables et possibles. Dans les traductions que nous en faisions, nous mettions des noms de femmes à la place de ceux qui y étaient. Juventius se terminait en Juventia, Alexis se changeait en Ianthé. Les beaux garçons devenaient de belles filles, nous recomposions ainsi le sérail monstrueux de Catulle, de Tibulle, de Martial et du doux Virgile. C’était une fort galante occupation qui prouvait seulement combien peu nous avions compris le génie antique.

 

Je suis un homme des temps homériques ; – le monde où je vis n’est pas le mien, et je ne comprends rien à la société qui m’entoure. Le Christ n’est pas venu pour moi ; je suis aussi païen qu’Alcibiade et Phidias. – Je niai jamais été cueillir sur le Golgotha les fleurs de la passion, et le fleuve profond qui coule du flanc du crucifié et fait une ceinture rouge au monde ne m’a pas baigné de ses flots : – mon corps rebelle ne veut point reconnaître la suprématie de l’âme, et ma chair n’entend point qu’on la mortifie. – Je trouve la terre aussi belle que le ciel, et je pense que la correction de la forme est la vertu. La spiritualité n’est pas mon fait, j’aime mieux une statue qu’un fantôme, et le plein midi que le crépuscule. Trois choses me plaisent : l’or, le marbre et la pourpre, éclat, solidité, couleur. Mes rêves sont faits de cela, et tous les palais que je bâtis à mes chimères sont construits de ces matériaux.

 

Quelquefois j’ai d’autres songes, – ce sont de longues cavalcades de chevaux tout blancs, sans harnais et sans bride, montés par de beaux jeunes gens nus qui défilent sur une bande de couleur bleu foncé comme sur les frises du Parthénon, ou des théories de jeunes filles couronnées de bandelettes avec des tuniques à plis droits et des sistres d’ivoire qui semblent tourner autour d’un vase immense. – Jamais ni brouillard ni vapeur, jamais rien d’incertain et de flottant. Mon ciel n’a pas de nuage, ou, s’il en a, ce sont des nuages solides et taillés au ciseau, faits avec les éclats de marbre tombés de la statue de Jupiter. Des montagnes aux arêtes vives et tranchées le dentellent brusquement par les bords, et le soleil accoudé sur une des plus hautes cimes ouvre tout grand son œil jaune de lion aux paupières dorées. – La cigale crie et chante, l’épi craque ; l’ombre vaincue et n’en pouvant plus de chaleur se pelotonne et se ramasse au pied des arbres : tout rayonne, tout reluit, tout resplendit. Le moindre détail prend de la fermeté et s’accentue hardiment ; chaque objet revêt une forme et une couleur robustes. Il n’y a pas là de place pour la mollesse et la rêvasserie de l’art chrétien. – Ce monde-là est le mien. – Les ruisseaux de mes paysages tombent à flots sculptés d’une urne sculptée ; entre ces grands roseaux verts et sonores comme ceux de l’Eurotas, on voit luire la hanche ronde et argentée de quelque naïade aux cheveux glauques. Dans cette sombre forêt de chênes, voici Diana qui passe la trousse au dos avec son écharpe volante et ses brodequins aux bandes entrelacées. Elle est suivie de sa meute et de ses nymphes aux noms harmonieux. – Mes tableaux sont peints avec quatre tons, comme les tableaux des peintres primitifs, et souvent ce ne sont que des bas-reliefs coloriés ; car j’aime à toucher du doigt ce que j’ai vu et à poursuivre la rondeur des contours jusque dans ses replis les plus fuyants ; je considère chaque chose sous tous les profils et je tourne à l’entour une lumière à la main. – J’ai regardé l’amour à la lumière antique et comme un morceau de sculpture plus ou moins parfait. Comment est le bras ? Assez bien. – Les mains ne manquent pas de délicatesse. – Que pensez-vous de ce pied ? Je pense que la cheville n’a pas de noblesse, et que le talon est commun. Mais la gorge est bien placée et d’une bonne forme, la ligne serpentine est assez ondoyante, les épaules sont grasses et d’un beau caractère. – Cette femme serait un modèle passable, et l’on en pourrait mouler plusieurs portions. – Aimons-la.

 

T’a ; ans té ainsi. J’ai pour les femmes le regard d’un sculpteur et non celui d’un amant. Je me suis toute ma vie inquiété de la forme du flacon, jamais de la qualité du contenu. J’aurais eu la boîte de Pandore entre les mains, je crois que je ne l’eusse pas ouverte. Tout à l’heure je disais que le Christ n’était pas venu pour moi ; Marie, l’étoile du Ciel moderne, la douce mère du glorieux bambin, n’est pas venue non plus.

 

Bien longtemps et bien souvent je me suis arrêté sous le feuillage de pierre des cathédrales, aux tremblantes clartés des vitraux, à l’heure où l’orgue gémissait de lui-même, quand un doigt invisible se posait sur les touches et que le vent soufflait dans les tuyaux, – et j’ai plongé profondément mes yeux dans l’azur pâle des longs yeux de la Madone. J’ai suivi avec piété l’ovale amaigri de sa figure, l’arc à peine indiqué de ses sourcils, j’ai admiré son front uni et lumineux, ses tempes chastement transparentes, les pommettes de ses joues nuancées d’une couleur sobre et virginale, plus tendre que la fleur du pêcher ; j’ai compté un à un les beaux cils dorés qui y jettent leur ombre palpitante ; j’ai démêlé, dans la demi-teinte qui la baigne, les lignes fuyantes de son cou frêle et modestement penché ; j’ai même, d’une main téméraire, soulevé les plis de sa tunique et contemplé sans voile ce sein vierge et gonflé de lait qui n’a jamais été pressé que par les lèvres divines ; j’en ai poursuivi les minces veines bleues jusque dans leurs plus imperceptibles ramifications, j’y ai posé le doigt pour faire jaillir en blancs filets le breuvage céleste ; j’ai effleuré de ma bouche le bouton de la rose mystique.

 

– Eh bien ! je l’avoue, toute cette beauté immatérielle, si ailée, et si vaporeuse qu’on sent bien qu’elle va prendre son vol, ne m’a touché que médiocrement. – J’aime mieux la Vénus Anadyomène, mille fois mieux. – Ces yeux antiques retroussés par les coins, cette lèvre si pure et si fermement coupée, si amoureuse et qui convie si bien au baiser, ce front bas et plein, ces cheveux ondulés comme la mer et noués négligemment derrière la tête, ces épaules fermes et lustrées, ce dos aux mille sinuosités charmantes, cette gorge petite et peu détachée, toutes ces formes rondes et tendues, cette largeur de hanche, cette force délicate, ce caractère de vigueur surhumaine dans un corps aussi adorablement féminin me ravissent et m’enchantent à un point dont tu ne peux te faire une idée, toi le chrétien et le sage.

 

Marie, malgré l’air humble qu’elle affecte, est beaucoup trop fière pour moi ; c’est à peine si le bout de son pied, entouré de blanches bandelettes, effleure le globe déjà bleuissant où se tord l’antique dragon. – Ses yeux sont les plus beaux du monde, mais ils sont toujours tournés vers le ciel, ou baissés ; jamais ils ne regardent en face, – jamais ils n’ont servi de miroir à une forme humaine. – Et puis, je n’aime pas ces nimbes de chérubins souriants, qui s’arrondissent autour de sa tête dans une blonde vapeur. Je suis jaloux de ces grands anges éphèbes avec des chevelures et des robes flottantes qui s’empressent si amoureusement dans ses assomptions ; ces mains qui s’enlacent pour la soutenir, ces ailes qui s’agitent pour l’éventer me déplaisent et me contrarient. Ces petits-maîtres du ciel, si coquets et si triomphants, en tunique de lumière, en perruque de fils d’or, avec leurs belles plumes bleues et vertes, me semblent beaucoup trop galants, et, si j’étais Dieu, je me garderais de donner de tels pages à ma maîtresse.

 

La Vénus sort de la mer pour aborder au monde, – comme il convient à une divinité qui aime les hommes, – toute nue et toute seule. – Elle préfère la terre à l’Olympe et a pour amants plus d’hommes que de dieux : elle ne s’enveloppe pas des voiles langoureux de la mysticité ; elle se tient debout, son dauphin derrière elle, le pied sur sa conque de nacre ; le soleil frappe sur son ventre poli, et de sa blanche main elle soutient en l’air les flots de ses beaux cheveux où le vieux père Océan a semé ses perles les plus parfaites. – On la peut voir : elle ne cache rien, car la pudeur n’est faite que pour les laides, et c’est une invention moderne, fille du mépris chrétien de la forme et de la matière.

 

Ô vieux monde ! tout ce que tu as révéré est donc méprisé ; tes idoles sont donc renversées dans la poussière ; de maigres anachorètes vêtus de lambeaux troués, des martyrs tout sanglants et les épaules lacérées par les tigres de tes cirques se sont juchés sur les piédestaux de tes dieux si beaux et si charmants : – le Christ a enveloppé le monde dans son linceul. Il faut que la beauté rougisse d’elle-même et prenne un suaire. – Beaux jeunes gens aux membres frottés d’huile qui luttez dans le lycée ou le gymnase, sous le ciel éclatant, au plein soleil de l’Attique, devant la foule émerveillée ; jeunes filles de Sparte qui dansez la bibase, et qui courez nues jusqu’au sommet du Taygète, reprenez vos tuniques et vos chlamydes : – votre règne est passé. Et vous, pétrisseurs de marbre, Prométhées du bronze, brisez vos ciseaux : – il n’y aura plus de sculpteurs. – Le monde palpable est mort. Une pensée ténébreuse et lugubre remplit seule l’immensité du vide. – Cléomène va voir chez les tisserands quels plis fait le drap ou la toile.

 

Virginité, plante amère, née sur un sol trempé de sang, et dont la fleur étiolée et maladive s’ouvre péniblement à l’ombre humide des cloîtres, sous une froide pluie lustrale ; – rose sans parfum et toute hérissée d’épines, tu as remplacé pour nous les belles et joyeuses roses baignées de nard et de falerne des danseuses de Sybaris !

 

Le monde antique ne te connaissait pas, fleur inféconde ; jamais tu n’es entrée dans ses couronnes aux odeurs enivrantes ; – dans cette société vigoureuse et bien portante, on t’eût dédaigneusement foulée aux pieds. – Virginité, mysticisme, mélancolie, – trois mots inconnus, – trois maladies nouvelles apportées par le Christ. – Pâles spectres qui inondez notre monde de vos larmes glacées, et qui, le coude sur un nuage, la main dans la postent, dites pour toute parole : Ô mort ! ô mort ! vous n’auriez pu mettre le pied sur cette terre si bien peuplée de dieux indulgents et folâtres !

 

Je considère la femme, à la manière antique, comme une belle esclave destinée à nos plaisirs. – Le christianisme ne l’a pas réhabilitée à mes yeux. C’est toujours pour moi quelque chose de dissemblable et d’inférieur que l’on adore et dont on joue, un hochet plus intelligent que s’il était d’ivoire ou d’or, et qui se relève lui-même si on le laisse tomber à terre. – On m’a dit, à cause de cela, que je pensais mal des femmes ; je trouve, au contraire, que c’est en penser fort bien.

 

Je ne sais pas, en vérité, pourquoi les femmes tiennent tant à être regardées comme des hommes. – Je conçois que l’on ait envie d’être serpent boa, lion ou éléphant ; mais que l’on ait envie d’être homme, c’est ce qui me passe tout à fait. Si j’avais été au concile de Trente quand s’y agita cette importante question, à savoir si la femme est un homme, j’aurais assurément opiné pour la négative.

 

J’ai fait en ma vie quelques vers amoureux ou du moins qui avaient la prétention de passer pour tels. – Je viens d’en relire une partie. Le sentiment de l’amour moderne y manque totalement. – Si cela était écrit en distiques latins au lieu d’être en rimes françaises, on le pourrait prendre pour l’œuvre d’un mauvais poète du temps d’Auguste. Et je m’étonne que les femmes, pour qui ils étaient faits, au lieu d’en être fort charmées, ne s’en soient pas fâchées sérieusement. – Il est vrai que les femmes ne s’entendent pas plus en poésie que les choux et les roses, ce qui est très naturel et très simple, étant elles-mêmes la poésie ou tout au moins les meilleurs instruments de poésie : la flûte n’entend ni ne comprend l’air que l’on joue sur elle.

 

Dans ces vers, il n’est parlé que de l’or ou de l’ébène des cheveux, de la finesse miraculeuse de la peau, de la rondeur du bras, de la petitesse des pieds et de la forme délicate de la main, et le tout se termine par une humble supplique à la divinité d’octroyer au plus vite la jouissance de toutes ces belles choses. – Aux endroits triomphants, ce ne sont que guirlandes suspendues au seuil, pluies de fleurs, parfums brûlés, addition de baisers catullienne, nuits blanches et charmantes, querelles à l’Aurore, avec injonctions à la susdite Aurore de retourner se cacher derrière les rideaux de safran du vieux Tithon ; – c’est un éclat sans chaleur, une sonorité sans vibration. – Cela est exact, poli, fait avec une égale curiosité ; mais, à travers tous les raffinements et les voiles de l’expression, on devine la voix brève et dure du maître qui tâche de s’adoucir en parlant à l’esclave. – Ce n’est point, comme dans les poésies érotiques faites depuis l’ère chrétienne, une âme qui demande à une autre âme de l’aimer, parce qu’elle l’aime ; ce n’est point un lac azuré et souriant qui invite un ruisseau à se fondre dans son sein pour refléter ensemble les étoiles du ciel ; – ce n’est point un couple de colombes ouvrant les ailes en même temps pour voler au même nid. Cinthia, vous êtes belle ; hâtez-vous. Qui sait si vous vivrez demain ? – Votre chevelure est plus noire que la peau lustrée d’une vierge éthiopienne. Hâtez-vous ; dans quelques années d’ici, de minces fils d’argent se glisseront dans ces touffes épaisses ; – ces roses sentent bon aujourd’hui, demain elles auront l’odeur de la mort et ne seront plus que des cadavres de roses. – Respirons tes roses tant qu’elles ressemblent à tes joues ; embrassons tes joues tant qu’elles ressemblent à tes roses. – Lorsque vous serez vieille, Cinthia, personne ne voudra plus de vous, pas même les valets du licteur quand vous les payeriez, et vous courrez après mot que vous rebutez maintenant. Attendez que Saturne ait rayé de son ongle ce front pur et luisant, et vous verrez comme votre seuil si assiégé, si supplié, si tiède de larmes et si fleuri sera évité, maudit, couvert d’herbes et de ronces. – Hâtez-vous, Cinthia ; la plus petite ride peut servir de fosse au plus grand amour.

 

C’est dans cette formule brutale et impérieuse que se résume toute l’élégie antique : elle en revient toujours là ; c’est sa plus grande raison, c’est le plus fort, c’est l’Achille de ses arguments. Après cela elle n’a plus grand-chose à dire, et, quand elle a promis une robe de byssus teint deux fois et une union de perles d’égale grosseur, elle est au bout de son rouleau. – C’est aussi à peu près tout ce que je trouve de plus concluant en pareille occurrence. – Je ne m’en tiens cependant pas toujours à ce programme assez exigu, et je brode mon maigre canevas avec quelques fils de soie de différentes couleurs arrachés çà et là. Mais ces brins sont courts ou renoués vingt fois et tiennent mal au fond de la trame. Je parle assez élégamment d’amour, parce que j’ai lu beaucoup de belles choses là-dessus. Il ne faut pour cela que le talent d’un acteur. Avec beaucoup de femmes, cette apparence suffit ; l’habitude d’écrire et d’imaginer fait que je ne reste pas à court sur ces matières, et tout esprit un peu exercé, en s’appliquant, parviendra aisément à ce résultat ; mais je ne sens pas un mot de ce que je dis, et je répète tout bas comme le poète antique : – Cinthia, hâtez-vous.

 

On m’a accusé souvent d’être fourbe et dissimulé. – Personne au monde n’aimerait autant que moi à parler franchement et à vider son cœur ! – mais, comme je n’ai pas une idée et un sentiment pareils à ceux des gens qui m’entourent, – comme, au premier mot vrai que je lâcherais, ce serait un hurrah et un tollé général, j’ai préféré garder le silence, ou, si je parle, ne dégorger que des sottises reçues et ayant droit de bourgeoisie. – Je serais bienvenu, si je disais aux dames ce que je viens de t’écrire ! je ne pense pas qu’elles goûteraient beaucoup ma manière de voir et mes façons d’envisager l’amour. – Pour les hommes, je ne peux pas non plus leur dire en face qu’ils ont tort de ne pas aller à quatre pattes ; et, en vérité, c’est ce que je pense de plus favorable à leur égard. – Je n’ai pas envie de me faire une querelle à chaque mot. – Qu’importe, au bout du compte, ce que je pense ou ce que je ne pense pas ; que je sois triste lorsque je semble gai, joyeux quand j’ai l’air mélancolique ? On ne trouve pas à redire à ce que je n’aille pas nu : ne puis-je habiller ma figure comme mon corps ? Pourquoi un masque serait-il plus répréhensible qu’une culotte, et un mensonge qu’un corset ?

 

Hélas ! la terre tourne autour du soleil, rôtie d’un côté et gelée de l’autre. Il y a une bataille où six cent mille hommes se déchiquettent ; il fait le plus beau temps du monde ; les fleurs sont d’une coquetterie sans pareille, et elles ouvrent effrontément leur gorge luxuriante jusque sous le pied des chevaux. Aujourd’hui il s’est commis un nombre fabuleux de bonnes actions ; il pleut à verse, neige et tonnerre, éclairs et grêles ; on dirait que le monde va finir. Les bienfaiteurs de l’humanité ont de la boue jusqu’au ventre et sont crottés comme des chiens, à moins qu’ils n’aient voiture. La création se moque impitoyablement de la créature et lui décoche à toute minute des sarcasmes sanglants. Tout est indifférent à tout, et chaque chose vit ou végète par sa propre loi. Que je fasse ceci ou cela, que je vive ou que je meure, que je souffre ou que je jouisse, que je dissimule ou que je sois franc, qu’est-ce que cela fait au soleil et aux betteraves et même aux hommes ? Un fétu de paille est tombé sur une fourmi et lui a cassé la troisième patte à la deuxième articulation ; un rocher est tombé sur un village et l’a écrasé : je ne crois pas que l’un de ces malheurs arrache plus de larmes que l’autre aux yeux d’or des étoiles. Tu es mon meilleur ami, si ce mot-là n’est pas aussi creux qu’un grelot ; je mourrais, il est bien évident, si éploré que tu sois, que tu ne te passeras pas de dîner seulement deux jours, et que, malgré cette épouvantable catastrophe, tu n’en continueras pas moins de jouer fort agréablement au trictrac. – Quel est celui de mes amis, quelle est celle de mes maîtresses qui saura mes nom et prénoms dans vingt ans d’ici, et qui me reconnaîtrait dans la rue, si je venais à y passer avec un habit percé au coude ? – Oubli et néant, c’est tout l’homme.

 

Je me sens aussi parfaitement seul que possible, et tous les fils qui allaient de moi aux choses et des choses à moi se sont rompus un à un. Il y a peu d’exemples d’un homme qui, ayant conservé l’intelligence des mouvements qui se font en lui, soit parvenu à un degré d’abrutissement pareil. Je ressemble à ces flacons de liqueurs qu’on a laissés débouchés et dont l’esprit s’est évaporé complètement. Le breuvage a la même apparence et la même couleur ; goûtez-le, vous n’y trouverez que l’insipidité de l’eau.

 

Quand j’y songe, je suis effrayé de la rapidité de cette décomposition ; si cela continue, il faudra que je me sale, ou je pourrirai inévitablement, et les vers se mettront après moi, puisque je n’ai plus d’âme, et que cela seul fait la différence du corps au cadavre. – Il y a un an, pas plus, j’avais encore quelque chose d’humain ; – je m’agitais, je cherchais. J’avais une pensée caressée entre toutes, une espèce de but, un idéal ; je voulais être aimé, je faisais les rêves que l’on fait à cet âge, – moins vaporeux, moins chastes, il est vrai, que ceux des jeunes gens ordinaires, mais contenus cependant en de justes bornes. Peu à peu ce qu’il y avait d’incorporel s’est dégagé et s’est dissipé, et il n’est resté au fond de moi qu’une épaisse couche de grossier limon. Le rêve est devenu un cauchemar, et la chimère un succube ; – le monde de l’âme a fermé ses portes d’ivoire devant moi : je ne comprends plus que ce que je touche avec les mains ; j’ai des songes de pierre ; tout se condense et se durcit autour de moi, rien ne flotte, rien ne vacille, il n’y a pas d’air ni de souffle ; la matière me presse, m’envahit et m’écrase ; je suis comme un pèlerin qui se serait endormi un jour d’été les pieds dans l’eau et qui se réveillerait en hiver les jambes prises et emboîtées dans la glace. Je ne souhaite plus ni l’amour ni l’amitié de personne ; la gloire même, cette auréole éclatante que j’avais tant désirée pour mon front, ne me fait plus la moindre envie. Il n’y a plus, hélas ! qu’une chose qui palpite en moi, c’est l’horrible désir qui me porte vers Théodore. – Voilà où se réduisent toutes mes notions morales. Ce qui est beau physiquement est bien, tout ce qui est laid est mal. – Je verrais une belle femme, que je saurais avoir l’âme la plus scélérate du monde, qui serait adultère et empoisonneuse, j’avoue que cela me serait parfaitement égal et ne m’empêcherait nullement de m’y complaire, si je trouvais la forme de son nez convenable.

 

Voici comme je me représente le bonheur suprême : – c’est un grand bâtiment carré sans fenêtre au dehors : une grande cour entourée d’une colonnade de marbre blanc, au milieu une fontaine de cristal avec un jet de vif-argent à la manière arabe, des caisses d’orangers et de grenadiers posées alternativement ; par là-dessus un ciel très bleu et un soleil très jaune ; – de grands lévriers au museau de brochet dormiraient çà et là ; de temps en temps des nègres pieds nus avec des cercles d’or aux jambes, de belles servantes blanches et sveltes, habillées de vêtements riches et capricieux, passeraient entre les arcades évidées, quelque corbeille au bras, ou quelque amphore sur la tête. Moi, je serais là, immobile, silencieux, sous un dais magnifique, entouré de piles de carreaux, un grand lion privé sous mon coude, la gorge nue d’une jeune esclave sous mon pied en manière d’escabeau, et fumant de l’opium dans une grande pipe de jade.

 

Je ne me figure pas le paradis autrement ; et, si Dieu veut bien que j’y aille après ma mort, il me fera bâtir dans le coin de quelque étoile un petit kiosque sur ce plan-là. – Le paradis tel qu’on le dit être me parait beaucoup trop musical, et je confesse en toute humilité que je suis parfaitement incapable de supporter une sonate qui durerait seulement dix mille ans.

 

– Tu vois quel est mon Eldorado, ma Terre promise : c’est un rêve comme un autre ; mais il a cela de spécial, que je n’y introduis jamais aucune figure connue ; que pas un de mes amis n’a franchi le seuil de ce palais imaginaire ; qu’aucune des femmes que j’ai eues ne s’est assise à côté de moi sur le velours des coussins : j’y suis seul au milieu d’apparences. Toutes ces figures de femmes, toutes ces ombres gracieuses de jeunes filles dont je le peuple, je n’ai jamais eu l’idée de les aimer ; je n’en ai jamais supposé une amoureuse de moi. – Dans ce sérail fantastique, je ne me suis pas créé de sultane favorite. Il y a des négresses, des mulâtresses, des juives à peau bleue et à cheveux rouges, des Grecques et des Circassiennes, des Espagnoles et des Anglaises ; mais ce ne sont pour moi que des symboles de couleur et de linéament, et je les ai comme l’on a toute sorte de vins dans sa cave, et toutes les espèces de colibris dans sa collection. Ce sont des machines à plaisir, des tableaux qui n’ont pas besoin de cadre, des statues qui viennent à vous quand on les appelle et que l’envie vous prend de les considérer de près. Une femme a sur une statue cet incontestable avantage qu’elle se tourne toute seule du côté où l’on veut, et qu’il faut faire soi-même le tour de la statue et se placer au point de vue ; – ce qui est fatigant.

 

Tu vois bien qu’avec des idées semblables je ne puis rester ni dans ce temps ni dans ce monde-ci ; car on ne peut subsister ainsi à côté du temps et de l’espace. Il faut que je trouve autre chose.

 

En pensant ainsi, il est simple et logique que l’on aboutisse à une pareille conclusion. – Comme on ne cherche que la satisfaction de l’œil, le poli de la forme et la pureté du linéament, on les accepte partout où on les rencontre. C’est ce qui explique les singulières aberrations de l’amour antique.

 

Depuis le Christ on n’a plus fait une seule statue d’homme où la beauté adolescente fût idéalisée et rendue avec ce soin qui caractérise les anciens sculpteurs. – La femme est devenue le symbole de la beauté morale et physique : l’homme est réellement déchu du jour où le petit enfant est né à Bethléem. La femme est la reine de la création ; les étoiles se joignent en couronne sur sa tête, le croissant de la lune se fait une gloire de s’arrondir sous son pied, le soleil cède son or le plus pur pour lui en faire des joyaux, les peintres qui veulent flatter les anges leur donnent des figures de femmes, et certes ce n’est pas moi qui les en blâmerai. – Avant le doux et galant conteur de paraboles, c’était tout le contraire ; on ne féminisait pas les dieux ou les héros que l’on voulait faire séduisants ; ils avaient leur type, vigoureux et délicat en même temps, mais toujours mâle, si amoureux que fussent leurs contours, si polis et si dénués de muscles et de veines que l’ouvrier eût fait leurs jambes et leurs bras divins. On faisait plus volontiers revenir à ce caractère la beauté spéciale de la femme. On élargissait les épaules, on atténuait les hanches, on donnait peu de saillie à la gorge, on accentuait plus robustement les attaches des bras et des cuisses. – Il n’y a presque pas de différence entre Paris et Hélène. Aussi l’hermaphrodite est-il une des chimères les plus ardemment caressées de l’antiquité idolâtre.

 

C’est en effet une des plus suaves créations du génie païen que ce fils d’Hermès et d’Aphrodite. Il ne se peut rien imaginer de plus ravissant au monde que ces deux corps tous deux parfaits, harmonieusement fondus ensemble, que ces deux beautés si égales et si différentes qui n’en forment plus qu’une supérieure à toutes deux, parce qu’elles se tempèrent et se font valoir réciproquement : pour un adorateur exclusif de la forme, y a-t-il une incertitude plus aimable que celle où vous jette la vue de ce dos, de ces reins douteux, et de ces jambes si fines et si fortes que l’on ne sait si l’on doit les attribuer à Mercure prêt à s’envoler ou à Diane sortant du bain ? Le torse est un composé des monstruosités les plus charmantes : sur la poitrine potelée et pleine de l’éphèbe s’arrondit avec une grâce étrange la gorge d’une jeune vierge. Sous les flancs bien enveloppés et d’une mollesse toute féminine, on devine les dentelés et les côtes, comme aux flancs d’un jeune garçon ; le ventre est un peu plat pour une femme, un peu rond pour un homme, et toute l’habitude du corps a quelque chose de nuageux et d’indécis qu’il est impossible de rendre, et dont l’attrait est tout particulier. – Théodore serait à coup sûr un excellent modèle de ce genre de beauté ; cependant je trouve que la portion féminine l’emporte chez lui, et qu’il lui est plus resté de Salmacis qu’à l’Hermaphrodite des Métamorphoses.

 

Ce qu’il y a de singulier, c’est que je ne pense presque plus à son sexe et que je l’aime avec une sécurité parfaite. Quelquefois je cherche à me persuader que cet amour est abominable, et je me le dis à moi-même le plus sévèrement possible ; mais cela ne vient que des lèvres, c’est un raisonnement que je me fais et que je ne sens pas : il me semble réellement que c’est la chose la plus simple du monde et que tout autre à ma place en ferait autant.

 

Je le vois, je l’écoute parler ou chanter, car il chante admirablement, et j’y prends un indicible plaisir. – Il me fait tellement l’effet d’une femme qu’un jour, dans la chaleur de la conversation, il m’est échappé de l’appeler madame, ce qui l’a fait rire d’un rire assez forcé, à ce qu’il m’a paru.

 

Si c’était une femme cependant, quels seraient ses motifs pour se travestir ainsi ? Je ne puis me les expliquer d’aucune manière. Qu’un cavalier très jeune, très beau et parfaitement imberbe se déguise en femme, cela se conçoit ; il s’ouvre ainsi mille portes qui lui seraient restées obstinément fermées, et le quiproquo peut le jeter dans une complication d’aventures tout à fait dédalienne et réjouissante. On peut arriver de cette façon jusqu’à une femme étroitement gardée, ou brusquer quelque bonne fortune à la faveur de la surprise. Mais je ne sais trop les avantages qu’il y a pour une belle et jeune femme à courir le pays en habits d’homme : elle ne peut qu’y perdre. Une femme ne doit pas renoncer ainsi au plaisir d’être courtisée, madrigalisée et adorée ; elle renoncerait plutôt à la vie, et elle aurait raison, car qu’est-ce que la vie d’une femme sans tout cela ? – Rien, – ou quelque chose de pis que la mort. Et je m’étonne toujours que les femmes qui ont trente ans ou la petite vérole ne se jettent pas du haut d’un clocher en bas.

 

Malgré tout cela, quelque chose de plus fort que tous les raisonnements me crie que c’est une femme, et que c’est elle que j’ai rêvée, elle que je dois aimer uniquement, et qui m’aimera uniquement : – oui, c’est elle, la déesse aux regards d’aigle, aux belles mains royales, qui me souriait avec condescendance du haut de son trône de nuées. Elle s’est présentée à moi sous ce déguisement pour m’éprouver, pour voir si je la reconnaîtrais, si mon regard amoureux pénétrerait les voiles dont elle s’était enveloppée, comme dans ces contes merveilleux où les fées apparaissent d’abord sous des figures de mendiantes, puis se relèvent tout à coup resplendissantes d’or et de pierreries.

 

Je t’ai reconnue, ô mon amour ! À ton aspect, mon cœur a sauté dans ma poitrine comme saint Jean dans le ventre de sainte Anne, lorsqu’elle fut visitée par la Vierge ; une lueur flamboyante s’est répandue dans l’air ; j’ai senti comme une odeur de divine ambroisie ; j’ai vu à tes pieds la traînée de feu, et j’ai compris sur le champ que tu n’étais pas une simple mortelle.

 

Les sons mélodieux de la viole de sainte Cécile, que les anges écoutent avec ravissement, sont rauques et discordants en comparaison des cadences perlées qui s’envolent de ta bouche de rubis : les Grâces jeunes et souriantes dansent autour de toi une ronde perpétuelle ; les oiseaux, lorsque tu passes dans les bois, inclinent en gazouillant leur petite tête panachée pour te mieux voir, et te sifflent leurs plus jolis refrains ; la lune amoureuse se lève de meilleure heure pour te baiser de ses pâles lèvres d’argent, car elle a abandonné son berger pour toi ; le vent se garde d’effacer sur le sable la délicate empreinte de ton adorable pied ; la fontaine, quand tu l’y penches, se fait plus unie que le cristal, de peur de rider et de déformer la réflexion de ton visage céleste ; les pudiques violettes elles-mêmes t’ouvrent leur petit cœur et font mille coquetteries devant toi ; la fraise jalouse se pique d’émulation et tâche d’égaler le divin incarnat de ta bouche ; l’imperceptible moucheron bourdonne joyeusement et t’applaudit en battant des ailes : – toute la nature t’aime et t’admire, ô toi, sa plus belle œuvre !

 

Ah ! je vis maintenant ; – jusqu’à présent je n’avais été qu’un mort : me voilà débarrassé du linceul, et je tends hors de la fosse mes deux maigres mains vers le soleil ; ma couleur bleue de spectre m’a quitté. Mon sang circule rapidement dans mes veines. L’effrayant silence qui régnait autour de moi est rompu à la fin. La voûte opaque et noire qui me pesait sur le front s’est illuminée. Mille voix mystérieuses me chuchotent à l’oreille ; de charmantes étoiles scintillent au-dessus de moi, et sablent de leurs paillettes d’or les sinuosités de mon chemin ; les marguerites me rient doucement, et les clochettes murmurent mon nom avec leur petite langue tortillée : je comprends une multitude de choses que je ne comprenais pas, je découvre des affinités et des sympathies merveilleuses, j’entends la langue des roses et des rossignols, et je lis couramment le livre que je ne pouvais pas même épeler. J’ai reconnu que j’avais un ami dans ce vieux chêne respectable tout couvert de gui et de plantes parasites, et que cette pervenche si langoureuse et si frêle, dont le grand œil bleu déborde toujours de larmes, nourrissait depuis longtemps pour moi une passion discrète et contenue : c’est l’amour, c’est l’amour qui m’a dessillé les yeux et donné le mot de l’énigme. – L’amour est descendu au fond du caveau où transissait mon âme accroupie et somnolente ; il l’a prise par le bout de la main et lui a fait monter l’escalier raide et étroit qui menait au dehors. Toutes les portes de la prison étaient crochetées, et pour la première fois cette pauvre Psyché est sortie du moi où elle était enfermée.

 

Une autre vie est devenue la mienne. Je respire par la poitrine d’un autre, et le coup qui le blesserait me tuerait. – Avant cet heureux jour, j’étais semblable à ces mornes idoles japonaises qui se regardent perpétuellement le ventre. J’étais le spectateur de moi-même, le parterre de la comédie que je jouais ; je me regardais vivre, et j’écoutais les oscillations de mon cœur comme le battement d’une pendule. Voilà tout. Les images se peignaient dans mes yeux distraits ; les sons frappaient mon oreille inattentive, mais rien du monde extérieur n’arrivait jusqu’à mon âme. L’existence de qui que ce soit ne m’était nécessaire ; je doutais même de toute autre existence que de la mienne, dont encore je n’étais guère sûr. Il me semble que j’étais seul au milieu de l’univers, et que tout le reste n’était que fumées, images, vaines illusions, apparences fugitives destinées à peupler ce néant. – Quelle différence !

 

Et pourtant, si mon pressentiment me trompait, si Théodore était réellement un homme, ainsi que tout le monde le croit ! On a vu quelquefois de ces merveilleuses beautés ; – la grande jeunesse prête à cette illusion. – C’est une chose à laquelle je ne veux pas penser et qui me rendrait fou ; cette graine tombée d’hier dans le rocher stérile de mon cœur l’a déjà pénétré en tout sens de ses mille filaments ; elle s’y est cramponnée robustement, et il serait impossible de l’arracher. C’est déjà un arbre qui fleurit et verdoie, et tord ses racines musculeuses. – Si je venais à savoir avec certitude que Théodore n’est pas une femme, hélas ! je ne sais point si je ne l’aimerais pas encore.

Chapitre 10

 

Ma belle amie, tu avais bien raison de me détourner du projet que j’avais conçu de voir les hommes, – et de les étudier à fond, avant de donner mon cœur à aucun d’eux. – J’ai à tout jamais éteint en moi l’amour et jusqu’à la possibilité de l’amour.

 

Pauvres jeunes filles que nous sommes ; élevées avec tant de soin, si virginalement entourées d’un triple mur de précautions et de réticences, – nous, à qui on ne laisse rien entendre, rien soupçonner, et dont la principale science est de ne rien savoir, dans quelles étranges erreurs nous vivons, et quelles perfides chimères nous bercent entre leurs bras !

 

Ah ! Graciosa, trois fois maudite soit la minute où m’est venue l’idée de ce travestissement ; que d’horreurs, que d’infamies et que de grossièretés dont j’ai été forcée d’être témoin ou auditeur ! quel trésor de chaste et précieuse ignorance j’ai dissipé en peu de temps !

 

C’était par un beau clair de lune, t’en souviens-tu ? nous nous promenions ensemble tout au fond du jardin, dans cette allée triste et peu fréquentée, terminée, d’un côté par une statue de Faune jouant de la flûte, qui n’a plus de nez et dont tout le corps est couvert d’une lèpre épaisse de mousse noirâtre, et de l’autre côté par une perspective feinte, dessinée sur le mur et à moitié effacée par la pluie. – À travers le feuillage encore rare de la charmille, on voyait par places les étoiles étinceler et s’arrondir la serpe d’argent. Une odeur de jeunes pousses et de plantes nouvelles nous arrivait du parterre avec les souffles languissants d’une petite brise ; un oiseau caché sifflait un air langoureux et bizarre ; nous, comme de vraies jeunes filles, nous causions d’amour, de galants, de mariage, du beau cavalier que nous avions vu à la messe ; nous mettions en commun le peu de notions du monde et des choses que nous pouvions avoir ; nous retournions de cent manières une phrase que nous avions entendue par hasard et dont la signification nous semblait obscure et singulière ; nous nous faisions mille de ces questions saugrenues que la plus parfaite innocence peut seule imaginer. – Que de poésie primitive, que d’adorables sottises dans ces furtifs entretiens de deux petites niaises sorties la veille de pension !

 

Toi, tu voulais pour amant un jeune homme hardi et fier, avec des moustaches et des cheveux noirs, de grands éperons, de grandes plumes, une grande épée, une espèce de matamore amoureux, et tu donnais en plein dans l’héroïque et le triomphant : tu ne rêvais que duels et escalades, dévouement miraculeux, et tu aurais volontiers jeté ton gant dans la fosse aux lions pour que ton Esplandian l’y allât chercher : cela était fort comique de voir une petite fille comme tu l’étais alors, toute blonde, toute rougissante, ployant au moindre souffle, vous débiter ces généreuses tirades d’une seule haleine et de l’air le plus martial du monde.

 

Moi quoique je n’eusse que six mois de plus que toi, j’étais de six ans moins romanesque : une chose m’inquiétait principalement, c’était de savoir ce que les hommes se disaient entre eux et ce qu’ils faisaient lorsqu’ils étaient sortis des salons et des théâtres : je pressentais dans leur vie beaucoup de côtés défectueux et obscurs, soigneusement voilés à nos regards, et qu’il nous importait beaucoup de connaître ; quelquefois, cachée derrière un rideau, j’épiais de loin les cavaliers qui venaient à la maison, et il me semblait alors démêler dans leur allure quelque chose d’ignoble et de cynique, une insouciance grossière ou une préoccupation farouche que je ne leur retrouvais plus dès qu’ils étaient entrés, et qu’ils semblaient dépouiller comme par enchantement sur le seuil de la chambre. Tous, les jeunes comme les vieux, me paraissaient avoir adopté uniformément un masque de convention, des sentiments de convention et un parler de convention lorsqu’ils étaient devant les femmes. – De l’angle du salon où je me tenais droite comme une poupée et sans appuyer le dos a mon fauteuil, tout en roulant mon bouquet entre mes doigts, j’écoutais, je regardais ; mes yeux étaient baissés cependant, et je voyais tout à droite, à gauche, devant et derrière moi : – comme les yeux fabuleux du lynx, mes yeux perçaient les murailles, et j’aurais dit ce qui se passait dans la pièce à côté.

 

Je m’étais aussi aperçue d’une notable différence dans la manière dont on parlait aux femmes mariées ; ce n’étaient plus les phrases discrètes et polies, enjolivées puérilement comme on en adressait à moi ou à mes compagnes, c’était un enjouement plus libre, des façons moins sobres et plus dégagées, les claires réticences et les détours aboutissant vite d’une corruption qui sait qu’elle a devant elle une corruption semblable : je sentais bien qu’il y avait entre eux un élément commun qui n’existait pas entre nous, et j’aurais tout donné pour savoir quel était cet élément.

 

Avec quelle anxiété et quelle furie curieuse je suivais de l’œil et de l’oreille les groupes bourdonnants et rieurs de jeunes gens qui, après s’être abattus sur quelques points du cercle, reprenaient leur promenade tout en causant et en jetant au passage des œillades ambiguës. Sur leurs bouches dédaigneusement bouffies voltigeaient des ricanements incrédules ; ils avaient l’air de se moquer de ce qu’ils venaient de dire, et de rétracter les compliments et les adorations dont ils nous avaient comblées. Je n’entendais pas leurs paroles ; mais je comprenais, au mouvement de leurs lèvres, qu’ils prononçaient des mots d’une langue qui m’était inconnue et dont personne ne s’était servi devant moi. Ceux mêmes qui avaient l’air le plus humble et le plus soumis redressaient la tête avec une nuance très sensible de révolte et d’ennui ; – un soupir d’essoufflement, pareil au soupir d’un acteur qui est arrivé au bout d’un long couplet, s’échappait malgré eux de leur poitrine, et ils faisaient en nous quittant un demi-tour sur les talons d’une manière vive et pressée qui dénonçait une espèce de satisfaction intérieure d’être délivrés de la rude corvée d’être honnêtes et galants.

 

J’aurais donné un an de ma vie pour entendre, sans être vue, une heure de leur conversation. Souvent je comprenais, à de certaines attitudes, à quelques gestes détournés, à des coups d’œil lancés obliquement, qu’il était question de moi et que l’on parlait ou de mon âge ou de ma figure. Alors j’étais sur des charbons ardents ; les quelques mots étouffés, les demi-lambeaux de phrase qui m’arrivaient par intervalles irritaient au plus haut point ma curiosité sans pouvoir la satisfaire, et j’entrais dans des doutes et des perplexités étranges.

 

Le plus souvent ce qu’on disait avait une apparence favorable, et ce n’était pas ce qui m’inquiétait : je me souciais assez peu que l’on me trouvât belle ; mais les menues observations coulées dans le tuyau de l’oreille et presque toujours suivies de longs ricanements et de singuliers clignements d’yeux, – voilà ce que j’aurais voulu savoir ; et, pour une de ces phrases dites tout bas derrière un rideau ou dans l’encoignure d’une porte, j’aurais quitté sans regret l’entretien le plus fleuri et le plus parfumé du monde.

 

Si j’avais eu un amant, j’aurais beaucoup aimé connaître la manière dont il eût parlé de moi à un autre homme, et en quels termes il se serait vanté de sa bonne fortune à ses camarades d’orgie avec un peu de vin dans la tête et les deux coudes sur la nappe.

 

Je le sais maintenant, et en vérité je suis fâchée de le savoir. – C’est toujours ainsi.

 

Mon idée était folle, mais ce qui est fait est fait, et l’on ne peut désapprendre ce qu’on a appris. Je ne t’ai pas écoutée, ma chère Graciosa, je m’en repens ; mais on n’écoute pas toujours la raison, surtout quand elle sort d’une aussi jolie bouche que la tienne, car je ne sais pourquoi on ne se peut figurer qu’un conseil soit sage, à moins qu’il ne soit donné par quelque vieille tête toute chenue et toute grise, comme si avoir été bête soixante ans pouvait vous rendre spirituel.

 

Mais tout cela me tourmentait trop, et je n’y pouvais tenir, je grillais dans ma petite peau comme une châtaigne sur la poêle. La pomme fatale s’arrondissait dans le feuillage au-dessus de ma tête, et il fallait bien finir par y donner un coup de dent, sauf à la jeter après, si la saveur m’en paraissait amère.

 

J’ai fait comme Ève la blonde, ma très chère grand-mère, – j’ai mordu.

 

La mort de mon oncle, le seul parent qui me restât, me laissant libre de mes actions, j’exécutai ce que je rêvais depuis si longtemps. – Mes précautions étaient prises avec le plus grand soin pour que nul ne se doutât de mon sexe : j’avais appris à tirer l’épée et le pistolet ; je montais parfaitement à cheval et avec une hardiesse dont peu d’écuyers eussent été capables ; j’étudiai bien la manière de porter le manteau et de faire siffler la cravache, et, en quelques mois, je parvins à faire d’une fille qu’on trouvait assez jolie un cavalier beaucoup plus joli, et à qui il ne manquait guère que la moustache. – Je réalisai ce que j’avais de bien, et je sortis de la ville, décidée à n’y revenir qu’avec l’expérience la plus complète.

 

C’était le seul moyen d’éclaircir mes doutes : avoir des amants ne m’aurait rien appris, ou du moins cela ne m’eût donné que des lueurs incomplètes, et je voulais étudier l’homme à fond, l’anatomiser fibre par fibre avec un scalpel inexorable et le tenir tout vif et tout palpitant sur ma table de dissection ; pour cela il fallait le voir seul à seul chez lui, en déshabillé, le suivre à la promenade, à la taverne et ailleurs. – Avec mon déguisement, je pouvais aller partout sans être remarquée ; on ne se cachait pas devant moi, on jetait de côté toute réserve et toute contrainte, je recevais des confidences et j’en faisais de fausses pour en provoquer de vraies. Hélas ! les femmes n’ont lu que le roman de l’homme et jamais son histoire.

 

C’est une chose effrayante à penser et à laquelle on ne pense pas, combien nous ignorons profondément la vie et la conduite de ceux qui paraissent nous aimer et que nous épouserons. Leur existence réelle nous est aussi parfaitement inconnue que s’ils étaient des habitants de Saturne ou de quelque autre planète à cent millions de lieues de notre boule sublunaire : on dirait qu’ils sont d’une autre espèce, et il n’y a pas le moindre lien intellectuel entre les deux sexes ; – les vertus de l’un font les vices de l’autre, et ce qui fait admirer l’homme fait honnir la femme.

 

Nous autres, notre vie est claire et se peut pénétrer d’un regard. – Il est facile de nous suivre de la maison au pensionnat, du pensionnat à la maison ; – ce que nous faisons n’est un mystère pour personne ; chacun peut voir nos mauvais dessins à l’estompe, nos bouquets à l’aquarelle composés d’une pensée et d’une rose grosse comme un chou, et galamment noués par la queue avec un ruban de couleur tendre : les pantoufles que nous brodons pour la fête de nos pères ou de nos grands-pères n’ont rien en soi de bien occulte et de bien inquiétant. – Nos sonates et nos romances sont exécutées avec la plus désirable froideur. Nous sommes bien et dûment cousues à la jupe de nos mères, et, à neuf ou dix heures au plus, nous rentrons dans nos petits lits tout blancs, au fond de nos cellules proprettes et discrètes, où nous sommes vertueusement verrouillées et cadenassées jusqu’au lendemain matin. La susceptibilité la plus éveillée et la plus jalouse ne trouverait rien à cela.

 

Le cristal le plus limpide n’a pas la transparence d’une pareille vie.

 

Celui qui nous prend sait ce que nous avons fait à partir de la minute où nous avons été sevrées et même avant, s’il veut pousser ses recherches jusque-là. – Notre vie n’est pas une vie, c’est une espèce de végétation comme celle de la mousse et des fleurs ; l’ombre glaciale de la tige maternelle flotte autour de nous, pauvres boutons de rose étouffés qui n’osons pas nous ouvrir. Notre affaire principale, c’est de nous tenir bien droites, bien corsées, bien busquées, l’œil convenablement baissé, et de surpasser en immobilité et en raideur les mannequins et les poupées à ressorts.

 

Il nous est défendu de prendre la parole, de nous mêler à la conversation autrement que pour répondre oui et non, si l’on nous interroge. Aussitôt que l’on veut dire quelque chose d’intéressant, l’on nous renvoie étudier notre harpe ou notre clavecin, et nos maîtres de musique ont tous soixante ans pour le moins et prennent horriblement de tabac. Les modèles suspendus dans nos chambres sont d’une anatomie très vague et très esquivée. Les dieux de la Grèce, pour se présenter dans un pensionnat de demoiselles, ont soin préalablement d’acheter à la friperie de très amples carricks et de se faire graver au pointillé, ce qui leur donne l’air de portiers ou de cochers de fiacre, et les rend peu propres à nous enflammer l’imagination.

 

À force de vouloir nous empêcher d’être romanesques, l’on nous rend idiotes. Le temps de notre éducation se passe non pas à nous apprendre quelque chose, mais à nous empêcher d’apprendre quelque chose.

 

Nous sommes réellement prisonnières de corps et d’esprit ; mais un jeune homme, libre de ses actions, qui sort le matin pour ne rentrer que le matin, qui a de l’argent, qui peut en gagner et en disposer comme il lui plaît, comment pourrait-il justifier l’emploi de son temps ? – quel est l’homme qui voudrait dire à la personne aimée ce qu’il a fait pendant sa journée et pendant sa nuit ? – Aucun, même de ceux qui sont réputés les plus purs.

 

J’avais envoyé mon cheval et mes vêtements à une petite métairie que j’ai à quelque distance de la ville. Je m’habillai, je montai en selle et je partis, non sans un singulier serrement de cœur. – Je ne regrettai rien, je ne laissai rien en arrière, ni parents, ni amis, pas un chien, pas un chat, et cependant j’étais triste, j’avais presque les larmes aux yeux ; cette ferme où je n’avais été que cinq ou six fois n’avait pour moi rien de particulier et de cher, et ce n’était pas la complaisance que l’on prend à de certains endroits et qui vous attendrit lorsqu’il les faut quitter, mais je me retournai deux ou trois fois pour voir encore de loin monter entre les arbres sa vrille de fumée bleuâtre.

 

C’était là où, avec mes robes et mes jupes, j’avais laissé mon titre de femme ; dans la chambre où j’avais fait ma toilette étaient serrées vingt années de ma vie qui ne devaient plus compter et qui ne me regardaient plus. Sur la porte on eût pu écrire : Ci-gît Madeleine de Maupin ; car en effet je n’étais plus Madeleine de Maupin, mais bien Théodore de Sérannes, – et personne ne devait plus m’appeler de ce doux nom de Madeleine.

 

Le tiroir où étaient renfermées mes robes, désormais inutiles, me parut comme le cercueil de mes blanches illusions ; – j’étais un homme, ou du moins j’en avais l’apparence : la jeune fille était morte.

 

Quand j’eus totalement perdu de vue la cime des châtaigniers qui entourent la métairie, il me sembla que je n’étais plus moi, mais un autre, et je me souvenais de mes actions anciennes comme des actions d’une personne étrangère auxquelles j’aurais assisté, ou comme du début d’un roman dont je n’aurais pas achevé la lecture.

 

Je me rappelais complaisamment mille petits détails dont l’enfantine naïveté me faisait venir sur les lèvres un sourire d’indulgence un peu moqueuse quelquefois, comme celui d’un jeune libertin qui écouterait les confidences arcadiques et pastorales d’un écolier de troisième ; et, au moment où je m’en détachais pour toujours, toutes mes puérilités de petite fille et de jeune fille accouraient sur le bord du chemin en me faisant mille signes d’amitié et m’envoyant des baisers du bout de leurs doigts blancs et effilés.

 

Je piquai mon cheval pour me dérober à ces énervantes émotions ; les arbres filaient rapidement à droite et à gauche ; mais l’essaim folâtre, plus bourdonnant qu’une ruche d’abeilles, se mit à courir dans les allées latérales et à m’appeler : – Madeleine ! Madeleine !

 

Je donnai sur le cou de ma bête un grand coup de cravache qui la fit redoubler de vitesse. Mes cheveux se tenaient presque droits derrière ma tête, mon manteau était horizontal, comme si des plis eussent été sculptés dans la pierre, tant ma course était rapide ; je regardai une fois en arrière, et je vis, comme un petit nuage blanc bien loin à l’horizon, la poussière que les pieds de mon cheval avaient soulevée.

 

Je m’arrêtai un peu.

 

Dans un buisson d’églantier, sur le bord de la route, je vis remuer quelque chose de blanc, et une petite voix claire et douce comme l’argent me vint frapper l’oreille : – Madeleine, Madeleine, où allez-vous si loin, Madeleine ? Je suis votre virginité, ma chère enfant ; c’est pourquoi j’ai une robe blanche, une couronne blanche et une peau blanche. Mais vous, pourquoi avez-vous des bottes, Madeleine ? Il me semblait que vous aviez le pied fort joli. Des bottes et un haut-de-chausses, et un grand chapeau à plume comme un cavalier qui va à la guerre ! Pourquoi donc cette longue épée qui bat et meurtrit votre cuisse ? Vous avez un singulier équipage, Madeleine, et je ne sais trop si je dois vous accompagner.

 

– Si tu as peur, ma chère, retourne à la maison, va arroser mes fleurs et soigner mes colombes. Mais en vérité tu as tort, tu serais plus en sûreté sous ces vêtements de bon drap que sous ta gaze et ton lin. Mes bottes empêchent qu’on ne voie si j’ai un joli pied ; cette épée, c’est pour me défendre, et la plume qui s’agite à mon chapeau est pour effaroucher tous les rossignols qui me viendraient chanter à l’oreille de fausses chansons d’amour.

 

Je continuai ma route : dans les soupirs du vent je crus reconnaître la dernière phrase de la sonate que j’avais apprise pour la fête de mon oncle, et, dans une large rose qui levait sa tête épanouie au-dessus d’un petit mur, le modèle de la grosse rose d’après quoi j’avais fait tant d’aquarelles ; en passant devant une maison, je vis flotter à une fenêtre le fantôme de mes rideaux. Tout mon passé semblait se cramponner après moi pour m’empêcher d’aller en avant et d’arriver à un nouvel avenir.

 

J’hésitai deux ou trois fois, et je tournai la tête de mon cheval de l’autre côté.

 

Mais la petite couleuvre bleue de la curiosité me sifflait tout doucement des paroles insidieuses, et me disait : – Marche, marche, Théodore ; l’occasion est bonne pour t’instruire ; si tu n’apprends pas aujourd’hui, tu ne sauras jamais. – Et ton noble cœur, tu le donneras donc au hasard, à la première apparence honnête et passionnée ? – Les hommes nous cachent des secrets bien extraordinaires, Théodore !

 

Je repris le galop.

 

Le haut-de-chausses était bien sur mon corps et non dans mon esprit ; j’éprouvai un certain malaise et comme un frisson de peur, pour nommer la chose par son nom, à un endroit sombre de la forêt ; un coup de fusil tiré par un braconnier manqua me faire évanouir. Si c’eût été un voleur, les pistolets placés dans mes fontes et ma formidable épée ne m’eussent pas été à coup sûr d’un grand secours. Mais peu à peu je m’aguerris, et je n’y fis plus attention.

 

Le soleil descendait lentement sous l’horizon comme le lustre d’un théâtre qu’on abaisse quand la représentation est finie. Des lapins et des faisans traversaient la route de temps à autre ; les ombres s’allongeaient, et tous les lointains se nuançaient de rougeurs. Certaines portions du ciel étaient d’un lilas très doux et très fondu, d’autres tenaient du citron et de l’orange ; les oiseaux de nuit commençaient à chanter, et il se dégageait du bois une foule de bruits singuliers : le peu de lumière qu’il y avait encore s’éteignit, et l’obscurité devint complète, augmentée qu’elle était par l’ombre portée des arbres. Moi, qui n’étais jamais sortie seule de nuit, me trouver à huit heures du soir dans une grande forêt ! Conçois-tu cela, ma Graciosa, moi qui me mourais déjà de peur au bout du jardin ? L’effroi me reprit de plus belle, et le cœur me battit terriblement ; ce fut, je t’avoue, avec une grande satisfaction que je vis poindre et scintiller au revers d’un coteau les lumières de la ville où j’allais. Dès que je vis ces points brillants semblables à de petites étoiles terrestres, ma frayeur se passa complètement. Il me semblait que ces lueurs indifférentes étaient les yeux ouverts d’autant d’amis qui veillaient pour moi.

 

Mon cheval n’était pas moins content que moi, et humant un doux parfum d’écurie plus agréable pour lui que toutes les odeurs des marguerites et des fraises des bois, il courut tout droit à l’hôtel du Lion-Rouge.

 

Une blonde lueur rayonnait à travers le vitrage de plomb de l’auberge, dont l’enseigne de fer-blanc se balançait à droite et à gauche, et geignait comme une vieille femme, car la bise commençait à fraîchir. – Je remis mon cheval aux mains d’un palefrenier, et j’entrai dans la cuisine.

 

Une énorme cheminée, ouvrant au fond sa gueule rouge et noire, avalait un fagot à chaque bouchée, et de chaque côté des chenets, deux chiens, assis sur leur derrière et presque aussi grands que des hommes, se faisaient cuire avec le plus grand flegme du monde, se contentant de lever un peu leurs pattes et de pousser une espèce de soupir quand la chaleur devenait plus intense ; mais, à coup sûr, ils eussent mieux aime être réduits en charbon que de reculer d’un pas.

 

Mon arrivée ne parut pas leur faire plaisir, et ce fut en vain que, pour faire connaissance avec eux, je leur passai, à plusieurs reprises, la main sur la tête ; ils me jetaient des regards en dessous qui ne signifiaient rien de bon. – Cela m’étonna, car les animaux viennent a moi volontiers.

 

L’hôtelier s’approcha pour me demander ce que je voulais à souper.

 

C’était un homme pansu, avec un nez rouge, des yeux vairons et un sourire qui lui faisait le tour de la tête. À chaque mot qu’il disait, il montrait une double rangée de dents pointues et séparées comme celles des ogres. Le grand couteau de cuisine qui pendait à son côté avait un air douteux et semblait pouvoir servir à plusieurs usages. Quand je lui eus dit ce que je désirais, il alla à un des chiens, et lui donna un coup de pied quelque part. Le chien se leva, et se dirigea vers une espèce de roue où il entra avec un air piteux et rechigné, et en me lançant un regard de reproche. Enfin, voyant qu’il n’y avait pas de grâce à espérer, il se mit à faire tourner sa roue, et par contre-coup la broche où était enfilé le poulet dont je devais souper. Je me promis de lui en jeter les reliefs pour le payer de sa peine, et je me mis à considérer la cuisine en attendant qu’il fût prêt.

 

De larges solives de chêne rayaient le plafond, toutes bistrées et noircies par la fumée du foyer et des chandelles. Sur les dressoirs brillaient dans l’ombre des plats d’étain plus clairs que l’argent et des poteries de faïence blanche à bouquets bleus. – Au long des murs, de nombreuses files de casseroles bien récurées ne ressemblaient pas mal aux boucliers antiques que l’on voit suspendus en rang au long des trirèmes grecques ou romaines (pardonne-moi, Graciosa, la magnificence épique de cette comparaison). Une ou deux grosses servantes s’agitaient autour d’une grande table, et remuaient de la vaisselle et des fourchettes, plus agréable musique que toute autre quand on a faim, car l’ouïe du ventre devient alors plus fine que celle de l’oreille. Somme toute, en dépit de la bouche de tirelire et des dents de scie de l’hôtelier, l’auberge avait une mine assez honnête et réjouissante ; et le sourire de l’hôtelier eût-il eu une toise de plus, et ses dents eussent-elles été trois fois plus longues et plus blanches, la pluie commençait à tinter sur les carreaux, et le vent à hurler de façon à vous ôter l’envie de vous en aller, car je ne sais rien qui soit plus lugubre que ces gémissements par une nuit obscure et pluvieuse.

 

Une idée me vint qui me fit sourire, c’est que personne au monde ne serait venu me chercher où j’étais. – En effet, qui eût pensé que la petite Madeleine, au lieu d’être couchée dans son lit bien chaud, avec sa veilleuse d’albâtre à côté d’elle, un roman sous son oreiller, sa femme de chambre dans le cabinet voisin, prête à accourir à la moindre terreur nocturne, se balançait sur une chaise de paille, dans une auberge de campagne, à vingt lieues de sa maison, ses pieds bottés posés sur les chenets, et ses petites mains crânement enfoncées dans ses goussets ?

 

Oui, Madelinette n’est pas restée, comme ses compagnes, le coude paresseusement appuyé au bord du balcon, entre le volubilis et les jasmins de la fenêtre, à suivre, au bout de la plaine, les franges violettes de l’horizon, ou quelque petit nuage couleur de rose, arrondi par la brise de mai. Elle n’a pas tapissé, avec la feuille des lis, des palais de nacre de perle pour y loger ses chimères ; elle n’a pas, comme vous, les belles rêveuses, habillé quelque fantôme creux de toutes les perfections imaginables : elle a voulu connaître les hommes avant de se donner à un homme ; elle a tout quitté, ses belles robes de velours et de soie aux couleurs éclatantes, ses colliers, ses bracelets, ses oiseaux et ses fleurs ; elle a renoncé volontairement aux adorations, aux galanteries prosternées, aux bouquets et aux madrigaux, au plaisir d’être trouvée plus belle et mieux parée que vous, à son doux nom de femme, à tout ce qui fut elle, et elle s’en est allée, la courageuse fille, toute seule, apprendre à travers le monde la grande science de la vie.

 

Si l’on savait cela, l’on dirait que Madeleine est folle. – Tu l’as dit toi-même, ma chère Graciosa ; – mais les véritables folles sont celles qui jettent leur âme au vent, et sèment leur amour au hasard sur la pierre et le rocher, sans savoir si un seul épi germera.

 

Ô Graciosa ! c’est une pensée que je n’ai jamais eue sans terreur : avoir aimé quelqu’un qui n’en était pas digne ! avoir montré son âme toute nue à des yeux impurs, et laissé pénétrer un profane dans le sanctuaire de son cœur ! avoir roulé quelque temps ses flots limpides avec une onde bourbeuse ! – Si parfaitement que l’on se soit séparé, il reste toujours quelque chose de ce limon, et le ruisseau ne peut reprendre sa transparence première.

 

Penser qu’un homme vous a embrassée et touchée ; qu’il a vu votre corps ; qu’il peut dire : Elle est comme ceci ou comme cela ; elle a tel signe à tel endroit ; elle a telle nuance dans l’âme ; elle rit pour cette chose ? et pleure pour celle-ci ; son rêve est ainsi fait ; voici dans mon portefeuille une plume des ailes de sa chimère ; cette bague est tressée avec ses cheveux ; un morceau de son cœur est plié dans cette lettre ; elle me caressait de cette façon, et voici son mot de tendresse habituel !

 

Ah ! Cléopâtre, je comprends maintenant pourquoi tu faisais tuer, le matin, l’amant avec qui tu avais passé la nuit. – Sublime cruauté, pour qui, autrefois, je n’avais pas assez d’imprécations ! – Grande voluptueuse, comme tu connaissais la nature humaine, et qu’il y a de profondeur dans cette barbarie ! Tu ne voulais pas que nul vivant pût divulguer les mystères de ta couche ; ces mots d’amour, envolés de tes lèvres ne devaient pas être répétés. – Tu gardais ainsi ta pure illusion. L’expérience ne venait pas dépouiller pièce à pièce ce fantôme charmant que tu avais bercé entre tes bras. Tu aimais mieux être séparée de lui par un brusque coup de hache que par un lent dégoût. – Quel supplice, en effet, de voir l’homme que l’on avait choisi mentir à chaque minute à l’idée qu’on s’était faite de lui ; de découvrir dans son caractère mille petitesses qu’on n’y soupçonnait pas ; de s’apercevoir que ce qui vous avait paru si beau à travers le prisme de l’amour est réellement fort laid, et que ce qu’on avait pris pour un vrai héros de roman n’est au bout du compte, qu’un bourgeois prosaïque qui met des pantoufles et une robe de chambre !

 

Je n’ai pas le pouvoir de Cléopâtre, et, si je le possédais, je n’aurais pas assurément la force de m’en servir. Aussi, ne pouvant ni ne voulant faire couper la tête à mes amants au sortir de mon lit, et n’étant pas non plus d’humeur à supporter ce que les autres femmes supportent, il faut que j’y regarde à deux fois avant d’en prendre un ; c’est ce que je ferai plutôt trois fois que deux, si l’envie m’en prend, ce dont je doute fort, après ce que j’ai vu et entendu ; à moins cependant que je ne rencontre dans quelque bienheureuse contrée inconnue un cœur pareil au mien, comme disent les romans, – un cœur vierge et pur qui n’eût jamais aimé et qui en fût capable, dans le vrai sens du mot ce qui n’est pas, à beaucoup près, une chose facile.

 

Plusieurs cavaliers entrèrent dans l’auberge ; l’orage et la nuit les avaient empêchés de continuer leur route – Ils étaient tous jeunes, et le plus âgé n’avait assurément pas plus de trente ans : leurs vêtements annonçaient qu’ils appartenaient à la classe supérieure, et, à défaut de leurs vêtements, la facilité insolente de leurs manières l’eût fait assez comprendre. Il y en avait un ou deux qui avaient des figures intéressantes ; les autres avaient tous, à un degré plus ou moins fort, cette espèce de jovialité brutale et d’insouciante bonhomie que les hommes ont entre eux, et dont ils se dépouillent complètement lorsqu’ils sont en notre présence.

 

S’ils avaient pu se douter que ce jeune homme frêle et à moitié endormi sur sa chaise, à l’angle de la cheminée, n’était rien moins que ce qu’il paraissait être, mais bien une jeune fille, un morceau de roi, comme ils disent, certes ils eussent bien vite changé de ton, vous les auriez vus aussitôt se rengorger et faire la roue. Ils se seraient approchés avec force révérences, les jambes cambrées, les coudes en dehors, le sourire dans les yeux, dans la bouche, dans le nez, dans les cheveux, dans toute l’habitude de leur corps ; ils auraient désossé les mots dont ils se seraient servis, et n’auraient parlé qu’avec des phrases de velours et de satin ; au moindre de mes mouvements, ils auraient eu l’air de s’étendre sur le plancher en manière de tapis, de peur que la délicatesse de mes pieds ne fût offensée par ses inégalités ; toutes les mains se fussent avancées pour me soutenir ; le siège le plus moelleux eût été disposé à la meilleure place ; mais j’avais l’air d’un joli garçon, et non d’une jolie fille.

 

J’avoue que je fus presque sur le point de regretter mes jupes, en voyant le peu d’attention qu’ils faisaient à moi. – J’en fus une minute toute mortifiée ; car, de temps en temps, il m’arrivait de ne plus songer que j’avais des habits d’homme, et j’eus besoin d’y penser pour ne pas prendre de mauvaise humeur.

 

J’étais là, ne disant mot, les bras croisés et regardant avec un air en apparence fort attentif le poulet qui se nuançait de teintes de plus en plus vermeilles et le malheureux chien que j’avais si malencontreusement dérangé, et qui se démenait dans sa roue comme plusieurs diables dans le même bénitier.

 

Le plus jeune de la troupe me vint frapper sur l’épaule un coup qui, ma foi, me fit beaucoup de mal, et m’arracha un petit cri involontaire, et il me demanda si je n’aimerais pas mieux souper avec eux que tout seul, attendu qu’on buvait mieux étant plusieurs. – Je lui répondis que c’était un plaisir que je n’aurais pas osé espérer, et que je le ferais très volontiers. On mit notre couvert ensemble, et nous prîmes place à la table.

 

Le chien, tout haletant, après avoir happé en trois tours de langue une énorme écuellée d’eau, reprit son poste vis-à-vis de l’autre chien, qui n’avait pas bougé non plus que s’il eût été de porcelaine, les nouveaux venus n’ayant pas demandé de poulet par une grâce du ciel toute spéciale.

 

J’appris, par quelques phrases qui leur échappèrent, qu’ils se rendaient à la cour, qui était alors à ***, et où ils devaient rejoindre d’autres de leurs amis. Je leur dis que j’étais un jeune fils de famille qui sortait de l’université, et qui se rendait chez des parents qu’il avait en province par le vrai chemin des écoliers, c’est-à-dire par le plus long qu’il pût trouver. Cela les fit rire, et, après quelques propos sur mon air innocent et candide, ils me demandèrent si j’avais une maîtresse. Je leur répondis que je n’en savais rien, et eux de rire encore plus. Les flacons se succédaient avec rapidité ; quoique j’eusse soin de laisser mon verre presque toujours plein, j’avais la tête un peu échauffée, et, ne perdant pas de vue mon idée, je fis en sorte que la conversation tournât sur les femmes. Cela ne fut pas difficile ; car c’est, après la théologie et l’esthétique, la chose dont les hommes parlent le plus volontiers quand ils sont ivres.

 

Les compagnons n’étaient pas précisément ivres, ils portaient trop bien leur vin pour cela ; mais ils commençaient à entrer dans des discussions morales à perte de vue et à mettre sans façon leurs coudes sur la table. – L’un d’eux même avait passé son bras autour de la taille épaisse d’une des servantes, et dodelinait sa tête fort amoureusement : un autre jura qu’il crèverait sur l’heure comme un crapaud à qui l’on fait prendre du tabac, si Jeannette ne lui laissait pas prendre un baiser sur chacune des grosses pommes rouges qui lui servaient de joues. Et Jeannette, ne voulant pas qu’il crevât comme un crapaud, les lui octroya de très bonne grâce, et n’arrêta pas même une main qui s’insinuait audacieusement entre les plis de son fichu, dans la moite vallée de sa gorge très mal gardée par une petite croix d’or, et ce ne fut qu’après un court pourparler à voix basse qu’il la laissa libre d’enlever le plat.

 

C’étaient pourtant des gens de la cour et de mœurs élégantes, et assurément, à moins de l’avoir vu, je n’aurais jamais pensé à les accuser de pareilles familiarités avec des servantes d’auberge. – Il est probable qu’ils venaient de quitter des maîtresses charmantes, à qui ils avaient fait les plus beaux serments du monde : en vérité, je n’aurais jamais songé à recommander à mon amant de ne pas salir, au long des joues de Maritorne, des lèvres où j’aurais posé les miennes.

 

Le drôle parut prendre un grand plaisir à ce baiser ni plus ni moins que s’il eût embrassé Philis ou Oriane : c’était un gros baiser solidement et franchement appliqué, qui laissa deux petites marques blanches sur la joue en feu de la donzelle, et dont elle essuya la trace avec le revers de sa main qui venait de laver la vaisselle. – Je ne crois pas qu’il en eût jamais donné d’aussi naturellement tendre à la pure déité de son cœur. – Ce fut apparemment sa pensée, car il dit à demi-voix et avec un mouvement de coude tout à fait dédaigneux :

 

– Au diable les femmes maigres et les grands sentiments !

 

Cette morale parut du goût de l’assemblée, – et tous hochèrent la tête en signe d’assentiment.

 

– Ma foi, dit l’autre en continuant son idée, j’ai du malheur en tout. Messieurs, il faut que je vous confie sous le sceau du plus grand secret que moi qui vous parle j’ai en ce moment-ci une passion.

 

– Oh ! oh ! firent les autres. Une passion ! cela est du dernier lugubre. Et que fais-tu d’une passion ?

 

– C’est une femme honnête, messieurs ; il ne faut pas rire, messieurs ; car enfin pourquoi n’aurais-je pas une femme honnête ? Est-ce que j’ai dit quelque chose de ridicule ?… Tiens, toi là-bas, je vais te jeter la maison à la tête, si tu ne finis pas.

 

– Eh bien ! après ?

 

– Elle est folle de moi : – c’est bien la plus belle âme du monde ; en fait d’âmes, je m’y connais, je m’y connais aussi bien qu’en chevaux pour le moins, et je vous garantis que celle-là est une âme première qualité. Ce sont des élévations, des extases, des dévouements, des sacrifices, des raffinements de tendresse, tout ce que l’on peut imaginer de plus transcendant ; mais elle n’a presque pas de gorge, elle n’en a même pas du tout, comme une petite fille de quinze ans au plus. – Elle est assez jolie du reste ; sa main est fine, et son pied petit ; elle a trop d’esprit, et pas assez de chair, et il me prend des envies de la planter là. Que diable on ne couche pas avec les esprits. Je suis bien malheureux ; plaignez-moi, mes chers amis. Et, attendri par le vin qu’il avait bu, il se mit à pleurer à chaudes larmes.

 

– Jeannette te consolera du malheur de coucher avec des sylphides, lui dit son voisin en lui versant une rasade ; son âme est tellement épaisse qu’on en pourrait bien faire des corps pour les autres, et elle a assez de chair pour habiller la carcasse de trois éléphants.

 

Ô pure et noble femme ! si tu savais ce que dit de toi, dans un cabaret, à tout hasard, devant des personnes qu’il ne connaît pas, l’homme que tu aimes le mieux au monde, et à qui tu as tout sacrifié ! comme il te déshabille sans pudeur, et te livre effrontément toute nue aux regards avinés de ses camarades, pendant que tu es là, triste, le menton dans la main, l’œil tourné vers le chemin par où il doit revenir !

 

Si quelqu’un était venu te dire que ton amant, vingt-quatre heures peut-être après t’avoir quittée, courtisait une ignoble servante et qu’il s’était arrangé pour passer la nuit avec elle, tu aurais soutenu que cela n’était pas possible, et tu n’aurais pas voulu le croire ; à peine aurais-tu ajouté foi à tes yeux et à tes oreilles : cela était pourtant.

 

La conversation dura encore quelque temps, la plus folle et la plus dévergondée du monde ; mais, à travers toutes les exagérations bouffonnes, les plaisanteries souvent ordurières, perçait un sentiment vrai et profond de parfait mépris pour la femme, et j’en appris plus dans cette soirée qu’en lisant vingt charretées de moralistes.

 

Les choses énormes et inouïes que j’entendais donnaient à ma figure une teinte de tristesse et de sévérité dont le reste des convives s’aperçut et dont on me fit obligeamment la guerre ; mais ma gaieté ne put revenir. – J’avais bien soupçonné que les hommes n’étaient pas tels qu’ils apparaissaient devant nous, mais je ne les croyais pas encore aussi différents de leurs masques, et ma surprise égalait mon dégoût.

 

Je ne voudrais, pour corriger à tout jamais une jeune fille romanesque, qu’une demi-heure d’une pareille conversation ; – cela lui vaudrait mieux que toutes les remontrances maternelles.

 

Les uns se vantaient d’avoir autant de femmes qu’il leur plaisait, et que pour cela ils n’avaient qu’un mot à dire ; les autres se communiquaient des recettes pour se procurer des maîtresses ou dissertaient sur la tactique à suivre dans le siège d’une vertu ; quelques-uns tournaient en ridicule les femmes dont ils étaient les amants, et se proclamaient les plus francs imbéciles de la terre de s’être ainsi acoquinés auprès de semblables guenipes. – Tous faisaient très bon marché de l’amour.

 

Voilà donc la pensée qu’ils nous cachent sous tant de beaux semblants ! Qui le dirait jamais à les voir si humbles, si rampants, si prêts à tout ? – Ah ! qu’après la victoire ils relèvent la tête hardiment et mettent insolemment le talon de leurs bottes sur le front qu’ils adoraient de loin et à genoux ! comme ils se vengent de leur abaissement passager ! comme ils font chèrement payer leurs politesses ! et par combien d’injures ils se reposent des madrigaux qu’ils ont faits ! Quelle brutalité forcenée de langage et de pensée ! quelle inélégance de manières et de tenue ! – C’est un changement complet et qui n’est certes pas à leur avantage. Si loin qu’eussent été mes prévisions, elles étaient bien au-dessous de la réalité.

 

Idéal, fleur bleue au cœur d’or, qui t’épanouis tout emperlée de rosée sous le ciel du printemps, au souffle parfumé des molles rêveries, et dont les racines fibreuses, mille fois plus déliées que les tresses de soie des fées, plongent au profond de notre âme avec leurs mille têtes chevelues pour en boire la plus pure substance ; fleur si douce et si amère, on ne te peut arracher sans faire saigner le cœur à tous ses recoins, et de la tige brisée suintent des gouttes rouges, qui, tombant une à une dans le lac de nos larmes, nous servent à mesurer les heures boiteuses de notre veille mortuaire près du lit de l’Amour agonisant.

 

Ah ! fleur maudite, comme tu avais poussé dans mon âme ! tes rameaux s’y étaient plus multipliés que les orties dans une ruine. Les jeunes rossignols venaient boire à ton calice et chanter sous ton ombre ; des papillons de diamant, avec des ailes d’émeraude et des yeux de rubis, voltigeaient et dansaient autour de tes frêles pistils couverts de poudre d’or ; des essaims de blondes abeilles suçaient sans défiance ton miel empoisonné ; les chimères reployaient leurs ailes de cygne et croisaient leurs griffes de lion sous leur belle gorge, pour se reposer auprès de toi. L’arbre des Hespérides n’était pas mieux gardé ; les sylphides recueillaient les larmes des étoiles dans les urnes des lis, et t’arrosaient chaque nuit avec leurs magiques arrosoirs. – Plante de l’idéal, plus venimeuse que le mancenillier ou l’arbre upas, qu’il m’en coûte, malgré les fleurs trompeuses et le poison que l’on respire avec ton parfum, pour te déraciner de mon âme ! Ni le cèdre du Liban, ni le baobab gigantesque, ni le palmier haut de cent coudées n’y pourraient remplir ensemble la place que tu y occupais toute seule, petite fleur bleue au cœur d’or.

 

Le souper se termina enfin, et il fut question de s’aller coucher ; mais, comme le nombre des coucheurs était double de celui des lits, il s’ensuivit naturellement qu’il fallait se coucher les uns après les autres ou coucher deux ensemble. La chose était fort simple pour le reste de la compagnie, mais elle ne l’était pas à beaucoup près autant pour moi, – eu égard à certaines protubérances que la soubreveste et le pourpoint dissimulaient assez convenablement, mais qu’une simple chemise eût laissé voir dans toute leur damnable rondeur ; et certes je n’étais guère disposée à trahir mon incognito en faveur d’aucun de ces messieurs, qui en ce moment-là me paraissaient de vrais et naïfs monstres, et que depuis j’ai reconnus pour de fort bons diables, et valant au moins autant que tous ceux de leur espèce.

 

Celui dont je devais partager le lit était raisonnablement ivre. Il se jeta sur les matelas une jambe et un bras pendants à terre, et s’endormit sur-le-champ, non pas du sommeil des justes, mais d’un sommeil si profond que l’ange du jugement dernier s’en fût venu lui souffler à l’oreille avec son clairon qu’il ne se serait pas éveillé pour cela. – Ce sommeil simplifiait de beaucoup la difficulté ; je n’ôtai que mon pourpoint et mes bottes, j’enjambai le corps du dormeur, et je m’étendis sur les draps du côté de la ruelle.

 

J’étais donc couchée avec un homme ! Cela n’était pas mal débuter ! – J’avoue que, malgré toute mon assurance, j’étais singulièrement émue et troublée. La situation était si étrange, si nouvelle que je pouvais à peine admettre que ce ne fût pas un rêve. – L’autre dormait de son mieux, moi, je ne pus fermer l’œil de la nuit.

 

C’était un jeune homme de vingt-quatre ans à peu près, d’une assez belle figure, les cils noirs et la moustache presque blonde ; ses longs cheveux roulaient autour de sa tête comme des flots de l’urne renversée d’un fleuve, une légère rougeur passait sous ses joues pâles comme un nuage sous l’eau, ses lèvres étaient à demi entrouvertes et souriaient d’un sourire vague et languissant.

 

Je me soulevai sur mon coude, et je restai longtemps à le regarder à la vacillante lueur d’une chandelle dont presque tout le suif avait coulé par larges nappes, et dont la mèche était toute chargée de noirs champignons.

 

Un intervalle assez grand nous séparait. Il occupait un bord extrême du lit ; moi, je m’étais jetée, par surcroît de précaution, tout à fait à l’autre bord.

 

Assurément ce que j’avais entendu n’était pas de nature à me prédisposer à la tendresse et à la volupté : – j’avais les hommes en horreur. – Cependant j’étais plus inquiète et plus agitée que je n’aurais dû l’être : mon corps ne partageait pas la répugnance de mon esprit autant qu’il l’aurait fallu. – Mon cœur battait fort, j’avais chaud, et, de quelque côté que je me tournasse, je ne pouvais trouver le repos.

 

Le silence le plus profond régnait dans l’auberge ; on entendait seulement de loin en loin le bruit sourd que faisait le pied de quelque cheval en frappant le pavé de l’écurie, ou le son d’une goutte d’eau qui tombait sur la cendre par le tuyau de la cheminée. La chandelle, arrivée au bout de la mèche, s’éteignit en fumant.

 

Les ténèbres les plus épaisses s’abaissèrent entre nous deux comme des rideaux. – Tu ne peux t’imaginer l’effet que fit sur moi la disparition subite de la lumière. – Il me sembla que tout était fini, et que je ne devais plus y voir clair de ma vie. – J’eus envie un instant de me lever ; mais qu’aurais-je fait ? Il n’était que deux heures du matin, toutes les lumières étaient éteintes, et je ne pouvais errer comme un fantôme dans une maison inconnue. Force me fut de rester en place et d’attendre le jour.

 

J’étais là, sur le dos, les deux mains croisées, tâchant de penser à quelque chose et retombant toujours sur ceci, à savoir : que j’étais couchée avec un homme. J’allais jusqu’à désirer qu’il s’éveillât et s’aperçût que j’étais une femme. – Sans doute, le vin que j’avais bu, quoique en petite quantité, était pour quelque chose dans cette idée extravagante, mais je ne pouvais m’empêcher d’y revenir. – Je fus sur le point d’allonger la main de son côté, de l’éveiller et de lui dire ce que j’étais. – Un pli de la couverture qui m’arrêta le bras fut la cause qui m’empêcha de pousser la chose jusqu’au bout : cela me donna le temps de la réflexion ; et, pendant que je dégageais mon bras, le sens que j’avais totalement perdu me revint, sinon entièrement, du moins assez pour me contenir.

 

N’eût-il pas été fort curieux qu’une belle dédaigneuse comme je l’étais, que moi, qui aurais voulu connaître dix ans de la vie d’un homme avant de lui donner ma main à baiser, je me fusse livrée, dans une auberge, sur un grabat, au premier venu ! et, ma foi, cela n’a pas tenu à grand-chose.

 

Une effervescence subite, un bouillon de sang peut-il à ce point mater les résolutions les plus superbes ? et la voix du corps parle-t-elle plus haut que la voix de l’esprit ? – Toutes les fois que mon orgueil envoie trop de bouffées vers le ciel, pour le ramener à terre, je lui mets le souvenir de cette nuit devant les yeux. – Je commence à être de l’avis des hommes : quelle pauvre chose que la vertu des femmes ! et de quoi dépend-elle, mon Dieu !

 

Ah ! c’est en vain que l’on veut déployer des ailes, trop de limon les charge ; le corps est une ancre qui retient l’âme à la terre : elle a beau ouvrir ses voiles au vent des plus hautes idées, le vaisseau reste immobile, comme si tous les rémoras de l’Océan se fussent suspendus à sa quille. La nature se plaît à nous faire de ces sarcasmes-là. Quand elle voit une pensée debout sur son orgueil comme sur une haute colonne toucher presque le ciel de la tête, elle dit tout bas à la liqueur rouge de hâter le pas et de se presser à la porte des artères ; elle commande aux tempes de siffler, aux oreilles de tinter, et voilà que le vertige prend à l’idée altière : toutes les images se confondent et se brouillent, la terre semble onduler comme le pont d’une barque dans la tempête, le ciel tourne en rond et les étoiles dansent la sarabande ; ces lèvres, qui ne débitaient que maximes austères, se plissent et s’avancent comme pour des baisers ; ces bras, si fermes à repousser, s’amollissent et se font plus souples et plus enlaçants que des écharpes. Ajoutez à cela le contact d’un épiderme, le souffle d’une haleine à travers vos cheveux, et tout est perdu. – Souvent même il ne faut pas tant : – une odeur de feuillage qui vous arrive des champs par votre fenêtre entrouverte, la vue de deux oiseaux qui se becquettent, une marguerite qui s’épanouit, une ancienne chanson d’amour qui vous revient malgré vous et que vous répétez sans en comprendre le sens, un vent tiède qui vous trouble et vous enivre, la mollesse de votre lit ou de votre divan, il suffit d’une de ces circonstances ; la solitude même de votre chambre vous fait penser que l’on y serait bien deux et que l’on ne saurait trouver un nid plus charmant pour une couvée de plaisirs. Ces rideaux tirés, ce demi-jour, ce silence, tout vous ramène à l’idée fatale qui vous effleure de ses perfides ailes de colombe, et qui roucoule tout doucement autour de vous. Les tissus qui vous touchent semblent vous caresser et collent amoureusement leurs plis au long de votre corps. – Alors la jeune fille ouvre ses bras au premier laquais avec qui elle se trouve seule ; le philosophe laisse sa page inachevée, et, la tête dans son manteau, court en toute hâte chez la plus voisine courtisane.

 

Je n’aimais certainement pas l’homme qui me causait des agitations si étranges. – Il n’avait d’autre charme que de ne pas être une femme, et, dans l’état où je me trouvais, c’était assez ! Un homme ! cette chose si mystérieuse qu’on nous dérobe avec tant de soin, cet animal étrange dont nous savons si peu l’histoire, ce démon ou ce dieu qui peut seul réaliser tous les rêves de volupté indécise dont le printemps berce notre sommeil, la seule pensée que l’on ait depuis l’âge de quinze ans !

 

Un homme ! – L’idée confuse du plaisir flottait dans ma tête alourdie. Le peu que j’en savais allumait encore mon désir. Une ardente curiosité me poussait d’éclaircir une bonne fois les doutes qui m’embarrassaient et se représentaient sans cesse à mon esprit. La solution du problème était derrière la page : il n’y avait qu’à la tourner, le livre était à côté de moi. – Un chevalier assez beau, un lit assez étroit, une nuit assez noire ! – une jeune fille avec quelques verres de vin de Champagne dans le cerveau ! – quel assemblage suspect ! – Eh bien ! de tout cela il n’est résulté qu’un très honnête néant.

 

Sur le mur où je tenais les yeux fixés, à la faveur d’une obscurité moins épaisse, je commençais à distinguer la place de la croisée ; les carreaux devenaient moins opaques, et la lueur grise du matin, qui glissait derrière, leur rendait la transparence ; le ciel s’éclaira peu à peu : il était jour. – Tu ne peux t’imaginer quel plaisir me fit ce pâle rayon sur la teinture verte de serge d’Aumale qui entourait le glorieux champ de bataille ou ma vertu avait triomphé de mes désirs ! Il me sembla que c’était ma couronne de victoire.

 

Quant au compagnon, il était tout à fait tombé par terre.

 

Je me levai, je me rajustai au plus vite et je courus à la fenêtre ; je l’ouvris, la brise matinale me fit du bien.

 

Pour me peigner je me mis devant le miroir, et je fus étonnée de la pâleur de ma figure que je croyais pourpre.

 

Les autres entrèrent pour voir si nous étions encore endormis, et poussèrent du pied leur ami qui ne parut pas très surpris de se trouver où il était.

 

On sella les chevaux, et nous nous remîmes en route. – Mais en voici assez pour aujourd’hui ma plume ne marque plus, et je n’ai pas envie de la tailler je te dirai une autre fois le reste de mes aventures en attendant, aime-moi comme je t’aime, Graciosa la bien nommée, et, d’après ce que je viens de te conter, ne va pas avoir une trop mauvaise opinion de ma vertu.

Chapitre 11
Beaucoup de choses sont ennuyeuses…

 

Beaucoup de choses sont ennuyeuses : il est ennuyeux de rendre l’argent qu’on avait emprunté, et qu’on s’était accoutumé à regarder comme à soi ; il est ennuyeux de caresser aujourd’hui la femme qu’on aimait hier ; il est ennuyeux d’aller dans une maison à l’heure du dîner, et de trouver que les maîtres sont partis pour la campagne depuis un mois ; il est ennuyeux de faire un roman, et plus ennuyeux de le lire ; il est ennuyeux d’avoir un bouton sur le nez et les lèvres gercées le jour où l’on va rendre visite à l’idole de son cœur ; il est ennuyeux d’être chaussé de bottes facétieuses, souriant au pavé par toutes leurs coutures, et surtout de loger le vide derrière les toiles d’araignée de son gousset ; il est ennuyeux d’être portier ; il est ennuyeux d’être empereur ; il est ennuyeux d’être soi, et même d’être un autre ; il est ennuyeux d’aller à pied parce que l’on se fait mal à ses cors, à cheval parce que l’on s’écorche l’antithèse du devant, en voiture parce qu’un gros homme se fait immanquablement un oreiller de votre épaule, sur le paquebot parce que l’on a le mal de mer et qu’on se vomit tout entier ; – il est ennuyeux d’être en hiver parce que l’on grelotte, et en été parce qu’on sue ; mais ce qu’il y a de plus ennuyeux sur terre, en enfer et au ciel, c’est assurément une tragédie, à moins que ce ne soit un drame ou une comédie.

 

Cela me fait réellement mal au cœur. – Qu’y a-t-il de plus niais et de plus stupide ? Ces gros tyrans à voix de taureau, qui arpentent le théâtre d’une coulisse à l’autre, en faisant aller comme des ailes de moulin leurs bras velus, emprisonnés dans des bas de couleur de chair, ne sont-ils pas de piètres contrefaçons de Barbe-Bleue ou de Croquemitaine ? Leurs rodomontades feraient pouffer de rire quiconque se pourrait tenir éveillé.

 

Les amantes infortunées ne sont pas moins ridicules. – C’est quelque chose de divertissant que de les voir s’avancer, vêtues de noir ou de blanc, avec des cheveux qui pleurent sur leurs épaules, des manches qui pleurent sur leurs mains, et le corps prêt à saillir de leur corset comme un noyau qu’on presse entre les doigts ; ayant l’air de traîner le plancher à la semelle de leurs souliers de satin, et, dans les grands mouvements de passion, repoussant leur queue en arrière avec un petit coup de talon. – Le dialogue, exclusivement composé de oh ! et de ah ! qu’elles gloussent en faisant la roue, est vraiment une agréable pâture et de facile digestion. – Leurs princes sont aussi fort charmants ; ils sont seulement un peu ténébreux et mélancoliques, ce qui ne les empêche pas d’être les meilleurs compagnons qui soient au monde et ailleurs.

 

Quant à la comédie qui doit corriger les mœurs, et qui s’acquitte heureusement assez mal de son devoir, je trouve que les sermons des pères et les rabâcheries des oncles sont aussi assommants sur le théâtre que dans la réalité. – Je ne suis pas d’avis que l’on double le nombre des sots en les représentant ; il y en a déjà bien assez comme cela, Dieu merci, et la race n’est pas près de finir. – Où est la nécessité que l’on fasse le portrait de quelqu’un qui a un groin de porc ou un mufle de bœuf, et qu’on recueille les billevesées d’un manant que l’on jetterait par la fenêtre s’il venait chez vous ? L’image d’un cuistre est aussi peu intéressante que ce cuistre lui-même, et pour être vu au miroir, ce n’en est pas moins un cuistre. – Un acteur qui parviendrait à imiter parfaitement les poses et les manières des savetiers ne m’amuserait pas beaucoup plus qu’un savetier réel.

 

Mais il est un théâtre que j’aime, c’est le théâtre fantastique, extravagant, impossible, où l’honnête public sifflerait impitoyablement dès la première scène, faute d’y comprendre un mot.

 

C’est un singulier théâtre que celui-là. – Des vers luisants y tiennent lieu de quinquets ; un scarabée battant la mesure avec ses antennes est placé au pupitre. Le grillon y fait sa partie ; le rossignol est première flûte ; de petits sylphes, sortis de la fleur des pois, tiennent des basses d’écorce de citron entre leurs jolies jambes plus blanches que l’ivoire, et font aller à grand renfort de bras des archets faits avec un cil de Titania sur des cordes de fil d’araignée ; la petite perruque à trois marteaux dont est coiffé le scarabée chef d’orchestre frissonne de plaisir, et répand autour d’elle une poussière lumineuse, tant l’harmonie est douce et l’ouverture bien exécuter !

 

Un rideau d’ailes de papillon, plus mince que la pellicule intérieure d’un œuf, se lève lentement après les trois coups de rigueur. La salle est pleine d’âmes de poètes assises dans des stalles de nacre de perle, et qui regardent le spectacle à travers des gouttes de rosée montées sur le pistil d’or des lis. – Ce sont leurs lorgnettes.

 

Les décorations ne ressemblent à aucune décoration connue ; le pays qu’elles représentent est plus ignoré que l’Amérique avant sa découverte. – La palette du peintre le plus riche n’a pas la moitié des tons dont elles sont diaprées : tout y est peint de couleurs bizarres et singulières : la cendre verte, la cendre bleue, l’outremer, les laques jaunes et rouges y sont prodigués.

 

Le ciel, d’un bleu verdissant, est zébré de larges bandes blondes et fauves ; de petits arbres fluets et grêles balancent sur le second plan leur feuillage clairsemé, couleur de rose sèche ; les lointains, au lieu de se noyer dans leur vapeur azurée, sont du plus beau vert pomme, et il s’en échappe çà et là des spirales de fumée dorée. – Un rayon égaré se suspend au fronton d’un temple ruiné ou à la flèche d’une tour. – Des villes pleines de clochetons, de pyramides, de dômes, d’arcades et de rampes sont assises sur les collines et se réfléchissent dans des lacs de cristal ; de grands arbres aux larges feuilles, profondément découpées par les ciseaux des fées, enlacent inextricablement leurs troncs et leurs branches pour faire les coulisses. Les nuages du ciel s’amassent sur leurs têtes comme des flocons de neige, et l’on voit scintiller dans leurs interstices les yeux des nains et des gnomes, leurs racines tortueuses se plongent dans le sol comme le doigt d’une main de géant. Le pivert les frappe en mesure avec son bec de corne, et des lézards d’émeraude se chauffent au soleil sur la mousse de leurs pieds.

 

Le champignon regarde la comédie son chapeau sur la tête, comme un insolent qu’il est, la violette mignonne se dresse sur la pointe de ses petits pieds entre deux brins d’herbe, et ouvre toutes grandes ses prunelles bleues, afin de voir passer le héros.

 

Le bouvreuil et la linotte se penchent au bout des rameaux pour souffler les rôles aux acteurs.

 

À travers les grandes herbes, les hauts chardons pourprés et les bardanes aux feuilles de velours, serpentent, comme des couleuvres d’argent, des ruisseaux faits avec les larmes des cerfs aux abois : de loin en loin, on voit briller sur le gazon les anémones pareilles à des gouttes de sang, et se rengorger les marguerites la tête chargée d’une couronne de perles, comme de véritables duchesses.

 

Les personnages ne sont d’aucun temps ni d’aucun pays ; ils vont et viennent sans que l’on sache pourquoi ni comment ; ils ne mangent ni ne boivent, ils ne demeurent nulle part et n’ont aucun métier ; ils ne possèdent ni terres, ni rentes, ni maisons ; quelquefois seulement ils portent sous le bras une petite caisse pleine de diamants gros comme des œufs de pigeon ; en marchant, ils ne font pas tomber une seule goutte de pluie de la pointe des fleurs et ne soulèvent pas un seul grain de la poussière des chemins.

 

Leurs habits sont les plus extravagants et les plus fantasques du monde. Des chapeaux pointus comme des clochers avec des bords aussi larges qu’un parasol chinois et des plumes démesurées arrachées à la queue de l’oiseau de paradis et du phénix ; des capes rayées de couleurs éclatantes, des pourpoints de velours et de brocart, laissant voir leur doublure de satin ou de toile d’argent par leurs crevés galonnés d’or ; des hauts-de-chausses bouffants et gonflés comme des ballons ; des bas écarlates à coins brodés, des souliers à talons hauts et à larges rosettes ; de petites épées fluettes, la pointe en l’air, la poignée en bas, toutes pleines de ganses et de rubans ; – voilà pour les hommes. Les femmes ne sont pas moins curieusement accoutrées.

 

– Les dessins de Della Bella et de Romain de Hooge peuvent servir à se représenter le caractère de leur ajustement : ce sont des robes étoffées, ondoyantes, avec de grands plis qui chatoient comme des gorges de tourterelles et reflètent toutes les teintes changeantes de l’iris, de grandes manches d’où sortent d’autres manches des fraises de dentelles déchiquetées à jour, qui montent plus haut que la tête à laquelle elles servent de cadre, des corsets chargés de nœuds et de broderies, des aiguillettes, des joyaux bizarres, des aigrettes de plumes de héron, des colliers de grosses perles, des éventails de queue de paon avec des miroirs au milieu, de petites mules et des patins, des guirlandes de fleurs artificielles, des paillettes, des gazes lamées, du fard, des mouches, et tout ce qui peut ajouter du ragoût et du piquant à une toilette de théâtre.

 

C’est un goût qui n’est précisément ni anglais, ni allemand, ni français, ni turc, ni espagnol, ni tartare, quoiqu’il tienne un peu de tout cela, et qu’il ait pris à chaque pays ce qu’il avait de plus gracieux et de plus caractéristique. – Des acteurs ainsi habillés peuvent dire tout ce qu’ils veulent sans choquer la vraisemblance. La fantaisie peut courir de tous côtés, le style dérouler à son aise ses anneaux diaprés, comme une couleuvre qui se chauffe au soleil ; les concetti les plus exotiques épanouir sans crainte leurs calices singuliers et répandre autour d’eux leur parfum d’ambre et de musc. – Rien ne s’y oppose, ni les lieux, ni les noms, ni le costume.

 

Comme ce qu’ils débitent est amusant et charmant ! Ce ne sont pas eux, les beaux acteurs, qui iraient, comme ces hurleurs de drame, se tordre la bouche et se sortir les yeux de la tête pour dépêcher la tirade à effet ; – au moins ils n’ont pas l’air d’ouvriers à la tâche, de bœufs attelés à l’action et pressés d’en finir ; ils ne sont pas plâtrés de craie et de rouge d’un demi-pouce d’épaisseur ; ils ne portent pas des poignards de fer-blanc, et ils ne tiennent pas en réserve sous leur casaque une vessie de porc remplie de sang de poulet ; ils ne traînent pas le même lambeau taché d’huile pendant des actes entiers.

 

Il parlent sans se presser, sans crier, comme des gens de bonne compagnie qui n’attachent pas grande importance à ce qu’ils font : l’amoureux fait à l’amoureuse sa déclaration de l’air le plus détaché du monde ; tout en causant, il frappe sa cuisse du bout de son gant blanc, ou rajuste ses canons. La dame secoue nonchalamment la rosée de son bouquet, et fait des pointes avec sa suivante ; l’amoureux se soucie très peu d’attendrir sa cruelle : sa principale affaire est de laisser tomber de sa bouche des grappes de perles, des touffes de roses, et de semer en vrai prodigue les pierres précieuses poétiques ; – souvent même il s’efface tout à fait, et laisse l’auteur courtiser sa maîtresse pour lui. La jalousie n’est pas son défaut, et son humeur est des plus accommodantes. Les yeux levés vers les bandes d’air et les frises du théâtre, il attend complaisamment que le poète ait achevé de dire ce qui lui passait par la fantaisie pour reprendre son rôle et se remettre à genoux.

 

Tout se noue et se dénoue avec une insouciance admirable : les effets n’ont point de cause, et les causes n’ont point d’effet ; le personnage le plus spirituel est celui qui dit le plus de sottises ; le plus sot dit les choses les plus spirituelles ; les jeunes filles tiennent des discours qui feraient rougir des courtisanes ; les courtisanes débitent des maximes de morale. Les aventures les plus inouïes se succèdent coup sur coup sans qu’elles soient expliquées ; le père noble arrive tout exprès de la Chine dans une jonque de bambou pour reconnaître une petite fille enlevée ; les dieux et les fées ne font que monter et descendre dans leurs machines. L’action plonge dans la mer sous le dôme de topaze des flots, et se promène au fond de l’Océan, à travers les forêts de coraux et de madrépores, ou elle s’élève au ciel sur les ailes de l’alouette et du griffon. – Le dialogue est très universel ; le lion y contribue par un oh ! oh ! vigoureusement poussé ; la muraille parle par ses crevasses, et, pourvu qu’il ait une pointe, un rébus ou un calembour à y jeter, chacun est libre d’interrompre la scène la plus intéressante : la tête d’âne de Bottom est aussi bien venue que la tête blonde d’Ariel ; – l’esprit de l’auteur s’y fait voir sous toutes les formes ; et toutes ces contradictions sont comme autant de facettes qui en réfléchissent les différents aspects, en y ajoutant les couleurs du prisme.

 

Ce pêle-mêle et ce désordre apparents se trouvent, au bout du compte, rendre plus exactement la vie réelle sous ses allures fantasques que le drame de mœurs le plus minutieusement étudié. – Tout homme renferme en soi l’humanité entière, et en écrivant ce qui lui vient à la tête il réussit mieux qu’en copiant à la loupe les objets placés en dehors de lui.

 

Ô la belle famille ! – jeunes amoureux romanesques, demoiselles vagabondes, serviables suivantes, bouffons caustiques, valets et paysans naïfs, rois débonnaires, dont le nom est ignoré de l’historien, et le royaume du géographe ; graciosos bariolés, clowns aux reparties aiguës et aux miraculeuses cabrioles ; ô vous qui laissez parler le libère caprice par votre bouche souriante, je vous aime et je vous adore entre tous et sur tous : – Perdita, Rosalinde, Célie, Pandarus, Parolles, Silvio, Léandre et les autres, tous ces types charmants, si faux et si vrais, qui, sur les ailes bigarrées de la folie, s’élèvent au-dessus de la grossière réalité, et dans qui le poète personnifie sa joie, sa mélancolie, son amour et son rêve le plus intime sous les apparences les plus frivoles et les plus dégagées.

 

Dans ce théâtre, écrit pour les fées, et qui doit être joué au clair de lune, il est une pièce qui me ravit principalement ; – c’est une pièce si errante, si vagabonde, dont l’intrigue est si vaporeuse et les caractères si singuliers que l’auteur lui-même, ne sachant quel titre lui donner, l’a appelée Comme il vous plaira, nom élastique, et qui répond à tout.

 

En lisant cette pièce étrange, on se sent transporté dans un monde inconnu, dont on a pourtant quelque vague réminiscence : on ne sait plus si l’on est mort ou vivant, si l’on rêve ou si l’on veille ; de gracieuses figures vous sourient doucement, et vous jettent, en passant, un bonjour amical ; vous vous sentez ému et troublé à leur vue, comme si, au détour d’un chemin, vous rencontriez tout à coup votre idéal, ou que le fantôme oublié de votre première maîtresse se dressât subitement devant vous. Des sources coulent en murmurant des plaintes à demi étouffées ; le vent remue les vieux arbres de l’antique forêt sur la tête du vieux duc exilé, avec des soupirs compatissants ; et, lorsque James le mélancolique laisse aller au fil de l’eau, avec les feuilles du saule, ses philosophiques doléances, il vous semble que c’est vous-même qui parlez, et que la pensée la plus secrète et la plus obscure de votre cœur se révèle et s’illumine.

 

Ô jeune fils du brave chevalier Rowland des Bois, tant maltraité du sort ! je ne puis m’empêcher d’être jaloux de toi ; tu as encore un serviteur fidèle, le bon Adam, dont la vieillesse est si verte sous la neige de ses cheveux. – Tu es banni, mais au moins tu l’es après avoir lutté et triomphé ; ton méchant frère t’enlève tout ton bien, mais Rosalinde te donne la chaîne de son cou ; tu es pauvre, mais tu es aimé ; tu quittes ta patrie, mais la fille de ton persécuteur te suit au-delà des mers.

 

Les noires Ardennes ouvrent, pour te recevoir et te cacher, leurs grands bras de feuillage ; la bonne forêt, pour te coucher, amasse au fond de ses grottes sa mousse la plus soyeuse ; elle incline ses arceaux sur ton front afin de te garantir de la pluie et du soleil ; elle te plaint avec les larmes de ses sources et les soupirs de ses faons et de ses daims qui brament ; elle fait de ses rochers de complaisants pupitres pour tes épîtres amoureuses ; elle te prête les épines de ses buissons pour les suspendre, et ordonne à l’écorce de satin de ses trembles de céder à la pointe de ton stylet quand tu veux y graver le chiffre de Rosalinde.

 

Si l’on pouvait, jeune Orlando, avoir comme toi une grande forêt ombreuse pour se retirer et s’isoler dans sa peine, et si, au détour d’une allée, on rencontrait celle que l’on cherche, reconnaissable, quoique déguisée ! – Mais, hélas ! le monde de l’âme n’a pas d’Ardennes verdoyantes, et ce n’est que dans le parterre de poésie que s’épanouissent ces petites fleurs capricieuses et sauvages dont le parfum fait tout oublier. Nous avons beau verser des larmes, elles ne forment pas de ces belles cascades argentines ; nous avons beau soupirer, aucun écho complaisant ne se donne la peine de nous renvoyer nos plaintes ornées d’assonances et de concetti. – C’est en vain que nous accrochons des sonnets aux piquants de toutes les ronces, jamais Rosalinde ne les ramasse, et c’est gratuitement que nous entaillons l’écorce des arbres de chiffres amoureux.

 

Oiseaux du ciel, prêtez-moi chacun une plume, l’hirondelle comme l’aigle, le colibri comme l’oiseau roc, afin que je m’en fasse une paire d’ailes pour voler haut et vite par des régions inconnues, où je ne retrouve rien qui rappelle à mon souvenir la cité des vivants, où je puisse oublier que je suis moi, et vivre d’une vie étrange et nouvelle, plus loin que l’Amérique, plus loin que l’Afrique, plus loin que l’Asie, plus loin que la dernière île du monde, par l’océan de glace, au-delà du pôle où tremble l’aurore boréale, dans l’impalpable royaume où s’envolent les divines créations des poètes et les types de la suprême beauté.

 

Comment supporter les conversations ordinaires dans les cercles et les salons, quand on t’a entendu parler, étincelant Mercutio, dont chaque phrase éclate en pluie d’or et d’argent, comme une bombe d’artifices sous un ciel semé d’étoiles ? Pâle Desdémona, quel plaisir veux-tu que l’on prenne, après la romance du Saule, à aucune musique terrestre ? Quelles femmes ne semblent pas laides à côté de vos Vénus, sculpteurs antiques, poètes aux strophes de marbre ?

 

Ah ! malgré l’étreinte furieuse dont j’ai voulu enlacer le monde matériel au défaut de l’autre, je sens que je suis mal né, que la vie n’est pas faite pour moi, et qu’elle me repousse ; je ne puis me mêler à rien : quelque chemin que je suive, je me fourvoie ; l’allée unie, le sentier rocailleux me conduisent également à l’abîme. Si je veux prendre mon essor, l’air se condense autour de moi, et je reste pris, les ailes étendues sans les pouvoir refermer. – Je ne puis ni marcher ni voler ; le ciel m’attire quand je suis sur terre, la terre quand je suis au ciel ; en haut, l’aquilon m’arrache les plumes ; en bas, les cailloux m’offensent les pieds. J’ai les plantes trop tendres pour cheminer sur les tessons de verre de la réalité : l’envergure trop étroite pour planer au-dessus des choses, et m’élever, de cercle en cercle, dans l’azur profond du mysticisme, jusqu’aux sommets inaccessibles de l’éternel amour ; je suis le plus malheureux hippogriffe, le plus misérable ramassis de morceaux hétérogènes qui ait jamais existé depuis que l’Océan aime la lune, et que les femmes trompent les hommes : la monstrueuse Chimère, mise à mort par Bellérophon, avec sa tête de vierge, ses pattes de lion, son corps de chèvre et sa queue de dragon, était un animal d’une composition simple auprès de moi.

 

Dans ma frêle poitrine habitent ensemble les rêveries semées de violettes de la jeune fille pudique et les ardeurs insensées des courtisanes en orgie : mes désirs vont, comme les lions, aiguisant leurs griffes dans l’ombre et cherchant quelque chose à dévorer ; mes pensées, plus fiévreuses et plus inquiètes que les chèvres, se suspendent aux crêtes les plus menaçantes ; ma haine, toute bouffie de poison, entortille en nœuds inextricables ses replis écaillés, et se traîne longuement dans les ornières et les ravins.

 

C’est un étrange pays que mon âme, un pays florissant et splendide en apparence, mais plus saturé de miasmes putrides et délétères que le pays de Batavia : le moindre rayon de soleil sur la vase y fait éclore les reptiles et pulluler les moustiques ; – les larges tulipes jaunes, les nagassaris et les fleurs d’angsoka y voilent pompeusement d’immondes charognes. La rose amoureuse ouvre ses lèvres écarlates, et fait voir en souriant ses petites dents de rosée aux galants rossignols qui lui récitent des madrigaux et des sonnets : rien n’est plus charmant ; mais il y a cent à parier contre un que, dans l’herbe, au bas du buisson, un crapaud hydropique rampe sur des pattes boiteuses et argenté son chemin avec sa bave.

 

Voilà des sources plus claires et plus limpides que le diamant le plus pur ; mais il vaudrait mieux pour vous puiser l’eau stagnante du marais sous son manteau de joncs pourris et de chiens noyés que de tremper votre coupe à cette onde. – Un serpent est caché au fond, et tourne sur lui-même avec une effrayante rapidité en dégorgeant son venin.

 

Vous avez planté du blé ; il pousse de l’asphodèle, de la jusquiame, de l’ivraie et de pâles ciguës aux rameaux vert-de-grisés. Au lieu de la racine que vous aviez enfouie, vous êtes tout surpris de voir sortir de terre les jambes velues et tortillées de la noire mandragore.

 

Si vous y laissez un souvenir, et que vous veniez le reprendre quelque temps après, vous le retrouverez plus verdi de mousse et plus fourmillant de cloportes et d’insectes dégoûtants qu’une pierre posée sur le terrain humide d’une cave.

 

N’essayez pas d’en franchir les ténébreuses forêts ; elles sont plus impraticables que les forêts vierges d’Amérique et que les jungles de Java : des lianes fortes comme des câbles courent d’un arbre à l’autre ; des plantes, hérissées et pointues comme des fers de lance, obstruent tous les passages ; le gazon lui-même est couvert d’un duvet brûlant comme celui de l’ortie. Aux arceaux du feuillage se suspendent par les ongles de gigantesques chauves-souris du genre vampire ; des scarabées d’une grosseur énorme agitent leurs cornes menaçantes, et fouettent l’air de leurs quadruples ailes ; des animaux monstrueux et fantastiques, comme ceux que l’on voit passer dans les cauchemars, s’avancent péniblement en cassant les roseaux devant eux. Ce sont des troupeaux d’éléphants qui écrasent les mouches entre les rides de leur peau desséchée ou qui se frottent les flancs au long des pierres et des arbres, des rhinocéros à la carapace rugueuse, des hippopotames au mufle bouffi et hérissé de poils, qui vont pétrissant la boue et le détritus de la forêt avec leurs larges pieds.

 

Dans les clairières, là où le soleil enfonce comme un coin d’or un rayon lumineux, à travers la moite humidité, à l’endroit où vous auriez voulu vous asseoir, vous trouverez toujours quelque famille de tigres nonchalamment couchés, humant l’air par les naseaux, clignant leurs yeux vert-de-mer et lustrant leurs fourrures de velours avec leur langue rouge-de-sang et couverte de papilles ; ou bien c’est quelque nœud de serpents boas à moitié endormis et digérant le dernier taureau avalé.

 

Redoutez tout : l’herbe, le fruit, l’eau, l’air, l’ombre, le soleil, tout est mortel.

 

Fermez l’oreille au babil des petites perruches au bec d’or et au cou d’émeraude qui descendent des arbres et viennent se poser sur vos doigts en palpitant des ailes ; car, avec leur joli bec d’or, les petites perruches au cou d’émeraude finiront par vous crever gentiment les yeux au moment où vous vous abaisserez pour les embrasser. – C’est ainsi !

 

Le monde ne veut pas de moi ; il me repousse comme un spectre échappé des tombeaux ; j’en ai presque la pâleur : mon sang se refuse à croire que je vis, et ne veut pas colorer ma peau ; il se traîne lentement dans mes veines, comme une eau croupie dans des canaux engorgés. – Mon cœur ne bat pour rien de ce qui fait battre le cœur de l’homme. – Mes douleurs et mes joies ne sont pas celles de mes semblables. J’ai violemment désiré ce que personne ne désire ; j’ai dédaigné des choses que l’on souhaite éperdument. – J’ai aimé des femmes quand elles ne m’aimaient pas, et j’ai été aimé quand j’aurais voulu être haï : toujours trop tôt ou trop tard, plus ou moins, en deçà ou au-delà ; jamais ce qu’il aurait fallu ; ou je ne suis pas arrivé, ou j’ai été trop loin. – J’ai jeté ma vie par les fenêtres, ou je l’ai concentrée à l’excès sur un seul point, et de l’activité inquiète de l’ardélion j’en suis venu à la morne somnolence du tériaki et du stylite sur sa colonne.

 

Ce que je fais a toujours l’apparence d’un rêve ; mes actions semblent plutôt le résultat du somnambulisme que celui d’une libre volonté ; quelque chose est en moi, que je sens obscurément à une grande profondeur, qui me fait agir sans ma participation et toujours en dehors des lois communes ; le côté simple et naturel des choses ne se révèle à moi qu’après tous les autres, et je saisirai tout d’abord l’excentrique et le bizarre : pour peu que la ligne biaise, j’en ferai bientôt une spirale plus entortillée qu’un serpent ; les contours, s’ils ne sont pas arrêtés de la manière la plus précise, se troublent et se déforment. Les figures prennent un air surnaturel et vous regardent avec des yeux effrayants.

 

Aussi, par une espèce de réaction instinctive, je me suis toujours désespérément cramponné à la matière, à la silhouette extérieure des choses, et j’ai donné dans l’art une très grande place à la plastique. – Je comprends parfaitement une statue, je ne comprends pas un homme ; où la vie commence, je m’arrête et recule effrayé comme si j’avais vu la tête de Méduse. Le phénomène de la vie me cause un étonnement dont je ne puis revenir. – Je ferai sans doute un excellent mort, car je suis un assez pauvre vivant, et le sens de mon existence m’échappe complètement. Le son de ma voix me surprend à un point inimaginable, et je serais tenté quelquefois de la prendre pour la voix d’un autre. Lorsque je veux étendre mon bras et que mon bras m’obéit, cela me paraît tout à fait prodigieux, et je tombe dans la plus profonde stupéfaction.

 

En revanche, Silvio, je comprends parfaitement l’inintelligible ; les données les plus extravagantes me semblent fort naturelles, et j’y entre avec une facilité singulière. Je trouve aisément la suite du cauchemar le plus capricieux et le plus échevelé. – C’est la raison pourquoi le genre de pièces dont je te parlais tout à l’heure me plaît par-dessus tous les autres.

 

Nous avons avec Théodore et Rosette de grandes discussions à ce sujet : Rosette goûte peu mon système, elle est pour la vérité vraie ; Théodore donne au poète plus de latitude, et admet une vérité de convention et d’optique. – Moi, je soutiens qu’il faut laisser le champ tout à fait libre à l’auteur et que la fantaisie doit régner en souveraine.

 

Beaucoup de personnes de la compagnie se fondaient principalement sur ce que ces pièces étaient en général hors des conditions théâtrales et ne pouvaient pas se jouer ; je leur ai répondu que cela était vrai dans un sens et faux dans l’autre, à peu près comme tout ce que l’on dit, et que les idées que l’on avait sur les possibilités et les impossibilités de la scène me paraissaient manquer de justesse et tenir à des préjugés plutôt qu’à des raisons, et je dis, entre autres choses, que la pièce Comme il vous plaira était assurément très exécutable, surtout pour des gens du monde qui n’auraient pas l’habitude d’autres rôles.

 

Cela fit venir l’idée de la jouer. La saison s’avance, et l’on a épuisé tous les genres d’amusements ; l’on est las de la chasse, des parties à cheval et sur l’eau ; les chances du boston, toutes variées qu’elles soient, n’ont pas assez de piquant pour occuper la soirée, et la proposition fut reçue avec un enthousiasme universel.

 

Un jeune homme qui savait peindre s’offrit pour faire les décorations ; il y travaille maintenant avec beaucoup d’ardeur, et dans quelques jours elles seront achevées. – Le théâtre est dressé dans l’orangerie, qui est la plus grande salle du château, et je pense que tout ira bien. C’est moi qui fais Orlando ; Rosette devait jouer Rosalinde, cela était de toute justice : comme ma maîtresse et comme maîtresse de la maison, le rôle lui revenait de droit ; mais elle n’a pas voulu se travestir en homme par un caprice assez singulier pour elle, dont assurément la pruderie n’est pas le défaut. Si je n’avais pas été sûr du contraire, j’aurais cru qu’elle avait les jambes mal faites. Actuellement aucune des dames de la société n’a voulu se montrer moins scrupuleuse que Rosette, et cela a failli faire manquer la pièce ; mais Théodore qui avait pris le rôle de James le mélancolique, s’est offert pour la remplacer, attendu que Rosalinde est presque toujours en cavalier, excepté au premier acte, où elle est en femme, et qu’avec du fard, un corset et une robe il pourra faire suffisamment illusion, n’ayant point encore de barbe et étant fort mince de taille.

 

Nous sommes en train d’apprendre nos rôles, et c’est quelque chose de curieux que de nous voir. – Dans tous les recoins solitaires du parc, vous êtes sûr de trouver quelqu’un avec un papier à la main, marmottant des phrases tout bas, levant les yeux au ciel, les baissant tout à coup, et refaisant sept à huit fois le même geste. Si l’on ne savait pas que nous devons jouer la comédie, assurément l’on nous prendrait pour une maisonnée de fous ou de poètes (ce qui est presque un pléonasme).

 

Je pense que nous saurons bientôt assez pour faire une répétition. – Je m’attends à quelque chose de très singulier. Peut-être ai-je tort. – J’ai eu peur un instant qu’au lieu de jouer d’inspiration nos acteurs ne s’attachassent à reproduire les poses et les inflexions de voix de quelque comédien en vogue ; mais ils n’ont heureusement pas suivi le théâtre avec assez d’exactitude pour tomber dans cet inconvénient, et il est à croire qu’ils auront, à travers la gaucherie de gens qui n’ont jamais monté sur les planches, de précieux éclairs de naturel et de ces charmantes naïvetés que le talent le plus consommé ne saurait reproduire.

 

Notre jeune peintre a vraiment fait des merveilles : – il est impossible de donner une tournure plus étrange aux vieux troncs d’arbres et aux lierres qui les enlacent ; il a pris modèle sur ceux du parc en les accentuant et les exagérant, ainsi que cela doit être pour une décoration. Tout est touché avec une fierté et un caprice admirables ; les pierres, les rochers, les nuages sont d’une forme mystérieusement grimaçante ; des reflets miroitants jouent sur les eaux tremblantes et plus émues que le vif-argent, et la froideur ordinaire des feuillages est merveilleusement relevée par des teintes de safran qu’y jette le pinceau de l’automne ; la forêt varie depuis le vert de l’émeraude jusqu’à la pourpre de la cornaline ; les tons les plus chauds et les plus frais se heurtent harmonieusement, et le ciel lui-même passe du bleu le plus tendre aux couleurs les plus ardentes.

 

Il a dessiné tous les costumes sur mes indications ; ils sont du plus beau caractère. On a d’abord crié qu’ils ne pourraient pas se traduire en soie et en velours, ni en aucune étoffe connue, et j’ai presque vu le moment où le costume troubadour allait être généralement adopté. Les dames disaient que ces couleurs tranchantes éteindraient leurs yeux. À quoi nous avons répondu que leurs yeux étaient des astres très parfaitement inextinguibles, et que c’étaient, au contraire, leurs yeux qui éteindraient les couleurs, et même les quinquets, le lustre et le soleil, s’il y avait lieu. – Elles n’eurent rien à répondre à cela ; mais c’étaient d’autres objections qui repoussaient en foule et se hérissaient, pareilles à l’hydre de Lerne ; on n’avait pas plutôt coupé la tête à l’une que l’autre se dressait plus entêtée et plus stupide.

 

– Comment voulez-vous que cela tienne ? Tout va sur le papier, mais c’est autre chose sur le dos ; je n’entrerai jamais là-dedans ! – Mon jupon est trop court au moins de quatre doigts ; je n’oserai jamais me présenter ainsi ! – Cette fraise est trop haute ; j’ai l’air d’être bossue et de n’avoir pas de cou.

 

– Cette coiffure me vieillit intolérablement.

 

– Avec de l’empois, des épingles et de la bonne volonté, tout tient. – Vous voulez rire ! une taille comme la vôtre, plus frêle qu’une taille de guêpe, et qui passerait dans la bague de mon petit doigt ! je gage vingt-cinq louis contre un baiser qu’il faudra rétrécir ce corsage. – Votre jupe est bien loin d’être trop courte, et, si vous pouviez voir quelle adorable jambe vous avez, vous seriez assurément de mon avis. – Au contraire votre cou se détache et se dessine admirablement bien dans son auréole de dentelles. – Cette coiffure ne vous vieillit point du tout, et, quand même vous paraîtriez quelques années de plus, vous êtes d’une si excessive Jeunesse que cela doit être on ne peut plus indifférent ; en vérité, vous nous donneriez d’étranges soupçons, si nous ne savions pas où sont les morceaux de votre dernière poupée… et cœtera.

 

Tu ne te figures pas la prodigieuse quantité de madrigaux que nous avons été obligés de dépenser pour contraindre nos dames à mettre des costumes charmants, et qui leur allaient le mieux du monde.

 

Nous avons eu aussi beaucoup de peine à leur faire poser congrûment leurs assassines. Quel diable de goût ont les femmes ! et de quel titanique entêtement est possédée une petite-maîtresse vaporeuse qui croit que le jaune paille glacé lui va mieux que le jonquille ou le rose vif. Je suis sûr que, si j’avais appliqué aux affaires publiques la moitié des ruses et des intrigues que j’ai employées pour faire mettre une plume rouge à gauche et non à droite, je serais ministre d’État ou empereur pour le moins.

 

Quel pandémonium ! quelle cohue énorme et inextricable doit être un théâtre véritable !

 

Depuis que l’on a parlé de jouer la comédie, tout est ici dans le désordre le plus complet. Tous les tiroirs sont ouverts, toutes les armoires vidées ; c’est un vrai pillage. Les tables, les fauteuils, les consoles, tout est encombré, on ne sait où poser le pied : il traîne par la maison des quantités prodigieuses de robes, de mantelets, de voiles, de jupes, de capes, de toques, de chapeaux ; et, quand on pense que cela doit tenir sur le corps de sept ou huit personnes, on se rappelle involontairement ces bateleurs de la foire qui ont huit à dix habits les uns sur les autres : et l’on ne peut se figurer que, de tout cet amas, Il ne sortira qu’un costume pour chacun.

 

Les domestiques ne font qu’aller et venir ; – il y en a toujours deux ou trois sur le chemin du château à la ville, et, si cela continue, tous les chevaux deviendront poussifs.

 

Un directeur de théâtre n’a pas le temps d’être mélancolique, et je ne l’ai guère été depuis quelque temps. Je suis tellement assourdi et assommé que je commence à ne plus rien comprendre à la pièce. Comme c’est moi qui remplis le rôle de l’imprésario outre mon rôle d’Orlando, ma besogne est double. Quand il se présente quelque difficulté, c’est à moi qu’on a recours, et mes décisions n’étant pas toujours écoutées comme des oracles, cela dégénère en des discussions interminables.

 

Si ce qu’on appelle vivre est d’être toujours sur ses jambes, de répondre à vingt personnes, de monter et de descendre des escaliers, de ne pas penser une minute dans une journée, je n’ai jamais tant vécu que cette semaine ; je ne prends pourtant pas autant de part à ce mouvement que l’on pourrait le croire. – L’agitation est très peu profonde, et à quelques brasses on retrouverait l’eau morte et sans courant ; la vie ne me pénètre pas si facilement que cela ; et c’est même alors que le vis le moins, quoique j’aie l’air d’agir et de me mêler à ce qui se fait ; l’action m’hébète et me fatigue à un point dont on ne peut se faire une idée ; – quand je n’agis pas, je pense ou au moins je rêve, et c’est une façon d’existence ; – je ne l’ai plus dès que je sors de mon repos d’idole de porcelaine.

 

Jusqu’à présent, je n’ai rien fait, et j’ignore si je ferai jamais rien. Je ne sais pas arrêter mon cerveau, ce qui est toute la différence de l’homme de talent à l’homme de génie ; c’est un bouillonnement sans fin, le flot pousse le flot ; je ne puis maîtriser cette espèce de jet intérieur qui monte de mon cœur à ma tête, et qui noie toutes mes pensées faute d’issues. – Je ne puis rien produire, non par stérilité, mais par surabondance ; mes idées poussent si drues et si serrées qu’elles s’étouffent et ne peuvent mûrir. – Jamais l’exécution, si rapide et si fougueuse qu’elle soit, n’atteindra à une pareille vélocité : – quand j’écris une phrase, la pensée qu’elle rend est déjà aussi loin de moi que si un siècle se fût écoulé au lieu d’une seconde, et souvent il m’arrive d’y mêler, malgré moi, quelque chose de la pensée qui l’a remplacée dans ma tête.

 

Voilà pourquoi je ne saurais vivre, – ni comme poète ni comme amant. – Je ne puis rendre que les idées que je n’ai plus ; – je n’ai les femmes que lorsque je les ai oubliées et que j’en aime d’autres ; – homme, comment pourrais-je produire ma volonté au jour, puisque, si fort que je me hâte, je n’ai plus le sentiment de ce que je fais, et que je n’agis que d’après une faible réminiscence ?

 

Prendre une pensée dans un filon de son cerveau, l’en sortir brute d’abord comme un bloc de marbre qu’on extrait de la carrière, la poser devant soi, et du matin au soir, un ciseau d’une main, un marteau de l’autre, cogner, tailler, gratter, et emporter à la nuit une pincée de poudre pour jeter sur son écriture ; voilà ce que je ne pourrai jamais faire.

 

Je dégage bien en idée la svelte figure du bloc grossier, et j’en ai la vision très nette ; mais il y a tant d’angles à abattre, tant d’éclats à faire sauter, tant de coups de râpe et de marteau à donner pour approcher de la forme et saisir la juste sinuosité du contour que les ampoules me viennent aux mains, et que je laisse tomber le ciseau par terre.

 

Si je persiste, la fatigue prend un degré d’intensité tel que ma vue intime s’obscurcit totalement, et que je ne saisis plus à travers le nuage du marbre la blanche divinité cachée dans son épaisseur. Alors je la poursuis au hasard et comme à tâtons ; je mords trop dans un endroit, je ne vais pas assez avant dans l’autre ; j’enlève ce qui devait être la jambe ou le bras, et je laisse une masse compacte où devait se trouver un vide ; au lieu d’une déesse, je fais un magot, quelquefois moins qu’un magot, et le magnifique bloc tiré à si grands frais et avec tant de labeur des entrailles de la terre, martelé, tailladé, fouillé en tous les sens, a plutôt l’air d’avoir été rongé et percé à jour par les polypes pour en faire une ruche que façonné par un statuaire d’après un plan donné.

 

Comment fais-tu, Michel-Ange, pour couper le marbre par tranches, ainsi qu’un enfant qui sculpte un marron ? de quel acier étaient faits tes ciseaux invaincus ? et quels robustes flancs vous ont portés, vous tous, artistes féconds et travailleurs, à qui nulle matière ne résiste, et qui faites couler votre rêve tout entier dans la couleur et dans le bronze ?

 

C’est une vanité innocente et permise, en quelque sorte, après ce que je viens de dire de cruel sur mon compte, et ce n’est pas toi qui m’en blâmeras, ô Silvio ! – mais quoique l’univers ne doive jamais en rien savoir, et que mon nom soit d’avance voué à l’oubli, je suis un poète et un peintre ! – J’ai eu d’aussi belles idées que nul poète du monde ; j’ai créé des types aussi purs, aussi divins que ce que l’on admire le plus dans les maîtres. – Je les vois là, devant moi, aussi nets, aussi distincts que s’ils étaient peints réellement, et, si je pouvais ouvrir un trou dans ma tête et y mettre un verre pour qu’on y regardât, ce serait la plus merveilleuse galerie de tableaux que l’on eût jamais vue. Aucun roi de la terre ne peut se vanter d’en posséder une pareille. – Il y a des Rubens aussi flamboyants, aussi allumés que les plus purs qui soient à Anvers ; mes Raphaëls sont de la plus belle conservation, et ses madones n’ont pas de plus gracieux sourires ; Buonarotti ne tord pas un muscle d’une façon plus fière et plus terrible ; le soleil de Venise brille sur cette toile comme si elle était signée Paulus Cagliari ; les ténèbres de Rembrandt lui-même s’entassent au fond de ce cadre où tremble dans le lointain une pâle étoile de lumière ; les tableaux qui sont dans la manière qui m’est propre ne seraient assurément dédaignés de qui que ce soit.

 

Je sais bien que j’ai l’air étrange à dire cela, et que je paraîtrai entêté de l’ivresse grossière du plus sot orgueil ; – mais cela est ainsi, et rien n’ébranlera ma conviction là-dessus. Personne sans doute ne la partagera ; qu’y faire ? Chacun naît marqué d’un sceau noir ou blanc. Apparemment le mien est noir.

 

J’ai même quelquefois peine à voiler suffisamment ma pensée à cet endroit ; il m’est arrivé souvent de parler trop familièrement de ces hauts génies dont on doit adorer la trace et contempler la statue de loin et à genoux. Une fois, je me suis oublié jusqu’à dire : Nous autres. – Heureusement c’était devant une personne qui n’y prit pas garde, sans quoi j’eusse infailliblement passé pour le plus énorme fat qui fut jamais.

 

– N’est-ce pas, Silvio, que je suis un poète et un peintre ?

 

C’est une erreur de croire que tous les gens qui ont passé pour avoir du génie étaient réellement de plus grands hommes que d’autres. On ne sait pas combien les élèves et les peintres obscurs que Raphaël employait dans ses ouvrages ont contribué à sa réputation ; il a donné sa signature à l’esprit et aux talents de plusieurs, – voilà tout.

 

Un grand peintre, un grand écrivain occupent et remplissent à eux seuls tout un siècle : ils n’ont rien de plus pressé que d’entamer à la fois tous les genres, afin que, s’il leur survient quelques rivaux, ils puissent les accuser tout d’abord de plagiat et les arrêter dès leur premier pas dans la carrière ; c’est une tactique connue et qui, pour ne pas être nouvelle, n’en réussit pas moins tous les jours.

 

Il se peut qu’un homme déjà célèbre ait précisément le même genre de talent que vous auriez eu ; sous peine de passer pour son imitateur, vous êtes obligé de détourner votre inspiration naturelle et de la faire couler ailleurs. Vous étiez né pour souffler à pleine bouche dans le clairon héroïque, ou pour évoquer les pâles fantômes des temps qui ne sont plus ; il faut que vous promeniez vos doigts sur la flûte à sept trous, ou que vous fassiez des nœuds sur un sofa dans le fond de quelque boudoir, le tout parce que monsieur votre père ne s’est pas donné la peine de vous jeter en moule huit ou dix ans plus tôt, et que le monde ne conçoit pas que deux hommes cultivent le même champ.

 

C’est ainsi que beaucoup de nobles intelligences sont forcées de prendre sciemment une route qui n’est pas la leur, et de côtoyer continuellement leur propre domaine dont elles sont bannies, heureuses encore de jeter un coup d’œil à la dérobée par-dessus la haie, et de voir de l’autre côté s’épanouir au soleil les belles fleurs diaprées qu’elles possèdent en graines et ne peuvent semer faute de terrain.

 

Pour ce qui est de moi, à part le plus ou moins d’opportunité des circonstances, le plus ou moins d’air et de soleil, une porte qui est restée fermée et qui aurait dû être ouverte, une rencontre manquée, quelqu’un que j’aurais dû connaître et que je n’ai pas connu, je ne sais pas si je serais jamais parvenu à quelque chose.

 

Je n’ai pas le degré de stupidité nécessaire pour devenir ce que l’on appelle absolument un génie, ni l’entêtement énorme que l’on divinise ensuite sous le beau nom de volonté, quand le grand homme est arrivé au sommet rayonnant de la montagne, et qui est indispensable pour y atteindre ; – je sais trop bien comme toutes choses sont creuses et ne contiennent que pourriture, pour m’attacher pendant bien longtemps à aucune et la poursuivre à travers tout ardemment et uniquement.

Chapitre 11
Les hommes de génie sont très bornés…

 

Les hommes de génie sont très bornés, et c’est pour cela qu’ils sont hommes de génie. Le manque d’intelligence les empêche d’apercevoir les obstacles qui les séparent de l’objet auquel ils veulent arriver ; ils vont, et, en deux ou trois enjambées, ils dévorent les espaces intermédiaires. – Comme leur esprit reste obstinément fermé à certains courants, et qu’ils ne perçoivent que les choses qui sont les plus immédiates à leurs projets, ils font une bien moindre dépense de pensée et d’action : rien ne les distrait, rien ne les détourne, ils agissent plutôt par instinct qu’autrement, et plusieurs, tirés de leur sphère spéciale, sont d’une nullité que l’on a peine à comprendre.

 

Assurément, c’est un don rare et charmant que de bien faire les vers ; peu de gens se plaisent plus que moi aux choses de la poésie ; – mais cependant je ne veux pas borner et circonscrire ma vie dans les douze pieds d’un alexandrin ; il y a mille choses qui m’inquiètent autant qu’un hémistiche : – ce n’est pas l’état de la société et les réformes qu’il faudrait faire ; je me soucie assez peu que les paysans sachent lire ou non, et que les hommes mangent du pain ou broutent de l’herbe ; mais il me passe par la tête, en une heure, plus de cent mille visions qui n’ont pas le moindre rapport avec la césure ou la rime, et c’est ce qui fait que j’exécute si peu, tout en ayant plus d’idées que certains poètes que l’on pourrait brûler avec leurs propres œuvres.

 

J’adore la beauté et je la sens ; je puis la dire aussi bien que peuvent la comprendre les plus amoureux statuaires, – et je ne fais cependant pas de sculptures. La laideur et l’imperfection de l’ébauche me révoltent ; je ne puis attendre que l’œuvre vienne à bien à force de la polir et de la repolir ; si je pouvais me résoudre à laisser certaines choses dans ce que je fais, soit en vers, soit en peinture, je finirais peut-être par faire un poème ou un tableau qui me rendrait célèbre, et ceux qui m’aiment (s’il y a quelqu’un au monde qui se donne cette peine) ne seraient pas forcés de me croire sur parole, et auraient une réponse victorieuse aux ricanements sardoniques des détracteurs de ce grand génie ignoré qui est moi.

 

J’en vois beaucoup qui prennent une palette, des pinceaux et couvrent leur toile, sans se soucier autrement de ce que le caprice fait naître au bout de leur brosse, et d’autres qui écrivent cent vers de suite sans faire une rature et sans lever une seule fois les yeux au plafond. – Je les admire toujours eux-mêmes si quelquefois je n’admire pas leurs productions ; j’envie de tout mon cœur cette charmante intrépidité et cet heureux aveuglement qui les empêchent de voir leurs défauts, même les plus palpables. Aussitôt que j’ai dessiné quelque chose de travers, je le vois sur-le-champ et je m’en préoccupe outre mesure ; et, comme je suis beaucoup plus savant en théorie qu’en pratique, il arrive très souvent que je ne puis corriger une faute dont j’ai la conscience ; alors je tourne la toile le nez contre le mur, et je n’y reviens jamais.

 

J’ai si présente l’idée de la perfection que le dégoût de mon œuvre me prend tout d’abord et m’empêche de continuer.

 

Ah ! lorsque je compare aux doux sourires de ma pensée la laide moue qu’elle fait sur la toile ou le papier, lorsque je vois passer une affreuse chauve-souris à la place du beau rêve qui ouvrait au sein de mes nuits ses longues ailes de lumière, un chardon pousser sur l’idée d’une rose, et que j’entends braire un âne où j’attendais les plus suaves mélodies du rossignol, je suis si horriblement désappointé, si en colère moi-même, si furieux de mon impuissance qu’il me prend des résolutions de ne plus écrire ni dire un seul mot de ma vie plutôt que de commettre ainsi des crimes de haute trahison contre mes pensées.

 

Je ne puis même pas parvenir à écrire une lettre comme je le voudrais : je dis souvent tout autre chose ; certaines portions prennent un développement démesuré, d’autres se rapetissent à devenir imperceptibles, et très souvent l’idée que j’avais à rendre ne s’y trouve pas ou n’y est qu’en post-scriptum.

 

En commençant à t’écrire, je n’avais certainement pas l’intention de te dire la moitié de ce que j’ai dit. – Je voulais simplement te faire savoir que nous allions jouer la comédie ; mais un mot amène une phrase ; les parenthèses sont grosses d’autres petites parenthèses qui, elles-mêmes, en ont d’autres dans le ventre toutes prêtes à accoucher. Il n’y a pas de raison pour que cela finisse et n’aille jusqu’à deux cents volumes in-folio, – ce qui serait trop assurément.

 

Dès que je prends la plume, il se fait dans mon cerveau un bourdonnement et un bruissement d’ailes, comme si l’on y lâchait des multitudes de hannetons. Cela se cogne aux parois de mon crâne, et tourne, et descend, et monte avec un tapage horrible ; ce sont mes pensées qui veulent s’envoler et qui cherchent une issue ; – toutes s’efforcent de sortir à la fois ; plus d’une s’y casse les pattes et y déchire le crêpe de son aile : quelquefois la porte est tellement obstruée que pas une ne peut en franchir le seuil et arriver jusque sur le papier.

 

Voilà comme je suis fait : ce n’est pas être bien fait sans doute, mais que voulez-vous ? la faute en est aux dieux, et non à moi, pauvre diable qui n’en peux mais. Je n’ai pas besoin de réclamer ton indulgence, mon cher Silvio ; elle m’est acquise d’avance, et tu as la bonté de lire jusqu’au bout mes indéchiffrables barbouillages, mes rêvasseries sans queue ni tête : si décousues et si absurdes qu’elles soient, elles t’offrent toujours de l’intérêt, parce qu’elles viennent de moi, et ce qui est moi, quand même cela est mauvais, n’est pas sans quelque prix pour toi.

 

Je puis te laisser voir ce qui révolte le plus le commun des hommes : – un orgueil sincère. – Mais faisons un peu trêve à toutes ces belles choses, et, puisque je t’écris à propos de la pièce que nous devons jouer, revenons-y et parlons-en un peu.

 

La répétition a eu lieu aujourd’hui ; – jamais de ma vie je n’ai été aussi bouleversé, – non pas à cause de l’embarras qu’il y a toujours à réciter quelque chose devant beaucoup de personnes, mais pour un autre motif. Nous étions en costume, et prêts à commencer ; Théodore seul n’était pas encore arrivé : on envoya à sa chambre voir ce qui le retardait ; il fit dire qu’il avait tantôt fini et qu’il allait descendre.

 

Il vint en effet ; j’entendis son pas dans le corridor bien avant qu’il parût, et cependant personne au monde n’a la démarche plus légère que Théodore ; mais la sympathie que j’éprouve pour lui est si forte que je devine en quelque sorte ses mouvements à travers les murailles, et, quand je compris qu’il allait poser la main sur le bouton de la porte, il me prit comme un tremblement, et le cœur me battit d’une force horrible. Il me sembla que quelque chose d’important dans ma vie allait se décider, et que j’étais arrivé à un moment solennel et attendu depuis longtemps.

 

Le battant s’ouvrit lentement et retomba de même.

 

Ce fut un cri général d’admiration. – Les hommes applaudirent, les femmes devinrent écarlates. Rosette seule pâlit extrêmement et s’appuya au mur, comme si une révélation soudaine lui traversait le cerveau elle fit en sens inverse le même mouvement que moi. – Je l’ai toujours soupçonnée d’aimer Théodore.

 

Sans doute, en ce moment-là, elle crut comme moi que la feinte Rosalinde n’était effectivement rien moins qu’une jeune et belle femme, et le frêle château de cartes de son espoir s’affaissa tout d’un coup, tandis que le mien se relevait sur ses ruines ; du moins voilà ce que j’ai pensé : je me trompe peut-être, car je n’étais guère en état de faire des observations exactes.

 

Il y avait là, sans compter Rosette, trois ou quatre jolies femmes ; elles parurent d’une laideur révoltante. – À côté de ce soleil, l’étoile de leur beauté s’était éclipsée subitement, et chacun se demandait comment on avait pu les trouver seulement passables. Des gens qui, avant cela, se fussent estimés tout heureux de les avoir pour maîtresses en eussent à peine voulu pour servantes.

 

L’image qui jusqu’alors ne s’était dessiner que faiblement et avec des contours vagues, le fantôme adoré et vainement poursuivi était là, devant mes yeux, vivant, palpable, non plus dans le demi-jour et la vapeur, mais inondé des flots d’une blanche lumière ; non pas sous un vain déguisement, mais sous son costume réel ; non plus avec la forme dérisoire d’un jeune homme, mais avec les traits de la plus charmante femme.

 

J’éprouvais une sensation de bien-être énorme, comme si l’on m’eût ôté une montagne ou deux de dessus la poitrine. – Je sentis s’évanouir l’horreur que j’avais de moi-même, et je fus délivré de l’ennui de me regarder comme un monstre. Je revins à concevoir de moi une opinion tout à fait pastorale, et toutes les violettes du printemps refleurirent dans mon cœur.

 

Il, ou plutôt elle (car je ne veux plus me souvenir que j’ai eu cette stupidité de la prendre pour un homme), resta une minute immobile sur le seuil de la porte, comme pour donner le temps à l’assemblée de jeter sa première exclamation. Un vif rayon l’éclairait de la tête aux pieds, et, sur le fond sombre du corridor qui s’allégeait au loin par-derrière, le chambranle sculpté lui servant de cadre, elle étincelait comme si la lumière fût émanée d’elle au lieu d’être simplement réfléchie, et on l’eût plutôt prise pour une production merveilleuse du pinceau que pour une créature humaine faite de chair et d’os.

 

Ses grands cheveux bruns, entremêlés de cordons de grosses perles, tombaient en boucles naturelles au long de ses belles joues ! ses épaules et sa poitrine étaient découvertes, et jamais je n’ai rien vu de si beau au monde ; le marbre le plus élevé n’approche pas de cette exquise perfection. – Comme on voit la vie courir sous cette transparence d’ombre ! comme cette chair est blanche et colorée à la fois ! et que ces teintes harmonieusement blondissantes ménagent avec bonheur la transition de la peau aux cheveux ! quels ravissants poèmes dans les moelleuses ondulations de ces contours plus souples et plus veloutés que le cou des cygnes ! – S’il y avait des mots pour rendre ce que je sens, je te ferais une description de cinquante pages ; mais les langues ont été faites par je ne sais quels goujats qui n’avaient jamais regardé avec attention le dos ou le sein d’une femme, et l’on n’a pas la moitié des termes les plus indispensables.

 

Je crois décidément qu’il faut que je me fasse sculpteur ; car avoir vu une telle beauté et ne pouvoir la rendre d’une manière ou de l’autre, il y a de quoi devenir fou et enragé. J’ai fait vingt sonnets sur ces épaules-là, mais ce n’est point assez : je voudrais quelque chose que je pusse toucher du doigt et qui fût exactement pareil ; les vers ne rendent que le fantôme de la beauté et non la beauté elle-même. Le peintre arrive à une apparence plus exacte, mais ce n’est qu’une apparence. La sculpture a toute la réalité que peut avoir une chose complètement fausse ; elle a l’aspect multiple, porte ombre, et se laisse toucher. Votre maîtresse sculptée ne diffère de la véritable qu’en ce qu’elle est un peu plus dure et ne parle pas, deux défauts très légers !

 

Sa robe était faite d’une étoffe de couleur changeante, azur dans la lumière, or dans l’ombre ; un brodequin très juste et très serré chaussait un pied qui n’avait pas besoin de cela pour être trop petit, et des bas de soie écarlate se collaient amoureusement autour de la jambe la mieux tournée et la plus agaçante ; ses bras étaient nus jusqu’aux coudes, et ils sortaient d’une touffe de dentelles ronds, potelés et blancs, splendides comme de l’argent poli et d’une délicatesse de linéaments inimaginable ; ses mains, chargées de bagues et d’anneaux, balançaient mollement un grand éventail de plumes bigarrées de teintes singulières et qui semblait comme un petit arc-en-ciel de poche.

 

Elle s’avança dans la chambre, la joue légèrement allumée d’un rouge qui n’était pas du fard, et chacun de s’extasier, et de se récrier, et de se demander s’il était bien possible que ce fût lui, Théodore de Sérannes, le hardi écuyer, le damné duelliste, le chasseur déterminé, et s’il était parfaitement sûr qu’il ne fût pas sa sœur jumelle.

 

Mais on dirait qu’il n’a jamais porté d’autre costume de sa vie ! il n’est pas gêné le moins du monde dans ses mouvements, il marche très bien et ne s’embarrasse pas dans sa queue ; il joue de la prunelle et de l’éventail à ravir ; et comme il a la taille fine ! – on le tiendrait entre les doigts ! – C’est prodigieux ! c’est inconcevable ! – L’illusion est aussi complète que possible : on dirait presque qu’il a de la gorge, tant sa poitrine est grasse et bien remplie, et puis pas un seul poil de barbe, mais pas un ; et sa voix qui est douce ! Oh ! la belle Rosalinde ! et qui ne voudrait être son Orlando ?

 

Oui, – qui ne voudrait être l’Orlando de cette Rosalinde, même au prix des tourments que j’ai soufferts ? – Aimer comme j’aimais d’un amour monstrueux, inavouable, et que pourtant l’on ne peut déraciner de son cœur ; être condamné à garder le silence le plus profond, et n’oser se permettre ce que l’amant le plus discret et le plus respectueux dirait sans crainte à la femme la plus prude et la plus sévère ; se sentir dévoré d’ardeurs insensées et sans excuses, même aux yeux des plus damnés libertins ; que sont les passions ordinaires à côté de celle-là, une passion honteuse d’elle-même, sans espérance, et dont le succès improbable serait un crime et vous ferait mourir de honte ? Être réduit à souhaiter de ne pas réussir, à craindre les chances et les occasions favorables et à les éviter comme un autre les chercherait, voilà quel était mon sort.

 

Le découragement le plus profond s’était emparé de moi ; je me regardais avec une horreur mélangée de surprise et de curiosité. Ce qui me révoltait le plus, c’était de penser que je n’avais jamais aimé auparavant, et que c’était chez moi la première effervescence de jeunesse, la première pâquerette de mon printemps d’amour.

 

Cette monstruosité remplaçait pour moi les fraîches et pudiques illusions du bel âge ; mes rêves de tendresse si doucement caressés, le soir, à la lisière des bois, par les petits sentiers rougissants, ou le long des blanches terrasses de marbre, près de la pièce d’eau du parc, devaient donc se métamorphoser en ce sphinx perfide, au sourire douteux, à la voix ambiguë, et devant lequel je me tenais debout sans oser entreprendre d’expliquer l’énigme ! L’interpréter à faux eût causé ma mort ; car, hélas ! c’est le seul lien qui me rattache au monde ; quand il sera brisé, tout sera dit. Ôtez-moi cette étincelle, je serai plus morne et plus inanimé que la momie emprisonnée de bandelettes du plus antique pharaon.

 

Aux moments où je me sentais entraîné avec le plus de violence vers Théodore, je me rejetais avec effroi dans les bras de Rosette, quoiqu’elle me déplût infiniment ; je tâchais de l’interposer entre lui et moi comme une barrière et un bouclier, – et j’éprouvais une secrète satisfaction, lorsque j’étais couché auprès d’elle, à penser qu’au moins c’était une femme bien avérée, et que, si je ne l’aimais plus, j’en étais encore assez aimé pour que cette liaison ne dégénérât pas en intrigue et en débauche.

 

Cependant je sentais au fond de moi, à travers tout cela, une espèce de regret d’être ainsi infidèle à l’idée de ma passion impossible ; je m’en voulais comme d’une trahison, et, quoique je susse bien que je ne posséderais jamais l’objet de mon amour, j’étais mécontent de moi, et je reprenais avec Rosette ma froideur.

 

La répétition a été beaucoup mieux que je ne l’espérais ; Théodore surtout s’est montré admirable ; on a aussi trouvé que je jouais supérieurement bien. – Ce n’est pas cependant que j’aie les qualités qu’il faut pour être bon acteur, et l’on se tromperait fort en me croyant capable de remplir d’autres rôles de la même manière ; mais par un hasard assez singulier, les paroles que j’avais à prononcer répondaient si bien à ma situation qu’elles me semblaient plutôt inventées par moi qu’apprises par cœur dans un livre. – La mémoire m’aurait manqué dans certains endroits qu’à coup sûr je n’eusse pas hésité une minute pour remplir le vide avec une phrase improvisée. Orlando était moi au moins autant que j’étais Orlando, et il est impossible de rencontrer une plus merveilleuse coïncidence.

 

À la scène du lutteur, lorsque Théodore détacha la chaîne de son cou et m’en fit présent, ainsi que cela est dans le rôle, il me jeta un regard si doucement langoureux, si rempli de promesses, et il prononça avec tant de grâce et de noblesse la phrase : « Brave cavalier, portez ceci en souvenir de moi, d’une jeune fille qui vous donnerait plus si elle avait plus à vous offrir », que j’en fus réellement troublé, et que ce fut à peine si je pus continuer : « Quelle passion appesantit donc ma langue et lui donne ainsi des fers ? je ne puis lui parler, et cependant elle désirerait m’entretenir. Ô pauvre Orlando ! »

 

Au troisième acte, Rosalinde, habillée en homme et sous le nom de Ganymède, réparait avec sa cousine Célie, qui a changé son nom pour celui d’Aliéna.

 

Cela me fit une impression désagréable : – je m’étais si bien accoutumé déjà à ce costume de femme qui permettait à mes désirs quelques espérances, et qui m’entretenait dans une erreur perfide, mais séduisante ! On s’habitue bien vite à regarder ses souhaits comme des réalités sur la foi des plus fugitives apparences, et je devins tout sombre quand Théodore reparut sous son costume d’homme, plus sombre que je ne l’étais auparavant ; car la joie ne sert qu’à mieux faire sentir la douleur, le soleil ne brille que pour mieux faire comprendre l’horreur des ténèbres, et la gaieté du blanc n’a pour but que de faire ressortir toute la tristesse du noir.

 

Son habit était le plus galant et le plus coquet du monde, d’une coupe élégante et capricieuse, tout orné de passe-quilles et de rubans, à peu près dans le goût des raffinés de la cour de Louis XIII ; un chapeau de feutre pointu, avec une longue plume frisée, ombrageait les boucles de ses beaux cheveux, et une épée damasquinée relevait le bas de son manteau de voyage.

 

Cependant il était ajusté de manière à faire pressentir que ces habits virils avaient une doublure féminine ; quelque chose de plus large dans les hanches et de plus rempli à la poitrine, je ne sais quoi d’ondoyant que les étoffes ne présentent pas sur le corps d’un homme ne laissaient que de faibles doutes sur le sexe du personnage.

 

Il avait une tournure moitié délibérée, moitié timide, on ne peut plus divertissante, et, avec un art infini, il se donnait l’air aussi gêné dans un costume qui lui était ordinaire qu’il avait eu l’air à son aise dans des vêtements qui n’étaient pas les siens.

 

La sérénité me revint un peu, et je me persuadai de nouveau que c’était bien effectivement une femme. – Je repris assez de sang-froid pour remplir convenablement mon rôle.

 

Connais-tu cette pièce ? peut-être que non. Depuis quinze jours que je ne fais que la lire et la déclamer, je la sais entièrement par cœur, et je ne puis m’imaginer que tout le monde ne soit pas aussi au courant que moi du nœud de l’intrigue ; c’est une erreur où je tombe assez communément, de croire que, lorsque je suis ivre, toute la création est soûle et bat les murailles, et, si je savais l’hébreu, il est sûr que je demanderais en hébreu ma robe de chambre et mes pantoufles à mon domestique, et que je serais fort étonné qu’il ne me comprît pas. – Tu la liras si tu veux ; je fais comme si tu l’avais lue, et je ne touche qu’aux endroits qui se rapportent à ma situation.

 

Rosalinde, en se promenant dans la forêt avec sa cousine, est très étonnée que les buissons portent, au lieu de mûres et de prunelles, des madrigaux à sa louange : fruits singuliers qui heureusement ne sont pas habitués à pousser sur des ronces ; car il vaut mieux, quand on a soif, trouver de bonnes mûres sur les branches que de méchants sonnets. Elle s’inquiète fort pour savoir qui a ainsi gâté l’écorce des jeunes arbres en y taillant son chiffre. – Célie, qui a déjà rencontré Orlando, lui dit, après s’être fait longtemps prier, que ce rimeur n’est autre que le jeune homme qui a vaincu à la lutte Charles, l’athlète du duc.

 

Bientôt paraît Orlando lui-même, et Rosalinde engage la conversation en lui demandant l’heure. – Certes, voilà un début de la plus extrême simplicité ; – il ne se peut rien voir au monde de plus bourgeois. – Mais n’ayez pas peur : de cette phrase banale et vulgaire vous allez voir lever sur-le-champ une moisson de concetti inattendus, toute pleine de fleurs et de comparaisons bizarres comme de la terre la plus forte et la mieux fumée.

 

Après quelques lignes d’un dialogue étincelant, où chaque mot, en tombant sur la phrase, fait sauter à droite et à gauche des millions de folles paillettes, comme un marteau d’une barre de fer rouge, Rosalinde demande à Orlando si d’aventure il connaîtrait cet homme qui suspend des odes sur l’aubépine et des élégies sur les ronces, et qui paraît attaqué du mal d’amour quotidien, mal qu’elle sait parfaitement guérir. Orlando lui avoue que c’est lui qui est cet homme si tourmenté par l’amour, et que, puisqu’il s’est vanté d’avoir plusieurs recettes infaillibles pour guérir cette maladie, il lui fasse la grâce de lui en indiquer une. – Vous, amoureux ? réplique Rosalinde ; vous n’avez aucun des symptômes auxquels on reconnaît un amoureux ; vous n’avez ni les joues maigres ni les yeux cernés ; vos bas ne traînent pas sur vos talons, vos manches ne sont pas déboutonnées, et la rosette de vos souliers est nouée avec beaucoup de grâce ; si vous êtes amoureux de quelqu’un, c’est assurément de votre propre personne, et vous n’avez que faire de mes remèdes.

 

Ce ne fut pas sans une véritable émotion que je lui donnai la réplique dont voici les mots textuels :

 

« Beau jeune homme, je voudrais pouvoir te faire croire que je t’aime. »

 

Cette réponse si imprévue, si étrange, qui n’est amenée par rien, et qui semblait écrite exprès pour moi comme par une espèce de prévision du poète, me fit beaucoup d’effet quand je la prononçai devant Théodore, dont les lèvres divines étaient encore légèrement gonflées par l’expression ironique de la phrase qu’il venait de dire, tandis que ses yeux souriaient avec une inexprimable douceur, et qu’un clair rayon de bienveillance dorait tout le haut de sa jeune et belle figure.

 

« Moi le croire ? il vous est aussi aisé de le persuader à celle qui vous aime, et cependant elle ne conviendra pas aisément qu’elle vous aime, et c’est une des choses sur lesquelles les femmes donnent toujours un démenti à leur conscience ; – mais, bien sincèrement, est-ce vous qui accrochez aux arbres tous ces beaux éloges de Rosalinde, et auriez-vous en effet besoin de remède pour votre folie ? »

 

Quand elle est bien assurée que c’est lui, Orlando, et non pas un autre, qui a rimé ces admirables vers qui marchent sur tant de pieds, la belle Rosalinde consent à lui dire quelle est sa recette. Voici en quoi elle consiste : elle a fait semblant d’être la bien-aimée du malade d’amour, qui était obligé de lui faire la cour comme à sa maîtresse véritable, et, pour le dégoûter de sa passion, elle donnait dans les caprices les plus extravagants ; tantôt elle pleurait, tantôt elle riait ; un jour elle l’accueillait bien, l’autre mal ; elle l’égratignait, elle lui crachait au visage ; elle n’était pas une seule minute pareille à elle-même ; minaudière, volage, prude, langoureuse, elle était cela tour à tour, et tout ce que l’ennui, les vapeurs et les diables bleus peuvent faire naître de fantaisies désordonnées dans la tête creuse d’une petite-maîtresse, il fallait que le pauvre diable le supportât ou l’exécutât. – Un lutin, un singe et un procureur réunis n’eussent pas inventé plus de malices. – Ce traitement miraculeux n’avait pas manqué de produire son effet ; – le malade, d’un accès d’amour, était tombé dans un accès de folie, qui lui avait fait prendre tout le monde en horreur, et il avait été finir ses jours dans un réduit vraiment monastique ; résultat on ne peut plus satisfaisant, et auquel, du reste, il n’était pas difficile de s’attendre.

 

Orlando, comme on peut bien le croire, ne se soucie guère de revenir à la santé par un pareil moyen ; mais Rosalinde insiste et veut entreprendre cette cure. – Et elle prononça cette phrase : « Je vous guérirais si vous vouliez seulement consentir à m’appeler Rosalinde et à venir tous les jours me rendre vos soins dans ma cabane », avec une intention si marquée et si visible, et en me jetant un regard si étrange, qu’il me fut impossible de ne pas y attacher un sens plus étendu que celui des mots, et de n’y pas voir comme un avertissement indirect de déclarer mes véritables sentiments. – Et quand Orlando lui répondit : « Bien volontiers, aimable jeune homme », elle prononça d’une manière encore plus significative, et comme avec une espèce de dépit de ne pas se faire comprendre, la réplique : « Non, non, il faut que vous m’appeliez Rosalinde. »

 

Peut-être me suis-je trompé, et ai-je cru voir ce qui n’existait point en effet, mais il m’a semblé que Théodore s’était aperçu de mon amour, quoique assurément je ne lui eusse jamais dit un seul mot, et qu’à travers le voile de ces expressions empruntées, sous ce masque de théâtre, avec ses paroles hermaphrodites, il faisait allusion à son sexe réel et à notre situation réciproque. Il est bien impossible qu’une femme aussi spirituelle qu’elle l’est, et qui a autant de monde qu’elle en a, n’ait pas, dès les commencements, démêlé ce qui se passait dans mon âme : – à défaut de ma langue, mes yeux et mon trouble parlaient suffisamment, et le voile d’ardente amitié que j’avais jeté sur mon amour n’était pas impénétrable à ce point qu’un observateur attentif et intéressé ne le pût facilement traverser – La fille la plus innocente et la moins usagée ne s’y fût pas arrêtée une minute.

 

Quelque raison importante, et que je ne puis savoir, force sans doute la belle à ce déguisement maudit, qui a été la cause de tous mes tourments, et qui a failli faire de moi un étrange amoureux : sans cela tout aurait été uniquement, facilement, comme une voiture dont les roues sont bien graissées sur une route bien plane et sablée avec du sable fin ; j’aurais pu me laisser aller avec une douce sécurité aux rêveries les plus amoureusement vagabondes, et prendre entre mes mains la petite main blanche et soyeuse de ma divinité, sans frissons d’horreur, et sans reculer à vingt pas, comme si j’eusse touché un fer rouge, ou senti les griffes de Belzébuth en personne.

 

Au lieu de me désespérer et de m’agiter comme un vrai maniaque, de me battre les flancs pour avoir des remords, et de me dolenter de n’en pas avoir, tous les matins, en étendant les bras, je me serais dit avec un sentiment de devoir rempli et de conscience satisfaite : – Je suis amoureux – phrase aussi agréable à se dire le matin, la tête sur un oreiller bien doux, sous une couverture bien chaude, que toute autre phrase de trois mots que l’on pourrait imaginer, – excepté toutefois celle-ci : – J’ai de l’argent.

 

Après m’être levé, j’aurais été me planter devant ma glace, et là, me regardant avec une sorte de respect, je me serais attendri, tout en peignant mes cheveux, sur ma poétique pâleur, en me promettant bien d’en tirer bon parti, et de la faire convenablement valoir, car rien n’est ignoble comme de faire l’amour avec une trogne écarlate ; et, quand on a le malheur d’être rouge et amoureux, choses qui peuvent se rencontrer, je suis d’avis qu’il se faut quotidiennement enfariner la physionomie, ou renoncer à être du bel air et s’en tenir aux Margots et aux Toinons.

 

Puis j’eusse déjeuné avec componction et gravité pour nourrir ce cher corps, cette précieuse boite de passion, lui composer du suc des viandes et du gibier de bon chyle amoureux, de bon sang vif et chaud, et le maintenir dans un état à faire plaisir aux âmes charitables.

 

Le déjeuner fini, tout en me curant les dents, j’eusse entrelacé quelques rimes hétéroclites en manière de sonnet, le tout en l’honneur de ma princesse ; j’aurais trouvé mille petites comparaisons plus médites les unes que les autres, et infiniment galantes : dans le premier quatrain, il y aurait eu une danse de soleils, et, dans le second, un menuet de vertus théologales, les deux tercets n’eussent pas été d’un goût inférieur ; Hélène y eût été traitée de servante d’auberge, et Paris d’idiot ; l’Orient n’eût rien eu à envier pour la magnificence des métaphores ; le dernier vers surtout eût été particulièrement admirable et eût renfermé deux concetti au moins par syllabe ; car le venin du scorpion est dans sa queue, et le mérite du sonnet dans son dernier vers. – Le sonnet parachevé et bien et dûment transcrit sur papier glacé et parfumé, je serais sorti de chez moi haut de cent coudées et baissant la tête de peur de me cogner au ciel et d’accrocher les nuages (sage précaution), et j’aurais été débiter ma nouvelle production à tous mes amis et à tous mes ennemis, puis aux enfants à la mamelle et à leurs nourrices, puis aux chevaux et aux ânes, puis aux murailles et aux arbres, pour savoir un peu l’avis de la création sur ce dernier produit de ma veine.

 

Dans les cercles, j’aurais parlé avec les femmes d’un air doctoral, et soutenu des thèses de sentiment d’un ton de voix grave et mesuré, comme un homme qui en sait beaucoup plus qu’il n’en veut dire sur la matière qu’il traite, et qui n’a pas appris ce qu’il sait dans les livres ; – ce qui ne manque pas de produire un effet on ne peut plus prodigieux, et de faire pâmer comme des carpes sur le sable toutes les femmes de l’assemblée qui ne disent plus leur âge, et les quelques petites filles que l’on n’a pas invitées à danser.

 

J’aurais pu mener la plus heureuse vie du monde marcher sur la queue du carlin sans trop faire crier sa maîtresse, renverser les guéridons chargés de porcelaine, manger à table le meilleur morceau sans en laisser pour le reste de la compagnie : tout cela eût été excusé en faveur de la distraction bien connue des amoureux ; et, en me voyant ainsi tout avaler avec une mine effarée, tout le monde eût dit en joignant les mains : – Pauvre garçon !

 

Et puis cet air rêveur et dolent, ces cheveux en pleurs, ces bas mal tirés, cette cravate lâche, ces grands bras pendants que je vous aurais eus ! comme j’aurais parcouru les allées du parc, tantôt à grands pas, tantôt à petits pas, à la façon d’un homme dont la raison est complètement égarée ! Comme j’aurais regardé la lune entre les deux yeux, et fait des ronds dans l’eau avec une profonde tranquillité !

 

Mais les dieux en ont ordonné autrement.

 

Je me suis épris d’une beauté en pourpoint et en bottes, d’une fière Bradamante qui dédaigne les habits de son sexe, et qui vous laisse par moments flotter dans les plus inquiétantes perplexités ; – ses traits et son corps sont bien des traits et un corps de femme, mais son esprit est incontestablement celui d’un homme.

 

Ma maîtresse est de première force à l’épée, et en remontrerait au prévôt de salles le plus expérimenté ; elle a eu je ne sais combien de duels, et tué ou blessé trois ou quatre personnes ; elle franchit à cheval des fossés de dix pieds de large, et chasse comme un vieux gentillâtre de province : – singulières qualités pour une maîtresse ! il n’y a qu’à moi que ces choses-là arrivent.

 

Je ris, mais certainement il n’y a pas de quoi, car je n’ai jamais tant souffert, et ces deux derniers mois m’ont semblé deux années ou plutôt deux siècles. C’était dans ma tête un flux et reflux d’incertitudes à hébéter le plus fort cerveau ; j’étais si violemment agité et tiraillé en tous sens, j’avais des élans si furieux, de si plates atonies, des espoirs si extravagants et des désespoirs si profonds que je ne sais réellement pas comment je ne suis pas mort à la peine. Cette idée m’occupait et me remplissait tellement que je m’étonnais qu’on ne la vît pas clairement à travers mon corps comme une bougie dans une lanterne, et j’étais dans des transes mortelles que quelqu’un ne vînt à découvrir quel était l’objet de cet amour insensé. – Du reste, Rosette, étant la personne du monde qui avait le plus d’intérêt à surveiller les mouvements de mon cœur, n’a point paru s’apercevoir de rien ; je crois qu’elle était elle-même trop occupée à aimer Théodore, pour faire attention à mon refroidissement pour elle ; ou bien il faut que je sois passé maître en fait de dissimulation, et je n’ai pas cette fatuité. – Théodore lui-même n’a point montré jusqu’à ce jour qu’il eût le plus léger soupçon de l’état de mon âme, et il m’a toujours parlé familièrement et amicalement, comme un jeune homme bien élevé parle à un jeune homme de son âge, mais rien de plus. – Sa conversation avec moi roulait indifféremment sur toute sorte de sujets, sur les arts, sur la poésie et autres matières pareilles ; mais rien d’intime et de précis qui eût trait à lui ou à moi.

 

Peut-être les motifs qui l’obligeaient à ce travestissement n’existent-ils plus, et va-t-il bientôt reprendre le vêtement qui lui convient : c’est ce que j’ignore ; toujours est-il que la Rosalinde a prononcé certains mots avec des inflexions particulières, et qu’elle a appuyé d’une manière très marquée sur tous les passages du rôle qui avaient une signification ambiguë et qui se pouvaient détourner dans ce sens-là.

 

Dans la scène du rendez-vous, depuis l’instant où elle reproche à Orlando de n’être pas arrivé deux heures avant, comme il sied à un véritable amoureux, mais bien deux heures après, jusqu’au douloureux soupir qu’effrayée de l’étendue de sa passion elle pousse en se jetant dans les bras d’Aliéna : « Ô cousine ! cousine ! ma jolie petite cousine ! si tu savais à quelle profondeur je suis enfoncée dans l’abîme de l’amour ! », elle a déployé un talent miraculeux. C’était un mélange de tendresse, de mélancolie et d’amour irrésistible ; sa voix avait quelque chose de tremblant et d’ému, et derrière le rire on sentait l’amour le plus violent prêt à faire explosion ; ajoutez à cela tout le piquant et la singularité de la transposition et ce qu’il y a de nouveau à voir un jeune homme faire la cour à sa maîtresse qu’il prend pour un homme et qui en a toutes les apparences.

 

Des expressions qui eussent paru ordinaires et communes dans d’autres situations prenaient dans celle-ci un relief particulier, et toute cette menue monnaie de comparaisons et de protestations amoureuses, qui a cours sur le théâtre, semblait refrappée avec un coin tout neuf ; d’ailleurs les pensées, au lieu d’être rares et charmantes comme elles le sont, eussent-elles été plus usées que la soutane d’un juge ou la croupière d’un âne de louage, la façon dont elles étaient débitées les eût fait trouver de la plus merveilleuse finesse et du meilleur goût du monde.

 

J’ai oublié de te dire que Rosette, après avoir refusé le rôle de Rosalinde, s’était complaisamment chargée du rôle secondaire de Phoebé ; Phoebé est une bergère de la forêt des Ardennes, éperdument aimée du berger Sylvius, qu’elle ne peut souffrir et qu’elle accable des plus constantes rigueurs. Phoebé est froide comme la lune dont elle porte le nom ; elle a un cœur de neige qui ne fond point au feu des plus ardents soupirs, mais dont la croûte glacée s’épaissit de plus en plus et devient dure comme le diamant ; mais à peine a-t-elle vu Rosalinde sous les habits du beau page Ganymède, que toute cette glace se résout en pleurs et que le diamant devient plus mou que de la cire. L’orgueilleuse Phoebé, qui se riait de l’amour, est amoureuse elle-même ; elle souffre maintenant les tourments qu’elle faisait endurer aux autres. Sa fierté s’abat jusqu’à faire toutes les avances, et elle fait porter à Rosalinde, par le pauvre Sylvius, une lettre brûlante qui contient l’aveu de sa passion dans les termes les plus humbles et les plus suppliants. Rosalinde, touchée de pitié pour Sylvius, et ayant d’ailleurs les plus excellentes raisons du monde pour ne pas répondre à l’amour de Phoebé, lui fait essuyer les traitements les plus durs et se moque d’elle avec une cruauté et un acharnement sans pareils. Phoebé préfère cependant ces injures aux plus délicats et plus passionnés madrigaux de son malheureux berger ; elle suit partout le bel inconnu, et à force d’importunités, ce qu’elle en peut tirer de plus doux est cette promesse que, si jamais il épouse une femme, à coup sûr ce sera elle ; en attendant, il l’engage à bien traiter Sylvius et à ne pas se bercer d’une trop flatteuse espérance.

 

Rosette s’est acquittée de son rôle avec une grâce triste et caressante, un ton douloureux et résigné qui allait au cœur ; – et lorsque Rosalinde lui dit : « Je vous aimerais, si je pouvais », les larmes furent au moment de déborder de ses yeux, et elle eut peine à les contenir, car l’histoire de Phoebé est la sienne, comme celle d’Orlando est la mienne, à cette différence près que tout se dénoue heureusement pour Orlando, et que Phoebé, trompée dans son amour, au lieu du charmant idéal qu’elle voulait embrasser, en est réduite à épouser Sylvius. La vie est ainsi disposée : ce qui fait le bonheur de l’un fait nécessairement le malheur de l’autre. Il est très heureux pour moi que Théodore soit une femme ; il est très malheureux pour Rosette que ce ne soit pas un homme, et elle se trouve jetée maintenant dans les impossibilités amoureuses où j’étais naguère égaré.

 

À la fin de la pièce, Rosalinde quitte pour des vêtements de son sexe le pourpoint du page Ganymède, et se fait reconnaître par le duc pour sa fille, par Orlando pour sa maîtresse ; le dieu Hymenaeus arrive avec sa livrée de safran et ses torches légitimes. – Trois mariages ont lieu. – Orlando épouse Rosalinde, Phoebé Sylvius, et le bouffon Touchstone la naïve Audrey. – Puis l’épilogue vient faire sa salutation, et le rideau tombe…

 

Tout cela nous a extrêmement intéressés et occupés : c’était en quelque sorte une autre pièce dans la pièce, un drame invisible et inconnu aux autres spectateurs que nous jouions pour nous seuls, et qui, sous des paroles symboliques, résumait notre vie complète et exprimait nos plus cachés désirs. – Sans la singulière recette de Rosalinde, je serais plus malade que jamais n’ayant pas même un espoir de lointaine guérison, et j’aurais continué à errer tristement dans les sentiers obliques de l’obscure forêt.

 

Cependant je n’ai qu’une certitude morale ; les preuves me manquent, et je ne puis rester plus longtemps dans cet état d’incertitude ; il faut absolument que je parle à Théodore d’une manière plus précise. Je me suis approché vingt fois de lui avec une phrase préparée, sans pouvoir venir à bout de la dire, – je n’ose pas ; j’ai bien des occasions de lui parler seul ou dans le parc, ou dans ma chambre, ou dans la sienne, car il vient me voir et je vais le voir, mais je les laisse passer sans m’en servir, bien que l’instant d’après j’en éprouve un regret mortel, et que j’entre contre moi-même en des colères horribles. J’ouvre la bouche, et malgré moi d’autres mots se substituent aux mots que je voudrais dire ; au lieu de déclarer mon amour, je disserte sur la pluie et le beau temps ou telle autre stupidité pareille. Cependant la saison va finir, et bientôt l’on retournera à la ville ; les facilités qui s’ouvrent ici favorablement devant mes désirs ne se retrouveront nulle part : – nous nous perdrons peut-être de vue, et un courant opposé nous emportera sans doute.

 

La liberté de la campagne est une chose si charmante et si commode ! – les arbres même un peu effeuillés de l’automne offrent de si délicieux ombrages aux rêveries du naissant amour ! il est difficile de résister au milieu de la belle nature ! les oiseaux ont des chansons si langoureuses, les fleurs des parfums si enivrants, le revers des collines des gazons si dorés et si soyeux ! La solitude vous inspire mille voluptueuses pensées, que le tourbillon du monde eût dispersées ou fait envoler çà et là, et le mouvement instinctif de deux êtres qui entendent battre leur cœur dans le silence d’une campagne déserte est d’enlacer leurs bras plus étroitement et de se replier l’un sur l’autre, comme si effectivement il n’y avait plus qu’eux de vivants au monde.

 

J’ai été me promener ce matin ; le temps était doux et humide, le ciel ne laissait pas entrevoir le moindre losange d’azur ; cependant il n’était ni sombre ni menaçant. Deux ou trois tons de gris de perle, harmonieusement fondus, le noyaient d’un bout à l’autre, et sur ce fond vaporeux passaient lentement des nuages cotonneux semblables à de grands morceaux d’ouate ; ils étaient poussés par le souffle mourant d’une petite brise à peine assez forte pour agiter les sommités des trembles les plus inquiets : des flocons de brouillards montaient entre les grands marronniers et indiquaient de loin le cours de la rivière. Quand la brise reprenait haleine, quelques feuilles rougies et grillées s’éparpillaient tout émues, et couraient devant moi le long du sentier comme des essaims de moineaux peureux ; puis, le souffle cessant, elles s’abattaient quelques pas plus loin : vraie image de ces esprits qu’on prend pour des oiseaux volant librement avec leurs ailes, et qui ne sont, au bout du compte, que des feuilles desséchées par la gelée du matin, et dont le moindre vent qui passe fait son jouet et sa risée.

 

Les lointains étaient tellement estompés de vapeurs, et les franges de l’horizon tellement effilées sur le bord qu’il n’était guère possible de savoir le point précis où commençait le ciel et où finissait la terre : un gris un peu plus opaque, une brume un peu plus épaisse indiquaient d’une manière vague l’éloignement et la différence des plans. À travers ce rideau, les saules, avec leurs têtes cendrées, avaient plutôt l’air de spectres d’arbres que d’arbres véritables ; les sinuosités des collines ressemblaient plutôt aux ondulations d’un entassement de nuées qu’au gisement d’un terrain solide. Les contours des objets tremblaient à l’œil, et une espèce de trame grise d’une finesse inexprimable, pareille à une toile d’araignée, s’étendait entre les devants du paysage et les fuyantes profondeurs ; aux endroits ombrés, les hachures se dessinaient en clair beaucoup plus nettement, et laissaient voir les mailles du réseau ; aux places plus éclairées, ce filet de brume était insensible, et se confondait dans une lueur diffuse. Il y avait dans l’air quelque chose d’assoupi, d’humidement tiède et de doucement terne qui prédisposait singulièrement à la mélancolie.

 

Tout en allant, je pensais que l’automne était venu aussi pour moi, et que l’été rayonnant était passé sans retour ; l’arbre de mon âme était peut-être encore plus effeuillé que les arbres des forêts ; à peine restait-il à la plus haute branche une seule petite feuille verte qui se balançait en frissonnant, toute triste de voir ses sœurs la quitter une à une.

 

Reste sur l’arbre, ô petite feuille couleur d’espérance, retiens-toi à la branche de toute la force de tes nervures et de tes fibres ; ne te laisse pas effrayer par les sifflements du vent, ô bonne petite feuille ! car, lorsque tu m’auras quitté, qui pourra distinguer si je suis un arbre mort ou vivant, et qui empêchera le bûcheron de m’entailler le pied à coups de hache et de faire des fagots avec mes branches ? – Il n’est pas encore le temps où les arbres n’ont plus de feuilles, et le soleil peut encore se débarrasser des langes de brouillard qui l’environnent.

 

Ce spectacle de la saison mourante me fit beaucoup d’impression. Je pensais que le temps fuyait vite, et que je pourrais mourir sans avoir serré mon idéal sur mon cœur.

 

En rentrant chez moi, j’ai pris une résolution. – Puisque je ne pouvais me décider à parler, j’ai écrit toute ma destinée sur un carré de papier. – Il est peut-être ridicule d’écrire à quelqu’un qui demeure dans la même maison que vous, que l’on peut voir tous les jours, à toute heure ; mais je n’en suis plus à regarder ce qui est ridicule ou non.

 

J’ai cacheté ma lettre non sans trembler et sans changer de couleur ; puis, choisissant le moment où Théodore était sorti, je l’ai posée sur le milieu de la table, et je me suis enfui aussi troublé que si j’avais commis la plus abominable action du monde.

Chapitre 12
Je t’ai promis la suite de mes aventures…

 

Je t’ai promis la suite de mes aventures ; mais en vérité je suis si paresseuse à écrire qu’il faut que je t’aime comme la prunelle de mon œil, et que je te sache plus curieuse qu’Ève ou Psyché, pour me mettre devant une table avec une grande feuille de papier toute blanche qu’il faut rendre toute noire, et un encrier plus profond que la mer, dont chaque goutte se doit tourner en pensées, ou du moins en quelque chose qui y ressemble, sans prendre la résolution subite de monter à cheval et de faire, à bride abattue, les quatre-vingts énormes lieues qui nous séparent, pour t’aller conter de vive voix ce que je vais t’aligner en pieds de mouche imperceptibles, afin de ne pas être effrayée moi-même du volume prodigieux de mon odyssée picaresque.

 

Quatre-vingts lieues ! songer qu’il y a tout cet espace entre moi et la personne que j’aime le mieux au monde ! – J’ai bien envie de déchirer ma lettre et de faire seller mon cheval. – Mais je n’y pensais plus, – avec l’habit que je porte, je ne pourrais approcher de toi, et reprendre la vie familière que nous menions ensemble lorsque nous étions petites filles bien naïves et bien innocentes : si jamais je reprends des jupes, ce sera assurément pour ce motif.

 

Je t’ai laissée, je crois, au départ de l’auberge où j’ai passé une si drôle de nuit et où ma vertu a pensé faire naufrage en sortant du port. – Nous partîmes tous ensemble, allant du même côté. – Mes compagnons s’extasièrent beaucoup sur la beauté de mon cheval, qui effectivement est de race et l’un des meilleurs coureurs qui soient ; – cela me grandit d’une demi-coudée au moins dans leur estime, et ils ajoutèrent à mon propre mérite tout le mérite de ma monture.

 

Cependant ils parurent craindre qu’elle ne fût trop fringante et trop fougueuse pour moi. – Je leur dis qu’ils eussent à calmer leur crainte, et, pour leur montrer qu’il n’y avait point de danger, je lui fis faire plusieurs courbettes, – puis je franchis une barrière assez élevée, et je pris le galop.

 

La troupe essaya vainement de me suivre ; je tournai bride quand je fus assez loin, et je revins à leur rencontre ventre à terre ; quand je fus près d’eux, je retins mon cheval lancé sur ses quatre pieds et je l’arrêtai court : ce qui est, comme tu le sais ou comme tu ne le sais pas, un vrai tour de force.

 

De l’estime ils passèrent sans transition au plus profond respect. Ils ne se doutaient pas qu’un jeune écolier, tout récemment sorti de l’université, était aussi bon écuyer que cela. Cette découverte qu’ils firent me servit plus que s’ils avaient reconnu en moi toutes les vertus théologales et cardinales ; – au lieu de me traiter en petit jeune homme, ils me parlèrent sur un ton de familiarité obséquieuse qui me fit plaisir.

 

En quittant mes habits, je n’avais pas quitté mon orgueil : – n’étant plus femme, je voulais être homme tout à fait et ne pas me contenter d’en avoir seulement l’extérieur. – J’étais décidée à avoir comme cavalier les succès auxquels je ne pouvais plus prétendre en qualité de femme. Ce qui m’inquiétait le plus, c’était de savoir comment je m’y prendrais pour avoir du courage ; car le courage et l’adresse aux exercices du corps sont les moyens par lesquels un homme fonde le plus aisément sa réputation. Ce n’est pas que je sois timide pour une femme, et je n’ai pas ces pusillanimités imbéciles que l’on voit à plusieurs ; mais de là à cette brutalité insouciante et féroce qui fait la gloire des hommes il y a loin encore, et mon intention était de devenir un petit fier-à-bras, un tranche-montagne comme messieurs du bel air, afin de me mettre sur un bon pied dans le monde et de jouir de tous les avantages de ma métamorphose.

 

Mais je vis par la suite que rien n’était plus facile et que la recette en était fort simple.

 

Je ne te conterai pas, selon l’usage des voyageurs, que j’ai fait tant de lieues tel jour, que j’ai été de cet endroit à cet autre, que le rôti que j’ai mangé dans l’auberge du Cheval-Blanc ou de la Croix-de-Fer était cru ou brûlé ; que le vin était aigre et que le lit où j’ai couché avait des rideaux à personnages ou à fleurs : ce sont des détails très importants et qu’il est bon de conserver à la postérité ; mais il faudra que la postérité s’en passe pour cette fois et que tu te résignes à ne pas savoir de combien de plats mon dîner était composé, et si j’ai bien ou mal dormi pendant le cours de mes voyages. Je ne te donnerai pas non plus une description exacte des différents paysages, des champs de blés et forêts, des cultures variées et des collines chargées de hameaux qui ont successivement passé devant mes yeux : cela est facile à supposer ; prends un peu de terre, plantes-y quelques arbres et quelques brins d’herbe, barbouille derrière cela un petit bout de ciel ou grisâtre ou bleu pâle, et tu auras une idée très suffisante du fond mouvant sur lequel se détachait notre petite caravane. – Si, dans ma première lettre, je suis entrée en quelques détails de ce genre, veuille bien m’excuser, je n’y retomberai plus : comme je n’étais jamais sortie, la moindre chose me semblait d’une importance énorme.

 

Un des cavaliers, mon compagnon de lit, celui que j’avais été près de tirer par la manche dans la mémorable nuit dont je t’ai décrit tout au long les angoisses, se prit d’une belle passion pour moi et tint tout le temps son cheval à côté du mien.

 

À cette exception près, que je n’eusse pas voulu le prendre pour amant quand il m’eût apporté la plus belle couronne du monde, il ne me déplaisait pas autrement ; il était instruit, et ne manquait ni d’esprit ni de bonne humeur : seulement, quand il parlait des femmes, c’était avec un ton de mépris et d’ironie pour lequel je lui eusse très volontiers arraché les deux yeux de la tête, d’autant plus que, sous l’exagération, il y avait dans ce qu’il disait beaucoup de choses d’une vérité cruelle et dont mon habit d’homme me forçait de reconnaître la justice.

 

Il m’invita d’une manière si pressante et à tant de reprises à venir voir avec lui une de ses sœurs sur la fin de son veuvage, et qui habitait en ce moment-là un vieux château avec une de ses tantes, que je ne pus le lui refuser. – Je fis quelques objections pour la forme, car au fond il m’était aussi égal d’aller là qu’autre part, et je pouvais tout aussi bien atteindre à mon but de cette façon que d’une autre ; et, comme il me dit que je le désobligerais assurément beaucoup si je ne lui accordais au moins quinze jours, je lui répondis que je voulais bien et que c’était une chose convenue.

 

À un embranchement du chemin, – le compagnon, en montrant le jambage droit de cet Y naturel, me dit :

 

– C’est par là. Les autres nous donnèrent une poignée de main et s’en furent de l’autre côté.

 

Après quelques heures de marche, nous arrivâmes au lieu de notre destination.

 

Un fossé assez large, mais qui, au lieu d’eau, était rempli d’une végétation abondante et touffue, séparait le parc du grand chemin ; le revêtement était en pierre de taille ; et, dans les angles, se hérissaient de gigantesques artichauts et des chardons de fer qui semblaient avoir poussé comme des plantes naturelles entre les blocs disjoints de la muraille : un petit pont d’une arche traversait ce canal à sec et permettait d’arriver à la grille.

 

Une haute allée d’ormes, arrondie en berceau et taillée à la vieille mode, se présentait d’abord à vous ; et, après l’avoir suivie quelque temps, on débouchait dans une espèce de rond-point.

 

Ces arbres avaient plutôt l’air surannés que vieux ; ils paraissaient avoir des perruques et être poudrés à blanc ; on ne leur avait réservé qu’une petite houppe de feuillage au sommet de la tête ; tout le reste était soigneusement émondé, en sorte qu’on les eût pris pour des plumets démesurés plantés en terre de distance en distance.

 

Après avoir traversé le rond-point, couvert d’une herbe fine soigneusement foulée au rouleau, il fallait encore passer sous une curieuse architecture de feuillage ornée de pots-à-feu, de pyramides et de colonnes d’ordre rustique, le tout pratiqué à grand renfort de ciseaux et de serpes dans un énorme massif de buis. – Par différentes échappées on apercevait, à droite et à gauche, tantôt un château de rocaille à demi ruiné, tantôt l’escalier rongé de mousse d’une cascade tarie, ou bien un vase ou une statue de nymphe et de berger le nez et les doigts cassés, avec quelques pigeons perchés sur les épaules et sur la tête.

 

Un grand parterre, dessiné à la française, s’étendait devant le château ; tous les compartiments étaient tracés avec du buis et du houx dans la plus rigoureuse symétrie ; cela avait bien autant l’air d’un tapis que d’un jardin : de grandes fleurs en parure de bal, le port majestueux et la mine sereine, comme des duchesses qui s’apprêtent à danser le menuet, vous faisaient au passage une légère inclination de tête. D’autres, moins polies apparemment, se tenaient raides et immobiles, pareilles à des douairières qui font tapisserie. Des arbustes de toutes les formes possibles, si l’on en excepte toutefois leur forme naturelle, ronds, carrés, pointus, triangulaires, avec des caisses vertes et grises, semblaient marcher professionnellement au long de la grande allée, et vous conduire par la main jusqu’aux premières marches du perron.

 

Quelques tourelles, à demi engagées dans des constructions plus récentes, dépassaient la ligne de l’édifice de toute la hauteur de leur éteignoir d’ardoises, et leurs girouettes de tôle taillées en queue d’aronde témoignaient d’une assez honorable antiquité. Les fenêtres du pavillon du milieu donnaient toutes sur un balcon commun orné d’une balustrade de fer extrêmement travaillée et d’une grande richesse, et les autres étaient entourées de cadres de pierre avec des chiffres et des nœuds sculptés.

 

Quatre à cinq grands chiens accoururent en aboyant à pleine gueule et en faisant des cabrioles prodigieuses. Ils gambadaient autour des chevaux et leur sautaient au nez : ils firent surtout fête au cheval de mon camarade, à qui probablement ils allaient souvent rendre visite dans l’écurie, ou qu’ils accompagnaient à la promenade.

 

À tout ce tapage, arriva enfin une espèce de valet, l’air moitié laboureur, moitié palefrenier, qui prit nos bêtes par la bride et les emmena. – Je n’avais pas encore vu âme qui vive, si ce n’est une petite paysanne effarée et sauvage comme un daim, qui s’était sauvée à notre aspect et tapie dans un sillon, derrière du chanvre, quoique nous l’eussions appelée à plusieurs reprises, et que nous eussions fait notre possible pour la rassurer.

 

Personne ne paraissait aux fenêtres ; on eût dit que le château était inhabité, ou du moins ne l’était que par des esprits ; car le moindre bruit ne transpirait pas au-dehors.

 

Nous commencions à monter les premières marches du perron, en faisant sonner nos éperons, car nous avions les jambes un peu alourdies, lorsque nous entendîmes à l’intérieur comme un bruit de portes ouvertes et fermées, comme si quelqu’un se hâtait à notre rencontre.

 

En effet, une jeune femme parut sur le haut de la rampe, franchit en un bond l’espace qui la séparait de mon compagnon, et se jeta à son cou. Celui-ci l’embrassa très affectueusement, et, lui mettant le bras autour de la taille, il l’enleva presque et la porta ainsi jusqu’au palier.

 

– Savez-vous que vous êtes bien aimable et bien galant pour un frère, mon cher Alcibiade ? – N’est-ce pas, monsieur, qu’il n’est pas tout à fait inutile que je vous avertisse que c’est mon frère, car en vérité il n’en a pas trop les façons ? dit la jeune belle en se retournant de mon côté.

 

À quoi je répondis qu’on s’y pouvait méprendre, et que c’était en quelque sorte un malheur que d’être son frère et de se trouver ainsi exclu de la catégorie de ses adorateurs ; que pour moi, si je l’étais, je deviendrais à la fois le plus malheureux et le plus heureux cavalier de la terre. – Ce qui la fit doucement sourire.

 

Tout en causant ainsi, nous entrâmes dans une salle basse dont les murs étaient décorés d’une tapisserie de haute lisse de Flandre. – De grands arbres à feuilles aiguës y soutenaient des essaims d’oiseaux fantastiques ; les couleurs altérées par le temps produisaient de bizarres transpositions de nuances ; le ciel était vert, les arbres bleu de roi avec des lumières jaunes et dans les draperies des personnages l’ombre était souvent d’une couleur opposée au fond de l’étoffe ; – les chairs ressemblaient à du bois, et les nymphes qui se promenaient sous les ombrages déteints de la forêt avaient l’air de momies démaillotées ; leur bouche seule, dont la pourpre avait conservé sa teinte primitive, souriait avec une apparence de vie. Sur le devant, se hérissaient de hautes plantes d’un vert singulier avec de larges fleurs panachées dont les pistils ressemblaient à des aigrettes de paon. Des hérons à la mine sérieuse et pensive, la tête enfoncée dans les épaules, leur long bec reposant sur leur jabot rebondi, se tenaient philosophiquement debout sur une de leurs maigres pattes, dans une eau dormante et noire, rayée de fils d’argent ternis ; par les échappées du feuillage, on voyait dans le lointain de petits châteaux avec des tourelles pareilles à des poivrières et des balcons chargés de belles dames en grands atours qui regardaient passer des cortèges ou des chasses.

 

Des rocailles capricieusement dentelées, d’où tombaient des torrents de laine blanche, se confondaient au bord de l’horizon avec des nuages pommelés.

 

Une des choses qui me frappèrent le plus, ce fut une chasseresse qui tirait un oiseau. – Ses doigts ouverts venaient de lâcher la corde, et la flèche était partie, mais, comme cet endroit de la tapisserie se trouvait à une encoignure, la flèche était de l’autre côté de la muraille et avait décrit un grand crochet ; pour l’oiseau, il s’envolait sur ses ailes immobiles et semblait vouloir gagner une branche voisine.

 

Cette flèche empennée et armée d’une pointe d’or, toujours en l’air et n’arrivant jamais au but, faisait l’effet le plus singulier, était comme un triste et douloureux symbole de la destinée humaine, et plus je la regardais, plus j’y découvrais de sens mystérieux et sinistres. – La chasseresse était là, debout, le pied tendu en avant, le jarret plié, son œil aux paupières de soie tout grand ouvert et ne pouvant plus voir sa flèche déviée de son chemin : et semblait chercher avec anxiété le phénicoptère aux plumes bigarrées qu’elle voulait abattre et qu’elle s’attendait à voir tomber devant elle percé de part en part. – Je ne sais si c’est une erreur de mon imagination, mais je trouvais à cette figure une expression aussi morne et aussi désespérée que celle d’un poète qui meurt sans avoir écrit l’ouvrage sur lequel il comptait pour fonder sa réputation, et que le râle impitoyable saisit au moment où il essaye de le dicter.

 

Je te parle longuement de cette tapisserie, plus longuement à coup sûr que cela n’en vaut la peine ; – mais c’est une chose qui m’a toujours étrangement préoccupée, que ce monde fantastique créé par les ouvriers de haute lisse.

 

J’aime passionnément cette végétation imaginaire, ces fleurs et ces plantes qui n’existent pas dans la réalité, ces forêts d’arbres inconnus où errent des licornes, des caprimules et des cerfs couleur de neige, avec un crucifix d’or entre leurs rameaux, habituellement poursuivis par des chasseurs à barbe rouge et en habits de Sarrasins.

 

Lorsque j’étais petite, je n’entrais guère dans une chambre tapissée sans éprouver une espèce de frisson, et j’osais à peine m’y remuer.

 

Toutes ces figures debout contre la muraille, et auxquelles l’ondulation de l’étoffe et le jeu de la lumière prêtent une espèce de vie fantastique, me semblaient autant d’espions occupés à surveiller mes actions pour en rendre compte en temps et lieu, et je n’eusse pas mangé une pomme ou un gâteau volé en leur présence. Que de choses ces graves personnages auraient à dire, s’ils pouvaient ouvrir leurs lèvres de fil rouge, et si les sons pouvaient pénétrer dans la conque de leur oreille brodée. De combien de meurtres, de trahisons, d’adultères infâmes et de monstruosités de toutes sortes ne sont-ils pas les silencieux et impassibles témoins !…

 

Mais laissons la tapisserie et revenons à notre histoire.

 

– Alcibiade, je vais faire avertir ma tante de votre arrivée.

 

– Oh ! cela n’est pas fort pressé, ma sœur ; asseyons-nous d’abord et causons un peu. Je vous présente un cavalier qui a nom Théodore de Sérannes et qui passera quelque temps ici. Je n’ai pas besoin de vous recommander de lui faire bon accueil ; – il se recommande assez lui-même. (Je dis ce qu’il a dit ; ne va pas intempestivement m’accuser de fatuité.)

 

La belle fit un petit mouvement de tête, comme pour donner son assentiment, et l’on parla d’autre chose.

 

Tout en faisant la conversation, je la regardais en détail et je l’examinais plus attentivement que je n’avais pu le faire jusqu’alors.

 

Elle pouvait avoir vingt-trois ou vingt-quatre ans, et son deuil lui allait on ne peut mieux ; à vrai dire, elle n’avait pas l’air fort lugubre ni fort désolée, et je doute qu’elle eût mangé dans sa soupe les cendres de son Mausole en manière de rhubarbe. – Je ne sais si elle avait pleuré abondamment son époux défunt ; si elle l’avait fait, en tout cas, il n’y paraissait guère, et le joli mouchoir de batiste qu’elle tenait à sa main était aussi parfaitement sec que possible.

 

Ses yeux n’étaient pas rouges, mais au contraire les plus clairs et les plus brillants du monde, et l’on eût en vain cherché sur ses joues le sillon par où avaient passé les larmes ; il n’y avait en vérité que deux petites fossettes creusées par l’habitude de sourire, et, pour une veuve, il est juste de dire qu’on lui voyait très fréquemment les dents : ce qui n’était certainement pas un spectacle désagréable, car elle les avait petites et bien rangées. Je l’estimai tout d’abord de ne s’être pas crue obligée, parce qu’il lui était mort quelque mari, de se pocher les yeux et de se rendre le nez violet : je lui sus bon gré aussi de ne prendre aucune petite mine dolente et de parler naturellement avec sa voix sonore et argentine, sans traîner les mots et entrecouper ses phrases de vertueux soupirs.

 

Cela me parut de fort bon goût ; je la jugeai tout d’abord une femme d’esprit, ce qu’elle est en effet.

 

Elle était bien faite, le pied et la main très convenables ; son costume noir était arrangé avec toute la coquetterie possible et si gaiement que le lugubre de la couleur disparaissait complètement, et qu’elle eût pu aller au bal ainsi habillée, sans que personne le trouvât étrange. Si jamais je me marie et que je devienne veuve, je lui demanderai un patron de sa robe, car elle lui va comme un ange.

 

Après quelques propos, nous montâmes chez la vieille tante.

 

Nous la trouvâmes assise dans un grand fauteuil à dos renversé, avec un petit tabouret sous son pied, et à côté d’elle un vieux chien tout chassieux et tout renfrogné, qui leva son museau noir à notre arrivée, et nous accueillit par un grognement très peu amical.

 

Je n’ai jamais envisagé une vieille femme qu’avec horreur. Ma mère est morte toute jeune ; sans doute, si je l’avais vue lentement vieillir et que j’eusse vu ses traits se déformer dans une progression imperceptible, je m’y fusse paisiblement habituée. – Dans mon enfance, je n’ai été entourée que de figures jeunes et riantes, en sorte que j’ai gardé une antipathie insurmontable pour les vieilles gens. Aussi je frissonnai quand la belle veuve toucha de ses lèvres pures et vermeilles le front jaune de la douairière. – C’est une chose que je ne saurais prendre sur moi. Je sais que lorsque j’aurai soixante ans, je serai ainsi ; – c’est égal, je n’y puis rien faire, et je prie Dieu qu’il me fasse mourir jeune comme ma mère.

 

Cependant cette vieille avait conservé de son ancienne beauté quelques linéaments simples et majestueux qui l’empêchaient de tomber dans cette laideur de pomme cuite qui est le partage des femmes qui n’ont été que jolies ou simplement fraîches ; ses yeux, quoique terminés à leurs angles par une patte de plis et recouverts d’une paupière large et molle, avaient encore quelques étincelles de leur feu primitif, et l’on voyait qu’ils avaient dû, sous le règne de l’autre roi, lancer des éclairs de passion à éblouir. Son nez mince et maigre, un peu recourbé en bec d’oiseau de proie, donnait à son profil une sorte de grandeur sérieuse que tempérait le sourire indulgent de sa lèvre autrichienne peinte de carmin, selon la mode du siècle passé.

 

Son costume était antique sans être ridicule, et s’harmonisait parfaitement avec sa figure ; elle avait pour coiffure une simple cornette blanche avec une petite dentelle ; ses mains, longues et amaigries, qu’on devinait avoir été fort belles, flottaient dans des mitaines sans pouce et sans doigts, une robe feuille-morte, brochée de ramages d’une couleur plus foncée, une mante noire et un tablier de pou-de-soie gorge-de-pigeon complétaient son ajustement.

 

Les vieilles femmes devraient toujours s’habiller ainsi et respecter assez leur mort prochaine pour ne point se harnacher de plumes, de guirlandes de fleurs de rubans de couleurs tendres et de mille affiquets qui ne vont qu’à l’extrême jeunesse. Elles ont beau faire des avances à la vie, la vie n’en veut plus ; – elles en sont pour leurs frais, comme ces courtisanes surannées qui se plâtrent de rouge et de blanc, et que les muletiers ivres repoussent sur la borne avec des injures et des coups de pied.

 

La vieille dame nous reçut avec cette aisance et cette politesse exquise qui est le partage des gens qui ont suivi l’ancienne cour, et dont le secret semble se perdre de jour en jour, comme tant d’autres beaux secrets, et d’une voix qui, bien que cassée et chevrotante, avait encore une grande douceur.

 

Je parus lui plaire beaucoup, et elle me regarda très longtemps et très attentivement avec un air fort touché. – Une larme se forma dans le coin de son œil et descendit lentement dans une de ses grandes rides, où elle se perdit et se sécha. Elle me pria de l’excuser et me dit que je ressemblais fort à un fils qu’elle avait autrefois et qui avait été tué à l’armée.

 

Tout le temps que je demeurai au château, je fus, à cause de cette ressemblance, réelle ou imaginaire, traitée par la bonne dame avec une bienveillance extraordinaire et toute maternelle. J’y trouvais plus de charmes que je ne l’aurais cru d’abord, car le plus grand plaisir que les personnes qui sont d’âge me puissent faire, c’est de ne me parler jamais et de s’en aller quand j’arrive.

 

Je ne te conterai pas en détail et jour par jour ce que j’ai fait à R***. Si je me suis un peu étendue sur tout ce commencement, et si je t’ai esquissé avec quelque soin ces deux ou trois physionomies, soit de personnes, soit de lieux, c’est qu’il m’arriva là des choses très singulières et pourtant fort naturelles, et que j’aurais dû prévoir en prenant des habits d’homme.

 

Ma légèreté naturelle me fit faire une imprudence dont je me repens cruellement, car elle a porté dans une bonne et belle âme un trouble que je ne puis apaiser sans découvrir ce que je suis et me compromettre gravement.

 

Pour avoir parfaitement l’air d’un homme et me divertir un peu, je ne trouvai rien de mieux que de faire la cour à la sœur de mon ami. – Cela me paraissait très drôle de me précipiter à quatre pattes lorsqu’elle laissait tomber son gant et de le lui rendre en faisant des révérences prosternées, de me pencher au dos de son fauteuil avec un petit air adorablement langoureux, et de lui couler dans le tuyau de l’oreille mille et un madrigaux on ne saurait plus charmants. Dès qu’elle voulait passer d’une chambre à une autre, je lui présentais gracieusement la main ; si elle montait à cheval, je lui tenais l’étrier, et, à la promenade, je marchais toujours à côté d’elle ; le soir, je lui faisais la lecture et je chantais avec elle ; – bref, je m’acquittais avec une scrupuleuse exactitude de tous les devoirs d’un cavalier servant.

 

Je faisais toutes les mines que j’avais vu faire aux amoureux, ce qui m’amusait et me faisait rire comme une vraie folle que je suis, lorsque je me trouvais seule dans ma chambre et que je réfléchissais à toutes les impertinences que je venais de débiter du ton le plus sérieux du monde.

 

Alcibiade et la vieille marquise paraissaient voir cette intimité avec plaisir et nous laissaient fort souvent tête à tête. Je regrettais quelquefois de n’être pas véritablement un homme pour en mieux profiter ; si je l’avais été, il n’aurait tenu qu’à moi, car notre charmante veuve semblait avoir parfaitement oublié le défunt, ou, si elle s’en souvenait, elle eût été volontiers infidèle à sa mémoire.

 

Ayant commencé sur ce ton, je ne pouvais guère honnêtement reculer, et il était fort difficile de faire une retraite avec armes et bagages ; je ne pouvais cependant pas non plus dépasser une certaine limite et je ne savais guère être aimable qu’en paroles : – j’espérais attraper ainsi la fin du mois que je devais passer à R*** et me retirer avec promesse de revenir, sauf à n’en rien faire. – Je croyais qu’à mon départ la belle se consolerait, et en ne me voyant plus, m’aurait bientôt oubliée.

 

Mais, en me jouant, j’avais éveillé une passion sérieuse et les choses tournèrent autrement : – ce qui vous retrace une vérité très connue depuis longtemps, à savoir qu’il ne faut jamais jouer ni avec le feu ni avec l’amour.

 

Avant de m’avoir vue, Rosette ne connaissait pas encore l’amour. Mariée fort jeune à un homme beaucoup plus vieux qu’elle, elle n’avait pu sentir pour lui qu’une espèce d’amitié filiale ; – sans doute, elle avait été courtisée, mais elle n’avait pas eu d’amant, tout extraordinaire que la chose puisse paraître : ou les galants qui lui avaient rendu des soins étaient de minces séducteurs, ou, ce qui est plus probable, son heure n’était pas encore sonnée. – Les hobereaux et les gentillâtres de province, parlant toujours de fumées et de laisses, de ragots et d’andouillers, d’hallali et de cerfs dix cors, et entremêlant le tout de charades d’almanach et de madrigaux moisis de vétusté, n’étaient assurément guère faits pour lui convenir, et sa vertu n’avait pas eu beaucoup à se débattre pour ne leur point céder. – D’ailleurs, la gaieté et l’enjouement naturel de son caractère la défendaient suffisamment contre l’amour, cette molle passion qui a tant de prise sur les rêveurs et les mélancoliques ; l’idée que son vieux Tithon avait pu lui donner de la volupté devait être assez médiocre pour ne la point jeter en de grandes tentations d’en essayer encore, et elle jouissait doucement du plaisir d’être veuve de si bonne heure et d’avoir encore tant d’années à être jolie.

 

Mais, à mon arrivée, tout cela changea bien. – Je crus d’abord que, si je me fusse tenue avec elle entre les bornes étroites d’une froide et exacte politesse, elle n’aurait pas fait autrement attention à moi ; mais, en vérité, je fus obligée de reconnaître par la suite qu’il n’en eût été ni plus ni moins, et que cette supposition, quoique fort modeste, était purement gratuite.

 

Hélas ! rien ne peut détourner l’ascendant fatal, et nul ne saurait éviter l’influence bienfaisante ou maligne de son étoile.

 

La destinée de Rosette était de n’aimer qu’une fois dans sa vie et d’un amour impossible ; il faut qu’elle la remplisse, et elle la remplira.

 

J’ai été aimée, ô Graciosa ! et c’est une douce chose, quoique je ne l’aie été que par une femme, et que, dans un amour ainsi détourné, il y eût quelque chose de pénible qui ne se doit pas trouver dans l’autre ; – oh ! une bien douce chose ! – Quand on s’éveille la nuit et qu’on se relève sur son coude, se dire : – Quelqu’un pense ou rêve à moi ; on s’occupe de ma vie ; un mouvement de mes yeux ou de ma bouche fait la joie ou la tristesse d’une autre créature ; une parole que j’ai laissée tomber au hasard est recueillie avec soin, commentée et retournée des heures entières ; je suis le pôle où se dirige un aimant inquiet ; ma prunelle est un ciel, ma bouche est un paradis plus souhaité que le véritable ; je mourrais, une pluie tiède de larmes réchaufferait ma cendre, mon tombeau serait plus fleuri qu’une corbeille de noce ; si j’étais en danger, quelqu’un se jetterait entre la pointe de l’épée et ma poitrine ; on se sacrifierait pour moi ! – c’est beau ; et je ne sais pas ce que l’on peut souhaiter de plus au monde.

 

Cette pensée me faisait un plaisir que je me reprochais, car pour tout cela je n’avais rien à donner, et j’étais dans la position d’une personne pauvre qui accepte des présents d’un ami riche et généreux, sans espoir de pouvoir jamais lui en faire à son tour. Cela me charmait d’être adorée ainsi, et par instants je me laissais faire avec une singulière complaisance. À force d’entendre tout le monde m’appeler monsieur, et de me voir traiter comme si j’étais un homme, j’oubliais insensiblement que j’étais femme ; – mon déguisement me semblait mon habit naturel, et il ne me souvenait pas d’en avoir jamais porté d’autre ; je ne songeais plus que je n’étais au bout du compte qu’une petite évaporée qui s’était fait une épée de son aiguille, et une paire de culottes en coupant une de ses jupes.

 

Beaucoup d’hommes sont plus femmes que moi. – Je n’ai guère d’une femme que la gorge, quelques lignes plus rondes, et des mains plus délicates ; la jupe est sur mes hanches et non dans mon esprit. Il arrive souvent que le sexe de l’âme ne soit point pareil à celui du corps, et c’est une contradiction qui ne peut manquer de produire beaucoup de désordre. – Moi, par exemple, si je n’avais pas pris cette résolution, folle en apparence, mais très sage au fond, de renoncer aux habits d’un sexe qui n’est le mien que matériellement et par hasard, j’eusse été fort malheureuse : j’aime les chevaux, l’escrime, tous les exercices violents, je me plais à grimper et à courir çà et là comme un jeune garçon ; il m’ennuie de me tenir assise les deux pieds joints, les coudes collés au flanc, de baisser modestement les yeux, de parler d’une petite voix flûtée et mielleuse, et de faire passer dix millions de fois un bout de laine dans les trous d’un canevas ; – je n’aime pas à obéir le moins du monde, et le mot que je dis le plus souvent est : – Je veux. – Sous mon front poli et mes cheveux de soie remuent de fortes et viriles pensées ; toutes les précieuses niaiseries qui séduisent principalement les femmes ne m’ont jamais que médiocrement touchée, et, comme Achille déguisé en jeune fille, je laisserais volontiers le miroir pour une épée. – La seule chose qui me plaise des femmes, c’est leur beauté ; – malgré les inconvénients qui en résultent, je ne renoncerais pas volontiers à ma forme, quoique mal assortie à l’esprit qu’elle enveloppe.

 

C’était quelque chose de neuf et de piquant qu’une pareille intrigue, et je m’en serais fort amusée, si elle n’avait pas été prise au sérieux par la pauvre Rosette. Elle se mit à m’aimer avec une naïveté et une conscience admirables, de toute la force de sa belle et bonne âme, – de cet amour que les hommes ne comprennent pas et dont ils ne sauraient se faire même une lointaine idée, délicatement et ardemment, comme je souhaiterais d’être aimée, et comme j’aimerais, si je rencontrais la réalité de mon rêve. Quel beau trésor perdu, quelles perles blanches et transparentes comme jamais les plongeurs n’en trouveront dans l’écrin de la mer ! quelles suaves haleines, quels doux soupirs dispersés dans les airs, et qui auraient pu être recueillis par des lèvres amoureuses et pures !

 

Cette passion aurait pu rendre un jeune homme si heureux ! tant d’infortunés, beaux, charmants, bien doués, pleins de cœur et d’esprit, ont vainement supplié à genoux d’insensibles et mornes idoles ! tant d’âmes tendres et bonnes se sont jetées de désespoir dans les bras des courtisanes, ou se sont éteintes silencieusement comme des lampes dans des tombeaux, et qui auraient été sauvées de la débauche et de la mort par un sincère amour !

 

Quelle bizarrerie dans la destinée humaine ! et que le hasard est un grand railleur !

 

Ce que tant d’autres avaient désiré ardemment me venait, à moi qui n’en voulais pas et ne pouvais pas en vouloir. Il prend fantaisie à une jeune fille capricieuse de courir le pays en habits d’homme pour savoir un peu à quoi s’en tenir sur le compte de ses amants futurs ; elle couche dans une auberge avec un digne frère qui l’amène par le bout du doigt devant sa sœur, qui n’a rien de plus pressé que d’en devenir amoureuse comme une chatte, comme une colombe, comme tout ce qu’il y a d’amoureux et de langoureux au monde. – Il est bien évident que, si j’eusse été un jeune homme et que cela eût pu me servir à quelque chose, il en eût été tout autrement, et que la dame m’eût prise en horreur. – La fortune aime assez à donner des pantoufles à ceux qui ont des jambes de bols, et des gants à ceux qui n’ont pas de mains ; – l’héritage qui aurait pu vous faire vivre à votre aise vous vient ordinairement le jour de votre mort.

 

J’allais quelquefois, non pas aussi souvent qu’elle aurait voulu, voir Rosette dans sa ruelle ; quoique habituellement elle ne reçût que debout, cependant, en ma faveur, on passait par là-dessus. – On eût passé par-dessus bien d’autres choses, si j’eusse voulu ; – mais, comme on dit, la plus belle fille ne peut donner que ce qu’elle a, et ce que j’avais n’eût pas été d’une grande utilité à Rosette.

 

Elle me tendait sa petite main à baiser ; – j’avoue que je ne la baisais pas sans quelque plaisir, car elle est fort douce, très blanche, exquisément parfumée, et moelleusement attendrie par une naissante moiteur ; je la sentais frissonner et se contracter sous mes lèvres, dont je prolongeais malicieusement la pression. – Alors Rosette, tout émue et d’un air suppliant, tournait vers moi ses longs yeux chargés de volupté et inondés d’une lueur humide et transparente, puis elle laissait retomber sur son oreiller sa jolie tête, qu’elle avait un peu soulevée pour me mieux recevoir. – Je voyais sous le drap onder sa gorge inquiète et tout son corps s’agiter brusquement. – Certes, quelqu’un qui eût été en état d’oser eût pu oser beaucoup, et à coup sûr l’on eût été reconnaissant de ses témérités, et on lui eût su gré d’avoir sauté quelques chapitres du roman.

 

Je restais là une heure ou deux avec elle, ne quittant pas sa main que j’avais reposée sur la couverture ; nous faisions des causeries interminables et charmantes ; car, bien que Rosette fût très préoccupée de son amour, elle se croyait trop sûre du succès pour ne pas garder presque toute sa liberté et son enjouement d’esprit. – De temps à autre seulement, sa passion jetait sur sa gaieté un voile transparent de douce mélancolie, qui la rendait encore plus piquante.

 

En effet, il eût été inouï qu’un jeune débutant, comme j’en avais les apparences, ne se trouvât pas fort heureux d’une telle bonne fortune et n’en profitât pas de son mieux. Rosette, effectivement, n’était point faite de façon à rencontrer de grandes cruautés, – et, n’en sachant pas davantage à mon endroit, elle comptait sur ses charmes et sur ma jeunesse à défaut de mon amour.

 

Cependant, comme cette situation commençait à se prolonger un peu au-delà des bornes naturelles, elle en prit de l’inquiétude, et c’était à peine si un redoublement de phrases flatteuses et de belles protestations lui pouvait redonner sa première sécurité. Deux choses l’étonnaient en moi, et elle remarquait dans ma conduite des contradictions qu’elle ne pouvait concilier : – c’était ma chaleur de paroles et ma froideur d’action.

 

Tu le sais mieux que personne, ma chère Graciosa, mon amitié a tous les caractères d’une passion ; elle est subite, ardente, vive exclusive, elle a de l’amour jusqu’à la jalousie, et j’avais pour Rosette une amitié presque pareille à celle que j’ai pour toi. – On pouvait se tromper à moins. – Rosette s’y trompa d’autant plus complètement que l’habit que je portais ne lui permettait guère d’avoir une autre idée.

 

Comme je n’ai encore aimé aucun homme, l’excès de ma tendresse s’est en quelque sorte épanché dans mes amitiés avec les jeunes filles et les jeunes femmes ; j’y ai mis le même emportement et la même exaltation que je mets à tout ce que je fais, car il m’est impossible d’être modérée en quelque chose, et surtout dans ce qui regarde le cœur. Il n’y a à mes yeux que deux classes de gens, les gens que j’adore et ceux que j’exècre ; les autres sont pour moi comme s’ils n’étaient pas, et je pousserais mon cheval sur eux comme sur le grand chemin : ils ne diffèrent pas dans mon esprit des pavés et des bornes.

 

Je suis naturellement expansive, et j’ai des manières très caressantes. – Quelquefois, oubliant la portée qu’avaient de telles démonstrations, tout en me promenant avec Rosette, je lui passais le bras autour du corps, comme je le faisais lorsque nous nous promenions ensemble dans l’allée solitaire au bout du jardin de mon oncle ; ou bien, penchée au dos de son fauteuil pendant qu’elle brodait, je roulais sur mes doigts les petits poils follets qui blondissaient sur sa nuque ronde et potelée, ou je polissais du revers de la main ses beaux cheveux tendus par le peigne, et je leur redonnais du lustre, – ou bien c’était quelque autre de ces mignardises que tu sais m’être habituelles avec mes chères amies.

 

Elle se donnait bien de garde d’attribuer ces caresses à une simple amitié. L’amitié, comme on la conçoit ordinairement, ne va pas jusque-là ; mais voyant que je n’allais pas plus loin, elle s’étonnait intérieurement et ne savait trop que penser ; elle s’arrêta à ceci : que c’était une trop grande timidité de ma part, provenant de mon extrême jeunesse et du manque d’habitude dans les commerces amoureux, et qu’il me fallait encourager par toutes sortes d’avances et de bontés.

 

En conséquence, elle avait soin de me ménager une foule d’occasions de tête-à-tête dans des endroits propres à m’enhardir par leur solitude et leur éloignement de tout bruit et de tout importun ; elle me fit faire plusieurs promenades dans les grands bois, pour essayer si la rêverie voluptueuse et les désirs amoureux qu’inspire aux âmes tendres l’ombre touffue et propice des forêts ne pourraient pas se détourner à son profit.

 

Un jour, après m’avoir fait errer longtemps à travers un parc très pittoresque qui s’étendait au loin derrière le château, et dont je ne connaissais que les parties qui avoisinaient les bâtiments, elle m’amena, par un petit sentier capricieusement contourné et bordé de sureaux et de noisetiers, jusqu’à une cabane rustique, une espèce de charbonnière, bâtie en rondins posés transversalement, avec un toit de roseaux, et une porte grossièrement faite de cinq ou six pièces de bois à peine rabotées, dont les interstices étaient étoupes de mousses et de plantes sauvages ; tout à côté, entre les racines verdies de grands frênes à l’écorce d’argent, tachetés çà et là de plaques noires, jaillissait une forte source, qui, à quelques pas plus loin, tombait par deux gradins de marbre dans un bassin tout rempli de cresson plus vert que l’émeraude. – Aux endroits où il n’y avait pas de cresson, on apercevait un sable fin et blanc comme la neige ; cette eau était d’une transparence de cristal et d’une froideur de glace ; sortant de terre tout à coup, et n’étant jamais effleurée par le plus faible rayon de soleil, sous ces ombrages impénétrables, elle n’avait pas le temps de s’attiédir ni de se troubler. – Malgré leur crudité, j’aime ces eaux de source, et, voyant celle-là si limpide, je ne pus résister au désir d’en boire ; je me penchai et j’en puisai à plusieurs reprises dans le creux de la main, n’ayant pas d’autre vase à ma disposition.

Chapitre 12
Rosette témoigna, pour apaiser sa soif…

 

Rosette témoigna, pour apaiser sa soif, le désir de boire aussi de cette eau, et me pria de lui en apporter quelques gouttes, n’osant pas, disait-elle, se pencher autant qu’il le fallait pour y atteindre. – Je plongeai mes deux mains aussi exactement jointes que possible dans la claire fontaine, ensuite je les haussai comme une coupe jusqu’aux lèvres de Rosette, et je les tins ainsi jusqu’à ce qu’elle eût tari l’eau qu’elles renfermaient, ce qui ne fut pas long, car il y en avait fort peu, et ce peu dégouttait à travers mes doigts, si serrés que je les tinsse ; cela faisait un fort joli groupe, et il eût été à désirer qu’un sculpteur se fût trouvé là pour en tirer le crayon.

 

Quand elle eut presque achevé, ayant ma main près de ses lèvres, elle ne put s’empêcher de la baiser, de manière cependant à ce que je pusse croire que c’était une aspiration pour épuiser la dernière perle d’eau amassée dans ma paume ; mais je ne m’y trompai pas, et la charmante rougeur qui lui couvrit subitement le visage la dénonçait assez.

 

Elle reprit mon bras, et nous nous dirigeâmes du côté de la cabane. La belle marchait aussi près de moi que possible, et se penchait en me parlant de façon à ce que sa gorge portât entièrement sur ma manche ; position extrêmement savante, et capable de troubler tout autre que moi ; j’en sentais parfaitement le contour ferme et pur et la douce chaleur ; de plus, j’y pouvais remarquer une ondulation précipitée qui, fût-elle affectée ou vraie, n’en était pas moins flatteuse et engageante.

 

Nous arrivâmes ainsi à la porte de la cabane, que j’ouvris d’un coup de pied ; je ne m’attendais assurément pas au spectacle qui s’offrit à mes yeux. – Je croyais que la hutte était tapissée de joncs avec une natte par terre et quelques escabeaux pour se reposer : – point du tout.

 

C’était un boudoir meublé avec toute l’élégance imaginable. – Les dessus de portes et de glaces représentaient les scènes les plus galantes des Métamorphoses d’Ovide : Salmacis et Hermaphrodite, Vénus et Adonis, Apollon et Daphné, et autres amours mythologiques en camaïeu lilas clair ; – les trumeaux étaient faits de roses pompons, sculptés fort mignonnement, et de petites marguerites dont, par un raffinement de luxe, les cœurs seulement étaient dorés et les feuilles argentées. Une ganse d’argent bordait tous les meubles et relevait une tenture du bleu le plus doux qui se puisse trouver, et merveilleusement propre à faire ressortir la blancheur et l’éclat de la peau ; mille charmantes curiosités chargeaient la cheminée, les consoles et les étagères, et il y avait un luxe de duchesses, de chaises longues et de sofas, qui montrait suffisamment que ce réduit n’était pas destiné à des occupations bien austères, et qu’assurément l’on ne s’y macérait pas.

 

Une belle pendule rocaille, posée sur un piédouche richement incrusté, faisait face à un grand miroir de Venise et s’y répétait avec des brillants et des reflets singuliers. Du reste, elle était arrêtée, comme si c’eût été une chose superflue que de marquer les heures dans un lieu destiné à les oublier.

 

Je dis à Rosette que ce raffinement de luxe me plaisait, que je trouvais qu’il était de fort bon goût de cacher la plus grande recherche sous une apparence de simplicité, et que j’approuvais fort qu’une femme eût des jupons brodés et des chemises garnies de matines avec un pardessus de simple toile ; c’était une attention délicate pour l’amant qu’elle avait ou qu’elle pouvait avoir, dont on ne saurait être assez reconnaissant, et qu’à coup sûr il valait mieux mettre un diamant dans une noix qu’une noix dans une boîte d’or.

 

Rosette, pour me prouver qu’elle était de mon avis, releva un peu sa robe, et me fit voir le bord d’un jupon très richement brodé de grandes fleurs et de feuillages ; il n’aurait tenu qu’à moi d’être admise au secret de plus grandes magnificences intérieures ; mais je ne demandai pas à voir si la splendeur de la chemise répondait à celle de la jupe : il est probable que le luxe n’en était pas moindre. – Rosette laissa retomber le pli de sa robe, fâchée de n’avoir pas montré davantage. – Cependant cette exhibition lui avait servi à faire voir le commencement d’un mollet parfaitement tourné et donnant les meilleures idées ascensionnelles. – Cette jambe, qu’elle tendait en avant pour mieux étaler sa jupe, était vraiment d’une finesse et d’une grâce miraculeuses dans son bas de soie gris de perle bien juste et bien tiré, et la petite mule à talon ornée d’une touffe de rubans qui la terminait ressemblait à la pantoufle de verre chaussée par Cendrillon. Je lui en fis de très sincères compliments, et je lui dis que je ne connaissais guère de plus jolie jambe et de plus petit pied, et que je ne pensais pas qu’il fût possible de les avoir mieux faits. – À quoi elle répondit avec une franchise et une ingénuité toute charmante et toute spirituelle :

 

– C’est vrai.

 

Puis elle fut à un panneau pratique dans le mur, elle en tira un ou deux flacons de liqueurs et quelques assiettes de confitures et de gâteaux, posa le tout sur un petit guéridon, et se vint asseoir près de moi dans une dormeuse assez étroite, de sorte que je fus obligée, pour n’être point trop gênée, de lui passer le bras derrière la taille. Comme elle avait les deux mains libres, et que je n’avais précisément que la gauche dont je me pusse servir, elle me versait elle-même à boire, et mettait des fruits et des sucreries sur mon assiette ; bientôt même, voyant que je m’y prenais assez maladroitement, elle me dit : – Allons, laissez cela ; je m’en vais vous donner la becquée, petit enfant, puisque vous ne savez pas manger tout seul. Et elle me portait elle-même les morceaux à la bouche, et me forçait à les avaler plus vite que je ne le voulais, en les poussant avec ses jolis doigts, absolument comme on fait aux oiseaux que l’on empâte, ce qui la faisait beaucoup rire. – Je ne pus guère me dispenser de rendre à ses doigts le baiser qu’elle avait donné tout à l’heure à la paume de mes mains, et comme pour m’en empêcher, mais au fond pour me fournir l’occasion de mieux appuyer mon baiser, elle me frappa la bouche à deux ou trois reprises avec le revers de sa main.

 

Elle avait bu deux ou trois doigts de crème des Barbades avec un verre de vin des Canaries, et moi à peu près autant. Ce n’était pas beaucoup assurément ; mais il y en avait assez pour égayer deux femmes habituées à ne boire que de l’eau à peine trempée – Rosette se laissait aller en arrière et se renversait sur mon bras très amoureusement. – Elle avait jeté son mantelet, et l’on voyait le commencement de sa gorge tendue et mise en arrêt par cette position cambrée ; – le ton en était d’une délicatesse et d’une transparence ravissantes ; la forme, d’une finesse et en même temps d’une solidité merveilleuses. Je la contemplai quelque temps avec une émotion et un plaisir indéfinissables, et cette réflexion me vint que les hommes étaient plus favorisés que nous dans leurs amours, que nous leur donnions à posséder les plus charmants trésors, et qu’ils n’avaient rien de pareil à nous offrir. – Quel plaisir ce doit être de parcourir de ses lèvres cette peau si fine et si polie, et ces contours si bien arrondis, qui semblent aller au-devant du baiser et le provoquer ! ces chairs satinées, ces lignes ondoyantes et qui s’enveloppent les unes dans les autres, cette chevelure soyeuse et si douce à toucher ; quels motifs inépuisables de délicates voluptés que nous n’avons pas avec les hommes ! – Nos caresses, à nous, ne peuvent guère être que passives, et cependant il y a plus de plaisir à donner qu’à recevoir.

 

Voilà des remarques que je n’eusse assurément pas faites l’année passée, et j’aurais bien pu voir toutes les gorges et toutes les épaules du monde, sans m’inquiéter si elles étaient d’une bonne ou mauvaise forme ; mais, depuis que j’ai quitté les habits de mon sexe et que je vis avec les jeunes gens, il s’est développé en moi un sentiment qui m’était inconnu : – le sentiment de la beauté. Les femmes en sont habituellement privées, je ne sais trop pourquoi car elles sembleraient d’abord plus à même d’en juger que les hommes ; – mais, comme ce sont elles qui la possèdent, et que la connaissance de soi-même est la plus difficile de toutes, il n’est pas étonnant qu’elles n’y entendent rien. – Ordinairement, si une femme trouve une autre femme jolie, on peut être sûr que cette dernière est fort laide, et que pas un homme n’y fera attention. – En revanche, toutes les femmes dont les hommes vantent la beauté et la grâce sont trouvées unanimement abominables et minaudières par tout le troupeau enjuponné ; ce sont des cris et des clameurs à n’en plus finir. Si j’étais ce que je parais être, je ne prendrais pas d’autre guide dans mes choix, et la désapprobation des femmes me serait un certificat de beauté suffisant.

 

Maintenant j’aime et je connais la beauté ; les habits que je porte me séparent de mon sexe, et m’ôtent toute espèce de rivalité ; je suis à même d’en juger mieux qu’un autre. – Je ne suis plus une femme, mais je ne suis pas encore un homme, et le désir ne m’aveuglera pas jusqu’à prendre des mannequins pour des idoles ; je vois froidement et sans prévention ni pour ni contre, et ma position est aussi parfaitement désintéressée que possible.

 

La longueur et la finesse des cils, la transparence des tempes, la limpidité du cristallin, les enroulements de l’oreille, le ton et la qualité des cheveux, l’aristocratie des pieds et des mains, l’emmanchement plus ou moins délié des jambes et des poignets, mille choses à quoi je ne prenais pas garde qui constituent la réelle beauté et prouvent la pureté de race me guident dans mes appréciations, et ne me permettent guère de me tromper. – Je crois qu’on pourrait accepter les yeux fermés une femme dont j’aurais dit : – En vérité, elle n’est pas mal.

 

Par une conséquence toute naturelle, je me connais beaucoup mieux en tableaux qu’auparavant, et, quoique je n’aie des maîtres qu’une teinture fort superficielle, il serait difficile de me faire passer un mauvais ouvrage pour bon ; je trouve à cette étude un charme singulier et profond ; car, comme toute chose au monde, la beauté morale ou physique veut être étudiée, et ne se laisse pas pénétrer tout d’abord. Mais revenons à Rosette ; de ce sujet à elle, la transition n’est pas difficile, et ce sont deux idées qui s’appellent l’une l’autre.

 

Comme je l’ai dit, la belle était renversée sur mon bras, et sa tête portait contre mon épaule ; l’émotion nuançait ses belles joues d’une tendre couleur rose, que rehaussait admirablement le noir foncé d’une petite mouche très coquettement posée ; ses dents luisaient à travers son sourire comme des gouttes de pluie au fond d’un pavot, et ses cils, abaissés à demi, augmentaient encore l’éclat humide de ses grands yeux ; – un rayon de jour faisait jouer mille brillants métalliques sur sa chevelure soyeuse et moirée, dont quelques boucles s’étaient échappées et roulaient, en forme de repentirs, au long de son cou rond et potelé, dont elles faisaient valoir la chaude blancheur ; quelques petits cheveux follets, plus mutins que les autres, se détachaient de la masse, et se contournaient en spirales capricieuses, dorées de reflets singuliers, et qui, traversées par la lumière, prenaient toutes les nuances du prisme : – on eût dit de ces fils d’or qui entourent la tête des vierges dans les anciens tableaux. – Nous gardions toutes les deux le silence, et je m’amusais à suivre, sous la transparence nacrée de ses tempes, ses petites veines bleu d’azur et la molle et insensible dégradation du duvet à l’extrémité de ses sourcils.

 

La belle semblait se recueillir en elle-même et se bercer dans des rêves de volupté infinie ; ses bras pendaient au long de son corps aussi ondoyants et aussi moelleux que des écharpes dénouées ; sa tête s’inclinait de plus en plus en arrière, comme si les muscles qui la soutenaient eussent été coupés ou trop faibles pour la soutenir. Elle avait ramené ses deux petits pieds sous son jupon, et était parvenue à se blottir entièrement dans l’angle de la causeuse que j’occupais, en sorte que, bien que ce meuble fût trop étroit, il y avait un grand espace vide de l’autre côté.

 

Son corps, facile et souple, se modelait sur le mien comme de la cire, et en prenait tout le contour extérieur aussi exactement que possible : – l’eau ne se fût pas insinuée plus précisément dans toutes les sinuosités de la ligne. – Ainsi appliquée à mon flanc, elle avait l’air de ce double trait que les peintres ajoutent à leur dessin du côté de l’ombre, afin de le rendre plus gras et plus nourri. – Il n’y a qu’une femme amoureuse pour avoir de ces ondulations et de ces enlacements. – Les lierres et les saules sont bien loin de là.

 

La douce chaleur de son corps me pénétrait à travers ses habits et les miens ; mille ruisseaux magnétiques rayonnaient autour d’elle ; sa vie tout entière semblait avoir passé en moi et l’avoir abandonnée complètement. De minute en minute, elle languissait et mourait et ployait de plus en plus : une légère sueur perlait sur son front lustré : ses yeux se trempaient, et deux ou trois fois elle fit le mouvement de lever ses mains comme pour les cacher ; mais, à moitié chemin, ses bras lassés retombèrent sur ses genoux, et elle ne put y parvenir ; – une grosse larme déborda de sa paupière et roula sur sa joue brûlante, où elle fut bientôt séchée.

 

Ma situation devenait fort embarrassante et passablement ridicule ; – je sentais que je devais avoir l’air énormément stupide, et cela me contrariait au dernier point, quoiqu’il ne fût pas en mon pouvoir de prendre un autre air que celui-là. – Les façons entreprenantes m’étaient interdites, et c’étaient les seules qui eussent été convenables. J’étais trop sûre de ne pas éprouver de résistance pour m’y risquer, et, en vérité, je ne savais pas de quel bois faire flèche. Dire des galanteries et débiter des madrigaux, cela eût été bon dans le commencement, mais rien n’eût paru plus fade au point où nous en étions arrivées ; – me lever et sortir eût été de la dernière grossièreté ; et d’ailleurs, je ne réponds pas que Rosette n’eût pas fait la Putiphar et ne m’eût retenue par le coin de mon manteau. – Je n’aurais eu aucun motif vertueux à lui donner de ma résistance ; et puis, je l’avouerai à ma honte, cette scène, tout équivoque que le caractère en fût pour moi, ne manquait pas d’un certain charme qui me retenait plus qu’il n’eût fallu ; cet ardent désir m’échauffait de sa flamme, et j’étais réellement fâchée de ne le pouvoir satisfaire : je souhaitai même d’être un homme, comme effectivement je le paraissais, afin de couronner cet amour, et je regrettai fort que Rosette se trompât. Ma respiration se précipitait, je sentais des rougeurs me monter à la figure, et je n’étais guère moins troublée que ma pauvre amoureuse. – L’idée de la similitude de sexe s’effaçait peu à peu pour ne laisser subsister qu’une vague idée de plaisir ; mes regards se voilaient, mes lèvres tremblaient, et, si Rosette eût été un cavalier au lieu d’être ce qu’elle était, elle aurait eu, à coup sûr, très bon marché de moi.

 

À la fin, n’y pouvant tenir, elle se leva brusquement en faisant une espèce de mouvement spasmodique, et se mit à marcher dans la chambre avec une grande activité ; puis elle s’arrêta devant le miroir, et rajusta quelques mèches de ses cheveux, qui avaient perdu leur pli. Pendant cette promenade, je faisais une pauvre figure, et je ne savais guère quelle contenance tenir.

 

Elle s’arrêta devant moi et parut réfléchir.

 

Elle pensa qu’une timidité enragée me retenait seule, que j’étais plus écolier qu’elle ne l’avait cru d’abord. – Hors d’elle-même et montée au plus haut degré d’exaspération amoureuse, elle voulut tenter un suprême effort et jouer le tout pour le tout, au risque de perdre la partie.

 

Elle vint à moi, s’assit sur mes genoux plus prompte que l’éclair, me passa les bras autour du cou, croisa ses mains derrière ma tête, et sa bouche se prit à la mienne avec une étreinte furieuse ; je sentais sa gorge, demi-nue et révoltée, bondir contre ma poitrine, et ses doigts enlacés se crisper dans mes cheveux. – Un frisson me courut tout le long du corps, et les pointes de mes seins se dressèrent.

 

Rosette ne quittait pas ma bouche ; ses lèvres enveloppaient mes lèvres, ses dents choquaient mes dents, nos souffles se mêlaient. – Je me reculai un instant, et je tournai deux ou trois fois la tête pour éviter ce baiser ; mais un attrait invincible me fit revenir en avant, et je le lui rendis presque aussi ardent qu’elle me l’avait donné. Je ne sais pas trop ce que tout cela fût devenu, si de grands abois ne se fussent fait entendre au-dehors de la porte avec un bruit comme de pieds qui grattaient. La porte céda, et un beau lévrier blanc entra dans la cabane en jappant et en gambadant.

 

Rosette se releva subitement, et d’un bond elle s’élança à l’extrémité de la chambre : le beau lévrier blanc sautait autour d’elle allègrement et joyeusement, et tâchait d’atteindre ses mains pour les lécher ; elle était si troublée qu’elle eut bien de la peine à rajuster son mantelet sur ses épaules.

 

Ce lévrier était le chien favori de son frère Alcibiade : il ne le quittait jamais, et, quand on le voyait arriver, l’on pouvait être sûr que le maître n’était pas loin ; – c’est ce qui avait si fort effrayé la pauvre Rosette.

 

Effectivement, Alcibiade lui-même entra une minute après tout botté et tout éperonné, avec son fouet à la main : – Ah ! vous voilà, dit-il ; je vous cherche depuis une heure, et je ne vous eusse assurément pas trouvés, si mon brave lévrier Snug ne vous eût déterrés dans votre cachette. Et il jeta sur sa sœur un regard moitié sérieux, moitié enjoué, qui la fit rougir jusqu’au blanc des yeux. – Vous aviez apparemment des sujets bien épineux à traiter que vous vous étiez retirés dans une aussi profonde solitude ? – vous parliez sans doute de théologie et de la double nature de l’âme ?

 

– Oh ! mon Dieu, non : – nos occupations n’étaient pas, à beaucoup près, si sublimes ; nous mangions des gâteaux, et nous parlions de modes ; – voilà tout.

 

– Je n’en crois rien ; vous m’aviez l’air profondément enfoncés dans quelque dissertation sentimentale ; – mais, pour vous distraire de vos conversations vaporeuses, je crois qu’il ne serait pas mauvais que vous vinssiez faire un tour à cheval avec moi. – J’ai une nouvelle jument que je veux essayer. – Vous la monterez aussi, Théodore, et nous verrons ce qu’on en peut faire. – Nous sortîmes tous les trois ensemble, lui me donnant le bras, moi le donnant à Rosette : les expressions de nos figures étaient singulièrement variées. – Alcibiade avait l’air pensif, moi tout à fait à l’aise, Rosette excessivement contrariée.

 

Alcibiade était arrivé fort à propos pour moi, fort mal à propos pour Rosette, qui perdit ainsi ou crut perdre tout le fruit de ses savantes attaques et de son ingénieuse tactique. – C’était à recommencer ; – un quart d’heure plus tard, le diable m’emporte si je sais le dénouement qu’aurait pu avoir cette aventure, – je n’y en vois pas de possible. – Peut-être eût-il mieux valu qu’Alcibiade n’intervînt pas précisément au moment scabreux, comme un dieu dans sa machine : – il aurait bien fallu que cela finît d’une manière ou de l’autre. – Pendant cette scène, je fus deux ou trois fois sur le point d’avouer qui j’étais à Rosette ; mais la crainte de passer pour une aventurière et de voir mon secret divulgué retint sur mes lèvres les paroles prêtes à s’envoler.

 

Un pareil état de choses ne pouvait durer. – Mon départ était le seul moyen de couper court à cette intrigue sans issue ; aussi, au dîner, j’annonçai officiellement que je partirais le lendemain même. – Rosette qui était assise à côté de moi, faillit presque se trouver mal en entendant cette nouvelle, et laissa tomber son verre. Une pâleur subite couvrit sa belle figure : elle me jeta un regard douloureux et plein de reproches, qui m’émut et me troubla presque autant qu’elle.

 

La tante leva ses vieilles mains ridées avec un mouvement de surprise pénible, et, de sa voix grêle et tremblante qui chevrotait encore plus qu’à l’ordinaire, elle me dit : « Ah ! mon cher monsieur Théodore, vous nous quittez comme cela ? Ce n’est pas bien ; hier, vous n’aviez pas le moins du monde l’air disposé à partir. – Le courrier n’est pas venu : ainsi vous n’avez pas reçu de lettres et vous n’avez aucun motif. Vous nous aviez accordé encore quinze jours, et vous nous les reprenez ; vous n’en avez vraiment pas le droit : chose donnée ne peut se reprendre. – Vous voyez quelle mine Rosette vous fait, et comme elle vous en veut ; je vous avertis que je vous en voudrai au moins autant qu’elle, et que je vous ferai une mine aussi terrible, et une mine de soixante-huit ans est un peu plus effroyable qu’une mine de vingt-trois. Voyez à quoi vous vous exposez volontairement : à la colère de la tante et à celle de la nièce, et tout cela pour je ne sais quel caprice qui vous a pris subitement entre la poire et le fromage. »

 

Alcibiade jura, en frappant un grand coup de poing sur la table, qu’il barricaderait les portes du château et couperait les jarrets à mon cheval plutôt que de me laisser partir.

 

Rosette me lança un autre regard, si triste et si suppliant, qu’il eût fallu toute la férocité d’un tigre à jeun depuis huit jours pour n’en pas être touché.

 

– Je n’y résistai pas, et, quoique cela me contrariât singulièrement, je fis la promesse solennelle de rester.

 

– La chère Rosette m’eût volontiers sauté au cou et embrassé sur la bouche pour cette complaisance ; Alcibiade m’enferma la main dans sa grande main, et me secoua le bras si violemment qu’il faillit m’arracher l’épaule, rendit mes bagues ovales de rondes qu’elles étaient, et me coupa trois doigts assez profondément.

 

La vieille, en réjouissance, huma une immense prise de tabac.

 

Cependant Rosette ne reprit pas complètement sa gaieté ; – l’idée que je pouvais m’en aller et que j’en avais le désir, idée qui ne s’était pas encore présentée nettement à son esprit, la jeta dans une profonde rêverie. Les couleurs que l’annonce de mon départ avait chassées de ses joues n’y revinrent pas aussi vives qu’auparavant ; – il lui resta de la pâleur sur la joue et de l’inquiétude au fond de l’âme. – Ma conduite à son égard la surprenait de plus en plus. – Après les avances marquées qu’elle m’avait faites, elle ne comprenait pas les motifs qui me faisaient mettre tant de retenue dans mes rapports avec elle : ce qu’elle voulait c’était de m’amener avant mon départ à un engagement tout à fait décisif, ne doutant pas qu’après cela il ne lui fût extrêmement facile de me retenir aussi longtemps qu’elle le voudrait.

 

En cela elle avait raison, et, si je n’eusse pas été une femme, son calcul se fût trouvé juste ; car, quoi que l’on ait dit de la satiété du plaisir et du dégoût qui suit ordinairement la possession, tout homme qui a l’âme un peu bien située, et qui n’est pas blasé misérablement et sans ressource, sent son amour s’augmenter de son bonheur, et très souvent le meilleur moyen de retenir un amant prêt à s’éloigner, c’est de se livrer à lui avec un entier abandon.

 

Rosette avait le dessein de m’amener à quelque chose de décisif avant mon départ. Sachant combien il est difficile de reprendre plus tard une liaison au point où on l’avait laissée, et, d’ailleurs, n’étant nullement sûre de me pouvoir retrouver jamais dans des circonstances aussi favorables, elle ne négligeait aucune des occasions qui se pouvaient présenter de me mettre dans une position à me prononcer nettement et à quitter ces manières évasives derrière lesquelles je me retranchais. Comme j’avais, de mon côté, l’intention excessivement formelle d’éviter toute espèce de rencontre pareille à celle du pavillon rustique, et que je ne pouvais cependant pas, sans afficher un ridicule, affecter trop de froideur pour Rosette et mettre dans nos rapports une pruderie de petite fille, je ne savais trop quelle contenance faire, et je tâchais qu’il y eût toujours une personne tierce avec nous. – Rosette, au contraire, faisait tout son possible pour se trouver seule avec moi, et elle y réussissait assez souvent, le château étant éloigné de la ville et peu fréquenté de la noblesse des environs. – Cette résistance sourde l’attristait et la surprenait ; – par instants il lui survenait des doutes et des hésitations sur le pouvoir de ses charmes, et, se voyant si peu aimée, elle n’était quelquefois pas loin de croire qu’elle était laide. – Alors elle redoublait de soins et de coquetterie, et quoique son deuil ne lui permît pas d’employer toutes les ressources de la toilette, elle savait cependant l’orner et le varier de manière à être chaque jour deux ou trois fois plus charmante, – ce qui n’est pas peu dire. – Elle essaya de tout : elle fut enjouée, mélancolique, tendre, passionnée, prévenante, coquette, minaudière même ; elle mit, les uns après les autres, tous ces adorables masques qui vont si bien aux femmes, qu’on ne sait plus si ce sont de véritables masques ou leurs figures réelles ; – elle revêtit successivement huit ou dix individualités contrastées entre elles, pour voir laquelle me plairait et s’y fixer. À elle seule, elle me fit un sérail complet où je n’avais qu’à jeter le mouchoir ; mais rien ne lui réussit, bien entendu.

 

Le peu de succès de tous ces stratagèmes la fit tomber dans une stupeur profonde. – En effet, elle aurait fait tourner la cervelle de Nestor et fait fondre la glace du chaste Hippolyte lui-même, – et je ne paraissais rien moins que Nestor et Hippolyte : je suis jeune, et j’avais la mine hautaine et décidée, le propos hardi, et, partout ailleurs qu’en tête à tête, la contenance fort délibérée.

 

Elle dut croire que toutes les sorcières de la Thrace et de la Thessalie m’avaient jeté leurs charmes sur le corps, ou que, tout au moins, j’avais l’aiguillette nouée, et prendre une fort détestable opinion de ma virilité, qui est effectivement assez mince. – Cependant il paraît que cette idée ne lui vint point, et qu’elle n’attribuait qu’à mon défaut d’amour pour elle cette singulière réserve.

 

Les jours s’écoulaient, et ses affaires n’avançaient pas : – elle en était visiblement affectée : une expression de tristesse inquiète avait remplacé le sourire toujours frais épanoui de ses lèvres ; les coins de sa bouche, si joyeusement arqués, s’étaient abaissés sensiblement, et formaient une ligne ferme et sérieuse ; quelques petites veines se dessinaient d’une manière plus marquée à ses paupières attendries ; ses joues, naguère si semblables à la pêche, n’en avaient conservé que l’imperceptible velouté. Souvent, de ma fenêtre, je la voyais traverser le parterre en peignoir du matin ; elle marchait, levant à peine les pieds, comme si elle eût glissé, les deux bras mollement croisés sur la poitrine, la tête inclinée, plus ployée qu’une branche de saule qui trempe dans l’eau, avec quelque chose d’onduleux et d’affaissé, comme une draperie trop longue dont le bout touche à terre. – En ces instants-là, elle avait l’air d’une de ces amoureuses antiques en proie au courroux de Vénus, et sur qui l’impitoyable déesse s’acharne tout entière : – c’est ainsi que je me figure que Psyché devait être quand elle eut perdu Cupidon.

 

Les jours où elle ne s’efforçait pas pour vaincre ma froideur et mes hésitations, son amour avait une allure simple et primitive qui m’eût charmé ; c’était un abandon silencieux et confiant, une chaste facilité de caresses, une abondance et une plénitude de cœur inépuisables, tous les trésors d’une belle nature répandus sans réserve. Elle n’avait point de ces petitesses et de ces mesquineries que l’on voit à presque toutes les femmes, même les mieux douées ; elle ne cherchait pas de déguisement, et me laissait voir tranquillement toute l’étendue de sa passion. Son amour-propre ne se révolta pas un instant de ce que je ne répondais pas à tant d’avances, car l’orgueil sort du cœur le jour où l’amour y entre ; et si jamais quelqu’un a été véritablement aimé, c’est moi par Rosette. – Elle souffrait, mais sans plainte et sans aigreur, et elle n’attribuait qu’à elle le peu de succès de ses tentatives. – Cependant sa pâleur augmentait chaque jour, et les lis avaient livré aux roses, sur le champ de bataille de ses joues, un grand combat où ces dernières avaient été définitivement mises en déroute ; cela me désolait, mais, en bonne conscience, j’y pouvais moins que personne. – Plus je lui parlais avec douceur et affection, plus j’avais avec elle des manières caressantes, plus j’enfonçais dans son cœur la flèche barbelée de l’amour impossible. – Pour la consoler aujourd’hui, je lui préparais un désespoir futur bien plus grand ; mes remèdes empoisonnaient sa plaie tout en paraissant l’assoupir. – Je me repentais en quelque sorte de toutes les choses agréables que j’avais pu lui dire, et j’aurais voulu, à cause de l’extrême amitié que j’avais pour elle, trouver les moyens de m’en faire haïr. On ne peut porter le désintéressement plus loin, car j’en eusse été à coup sûr très fâchée ; – mais cela eût mieux valu.

 

J’ai essayé à deux ou trois reprises de lui dire quelques duretés, je me suis bien vite remise au madrigal, car je crains moins encore son sourire que ses larmes. – En ces occasions-là, quoique la loyauté de l’intention m’absolve pleinement dans ma conscience, je suis plus touchée qu’il ne le faudrait, et j’éprouve quelque chose qui n’est pas loin d’être un remords. – Une larme ne peut guère être séchée que par un baiser, et l’on ne peut laisser décemment cet office à un mouchoir, fût-il de la plus fine batiste du monde ; – je défais ce que j’ai fait, la larme est bien vite oubliée, plus vite que le baiser, et il s’ensuit toujours pour moi quelque redoublement d’embarras.

 

Rosette, qui voit que je vais lui échapper, se rattache obstinément et misérablement aux restes de son espérance, et ma position se complique de plus en plus. – La sensation étrange que j’avais éprouvée dans le petit ermitage, et le désordre inconcevable où m’avait jetée l’ardeur des caresses de ma belle amoureuse se sont renouvelés plusieurs fois pour moi, quoique moins violents ; et souvent, assise auprès de Rosette, sa main dans ma main, l’entendant me parler avec son doux roucoulement, je m’imagine que je suis un homme, comme elle le croit, et que, si je ne réponds pas à son amour, c’est pure cruauté de ma part.

 

Un soir je ne sais par quel hasard, je me trouvai seule dans la chambre verte avec la vieille dame ; – elle avait en main quelque ouvrage de tapisserie, car, malgré ses soixante-huit ans, elle ne restait jamais oisive, voulant, comme elle le disait, achever, avant de mourir, un meuble qu’elle avait commencé et auquel elle travaillait depuis déjà fort longtemps. Se sentant un peu fatiguée, elle posa son ouvrage et se renversa dans son grand fauteuil : elle me regardait très attentivement, et ses yeux gris pétillaient à travers ses lunettes avec une vivacité étrange ; elle passa deux ou trois fois sa main sèche sur son front ridé, et parut profondément réfléchir. – Le souvenir des temps qui n’étaient plus et qu’elle regrettait donnait à sa figure une mélancolique expression d’attendrissement. – Je me taisais, de peur de la troubler dans ses pensées, et le silence dura quelques minutes : elle le rompit enfin.

 

– Ce sont les vrais yeux de Henri, – de mon cher Henri, le même regard humide et brillant, le même port de tête, la même physionomie douce et fière ; – on dirait que c’est lui. – Vous ne pouvez vous imaginer à quel point va cette ressemblance, monsieur Théodore ; – quand je vous vois, je ne puis plus croire que Henri est mort ; je pense qu’il a été seulement faire un long voyage dont le voici enfin revenu. – Vous m’avez fait bien du plaisir et bien de la peine, Théodore : – plaisir, en me rappelant mon pauvre Henri ; peine, en me montrant combien grande est la perte que j’ai faite ; quelquefois je vous ai pris pour son fantôme. – Je ne puis me faire à cette idée que vous nous allez quitter ; il me semble que je perds mon Henri encore une fois.

 

Je lui dis que, s’il m’était réellement possible de rester plus longtemps, je le ferais avec plaisir, mais que mon séjour s’était déjà prolongé bien au-delà des bornes qu’il aurait dû avoir ; que, du reste, je me proposais bien de revenir, et que le château me laissait de trop agréables souvenirs pour l’oublier aussi vite.

 

– Si fâchée que je sois de votre départ, monsieur Théodore, reprit-elle poursuivant son idée, il y a ici quelqu’un qui le sera plus que moi. – Vous comprenez bien de qui je veux parler sans que je le dise. Je ne sais pas ce que nous ferons de Rosette quand vous serez parti ; mais ce vieux château est bien triste. Alcibiade est toujours à la chasse, et, pour une jeune femme comme elle, la société d’une pauvre impotente comme moi n’est pas très récréative.

 

– Si quelqu’un doit avoir des regrets, ce n’est ni vous, madame, ni Rosette, mais bien moi ; vous perdez peu, moi beaucoup ; vous retrouverez aisément une société plus charmante que la mienne, et il est plus que douteux que je puisse jamais remplacer celle de Rosette et la vôtre.

 

– Je ne veux pas me faire une querelle avec votre modestie, mon cher monsieur, mais je sais ce que je sais, et je dis ce qui est : il est probable que de longtemps nous ne reverrons madame Rosette de bonne humeur, car c’est vous maintenant qui faites la pluie et le beau temps sur ses joues. Son deuil va finir, et il serait vraiment fâcheux qu’elle déposât sa gaieté avec sa dernière robe noire ; cela serait de fort mauvais exemple et tout à fait contraire aux lois ordinaires. C’est une chose que vous pouvez empêcher sans vous donner beaucoup de peine, et que vous empêcherez sans doute, dit la vieille en appuyant beaucoup sur les derniers mots.

 

– Assurément, je ferai tout mon possible pour que votre chère nièce conserve sa belle gaieté, puisque vous me supposez une telle influence sur elle. Cependant je ne vois guère comment je m’y pourrai prendre.

 

– Oh ! vraiment vous ne voyez guère ! À quoi vous servent vos beaux yeux ? – Je ne savais pas que vous eussiez la vue si courte. Rosette est libre ; elle a quatre-vingt mille livres de rente où personne n’a rien à voir, et l’on trouve fort jolies des femmes deux fois plus laides qu’elle. Vous êtes jeune, bien fait, et, à ce que je pense, non marié ; la chose me paraît la plus simple du monde, à moins que vous n’ayez pour Rosette une insurmontable horreur ce qui est difficile à croire…

 

– Ce qui n’est pas et ne peut pas être ; car son âme vaut son corps, et elle est de celles qui pourraient être laides sans qu’on s’en aperçût ou qu’on les désirât autrement…

 

– Elle pourrait être laide impunément, et elle est charmante. – C’est avoir doublement raison ; je ne doute pas de ce que vous dites, mais elle a pris le plus sage parti. – Pour ce qui est d’elle, je répondrais volontiers qu’il y a mille personnes qu’elle hait plus que vous, et que, si on le lui demandait plusieurs fois, elle finirait peut-être par avouer que vous ne lui déplaisez pas précisément. Vous avez au doigt une bague qui lui irait parfaitement, car vous avez la main aussi petite qu’elle, et je suis presque sûre qu’elle l’accepterait avec plaisir.

 

La bonne dame s’arrêta quelques instants pour voir l’effet que ses paroles produiraient sur moi, et je ne sais si elle dut être satisfaite de l’expression de ma figure. – J’étais cruellement embarrassée et je ne savais que répondre. Dès le commencement de cet entretien, j’avais vu où tendaient toutes ses insinuations ; et, quoique je m’attendisse presque à ce qu’elle venait de dire, j’en restais toute surprise et interdite ; je ne pouvais que refuser ; mais quels motifs valables donner d’un pareil refus ? Je n’en avais aucun, si ce n’est que j’étais femme : c’était, il est vrai, un excellent motif, mais précisément le seul que je ne voulusse pas alléguer.

 

Je ne pouvais guère me rejeter sur des parents féroces et ridicules ; tous les parents du monde eussent accepté une pareille union avec ivresse. Rosette n’eût-elle pas été ce qu’elle était, bonne et belle, et de naissance, les quatre-vingt mille livres de rente eussent levé toute difficulté. – Dire que je ne l’aimais pas, ce n’eût été ni vrai ni honnête, car je l’aimais réellement beaucoup, et plus qu’une femme n’aime une femme. – J’étais trop jeune pour prétendre être engagée ailleurs : ce que je trouvais de mieux à faire, c’était de donner à entendre qu’étant cadet de famille les intérêts de la maison exigeaient que j’entrasse dans l’ordre de Malte, et ne me permettaient pas de songer au mariage : ce qui me faisait le plus grand chagrin du monde depuis que j’avais vu Rosette.

 

Cette réponse ne valait pas le diable, et je le sentais parfaitement. La vieille dame n’en fut pas dupe et ne la regarda point comme définitive ; elle pensa que j’avais parlé ainsi pour me donner le temps de réfléchir et de consulter mes parents. – En effet, une pareille union était tellement avantageuse et inespérée pour moi qu’il n’était pas possible que je la refusasse, même quand je n’eusse que peu ou point aimé Rosette ; – c’était une bonne fortune à ne point négliger.

 

Je ne sais pas si la tante me fit cette ouverture à l’instigation de la nièce, cependant je penche à croire que Rosette n’y était pour rien : elle m’aimait trop simplement et trop ardemment pour penser à autre chose que ma possession immédiate, et le mariage eût été assurément le dernier des moyens qu’elle eût employés. – La douairière, qui n’avait pas été sans remarquer notre intimité, qu’elle croyait sans doute beaucoup plus grande qu’elle ne l’était, avait arrangé tout ce plan dans sa tête pour me faire rester auprès d’elle, et remplacer, autant que possible, son cher fils Henri, tué à l’armée, avec lequel elle me trouvait une si frappante ressemblance. Elle s’était complu dans cette idée et avait profité de ce moment de solitude pour s’expliquer avec moi. Je vis à son air qu’elle ne se regardait pas comme battue, et qu’elle se proposait de revenir bientôt à la charge, ce qui me contraria au dernier point.

 

Rosette, de son côté, fit, la nuit du même jour, une dernière tentative qui eut des résultats si graves qu’il faut que je t’en fasse un récit à part, et que je ne puis te la raconter dans cette lettre déjà démesurément enflée. – Tu verras à quelles singulières aventures j’étais prédestinée, et comme le ciel m’avait taillée d’avance pour être une héroïne de roman ; je ne sais pas trop, par exemple, quelle moralité on pourra tirer de tout cela, – mais les existences ne sont pas comme les fables, chaque chapitre n’a pas à la queue une sentence rimée. – Bien souvent le sens de la vie est que ce n’est pas la mort. Voilà tout. Adieu, ma chère, je t’embrasse sur tes beaux yeux. Tu recevras incessamment la suite de ma triomphante biographie.

Chapitre 13

 

Théodore, – Rosalinde, – car je ne sais de quel nom vous appeler, – je viens de vous voir tout à l’heure, et je vous écris. – Que je voudrais savoir votre nom de femme ! il doit être doux comme le miel et voltiger sur les lèvres plus suave et plus harmonieux que de la poésie ! Jamais je n’eusse osé vous dire cela, et cependant je serais mort de ne pas le dire. – Ce que j’ai souffert, nul ne le sait, nul ne peut le savoir, moi-même je ne pourrais en donner qu’une faible idée ; les mots ne rendent pas de telles angoisses ; je paraîtrais avoir contourné ma phrase à plaisir, m’être battu les flancs pour dire des choses neuves et singulières, et donner dans les plus extravagantes exagérations, quand je ne peindrais que ce que j’ai éprouvé avec des images à peine suffisantes.

 

Ô Rosalinde ! je vous aime, je vous adore ; que n’est-il un mot plus fort que celui-là ! Je n’ai jamais aimé, je n’ai jamais adoré personne que vous ; – je me prosterne, je m’anéantis devant vous, et je voudrais forcer toute la création à plier le genou devant mon idole ; vous êtes pour moi plus que toute la nature, plus que moi, plus que Dieu ; – il me semble étrange que Dieu ne descende pas du ciel pour se faire votre esclave. Où vous n’êtes pas tout est désert, tout est mort, tout est noir ; vous seule peuplez le monde pour moi ; vous êtes la vie, le soleil ; – vous êtes tout. – Votre sourire fait le jour, votre tristesse fait la nuit ; les sphères suivent les mouvements de votre corps, et les célestes harmonies se règlent sur vous, ô ma reine chérie ! ô mon beau rêve réel ! Vous êtes vêtue de splendeur, et vous nagez sans cesse dans des effluves rayonnants.

 

Il n’y a guère que trois mois que je vous connais, mais je vous aime depuis bien longtemps. – Avant de vous avoir vue, je languissais déjà d’amour pour vous ; je vous appelais, je vous cherchais, et je me désespérais de ne point vous rencontrer dans mon chemin, car je savais que je ne pourrais jamais aimer une autre femme. – Que de fois vous m’êtes apparue, – à la fenêtre du château mystérieux, accoudée mélancoliquement au balcon, et jetant au vent des pétales de quelque fleur, ou bien, pétulante amazone, sur votre cheval turc, plus blanc que neige, traversant au galop les sombres allées de la forêt ! – C’étaient bien vos yeux fiers et doux, vos mains diaphanes, vos beaux cheveux ondoyants et votre demi-sourire, si adorablement dédaigneux. – Seulement vous étiez moins belle, car l’imagination la plus ardente et la plus effrénée, l’imagination d’un peintre et d’un poète, ne peut atteindre à cette poésie sublime de la réalité. Il y a en vous une source inépuisable de grâces, une fontaine toujours jaillissante de séductions irrésistibles : vous êtes un écrin toujours ouvert des perles les plus précieuses, et, dans vos moindres mouvements, dans vos gestes les plus oublieux, dans vos poses les plus abandonnées, vous jetez à chaque instant, avec une profusion royale, d’inestimables trésors de beauté. Si les molles ondulations de contour, si les lignes fugitives d’une attitude pouvaient se fixer et se conserver dans un miroir, les glaces devant lesquelles vous auriez passé feraient mépriser et regarder comme des enseignes de cabarets les plus divines toiles de Raphaël.

 

Chaque geste, chaque air de tête, chaque aspect différent de votre beauté se gravent sur le miroir de mon âme avec une pointe de diamant, et rien au monde n’en pourrait effacer la profonde empreinte ; je sais à quelle place était l’ombre, à quelle place était la lumière, le méplat que lustrait le rayon du jour, et l’endroit où le reflet errant se fondait avec les teintes plus assouplies du cou et de la joue. – Je vous dessinerais absente ; votre idée pose toujours devant moi.

 

Tout enfant, je restais des heures entières debout devant les vieux tableaux des maîtres, et j’en fouillais avidement les noires profondeurs. – Je regardais ces belles figures de saintes et de déesses dont les chairs d’une blancheur d’ivoire ou de cire se détachent si merveilleusement des fonds obscurs, carbonisés par la décomposition des couleurs ; j’admirais la simplicité et la magnificence de leur tournure, la grâce étrange de leurs mains et de leurs pieds, la fierté et le beau caractère de leurs traits, à la fois si fins et si fermes, le grandiose des draperies qui voltigeaient autour de leurs formes divines, et dont les plis purpurins semblaient s’allonger comme des lèvres pour embrasser ces beaux corps. – À force de plonger opiniâtrement mes yeux sous le voile de fumée, épaissi par les siècles, ma vue se troublait, les contours des objets perdaient leur précision, et une espèce de vie immobile et morte animait tous ces pâles fantômes des beautés évanouies ; je finissais par trouver que ces figures avaient une vague ressemblance avec la belle inconnue que j’adorais au fond de mon cœur ; je soupirais en pensant que celle que je devais aimer était peut-être une de celles-là, et qu’elle était morte depuis trois cents ans. Cette idée m’affectait souvent au point de me faire verser des larmes, et j’entrais contre moi en de grandes colères de n’être pas né au seizième siècle, où toutes ces belles avaient vécu. – Je trouvais que c’étaient de ma part une maladresse et une gaucherie impardonnables.

 

Lorsque j’avançai en âge, le doux fantôme m’obséda encore plus étroitement. Je le voyais toujours entre moi et les femmes que j’avais pour maîtresses, souriant d’un air ironique et raillant leur beauté humaine de toute la perfection de sa beauté divine. Il me faisait trouver laides des femmes réellement charmantes et faites pour rendre heureux quiconque n’aurait pas été épris de cette ombre adorable dont je ne croyais pas que le corps existât et qui n’était que le pressentiment de votre propre beauté. Ô Rosalinde ! que j’ai été malheureux à cause de vous, avant de vous connaître ! ô Théodore ! que j’ai été malheureux à cause de vous, après vous avoir connu ! -Si vous voulez, vous pouvez m’ouvrir le paradis de mes rêves. Vous êtes debout sur le seuil, comme un ange gardien enveloppé dans ses ailes, et vous en tenez la clef d’or entre vos belles mains. – Dites, Rosalinde, dites, le voulez-vous ?

 

Je n’attends qu’un mot de vous pour vivre ou pour mourir : – le prononcerez-vous ? Êtes-vous Apollon chassé du ciel, ou la blanche Aphrodite sortant du sein de la mer ? où avez-vous laissé votre char de pierreries attelé de quatre chevaux de flamme ? Qu’avez-vous fait de votre conque de nacre et de vos dauphins à la queue azurée ? – quelle nymphe amoureuse a fondu son corps dans le vôtre au milieu d’un baiser, ô beau jeune homme, plus charmant que Cyparisse et qu’Adonis, plus adorable que toutes les femmes !

 

Mais vous êtes une femme, nous ne sommes plus au temps des métamorphoses ; – Adonis et Hermaphrodite sont morts, – et ce n’est plus par un homme qu’un pareil degré de beauté pourrait être atteint ; car, depuis que les héros et les dieux ne sont plus, vous seules conservez dans vos corps de marbre, comme dans un temple grec, le précieux don de la forme anathématisée par Christ, et faites voir que la terre n’a rien à envier au ciel ; vous représentez dignement la première divinité du monde, la plus pure symbolisation de l’essence éternelle, – la beauté.

 

Dès que je vous ai vue, quelque chose s’est déchiré en moi, un voile est tombé, une porte s’est ouverte, je me suis senti intérieurement inondé par des vagues de lumière ; j’ai compris que ma vie était devant moi, et que j’étais enfin arrivé au carrefour décisif. – Les parties obscures et perdues de la figure à moitié rayonnante que je cherchais à démêler dans l’ombre se sont illuminées subitement ; les teintes rembrunies qui noyaient le fond du tableau se sont doucement éclairées ; une tendre lueur rosée a glissé sur l’outremer un peu verdi des lointains ; les arbres qui ne formaient que des silhouettes confuses ont commencé à se découper d’une manière plus nette ; les fleurs chargées de rosée ont piqué de points brillants la sourde verdure du gazon. J’ai vu le bouvreuil avec sa poitrine écarlate au bout d’une branche de sureau, le petit lapin blanc aux yeux roses et aux oreilles droites, qui sort sa tête entre deux brins de serpolet et passe sa patte sur son museau, et le cerf craintif qui vient boire à la source et mirer sa ramure dans l’eau. – Du matin où le soleil de l’amour s’est levé sur ma vie, tout a changé ; là où vacillaient dans l’ombre des formes à peine indiquées que leur incertitude rendait terribles ou monstrueuses se dessinent avec élégance des groupes d’arbres en fleurs, des collines s’arrondissent en gracieux amphithéâtres, des palais d’argent avec leurs terrasses chargées de vases et de statues baignent leurs pieds dans les lacs d’azur et semblent nager entre deux ciels ; ce que je prenais dans l’obscurité pour un dragon gigantesque aux ailes armées d’ongles et rampant sur la nuit avec ses pattes écaillées n’est qu’une felouque à la voile de soie, aux avirons peints et dorés, pleine de femmes et de musiciens, et cet effroyable crabe que je croyais voir agiter au-dessus de ma tête ses crochets et ses pinces n’est qu’un palmier à éventail dont la brise nocturne remuait les feuilles étroites et longues. – Mes chimères et mes erreurs se sont évanouies : – j’aime.

 

Désespérant de vous trouver jamais, j’accusais mon rêve de mensonge et je faisais des querelles furieuses au sort : – je me disais que j’étais bien fou de chercher un pareil type, ou que la nature était bien inféconde et le Créateur bien inhabile de ne pouvoir réaliser la simple pensée de mon cœur. – Prométhée avait eu ce noble orgueil de vouloir faire un homme et de rivaliser avec Dieu ; moi, j’avais créé une femme, et je croyais qu’en punition de mon audace un désir toujours inassouvi me rongerait le foie comme un autre vautour ; je m’attendais à être enchaîné avec des fers de diamant sur une roche chenue au bord du sauvage Océan, – mais les belles nymphes marines aux longs cheveux verts, élevant au-dessus des flots leur gorge blanche et pointue, et montrant au soleil leur corps de nacre de perle tout ruisselant des pleurs de la mer, ne seraient point venues s’accouder sur le rivage pour me faire la conversation et me consoler dans ma peine comme dans la pièce du vieil Eschyle. Il n’en a point été ainsi.

 

Vous êtes venue, et j’ai dû reprocher son impuissance à mon imagination. – Mon tourment n’a pas été celui que je craignais, d’être perpétuellement en proie à une idée sur une roche stérile : mais je n’en ai pas moins souffert. J’avais vu qu’en effet vous existiez, que mes pressentiments ne m’avaient point menti sur ce point ; mais vous vous êtes présentée à moi avec la beauté ambiguë et terrible du sphinx. Comme Isis, la mystérieuse déesse, vous étiez enveloppée d’un voile que je n’osais soulever de peur de tomber mort.

 

Si vous saviez, sous mes apparences distraites, avec quelle attention haletante et inquiète je vous observais et vous suivais jusque dans vos moindres mouvements ! Rien ne m’échappait ; comme je regardais ardemment le peu qui paraissait de votre chair au cou ou aux poignets pour tâcher de constater votre sexe ! Vos mains ont été pour moi le sujet d’études profondes, et je puis dire que j’en connais les moindres sinuosités, les plus imperceptibles veines, la plus légère fossette ; vous seriez cachée des pieds à la tête sous le plus impénétrable domino que je vous reconnaîtrais à voir seulement un de vos doigts. J’analysais les ondulations de votre marche, la manière dont vous posiez les pieds, dont vous releviez vos cheveux ; je cherchais à surprendre votre secret dans l’habitude de votre corps. – Je vous épiais surtout à ces heures de mollesse où les os semblent retirés du corps et où les membres s’affaissent et ploient comme s’ils étaient dénoués, pour voir si la ligne féminine se prononcerait plus hardiment dans cet oubli et cette nonchalance. Jamais personne n’a été couvé du regard aussi ardemment que vous.

 

Je m’oubliais dans cette contemplation pendant des heures entières. Retiré dans quelque coin du salon, ayant en main un livre que je ne lisais point, ou tapi derrière le rideau de ma chambre, lorsque vous étiez dans la vôtre et que les jalousies de votre fenêtre étaient levées, alors, bien pénétré de la beauté merveilleuse qui se répand autour de vous et vous fait comme une atmosphère lumineuse, je me disais : Assurément c’est une femme ; – puis tout à coup un mouvement brusque et hardi, un accent viril ou quelque façon cavalière détruisait dans une minute mon frêle édifice de probabilités, et me rejetait dans mes irrésolutions premières.

 

Je voguais à pleines voiles sur l’océan sans bornes de la rêverie amoureuse, et vous veniez me chercher pour faire des armes ou jouer à la paume avec vous ; la jeune fille, transformée en jeune cavalier, me donnait de terribles coups de bâton et me faisait sauter le fleuret des mains aussi prestement et aussi lestement que le spadassin le mieux rompu à l’escrime ; à chaque instant de la journée, c’était quelque désappointement pareil.

 

J’allais m’approcher de vous pour vous dire : – Ma chère belle, c’est vous que j’adore, et je vous voyais vous pencher tendrement à l’oreille d’une dame et lui souffler à travers ses cheveux des bouffées de madrigaux et de compliments. – Jugez de ma situation. – Ou bien quelque femme, que, dans ma jalousie étrange, j’eusse écorchée vive avec la plus grande volupté du monde, se penchait à votre bras, vous tirait à part pour vous confier je ne sais quels puérils secrets, et vous tenait des heures entières dans une embrasure de la croisée.

 

J’enrageais de voir les femmes vous parler, car cela me faisait croire que vous étiez un homme, et, l’eussiez-vous été, je ne l’aurais souffert qu’avec une peine extrême. – Quand les hommes approchaient librement et familièrement, j’étais encore plus jaloux, parce que je songeais cela, que vous étiez une femme et qu’ils en avaient peut-être le soupçon comme moi ; j’étais en proie aux passions les plus contraires, et je ne savais à quoi me fixer.

 

Je me colérais contre moi-même, je m’adressais les plus durs reproches d’être ainsi tourmenté par un semblable amour, et de n’avoir pas la force d’arracher de mon cœur cette plante vénéneuse qui y était poussée en une nuit comme un champignon empoisonné ; je vous maudissais, je vous appelais mon mauvais génie ; j’ai cru même un instant que vous étiez Belzébuth en personne, car je ne pouvais m’expliquer la sensation que j’éprouvais devant vous.

 

Quand j’étais bien persuadé que vous n’étiez en effet rien autre chose qu’une femme déguisée, l’invraisemblance des motifs dont je cherchais à justifier un pareil caprice me replongeait dans mon incertitude, et je me remettais de nouveau à déplorer que la forme que j’avais rêvée pour l’amour de mon âme se trouvât appartenir à quelqu’un du même sexe que moi ; – j’accusais le hasard qui avait habillé un homme d’apparences si charmantes, et, pour mon malheur éternel, me l’avait fait rencontrer au moment où je n’espérais plus voir se réaliser l’idée absolue de pure beauté que je caressais depuis si longtemps dans mon cœur.

 

Maintenant, Rosalinde, j’ai la certitude profonde que vous êtes la plus belle des femmes ; je vous ai vue dans le costume de votre sexe, j’ai vu vos épaules et vos bras si purs et si correctement arrondis. Le commencement de votre poitrine que votre gorgerette laissait entrevoir ne peut appartenir qu’à une jeune fille : ni Méléagre le beau chasseur, ni Bacchus l’efféminé, avec leurs formes douteuses, n’ont jamais eu une pareille suavité de lignes ni une si grande finesse de peau, quoiqu’ils soient tous les deux de marbre de Paros et polis par les baisers amoureux de vingt siècles. – Je ne suis plus tourmenté de ce côté-là. – Mais ce n’est pas tout : vous êtes femme, et mon amour n’est plus répréhensible, je puis m’y livrer sans remords et m’abandonner au flot qui m’emporte vers vous ; si grande, si effrénée que soit la passion que j’éprouve, elle est permise et je la puis avouer ; mais vous, Rosalinde, pour qui je brûlais en silence et qui ignoriez l’immensité de mon amour, vous que cette révélation tardive ne fera peut-être que surprendre, ne me haïssez-vous pas, m’aimez-vous, pourrez-vous m’aimer ? Je ne sais, – et je tremble, et je suis plus malheureux encore qu’auparavant.

 

– Par instants, il me semble que vous ne me haïssez pas ; – quand nous avons joué Comme il vous plaira, vous avez donné à certaines parties de votre rôle un accent particulier qui en augmentait le sens, et m’engageait, en quelque sorte à me déclarer. – J’ai cru voir dans vos yeux et dans votre sourire de gracieuses promesses d’indulgence et sentir votre main répondre à la pression de la mienne. – Si je m’étais trompé, ô Dieu ! c’est une chose à quoi je n’ose pas réfléchir. – Encouragé par tout cela et poussé par mon amour, je vous ai écrit, car l’habit que vous portez se prête mal à de tels aveux, et mille fois la parole s’est arrêtée sur mes lèvres ; bien que j’eusse l’idée et la ferme conviction que je parlais à une femme, ce costume viril effarouchait toutes mes tendres pensées amoureuses, et les empêchait de prendre leur vol vers vous.

 

Je vous en supplie, Rosalinde, si vous ne m’aimez pas encore, tâchez de m’aimer, moi qui vous ai aimée malgré tout, sous le voile dont vous vous enveloppez, par pitié pour nous sans doute ; ne vouez pas le reste de ma vie au plus affreux désespoir et au plus morne découragement ; songez que je vous adore depuis que le premier rayon de la pensée a lui dans ma tête, que vous m’étiez révélée d’avance, et que, lorsque j’étais tout petit, vous m’apparaissiez en songe avec une couronne de gouttes de rosée, deux ailes prismatiques et la petite fleur bleue à la main ; que vous êtes le but, le moyen et le sens de ma vie ; que, sans vous, je ne suis rien qu’une vaine apparence, et que, si vous soufflez sur cette flamme que vous avez allumée, il ne restera au fond de moi qu’une pincée de poussière plus fine et plus impalpable que celle qui saupoudre les propres ailes de la mort. – Rosalinde, vous qui avez tant de recettes pour guérir le mal d’amour, guérissez-moi, car je suis bien malade ; jouez votre rôle jusqu’au bout, jetez les habits du beau Ganymède, et tendez votre blanche main au plus jeune fils du brave chevalier Rowland des Bois.

Chapitre 14

 

J’étais à ma fenêtre occupée à regarder les étoiles qui s’épanouissaient joyeusement aux parterres du ciel, et à respirer le parfum des belles-de-nuit que m’apportait une brise mourante. – Le vent de la croisée ouverte avait éteint ma lampe, la dernière qui restât allumée dans le château. Ma pensée dégénérait en vague rêverie, et une espèce de somnolence commençait à me prendre ; cependant je restais toujours accouder sur la balustrade de pierre, soit que je fusse fascinée par le charme de la nuit, soit par nonchalance et par oubli. – Rosette, ne voyant plus briller ma lampe et ne pouvant me distinguer à cause d’un grand angle d’ombre qui tombait précisément sur la fenêtre, avait cru sans doute que j’étais couchée, et c’était ce qu’elle attendait pour risquer une dernière et désespérée tentative. – Elle poussa si doucement la porte que je ne l’entendis pas entrer, et qu’elle était à deux pas de moi avant que je m’en fusse aperçue. Elle fut très étonnée de me voir encore levée ; mais, se remettant bientôt de sa surprise, elle vint à moi et me prit le bras en m’appelant deux fois par mon nom : – Théodore, Théodore !

 

– Quoi ! vous, Rosette, ici, à cette heure, toute seule, sans lumière, dans un déshabillé aussi complet !

 

Il faut te dire que la belle n’avait sur elle qu’une mante de nuit en batiste excessivement fine, et la triomphante chemise bordée de dentelles que je n’avais pas voulu voir le jour de la fameuse scène dans le petit kiosque du parc. Ses bras, polis et froids comme le marbre, étaient entièrement nus, et la toile qui couvrait son corps était si souple et si diaphane qu’elle laissait voir les boutons des seins, comme à ces statues des baigneuses couvertes d’une draperie mouillée.

 

– Est-ce un reproche, Théodore, que vous me faites là ? ou n’est-ce qu’une simple phrase purement exclamative ? Oui, moi, Rosette, la belle dame ici, dans votre chambre à vous, non dans la mienne où je devrais être, à onze heures du soir et peut-être minuit, sans duègne, ni chaperon, ni soubrette, presque nue, en simple peignoir de nuit ; – cela est bien étonnant, n’est-ce pas ? – J’en suis aussi surprise que vous, et je ne sais trop quelle explication vous en donner.

 

En disant cela, elle me passa un de ses bras autour du corps, et se laissa tomber sur le pied de mon lit de façon à m’entraîner avec elle.

 

– Rosette, lui dis-je en m’efforçant de me dégager, je m’en vais tâcher de rallumer la lumière ; rien n’est triste comme l’obscurité dans une chambre ; et puis, c’est vraiment un meurtre de ne pas y voir clair quand vous êtes là et de se priver du spectacle de vos beautés. – Permettez qu’au moyen d’un morceau d’amadou et d’une allumette, je me fasse un petit soleil portatif qui mette en relief tout ce que la nuit jalouse efface sous ses ombres.

 

– Ce n’est pas la peine ; j’aime autant que vous ne voyiez pas ma rougeur ; je me sens les joues toutes brûlantes, car c’est à mourir de honte. Elle se jeta la figure contre ma poitrine ; elle resta quelques minutes ainsi, comme suffoquée par son émotion.

 

Moi, pendant ce temps-là, je passais machinalement mes doigts dans les longues boucles de ses cheveux déroulés ; je cherchais dans ma cervelle quelque honnête échappatoire pour me tirer d’embarras, et je n’en trouvais point, car j’étais acculée dans mes derniers retranchements, et Rosette paraissait parfaitement décidée à ne pas sortir de la chambre comme elle y était entrée. – Son habillement avait une désinvolture formidable, et qui ne promettait rien de bon. Je n’avais moi-même qu’une robe de chambre ouverte et qui eût fort mal défendu mon incognito, en sorte que j’étais on ne peut plus inquiète de l’issue de la bataille.

 

– Théodore, écoutez-moi, dit Rosette en se relevant et en rejetant ses cheveux des deux côtés de sa figure, autant que je pus le discerner à la faible lueur que les étoiles et un croissant de lune très mince, qui commençait à se lever, jetaient dans la chambre dont la croisée était restée ouverte ; – la démarche que je fais est étrange ; – tout le monde me blâmerait de l’avoir faite. – Mais vous allez partir bientôt, et je vous aime ! Je ne puis vous laisser ainsi sans m’être expliquée avec vous. – Peut-être ne reviendrez-vous jamais ; peut-être est-ce la première et la dernière fois que je dois vous voir. – Qui sait où vous irez ? Mais où que vous alliez, vous emporterez mon âme et ma vie avec vous. – Si vous étiez resté, je n’en serais pas venue à cette extrémité. Le bonheur de vous contempler, de vous entendre, de vivre à côté de vous m’eût suffi : je n’eusse rien demandé de plus. J’aurais renfermé mon amour dans mon cœur ; vous auriez cru n’avoir en moi qu’une bonne et sincère amie ; – mais cela ne peut pas être. Vous dites qu’il faut absolument que vous partiez. – Cela vous ennuie, Théodore, de me voir ainsi attachée à vos pas comme une ombre amoureuse qui ne peut que vous suivre et qui voudrait se fondre à votre corps ; il doit vous déplaire de retrouver toujours derrière vous des yeux suppliants et des mains tendues pour saisir le bord de votre manteau.

 

Je le sais, mais je ne puis m’empêcher de le faire.

 

Au reste, vous ne pouvez pas vous en plaindre ; c’est votre faute. – J’étais calme, tranquille, presque heureuse avant de vous connaître. – Vous arrivez beau, jeune, souriant, pareil à Phoebus le dieu charmant. – Vous avez pour moi les soins les plus empressés, les plus délicates attentions ; jamais cavalier ne fut plus spirituel et plus galant. Vos lèvres chaque minute laissaient tomber des roses et des rubis ; – tout devenait pour vous une occasion de madrigal, et vous savez détourner les phrases les plus insignifiantes pour en faire d’adorables compliments. – Une femme qui vous aurait d’abord mortellement haï aurait fini par vous aimer, et moi, je vous aimais dès l’instant où je vous avais vu. – Pourquoi paraissiez-vous donc surpris, ayant été si aimable, d’être tant aimé ? N’est-ce pas une conséquence toute naturelle ? Je ne suis ni une folle, ni une évaporée, ni une petite fille romanesque qui s’éprend de la première épée qu’elle voit. J’ai du monde, et je sais ce que c’est que la vie. Ce que je fais, toute femme, même la plus vertueuse ou la plus prude, en eût fait autant. – Quelle idée et quelle intention aviez-vous ? celle de me plaire, j’imagine, car je n’en puis supposer d’autre. Comment se fait-il donc que vous avez ; en quelque sorte, l’air fâché d’y avoir si bien réussi ? Ai-je fait, sans le vouloir, quelque chose qui vous ait déplu ? – Je vous en demande pardon. Est-ce que vous ne me trouvez plus belle, ou avez-vous découvert en moi quelque défaut qui vous rebute ? – Vous avez le droit d’être difficile en beauté, mais ou vous avez menti étrangement, ou je suis belle aussi, moi ! – Je suis jeune comme vous, et je vous aime ; pourquoi maintenant me dédaignez-vous ? Vous vous empressiez tant autour de moi, vous souteniez mon bras avec une sollicitude si constante, vous pressiez si tendrement la main que je vous abandonnais, vous leviez vers moi des paupières si langoureuses : si vous ne m’aimiez pas, à quoi bon tout ce manège ? Auriez-vous eu par hasard cette cruauté d’allumer l’amour dans un cœur pour vous en faire ensuite un sujet de risée ? Ah ! ce serait une horrible raillerie, une impiété et un sacrilège ! ce ne pourrait être que l’amusement d’une âme affreuse, et je ne puis croire cela de vous, tout inexplicable que soit votre conduite envers moi. Quelle est donc la cause de ce revirement subit ? Quant à moi, je n’y en vois point. – Quel mystère cache une pareille froideur ? – Je ne puis croire que vous ayez de la répugnance pour moi ; ce que vous avez fait prouve que non, car on ne courtise pas aussi vivement une femme pour qui l’on a du dégoût, fût-on le plus grand fourbe de la terre. Ô Théodore, qu’avez-vous contre moi ? qui vous a changé ainsi ? que vous ai-je fait ? – Si l’amour que vous paraissiez avoir pour moi s’est envolé, le mien, hélas ! est resté, et je ne puis l’arracher de mon cœur. – Ayez pitié de moi, Théodore, car je suis bien malheureuse. – Faites du moins semblant de m’aimer un peu, et dites-moi quelques douces paroles ; cela ne vous coûtera pas beaucoup, à moins que vous n’ayez pour moi une insurmontable horreur…

 

En cet endroit pathétique de son discours, ses sanglots étouffèrent complètement sa voix ; elle croisa ses deux mains sur mon épaule et s’y appuya le front dans une attitude tout à fait désespérée. Tout ce qu’elle disait était on ne peut plus juste, et je n’avais rien de bon à répondre. – Je ne pouvais prendre la chose sur le ton du persiflage. Cela n’eût pas été convenable. – Rosette n’était pas de ces créatures que l’on pût traiter aussi légèrement ; – j’étais d’ailleurs trop touchée pour le pouvoir faire. – Je me sentais coupable de m’être jouée ainsi du cœur d’une femme charmante, et j’en éprouvais le plus vif et le plus sincère remords du monde.

 

Voyant que je ne répondais rien, la chère enfant poussa un long soupir et fit un mouvement comme pour se lever, mais elle retomba affaissée sous son émotion ; – puis elle m’entoura de ses bras dont la fraîcheur pénétrait mon pourpoint, posa sa figure sur la mienne et se mit à pleurer silencieusement.

 

Cela me fit un effet singulier de sentir ainsi ruisseler sur ma joue cet intarissable courant de larmes qui ne partait pas de mes yeux. – Je ne tardai pas à y mêler les miennes, et ce fut une véritable pluie amère à causer un nouveau déluge, si elle eût duré seulement quarante jours.

 

La lune en cet instant-là vint donner précisément sur la fenêtre ; un pâle rayon plongea dans la chambre et éclaira d’une lueur bleuâtre notre groupe taciturne.

 

Avec son peignoir blanc, ses bras nus, sa poitrine et sa gorge découvertes, presque de la même couleur que son linge, ses cheveux épars et son air douloureux, Rosette avait l’air d’une figure d’albâtre de la Mélancolie assise sur un tombeau. Quant à moi, je ne sais trop quelle figure je pouvais avoir, attendu que je ne me voyais pas et qu’il n’y avait point de glace qui pût réfléchir mon image, mais je pense que j’aurais très bien pu poser pour une statue de l’Incertitude personnifiée.

 

J’étais émue, et je fis à Rosette quelques caresses plus tendres qu’à l’ordinaire ; de ses cheveux ma main était descendue à son cou velouté, et de là à son épaule ronde et polie que je flattais doucement et dont je suivais la ligne frémissante. L’enfant vibrait sous mon toucher comme un clavier sous les doigts d’un musicien ; sa chair tressaillait et sautait brusquement, et d’amoureux frissons couraient le long de son corps.

 

Moi-même j’éprouvais une espèce de désir vague et confus dont je ne pouvais démêler le but, et je sentais une grande volupté à parcourir ces formes pures et délicates. – Je quittai son épaule, et, profitant de l’hiatus d’un pli, j’enfermai subitement dans ma main sa petite gorge effarée, qui palpitait éperdument comme une tourterelle surprise au nid ; – de l’extrême contour de sa joue, que j’effleurais d’un baiser à peine sensible, j’arrivai à sa bouche mi-ouverte : nous restâmes ainsi quelque temps. – Je ne sais pas, par exemple, si ce fut deux minutes, ou un quart d’heure, ou une heure ; car j’avais totalement perdu la notion du temps, et je ne savais pas si j’étais au ciel ou sur la terre, ici ou ailleurs, morte ou vivante. Le vin capiteux de la volupté m’avait tellement enivrée à la première gorgée que j’avais bue que tout ce que j’avais de raison s’en était allé. – Rosette me nouait de plus en plus avec ses bras et m’enveloppait de son corps ; – elle se penchait sur moi convulsivement et me pressait sur sa poitrine nue et haletante ; à chaque baiser, sa vie semblait accourir tout entière à la place touchée, et abandonner le reste de sa personne. – Des idées singulières me passaient par la tête ; j’aurais, si je n’avais craint de trahir mon incognito, laissé un champ libre aux élans passionnés de Rosette, et peut-être aurais-je fait quelque vaine et folle tentative pour donner un semblant de réalité à cette ombre de plaisir que ma belle amoureuse embrassait avec tant d’ardeur ; je n’avais pas encore eu d’amant ; et ces vives attaques, ces caresses réitérées, le contact de ce beau corps, ces doux noms perdus dans des baisers me troublaient au dernier point, – quoiqu’ils fussent d’une femme ; – et puis cette visite nocturne, cette passion romanesque, ce clair de lune, tout cela avait pour moi une fraîcheur et un charme de nouveauté qui me faisaient oublier qu’au bout du compte je n’étais pas un homme.

 

Pourtant, faisant un grand effort sur moi-même, je dis à Rosette qu’elle se compromettait horriblement en venant dans ma chambre à une pareille heure et y restant aussi longtemps, que ses femmes pourraient s’apercevoir de son absence et voir qu’elle n’avait pas passé la nuit dans son appartement.

 

Je dis cela si mollement que Rosette, pour toute réponse, laissa tomber sa mante de batiste et ses pantoufles, et se glissa dans mon lit comme une couleuvre dans une jatte de lait ; car elle imaginait que mes habits m’empêchaient seuls d’en venir à des démonstrations plus précises, et que c’était l’unique obstacle qui me retenait. Elle croyait, la pauvre enfant que l’heure du berger, si laborieusement amenée allait enfin sonner pour elle ; mais il ne sonna que deux heures du matin. – Ma situation était on ne peut plus critique, lorsque la porte tourna sur ses gonds et donna passage au même chevalier Alcibiade en personne ; il tenait un bougeoir d’une main et son épée de l’autre.

 

Il alla droit au lit, dont il rejeta la couverture, et, mettant la lumière sous le nez de Rosette confondue, il lui dit d’un ton goguenard : – Bonjour, ma sœur. – La petite Rosette n’eut pas la force de trouver une parole pour répondre.

 

– Il paraît donc, ma très chère et très vertueuse sœur, qu’ayant jugé dans votre sagesse que le lit du seigneur Théodore était plus douillet que le vôtre vous êtes venue vous y coucher ? ou peut-être revient-il des esprits dans votre chambre, et avez-vous pensé que vous seriez plus en sûreté dans celle-ci, sous la garde du susdit seigneur ? – C’est fort bien vu. – Ah ! monsieur le chevalier de Sérannes, vous avez fait les doux yeux à madame notre sœur, et vous croyez qu’il n’en sera que cela. – J’estime qu’il ne serait pas malsain de nous couper un peu la gorge, et, si vous aviez cette complaisance, je vous serais infiniment obligé. – Théodore, vous avez abusé de l’amitié que j’avais pour vous, et vous me faites repentir de la bonne opinion que j’avais tout d’abord formée sur la loyauté de votre caractère : c’est mal, très mal.

 

Je ne pouvais me défendre d’une manière valable : les apparences étaient contre moi. Qui m’aurait crue, si j’avais dit, comme cela était en effet, que Rosette n’était venue dans ma chambre que malgré moi, et que, loin de chercher à lui plaire, je faisais tout mon possible pour la détourner de moi ? – Je n’avais qu’une chose à dire, je la dis. – Seigneur Alcibiade, nous nous couperons tout ce que vous voudrez.

 

Pendant ce colloque, Rosette n’avait pas manqué de s’évanouir selon les plus saines règles du pathétique ; – j’allai à une coupe de cristal pleine d’eau où plongeait la queue d’une grosse rose blanche à moitié effeuillée, et je lui jetai quelques gouttes à la figure, ce qui la fit revenir à elle promptement.

 

Ne sachant trop quelle contenance tenir, elle se blottit dans la ruelle et fourra sa jolie tête sous la couverture, comme un oiseau qui s’arrange pour dormir. – Elle avait tellement ramassé les draps et les coussins autour d’elle qu’il eût été fort difficile de discerner ce qu’il y avait sous ce monceau ; – quelques petits soupirs flûtés, qui en sortaient de temps à autre, pouvaient seuls faire deviner que c’était une jeune pécheresse repentante, ou du moins excessivement fâchée de n’être pécheresse que d’intention et non de fait : ce qui était le cas de l’infortunée Rosette.

 

Monsieur le frère, n’ayant plus d’inquiétude sur sa saur, reprit le dialogue, et me dit d’un ton un peu plus doux : – Il n’est pas absolument indispensable de nous couper la gorge sur-le-champ, c’est un moyen extrême qu’on est toujours à temps d’employer. – Écoutez : – la partie n’est pas égale entre nous. Vous êtes de la première jeunesse et beaucoup moins vigoureux que moi, si nous nous battions, je vous tuerais ou je vous estropierais assurément, – et je ne voudrais ni vous tuer ni vous défigurer, – ce serait dommage ; Rosette, qui est là-bas sous la couverture et qui ne dit mot, m’en voudrait toute sa vie ; car elle est rancunière et mauvaise comme une tigresse quand elle s’y met, cette chère petite colombe. Vous ne savez pas cela, vous qui êtes son prince Galaor, et qui n’en recevez que de charmantes douceurs ; mais il n’y fait pas bon. Rosette est libre, vous aussi ; il paraît que vous n’êtes pas irréconciliablement ennemis ; son veuvage va finir, et la chose se trouve le mieux du monde. Épousez-la ; elle n’aura pas besoin de retourner coucher chez elle, et moi, de cette façon-là, je serai dispensé de vous prendre pour fourreau de mon épée, ce qui ne serait agréable ni pour vous ni pour moi ; – que vous en semble ?

 

Je dus faire une horrible grimace, car ce qu’il me proposait était de toutes les choses du monde la plus inexécutable pour moi : j’aurais plutôt marché à quatre pattes contre le plafond comme les mouches, et décroché le soleil sans prendre de marchepied pour me hausser, que de faire ce qu’il me demandait, et cependant la dernière proposition était plus agréable incontestablement que la première.

 

Il parut surpris que je n’acceptasse pas avec transport – et il répéta ce qu’il avait dit comme pour me donner le temps de répliquer.

 

– Votre alliance est on ne peut plus honorable pour moi, et je n’eusse jamais osé y prétendre : je sais que c’est une fortune inouïe pour un jeune homme qui n’a point encore de rang ni de consistance dans le monde, et que les plus illustres s’en estimeraient tout heureux ; – mais cependant je ne puis que persister dans mon refus, et, puisque j’ai la liberté du choix entre le duel et le mariage, je préfère le duel. – C’est un goût singulier, – et que peu de gens auraient, – mais c’est le mien.

 

Ici Rosette souffla le plus douloureux sanglot du monde, sortit sa tête de dessous l’oreiller, et l’y rentra aussitôt comme un limaçon dont on frappe les cornes, en voyant ma contenance impassible et délibérée.

 

– Ce n’est pas que je n’aime point madame Rosette, je l’aime infiniment ; mais j’ai des raisons de ne point me marier, que vous-même trouveriez excellentes, s’il m’était possible de vous les dire. – Au reste, les choses n’ont pas été aussi loin que l’on pourrait le croire d’après les apparences ; hors quelques baisers qu’une amitié un peu vive suffit à expliquer et à justifier, il n’y a rien entre nous dont on ne puisse convenir, et la vertu de votre sœur est assurément la plus intacte et la plus nette du monde. – Je lui devais ce témoignage. – Maintenant, à quelle heure nous battons-nous, monsieur Alcibiade, et à quel endroit ?

 

– Ici, sur-le-champ, cria Alcibiade ivre de fureur.

 

– Y pensez-vous ? devant Rosette !

 

– Dégaine, misérable, ou je t’assassine, continua-t-il en brandissant son épée et en l’agitant autour de sa tête.

 

– Sortons au moins de la chambre.

 

– Si tu ne te mets pas en garde, je vais te clouer contre le mur comme une chauve-souris, mon beau Céladon, et tu auras beau battre de l’aile, tu ne te décrocheras pas, je t’en avertis. – Et il fondit sur moi l’épée haute.

 

Je tirai ma rapière, car il l’aurait fait comme il le disait, et je me contentai d’abord de parer les bottes qu’il me portait.

 

Rosette fit un effort surhumain pour venir se jeter entre nos épées, car les deux combattants lui étaient également chers ; mais ses forces la trahirent, et elle roula sans connaissance sur le pied du lit.

 

Nos fers étincelaient et faisaient le bruit d’une enclume, car le peu d’espace que nous avions nous forçait à engager nos épées de très près.

 

Alcibiade manqua deux ou trois fois de m’atteindre, et, si je n’eusse pas eu un excellent maître en fait d’armes, ma vie aurait couru le plus grand danger ; car il était d’une adresse étonnante et d’une force prodigieuse. Il épuisa toutes les ruses et les feintes de l’escrime pour me toucher. Enragé de ne pouvoir y parvenir, il se découvrit deux ou trois fois ; je n’en voulus pas profiter ; mais il revenait à la charge avec un emportement si acharné et si sauvage que je fus forcée de saisir les jours qu’il me laissait ; et puis ce bruit et ces éclairs tourbillonnants de l’acier m’enivraient et m’éblouissaient. Je ne pensais pas à la mort, je n’avais pas la moindre peur ; cette pointe aiguë et mortelle qui me venait devant les yeux à chaque seconde ne me faisait pas plus d’effet que si je me fusse battue avec des fleurets boutonnés ; seulement j’étais indignée de la brutalité d’Alcibiade, et le sentiment de mon innocence parfaite augmentait encore cette indignation. Je voulais seulement lui piquer le bras ou l’épaule pour lui faire tomber son épée des mains, car j’avais essayé vainement de la lui faire sauter. – Il avait un poignet de fer, et le diable ne le lui eût pas fait bouger.

 

Enfin il me porta une botte si vive et si à fond que je ne pus la parer qu’à demi ; ma manche fut traversée, et je sentis le froid du fer sur mon bras ; mais je ne fus pas blessée. À cette vue, la colère me prit, et, au lieu de me défendre, j’attaquai à mon tour ; – je ne songeai plus que c’était le frère de Rosette, et je fondis sur lui comme si c’eût été mon ennemi mortel. Profitant d’une fausse position de son épée, je lui poussai une flanconade si bien liée que je l’atteignis au côté : il fit ho ! et tomba en arrière.

 

Je le crus mort, mais il n’était réellement que blessé, et sa chute provenait d’un faux pas qu’il avait fait en essayant de rompre. – Je ne puis t’exprimer, Graciosa, la sensation que j’éprouvai ; certes, ce n’est pas une réflexion difficile à faire qu’en frappant de la chair avec une pointe fine et tranchante on y percera un trou, et qu’il en jaillira du sang. Cependant je tombai dans une stupeur profonde en voyant ruisseler des filets rouges sur le pourpoint d’Alcibiade. – Je n’imaginais pas sans doute qu’il en sortirait du son, comme du ventre crevé d’un poupard ; mais je sais que jamais de ma vie je n’éprouvai une aussi grande surprise, et il me sembla qu’il venait de m’arriver quelque chose d’inouï.

 

Ce qui était inouï, ce n’était pas, ainsi qu’il me paraissait, que du sang coulât d’une blessure, mais c’était que cette blessure eût été ouverte par moi, et qu’une jeune fille de mon âge (j’allais écrire un jeune homme, tant je suis bien entrée dans l’esprit de mon rôle) eût jeté sur le carreau un capitaine vigoureux, rompu à l’escrime comme l’était le seigneur Alcibiade : – le tout pour crime de séduction et refus de mariage avec une femme fort riche et fort charmante, qui plus est !

 

J’étais véritablement dans un embarras cruel avec la sœur évanouie, le frère que je croyais mort, et moi-même qui n’étais pas très loin d’être évanouie ou morte, comme l’un ou comme l’autre. – Je me pendis au cordon de la sonnette, et je carillonnai à réveiller des morts, tant que le ruban me resta à la main ; et, laissant à Rosette pâmée et à Alcibiade éventré le soin d’expliquer les choses aux domestiques et à la vieille tante, j’allai droit à l’écurie. – L’air me remit sur-le-champ ; je fis sortir mon cheval, je le sellai et je le bridai moi-même ; je m’assurai si la croupière tenait bien, si la gourmette était en bon état ; je mis les étriers de la même longueur, je resserrai la sangle d’un cran : bref, je le harnachai complètement avec une attention au moins singulière dans un moment pareil, et un calme tout à fait inconcevable après un combat ainsi terminé.

 

Je montai sur ma bête, et je traversai le parc par un sentier que je connaissais. Les branches d’arbres, toutes chargées de rosée, me fouettaient et me mouillaient la figure : on eût dit que les vieux arbres étendaient les bras pour me retenir et me garder à l’amour de leur châtelaine. – Si j’avais été dans une autre disposition d’esprit, ou quelque peu superstitieuse, il n’aurait tenu qu’à moi de croire que c’étaient autant de fantômes qui voulaient me saisir et qui me montraient le poing.

 

Mais réellement je n’avais aucune idée, ni celle-là ni une autre ; une stupeur de plomb, si forte que j’en avais à peine la conscience, me pesait sur la cervelle, comme un casque trop étroit ; seulement il me semblait bien que j’avais tué quelqu’un par là et que c’était pour cela que je m’en allais. – J’avais, au reste, horriblement envie de dormir, soit à cause de l’heure avancée, soit que la violence des émotions de cette soirée eût une réaction physique et m’eût fatiguée corporellement.

 

J’arrivai à une petite poterne qui s’ouvrait sur les champs par un secret que Rosette m’avait montré dans nos promenades. Je descendis de cheval, je touchai le bouton et je poussai la porte : je me remis en selle après avoir fait passer mon cheval, et je lui fis prendre le galop jusqu’à ce que j’eusse rejoint la grand-route de C***, où j’arrivai à la petite pointe du jour.

 

Ceci est l’histoire très fidèle et très circonstanciée de ma première bonne fortune et de mon premier duel.

Chapitre 15

 

Il était cinq heures du matin lorsque j’entrai dans la ville. – Les maisons commençaient à mettre le nez aux fenêtres ; les braves indigènes montraient derrière leur carreau leur bénigne figure, surmontée d’un pyramidal bonnet de nuit. – Au pas de mon cheval, dont les fers sonnaient sur le pavé inégal et caillouteux, sortaient de chaque lucarne la grosse figure curieusement rouge et la gorge matinalement débraillée des Vénus de l’endroit, qui s’épuisaient en conjectures sur cette apparition insolite d’un voyageur dans C***, à une pareille heure et en pareil équipage, car j’étais très succinctement habillée et dans une tenue au moins suspecte. Je me fis indiquer une auberge par un petit polisson qui avait des cheveux jusque sur les yeux, et qui éleva en l’air son museau de barbet pour me considérer plus à son aise ; je lui donnai quelques sous pour sa peine, et un consciencieux coup de cravache, qui le fit fuir en glapissant comme un geai plumé tout vif. Je me jetai sur un lit et je m’endormis profondément. Quand je me réveillai, il était trois heures après midi : ce qui suffit à peine pour me reposer complètement. En effet, ce n’était pas trop pour une nuit blanche, une bonne fortune, un duel, et une fuite très rapide, quoique très victorieuse.

 

J’étais fort inquiète de la blessure d’Alcibiade ; mais, quelques jours après, je fus complètement rassurée, car j’appris qu’elle n’avait pas eu de suites dangereuses, et qu’il était en pleine convalescence. Cela me soulagea d’un poids singulier, car cette idée d’avoir tué un homme me tourmentait étrangement, quoique ce fût en légitime défense et contre ma propre volonté. Je n’étais pas encore arrivée à cette sublime indifférence pour la vie des hommes où je suis parvenue depuis.

 

Je retrouvai à C*** plusieurs des jeunes gens avec qui nous avions fait route : – cela me fit plaisir ; je me liai avec eux plus intimement, et ils me donnèrent accès dans plusieurs maisons agréables – J’étais parfaitement habituée à mes habits, et la vie plus rude et plus active que j’avais menée, les exercices violents auxquels je m’étais livrée m’avaient rendue deux fois plus robuste que je n’étais. Je suivais partout ces jeunes écervelés : je montais à cheval, je chassais, je faisais des orgies avec eux, car, petit à petit, je m’étais formée à boire ; sans atteindre à la capacité tout allemande de certains d’entre eux, je vidais bien deux ou trois bouteilles pour ma part, et je n’étais pas trop grise, progrès fort satisfaisant Je rimais en Dieu avec une excessive richesse, et j’embrassais assez délibérément les filles d’auberge. – Bref, j’étais un jeune cavalier accompli et tout à fait conforme au dernier patron de la mode. – Je me défis de certaines idées provinciales que j’avais sur la vertu et autres fadaises semblables ; en revanche, je devins d’une si prodigieuse délicatesse sur le point d’honneur que je me battais en duel presque tous les jours : cela même était devenu une nécessité pour moi, une espèce d’exercice indispensable et sans lequel je me serais mal portée toute la journée. Aussi, quand personne ne m’avait regardée ou marché sur le pied, que je n’avais aucun motif pour me battre, plutôt que de rester oisive et ne point mener des mains, je servais de second à mes camarades ou même à des gens que je ne connaissais que de nom.

 

J’eus bientôt une colossale renommée de bravoure, et il ne fallait rien moins que cela pour arrêter les plaisanteries qu’eussent immanquablement fait naître ma figure imberbe et mon air efféminé. Mais trois ou quatre boutonnières de surplus que j’ouvris à des pourpoints, quelques aiguillettes que je levai fort délicatement sur quelques peaux récalcitrantes me firent trouver l’air plus viril qu’à Mars en personne, ou à Priape lui-même, et vous eussiez rencontre des gens qui eussent juré avoir tenu de mes bâtards sur les fonts de baptême.

 

À travers toute cette dissipation apparente, dans cette vie gaspillée et jetée par les fenêtres, je ne laissais pas de suivre mon idée primitive, c’est-à-dire cette consciencieuse étude de l’homme et la solution du grand problème d’un amoureux parfait, problème un peu plus difficile à résoudre que celui de la pierre philosophale.

 

Il en est de certaines idées comme de l’horizon qui existe bien certainement, puisqu’on le voit en face de soi de quelque côté que l’on se tourne, mais qui fuit obstinément devant vous et qui, soit que vous alliez au pas, soit que vous couriez au galop, se tient toujours à la même distance ; car il ne peut se manifester qu’avec une condition d’éloignement déterminée ; il se détruit à mesure que l’on avance, pour se former plus loin avec son azur fuyard et insaisissable, et c’est en vain que l’on essaye de l’arrêter par le bord de son manteau flottant.

 

Plus j’avançais dans la connaissance de l’animal, plus je voyais à quel point la réalisation de mon désir était impossible, et combien ce que je demandais pour aimer heureusement était hors des conditions de sa nature. – Je me convainquis que l’homme qui serait le plus sincèrement amoureux de moi trouverait le moyen, avec la meilleure volonté du monde, de me rendre la plus misérable des femmes, et pourtant j’avais déjà abandonné beaucoup de mes exigences de jeune fille. – J’étais descendue des sublimes nuages, non pas tout à fait dans la rue et dans le ruisseau, mais sur une colline de moyenne hauteur, accessible, quoiqu’un peu escarpée.

 

La montée, il est vrai, était assez rude ; mais j’avais l’orgueil de croire que je valais bien la peine que l’on fît cet effort, et que je serais un dédommagement suffisant de la peine qu’on aurait prise. – Je n’aurais jamais pu me résoudre à faire un pas au-devant : j’attendais, patiemment perchée sur mon sommet.

 

Voici quel était mon plan : – sous mes habits virils j’aurais fait connaissance avec quelque jeune homme dont l’extérieur m’aurait plu ; j’aurais vécu familièrement avec lui ; par des questions adroites et des fausses confidences qui en auraient provoqué de vraies, je serais parvenue bientôt à une connaissance complète de ses sentiments et de ses pensées ; et, si je l’avais trouvé tel que je le souhaitais, j’aurais prétexté quelque voyage, je me serais tenue éloignée de lui trois ou quatre mois pour lui donner un peu le temps d’oublier mes traits ; puis je serais revenue avec mon costume de femme, j’aurais arrangé dans un faubourg retiré une voluptueuse petite maison, enfouie dans les arbres et les fleurs ; puis j’aurais disposé les choses de manière à ce qu’il me rencontrât et me fît la cour ; et, s’il avait montré un amour vrai et fidèle, je me serais donnée à lui sans restriction et sans précaution : – le titre de sa maîtresse m’eût paru honorable, et je ne lui en aurais pas demandé d’autre.

 

Mais assurément ce plan-là ne sera pas mis à exécution, car c’est le propre des plans que l’on a de n’être point exécutés, et c’est là que paraissent principalement la fragilité de la volonté et le pur néant de l’homme. Le proverbe – ce que femme veut, Dieu le veut – n’est pas plus vrai que tout autre proverbe, ce qui veut dire qu’il ne l’est guère.

 

Tant que je ne les avais vus que de loin et à travers mon désir, les hommes m’avaient paru beaux, et l’optique m’avait fait illusion. – Maintenant je les trouve du dernier effroyable, et je ne comprends pas comment une femme peut admettre cela dans son lit. Quant à moi, le cœur me lèverait, et je ne pourrais m’y résoudre.

 

Comme leurs traits sont grossiers, ignobles, sans finesse, sans élégance ! quelles lignes heurtées et disgracieuses ! quelle peau dure, noire et sillonnée ! – Les uns sont hâlés comme des pendus de six mois, hâves, osseux, poilus, avec des cordes à violon sur les mains, de grands pieds à pont-levis, une sale moustache toujours pleine de victuaille et retroussée en croc sur les oreilles, les cheveux rudes comme des crins de balai, un menton terminé en hure de sanglier, des lèvres gercées et cuites par les liqueurs fortes, des yeux entourés de quatre ou cinq orbes noirs, un cou plein de veines tordues, de gros muscles et de cartilages saillants. – Les autres sont matelassés de viande rouge, et poussent devant eux un ventre cerclé à grand-peine par leur ceinturon ; ils ouvrent en clignotant leur petit œil vert de mer enflammé de luxure, et ressemblent plutôt à des hippopotames en culotte qu’à des créatures humaines. Cela sent toujours le vin, ou l’eau-de-vie, ou le tabac, ou son odeur naturelle, qui est bien la pire de toutes. – Quant à ceux dont la forme est un peu moins dégoûtante, ils ressemblent à des femmes mal réussies. – Voilà tout.

 

Je n’avais pas remarqué tout cela. J’étais dans la vie comme dans un nuage, et mes pieds touchaient à peine la terre. – L’odeur des roses et des lilas du printemps me portait à la tête comme un parfum trop fort. Je ne rêvais que héros accomplis, amants fidèles et respectueux, flammes dignes de l’autel, dévouements et sacrifices merveilleux, et j’aurais cru trouver tout cela dans le premier gredin qui m’aurait dit bonjour. – Cependant ce premier et grossier enivrement ne dura guère ; d’étranges soupçons me prirent, et je n’eus pas de repos que je ne les eusse éclaircis.

 

Dans les premiers temps, l’horreur que j’avais pour les hommes était poussée au dernier degré d’exagération, et je les regardais comme d’épouvantables monstruosités. Leurs façons de penser, leurs allures, et leur langage négligemment cynique, leurs brutalités et leur dédain des femmes me choquaient et me révoltaient au dernier point, tant l’idée que je m’en étais faite répondait peu à la réalité. – Ce ne sont pas des monstres, si l’on veut, mais bien pis que cela, ma foi ! ce sont d’excellents garçons de très joviale humeur, qui boivent et mangent bien, qui vous rendront toutes sortes de services, spirituels et braves, bons peintres et bons musiciens, qui sont propres à mille choses, excepté cependant à une seule pour laquelle ils ont été créés, qui est de servir de mâle à l’animal appelé femme, avec qui ils n’ont pas le plus léger rapport, ni physique ni moral.

 

J’avais peine d’abord à déguiser le mépris qu’ils m’inspiraient, mais peu à peu je m’accoutumai à leur manière de vivre. Je ne me sentais pas plus piquée des railleries qu’ils décochaient sur les femmes que si j’eusse moi-même été de leur sexe. – J’en faisais au contraire de fort bonnes et dont le succès flattait étrangement mon orgueil ; assurément aucun de mes camarades n’allait aussi loin que moi en fait de sarcasmes et de plaisanteries sur cet objet. La parfaite connaissance du terrain me donnait un grand avantage, et, outre le tour piquant qu’elles pouvaient avoir, mes épigrammes brillaient par un mérite d’exactitude qui manquait souvent aux leurs. – Car, bien que tout le mal que l’on dit des femmes soit toujours fondé par quelque point, il est néanmoins difficile aux hommes de garder le sang-froid nécessaire pour les bien railler, et il y a souvent bien de l’amour dans leurs invectives.

 

J’ai remarqué que ce sont les plus tendres et ceux qui avaient le plus le sentiment de la femme qui les traitaient plus mal que tous les autres et qui revenaient à ce sujet avec un acharnement tout particulier, comme s’ils leur eussent gardé une mortelle rancune de n’être point telles qu’ils les souhaitaient, en faisant mentir la bonne opinion qu’ils en avaient conçue d’abord.

 

Ce que je demandais avant tout, ce n’était pas la beauté physique, c’était la beauté de l’âme, c’était de l’amour ; mais l’amour comme je le sens n’est peut-être pas dans les possibilités humaines. – Et pourtant il me semble que j’aimerais ainsi et que je donnerais plus que je n’exige.

 

Quelle magnifique folie ! quelle prodigalité sublime !

 

Se livrer tout entier sans rien garder de soi, renoncer à sa possession et à son libre arbitre, remettre sa volonté entre les bras d’un autre, ne plus voir par ses yeux, ne plus entendre avec ses oreilles, n’être qu’un en deux corps, fondre et mêler ses âmes de façon à ne plus savoir si vous êtes vous ou l’autre, absorber et rayonner continuellement, être tantôt la lune et tantôt le soleil, voir tout le monde et toute la création dans un seul être, déplacer le centre de vie, être prêt, à toute heure, aux plus grands sacrifices et à l’abnégation la plus absolue ; souffrir à la poitrine de la personne aimée, comme si c’était la vôtre ; ô prodige ! se doubler en se donnant : – voilà l’amour tel que je le conçois.

 

Fidélité de lierre, enlacements de jeune vigne, roucoulements de tourterelle, cela va sans dire, et ce sont les premières et les plus simples conditions.

 

Si j’étais restée chez moi, sous les habits de mon sexe, à tourner mélancoliquement mon rouet ou à faire de la tapisserie derrière un carreau, dans l’embrasure d’une fenêtre, ce que j’ai cherché à travers le monde serait peut-être venu me trouver tout seul. L’amour est comme la fortune, il n’aime pas que l’on coure après lui. Il visite de préférence ceux qui dorment au bord des puits. et souvent les baisers les reines et des dieux descendent sur des yeux fermés.

 

C’est une chose qui vous leurre et vous trompe que de penser que toutes les aventures et tous les bonheurs n’existent qu’aux endroits où vous n’êtes pas, et c’est un mauvais calcul que de faire seller son cheval et de prendre la poste pour aller à la quête de son idéal. Beaucoup de gens font cette faute, bien d’autres encore la feront. – L’horizon est toujours du plus charmant azur, quoique, lorsque l’on y est arrivé, les collines qui le composent ne soient ordinairement que des glaises décharnées et fendues, ou des ocres lavées par la pluie.

 

Je me figurais que le monde était plein de jeunes gens adorables, et que sur les chemins on rencontrait des populations d’Esplandian, d’Amadis et de Lancelot du Lac au Fourchas de leur Dulcinée, et je fus fort étonnée que le monde s’occupât très peu de cette sublime recherche et se contentât de coucher avec la première catin venue. Je suis très punie de ma curiosité et de ma défiance. Je me suis blasée de la plus horrible manière possible, sans avoir joui. Chez moi, la connaissance a devancé l’usage ; il n’est rien de plus que ces expériences hâtives, qui ne sont point le fruit de l’action. – L’ignorance la plus complète vaudrait cent mille fois mieux, elle vous ferait au moins commettre beaucoup de sottises qui serviraient à vous instruire et à rectifier vos idées ; car, sous ce dégoût dont je parlais tout à l’heure il y a toujours un élément vivace et rebelle qui produit les plus étranges désordres : l’esprit est convaincu, le corps ne l’est pas, et ne veut point souscrire à ce dédain superbe. Le corps jeune et robuste s’agite et rue sous l’esprit comme un étalon vigoureux monté par un vieillard débile et que cependant il ne peut désarçonner, car le caveçon lui maintient la tête et le mors lui déchire la bouche.

 

Depuis que je vis avec les hommes, j’ai vu tant de femmes indignement trahies, tant de liaisons secrètes imprudemment divulguées, les plus pures amours traînées avec insouciance dans la boue, des jeunes gens courant chez d’affreuses courtisanes en sortant des bras des plus charmantes maîtresses, les intrigues les mieux établies rompues subitement et sans motif plausible qu’il ne m’est plus possible de me décider à prendre un amant. – Ce serait se jeter en plein jour les yeux ouverts dans un abîme sans fond. – Cependant le vœu secret de mon cœur est toujours d’en avoir un. La voix de la nature étouffe la voix de la raison. – Je sens bien que je ne serai jamais heureuse si je n’aime pas et si je ne suis pas aimée : – mais le malheur est que l’on ne peut avoir qu’un homme pour amant, et les hommes, s’ils ne sont pas des diables tout à fait, sont bien loin d’être des anges. Ils auraient beau se coller des plumes à l’omoplate et se mettre sur la tête une gloire de papier doré, je les connais trop pour m’y laisser tromper. – Tous les beaux discours qu’ils me pourraient débiter n’y feraient rien. Je sais d’avance ce qu’ils vont dire, et j’achèverais toute seule. Je les ai vus étudier leurs rôles et les repasser avant d’entrer en scène ; je connais leurs principales tirades à effet et les endroits sur lesquels ils comptent. – Ni la pâleur de la figure ni l’altération des traits ne me convaincraient. Je sais que cela ne prouve rien. – Une nuit d’orgie, quelques bouteilles de vin et deux ou trois filles suffisent pour se grimer très convenablement. J’ai vu pratiquer cette belle rubrique à un jeune marquis, très rose et très frais de sa nature, qui s’en est trouvé on ne peut mieux, et qui n’a dû qu’à cette touchante pâleur, si bien gagnée, de voir couronner sa flamme. – Je sais aussi comment les plus langoureux Céladons se consolent des rigueurs de leurs Astrées, et trouvent le moyen de patienter, en attendant l’heure du berger. – J’ai vu les souillons qui servaient de doublures aux pudibondes Arianes.

 

En vérité, après cela, l’homme ne me tente pas beaucoup ; car il n’a pas la beauté comme la femme, la beauté, ce vêtement splendide qui dissimule si bien les imperfections de l’âme, cette divine draperie jetée par Dieu sur la nudité du monde, et qui fait qu’on est en quelque sorte excusable d’aimer la plus vile courtisane du ruisseau, si elle possède ce don magnifique et royal.

 

À défaut des vertus de l’âme, je voudrais au moins la perfection exquise de la forme, le satiné des chairs, la rondeur des contours, la suavité de lignes, la finesse de peau, tout ce qui fait le charme des femmes. – Puisque je ne puis avoir l’amour, je voudrais la volupté, remplacer tant bien que mal le frère par la sœur. – Mais tous les hommes que j’ai vus me semblent affreusement laids. Mon cheval est cent fois plus beau, et j’aurais moins de répugnance à l’embrasser que certains merveilleux qui se croient fort charmants. – Certes, ce ne serait pas pour moi un brillant thème à broder des variations de plaisir qu’un petit-maître comme j’en connais. – Un homme d’épée ne me conviendrait non plus guère ; les militaires ont quelque chose de mécanique dans la démarche et de bestial dans la face qui fait que je les considère à peine comme des créatures humaines ; les hommes de robe ne me ravissent pas davantage, ils sont sales, huileux, hérissés, râpés, l’œil glauque et la bouche sans lèvres : ils sentent exorbitamment le rance et le moisi, et je n’aurais nullement envie de poser ma figure contre leur mufle de loup-cervier ou de blaireau. Quant aux poètes, ils ne considèrent dans le monde que la fin des mots, et ne remontent pas plus loin que la pénultième, et il est vrai de dire qu’ils sont difficiles à utiliser convenablement ; ils sont plus ennuyeux que les autres, mais ils sont aussi laids et n’ont pas la moindre distinction ni la moindre élégance dans leur tournure et leurs habits, ce qui est vraiment singulier : – des gens qui s’occupent toute la journée de forme et de beauté ne s’aperçoivent pas que leurs bottes sont mal faites et leur chapeau ridicule ! Ils ont l’air d’apothicaires de province ou de répétiteurs de chiens savants sans ouvrage, et vous dégoûteraient de poésie et de vers pour plusieurs éternités.

 

Pour les peintres, ils sont aussi d’une assez énorme stupidité ; ils ne voient rien hors des sept couleurs. – L’un deux, avec qui j’avais passé quelques jours à R*** et à qui l’on demandait ce qu’il pensait de moi, fit cette ingénieuse réponse : – « Il est d’un ton assez chaud, et dans les ombres il faudrait employer, au lieu de blanc, du jaune de Naples pur avec un peu de terre de Cassel et de brun rouge. » – C’était son opinion, et, de plus, il avait le nez de travers et les yeux comme le nez ; ce qui ne rendait pas son affaire meilleure. – Qui prendrai-je ? un militaire à jabot bombé, un robin aux épaules convexes, un poète ou un peintre à la mine effarée, un petit freluquet efflanqué et sans consistance ? Quelle cage choisirai-je dans cette ménagerie ? Je l’ignore complètement, et je ne me sens pas plus de penchant d’un côté que de l’autre, car ils sont aussi parfaitement égaux que possible en bêtise et en laideur.

 

Après cela, il me resterait encore quelque chose à faire, ce serait de prendre quelqu’un que j’aimasse, fût-ce un portefaix ou un maquignon ; mais je n’aime même pas un portefaix. Ô malheureuse héroïne que je suis ! tourterelle dépariée et condamnée à pousser éternellement des roucoulements élégiaques !

 

Oh ! que de fois j’ai souhaité être véritablement un homme comme je le paraissais ! Que de femmes avec qui je me serais entendue, et dont le cœur aurait compris mon cœur ! – comme ces délicatesses d’amour, ces nobles élans de pure passion auxquels j’aurais pu répondre m’eussent rendue parfaitement heureuse ! Quelle suavité, quelles délices ! comme toutes les sensitives de mon âme se seraient librement épanouies sans être obligées de se contracter et de se refermer à toute minute sous des attouchements grossiers ! Quelle charmante floraison d’invisibles fleurs qui ne s’ouvriront jamais, et dont le mystérieux parfum eût doucement embaumé l’âme fraternelle ! Il me semble que c’eût été une vie enchanteresse, une extase infinie aux ailes toujours ouvertes ; des promenades, les mains enlacées sans se quitter jamais sous des allées de sable d’or, à travers des bosquets de roses éternellement souriantes, dans des parcs pleins de viviers où glissent des cygnes, avec des vases d’albâtre se détachant sur le feuillage.

 

Si j’avais été un jeune homme, comme j’eusse aimé Rosette ! quelle adoration c’eût été ! Nos âmes étaient vraiment faites l’une pour l’autre, deux perles destinées à se fondre ensemble et n’en plus faire qu’une seule ! Comme j’eusse parfaitement réalisé les idées qu’elle s’était faites de l’amour ! Son caractère me convenait on ne peut plus, et son genre de beauté me plaisait. Il est dommage que notre amour fût totalement condamné à un platonisme indispensable !

 

Il m’est arrivé dernièrement une aventure.

 

J’allais dans une maison où se trouvait une charmante petite fille de quinze ans tout au plus : je n’ai jamais vu de plus adorable miniature. – Elle était blonde, mais d’un blond si délicat et si transparent que les blondes ordinaires eussent paru auprès d’elle excessivement brunes et noires comme des taupes ; on eût dit qu’elle avait des cheveux d’or poudrés d’argent ; ses sourcils étaient d’une teinte si douce et si fondue qu’ils se dessinaient à peine visiblement ; ses yeux, d’un bleu pâle, avaient le regard le plus velouté et les paupières les plus soyeuses qu’il soit possible d’imaginer ; sa bouche, petite à n’y pas fourrer le bout du doigt, ajoutait encore au caractère enfantin et mignard de sa beauté, et les molles rondeurs et les fossettes de ses joues avaient un charme d’ingénuité inexprimable. – Toute sa chère petite personne me ravissait au-delà de toute expression ; j’aimais ses petites mains blanches et frêles qui se laissaient traverser par le jour, son pied d’oiseau qui se posait à peine par terre, sa taille qu’un souffle eût brisée, et ses épaules de nacre, encore peu formées, que son écharpe mise de travers, trahissait heureusement – Son babil, où la naïveté donnait un nouveau piquant à l’esprit qu’elle a naturellement, me retenait des heures entières, et je me plaisais singulièrement à la faire causer ; elle disait mille délicieuses drôleries, tantôt avec une finesse d’intention extraordinaire, tantôt sans avoir l’air d’en comprendre la portée le moins du monde, ce qui en faisait quelque chose de mille fois plus attrayant. Je lui donnais des bonbons et des pastilles que je réservais exprès pour elle dans une boîte d’écaille blonde, ce qui lui plaisait beaucoup, car elle était friande comme une vraie chatte qu’elle est. – Aussitôt que j’arrivais, elle courait à moi et tâtait mes poches pour voir si la bienheureuse bonbonnière s’y trouvait, je la faisais courir d’une main à l’autre, et cela faisait une petite bataille où elle finissait nécessairement par avoir le dessus et me dévaliser complètement.

 

Un jour cependant elle se contenta de me saluer d’un air très grave et ne vint pas, comme à son ordinaire, voir si la fontaine de sucreries coulait toujours dans ma poche ; elle restait fièrement sur sa chaise toute droite et les coudes en arrière.

 

– Eh bien ! Ninon, lui dis-je, est-ce que vous aimez le sel maintenant, ou avez-vous peur que les bonbons ne vous fassent tomber les dents ? – Et, en disant cela, je frappai contre la boîte, qui rendait, sous ma veste, le son le plus mielleux et le plus sucré du monde.

 

Elle avança à demi sa petite langue sur le bord de sa bouche, comme pour savourer la douceur idéale du bonbon absent, mais elle ne bougea pas.

 

Alors je tirai la boîte de ma poche, je l’ouvris et je me mis à avaler religieusement les pralines, qu’elle aimait par-dessus tout : l’instinct de la gourmandise fut un instant plus fort que sa résolution ; elle avança la main pour en prendre et la retira aussitôt en disant : – Je suis trop grande pour manger des bonbons ! Et elle fit un soupir.

 

– Je ne m’étais pas aperçu que vous fussiez beaucoup grandie depuis la semaine passée ; vous êtes donc comme les champignons qui poussent en une nuit ? Venez que je vous mesure.

 

– Riez tant que vous voudrez, reprit-elle avec une charmante moue ; je ne suis plus une petite fille ; et je veux devenir très grande.

 

– Voilà d’excellentes résolutions dans lesquelles il faut persévérer ; – et pourrait-on, ma chère demoiselle, savoir à propos de quoi ces triomphantes idées vous sont tombées dans la tête ? Car, il y a huit jours, vous paraissiez vous trouver fort bien d’être petite, et vous croquiez les pralines sans vous soucier autrement de compromettre votre dignité.

 

La petite personne me regarda avec un air singulier, promena ses yeux autour d’elle, et, quand elle se fut bien assurée que l’on ne pouvait nous entendre, se pencha vers moi d’une façon mystérieuse, et me dit :

 

– J’ai un amoureux.

 

– Diable ! je ne m’étonne plus si vous ne voulez plus de pastilles ; vous avez cependant eu tort de n’en pas prendre, vous auriez joué à la dînette avec lui, ou vous les auriez troquées contre un volant.

 

L’enfant fit un dédaigneux mouvement d’épaules et eut l’air de me prendre en parfaite pitié. – Comme elle gardait toujours son attitude de reine offensée, je continuai :

 

– Quel est le nom de ce glorieux personnage ? Arthur, je suppose, ou bien Henri. – C’étaient deux petits garçons avec lesquels elle avait l’habitude de jouer, et qu’elle appelait ses maris.

 

– Non, ni Arthur, ni Henri, dit-elle en fixant sur moi son œil clair et transparent, – un monsieur. – Elle leva sa main au-dessus de sa tête pour me donner une idée de hauteur.

 

– Aussi haut que cela ? Mais ceci devient grave. – Quel est donc cet amoureux si grand ?

 

– Monsieur Théodore, je veux bien vous le dire, mais il ne faudra en parler à personne, ni à maman, ni à Polly (sa gouvernante), ni à vos amis qui trouvent que je suis une enfant et qui se moqueraient de moi.

 

Je lui promis le plus inviolable secret, car j’étais fort curieuse de savoir quel était ce galant personnage, et la petite, voyant que je tournais la chose en plaisanterie, hésitait à me faire la confidence entière.

 

Rassurée par la parole d’honneur que je lui donnai de m’en taire soigneusement, elle quitta son fauteuil, vint se pencher au dos du mien, et me souffla très bas à l’oreille le nom du prince chéri.

 

Je restai confondue : c’était le chevalier de G***, – un animal fangeux et indécrottable, avec un moral de maître d’école et un physique de tambour-major, l’homme le plus crapuleusement débauché qu’il fût possible de voir, – un vrai satyre, moins les pieds de bouc et les oreilles pointues. Cela m’inspira des craintes sérieuses pour la chère Ninon, et je me promis d’y mettre bon ordre. Des personnes entrèrent, et la conversation en resta là.

 

Je me retirai dans un coin, et je cherchai dans ma tête les moyens d’empêcher que les choses n’allassent plus loin, car c’eût été un véritable meurtre qu’une aussi délicieuse créature échut à un drôle aussi fieffé.

 

La mère de la petite était une espèce de femme galante qui donnait à jouer et tenait un bureau d’esprit. On lisait chez elle de mauvais vers et l’on y perdait de bons écus ; ce qui était une compensation. – Elle aimait peu sa fille, qui était pour elle une manière d’extrait de baptême vivant qui la gênait dans la falsification de sa chronologie. – D’ailleurs, elle se faisait grandelette, et ses charmes naissants donnaient lieu à des comparaisons qui n’étaient pas à l’avantage du prototype déjà rendu un peu fruste par le frottement des années et des hommes. L’enfant était donc assez négligée et laissée sans défense aux entreprises des gredins familiers de la maison. – Si sa mère se fût occupée d’elle, ce n’eût été probablement que pour tirer bon parti de sa jeunesse et se faire une ferme de sa beauté et de son innocence. – D’une façon ou de l’autre, le sort qui l’attendait n’était pas douteux. – Cela me faisait de la peine, car c’était une charmante petite créature qui méritait assurément mieux, une perle de la plus belle eau perdue dans ce bourbier infect ; cette idée me toucha au point que je résolus de la tirer à tout prix de cette affreuse maison.

 

La première chose à faire, c’était d’empêcher le chevalier de poursuivre sa pointe. – Ce que je trouvai de mieux et de plus simple, ce fut de lui chercher querelle et de le faire battre avec moi, et j’eus toutes les peines du monde, car il est poltron au possible et craint les coups plus que qui que ce soit au monde.

 

Enfin je lui en dis tant et de si piquantes qu’il fallut bien qu’il se décidât à venir sur le pré, quoique fort à contre-cœur. – Je le menaçai même de le faire rosser de coups de bâton par mon laquais, s’il ne faisait meilleure contenance. – Il savait pourtant assez bien tirer l’épée, mais la peur le troublait tellement qu’à peine les fers croisés je trouvai le moyen de lui administrer un joli petit coup de pointe qui le mit pour quinze jours au lit. – Cela me suffisait ; je n’avais pas envie de le tuer, et j’aimais autant le laisser vivre pour qu’il fût pendu plus tard ; soin touchant dont il aurait dû me savoir plus de gré ! – Mon drôle étendu entre deux draps et dûment ficelé de bandelettes, il n’y avait plus qu’à décider la petite à quitter la maison, ce qui n’était pas excessivement difficile.

 

Je lui fis un conte sur la disparition de son amoureux, dont elle s’inquiétait extraordinairement. Je lui dis qu’il s’en était allé avec une comédienne de la troupe qui était alors à C*** : ce qui l’indigna, comme tu peux croire. – Mais je la consolai en lui disant toute sorte de mal du chevalier, qui était laid, ivrogne et déjà vieux, et je finis par lui demander si elle n’aimerait pas mieux que je fusse son galant. – Elle répondit qu’elle le voulait bien, parce que j’étais plus beau, et que mes habits étaient neufs. – Cette naïveté, dite avec un sérieux énorme, me fit rire jusqu’aux larmes. – Je montai la tête de la petite, et fis si bien que je la décidai à quitter la maison. – Quelques bouquets, à peu près autant de baisers, et un collier de perles que je lui donnai la charmèrent à un point difficile à décrire, et elle prenait devant ses petites amies un air important on ne peut plus risible.

 

Je fis faire un costume de page très élégant et très riche à peu près à sa taille, car je ne pouvais l’emmener dans ses habits de fille, à moins de me remettre moi-même en femme, ce que je ne voulais pas faire.

 

J’achetai un petit cheval doux et facile à monter, et pourtant assez bon coureur pour suivre mon barbe quand il me plaisait d’aller vite. Puis je dis à la belle de tâcher de descendre à la brume sur la porte, et que je l’y prendrais : ce qu’elle exécuta très ponctuellement. – Je la trouvai qui se tenait en faction derrière le battant entrebâillé. – Je passai fort près de la maison ; elle sortit, je lui tendis la main, elle appuya son pied sur la pointe du mien, et sauta fort lestement en croupe, car elle était d’une agilité merveilleuse. Je piquai mon cheval, et, par sept ou huit ruelles détournées et désertes, je trouvai moyen de revenir chez moi sans que personne nous vît.

 

Je lui fis quitter ses habits pour mettre son travestissement, et je lui servis moi-même de femme de chambre ; elle fit d’abord quelques façons, et voulait s’habiller toute seule ; mais je lui fis comprendre que cela perdrait beaucoup de temps, et que, d’ailleurs, étant ma maîtresse, il n’y avait pas le moindre inconvénient, et que cela se pratiquait ainsi entre amants. – Il n’en fallait pas tant pour la convaincre, et elle se prêta à la circonstance de la meilleure grâce du monde.

 

Son corps était une petite merveille de délicatesse – Ses bras, un peu maigres comme ceux de toute jeune fille, étaient d’une suavité de linéaments inexprimable, et sa gorge naissante faisait de si charmantes promesses qu’aucune gorge plus formée n’eût pu soutenir la comparaison. – Elle avait encore toutes les grâces de l’enfant et déjà tout le charme de la femme ; elle était dans cette nuance adorable de transition de la petite fille à la jeune fille : nuance fugitive, insaisissable, époque délicieuse où la beauté est pleine d’espérance, et où chaque jour, au lieu d’enlever quelque chose à vos amours, y ajoute de nouvelles perfections.

 

Son costume lui allait on ne peut mieux. Il lui donnait un petit air mutin très curieux et très récréatif, et qui la fit rire aux éclats quand je lui présentai le miroir pour qu’elle jugeât de l’effet de sa toilette. Je lui fis ensuite manger quelques biscuits trempés dans du vin d’Espagne, afin de lui donner du courage et de lui faire mieux supporter la fatigue de la route.

 

Les chevaux nous attendaient tout sellés dans la cour ; – elle monta assez délibérément sur le sien, j’enfourchai l’autre, et nous partîmes. – La nuit était complètement tombée, et de rares lumières, qui s’éteignaient d’instant en instant, faisaient voir que l’honnête ville de C*** était occupée vertueusement comme doit le faire toute ville de province au coup de neuf heures.

 

Nous ne pouvions pas aller très vite, car Ninon n’était pas meilleure écuyère qu’il ne le fallait, et, quand son cheval prenait le trot, elle se cramponnait de toutes ses forces après la crinière. – Cependant, le lendemain matin, nous étions assez loin pour que l’on ne pût nous rattraper, à moins de faire une diligence extrême ; mais l’on ne nous poursuivit pas, ou du moins, si on le fit, ce fut dans une direction opposée à celle que nous avions suivie.

 

Je m’attachai singulièrement à la petite belle. – Je ne t’avais plus avec moi, ma chère Graciosa, et j’éprouvais un besoin immense d’aimer quelqu’un ou quelque chose, d’avoir avec moi soit un chien, soit un enfant à caresser familièrement. – Ninon était cela pour moi ; – elle couchait dans mon lit, et passait pour dormir ses petits bras autour de mon corps ; – elle se croyait très sérieusement ma maîtresse, et ne doutait pas que je ne fusse un homme ; sa grande jeunesse et son extrême innocence l’entretenaient dans cette erreur que j’avais gardé de dissiper. – Les baisers que je lui donnais complétaient parfaitement son illusion, car son idée n’allait pas encore au-delà, et ses désirs ne parlaient pas assez haut pour lui faire soupçonner autre chose. Au reste, elle ne se trompait qu’à demi.

 

Et, réellement, il y avait entre elle et moi la même différence qu’il y a entre moi et les hommes. – Elle était si diaphane, si svelte, si légère, d’une nature si délicate et si choisie qu’elle est une femme même pour moi qui suis femme, et qui ai l’air d’un Hercule à côté d’elle. Je suis grande et brune, elle est petite et blonde ; ses traits sont tellement doux qu’ils font paraître les miens presque durs et austères, et sa voix est un gazouillement si mélodieux que ma voix semble dure près de la sienne. Un homme qui l’aurait la briserait en morceaux, et j’ai toujours peur que le vent ne l’emporte quelque beau matin. – Je la voudrais enfermer dans une boîte de coton et la porter suspendue à mon cou. – Tu ne te figures pas, ma bonne amie, combien elle a de grâce et d’esprit, de chatteries délicieuses, de mignardises enfantines, de petites façons et de gentilles manières. C’est bien la plus adorable créature qui soit, et il eût été vraiment dommage qu’elle fût restée avec son indigne mère. Je mettais une joie maligne à dérober ainsi ce trésor à la rapacité des hommes. J’étais le griffon qui empêchait d’en approcher, et, si je n’en jouissais pas moi-même, au moins personne n’en jouissait : idée toujours consolante, quoi qu’en puissent dire tous les sots détracteurs de l’égoïsme.

 

Je me proposais de la conserver aussi longtemps que possible dans l’ignorance où elle était, et de la garder auprès de moi jusqu’à ce qu’elle ne voulût plus y rester ou que j’eusse trouvé à lui assurer un sort.

 

Sous son costume de petit garçon, je l’emmenais dans tous mes voyages, à droite et à gauche ; ce genre de vie lui plaisait singulièrement, et l’agrément qu’elle y prenait l’aidait à en supporter les fatigues. – Partout on me complimentait sur l’exquise beauté de mon page, et je ne doute pas qu’il n’ait fait naître à beaucoup de monde l’idée précisément inverse de ce qui était. Plusieurs même cherchèrent à s’en éclaircir ; mais je ne laissais la petite parler à personne, et les curieux furent tout à fait désappointés.

 

Tous les jours je découvrais dans cette aimable enfant quelque nouvelle qualité qui me la faisait chérir davantage et m’applaudir de la résolution que j’avais prise. – Assurément les hommes n’étaient pas dignes de la posséder, et il eût été déplorable que tant de charmes du corps et de l’âme eussent été livrés à leurs appétits brutaux et à leur cynique dépravation.

 

Une femme seule pouvait l’aimer assez délicatement et assez tendrement. – Un côté de mon caractère, qui n’eût pu se développer dans une autre liaison et qui se mit tout à fait au jour dans celle-ci, c’est le besoin et l’envie de protéger, ce qui est habituellement l’affaire des hommes. Il m’eût extrêmement déplu, si j’eusse pris un amant, qu’il se donnât des airs de me détendre, par la raison que c’est un soin que j’aime à prendre avec les gens qui me plaisent, et que mon orgueil se trouve beaucoup mieux du premier rôle que du second, quoique le second soit plus agréable. – Aussi je me sentais contente de rendre à ma chère petite tous les soins que j’eusse dû aimer à recevoir, comme de l’aider dans les chemins difficiles, de lui tenir la bride et l’étrier, de la servir à table, de la déshabiller et de la mettre au lit, de la défendre si quelqu’un l’insultait, enfin de faire pour elle tout ce que l’amant le plus passionné et le plus attentif fait pour une maîtresse adorée.

 

Je perdais insensiblement l’idée de mon sexe, et je me souvenais à peine, de loin en loin, que j’étais femme ; dans les commencements, il m’échappait souvent de dire, sans y songer, quelque chose comme cela qui n’était pas congruent avec l’habit que je portais. Maintenant cela ne m’arrive plus, et même, lorsque je t’écris, à toi qui es dans la confidence de mon secret, je garde quelquefois dans les adjectifs une virilité inutile. S’il me reprend jamais fantaisie d’aller chercher mes jupes dans le tiroir où je les ai laissées, ce dont je doute fort, à moins que je ne devienne amoureuse de quelque jeune beau, j’aurai de la peine à perdre cette habitude, et, au lieu d’une femme déguisée en homme, j’aurai l’air d’un homme déguisé en femme. En vérité, ni l’un ni l’autre de ces deux sexes n’est le mien ; je n’ai ni la soumission imbécile, ni la timidité, ni les petitesses de la femme ; je n’ai pas les vices des hommes, leur dégoûtante crapule et leurs penchants brutaux : – je suis d’un troisième sexe à part qui n’a pas encore de nom : au-dessus ou au-dessous, plus défectueux ou supérieur : j’ai le corps et l’âme d’une femme, l’esprit et la force d’un homme, et j’ai trop ou pas assez de l’un et de l’autre pour me pouvoir accoupler avec l’un d’eux.

 

Ô Graciosa ! je ne pourrai jamais aimer complètement personne ni homme ni femme ; quelque chose d’inassouvi gronde toujours en moi, et l’amant ou l’amie ne répond qu’à une seule face de mon caractère. Si j’avais un amant, ce qu’il y a de féminin en moi dominerait sans doute pour quelque temps ce qu’il y a de viril, mais cela durerait peu ? et je sens que je ne serais contentée qu’à demi ; si l’ai une amie, l’idée de la volupté corporelle m’empêche de goûter entièrement la pure volupté de l’âme ; en sorte que je ne sais où m’arrêter, et que je flotte perpétuellement de l’un à l’autre.

 

Ma chimère serait d’avoir tour à tour les deux sexes pour satisfaire à cette double nature : – homme aujourd’hui, femme demain, je réserverais pour mes amants mes tendresses langoureuses, mes façons soumises et dévouées, mes plus molles caresses, mes petits soupirs mélancoliquement filés, tout ce qui tient dans mon caractère du chat et de la femme ; puis, avec mes maîtresses, je serais entreprenant, hardi, passionné, avec les manières triomphantes, le chapeau sur l’oreille, une tournure de capitan et d’aventurier. Ma nature se produirait ainsi tout entière au jour, et je serais parfaitement heureuse, car le vrai bonheur est de se pouvoir développer librement en tous sens et d’être tout ce qu’on peut être.

 

Mais ce sont là des choses impossibles, et il n’y faut pas songer.

 

J’avais enlevé la petite dans l’idée de donner le change à mes penchants et de détourner sur quelqu’un toute cette vague tendresse qui flotte dans mon âme et l’inonde ; je l’avais prise comme une espèce d’échappement à mes facultés aimantes ; mais je reconnus bientôt, malgré toute l’affection que je lui portais, quel vide immense, quel abîme sans fond elle laissait dans mon cœur, combien ses plus tendres caresses me satisfaisaient peu !… – Je résolus d’essayer d’un amant, mais il se passa longtemps sans que je rencontrasse quelqu’un qui ne me déplût pas. J’ai oublié de te dire que Rosette, ayant découvert où j’étais allée, m’avait écrit la lettre la plus suppliante pour que je l’allasse voir ; je ne pus le lui refuser, et j’allai la rejoindre à la campagne où elle était. – J’y suis retournée plusieurs fois depuis et même tout dernièrement. – Rosette, désespérée de ne pas m’avoir eue pour amant, s’était jetée dans le tourbillon du monde et dans la dissipation, comme toutes les âmes tendres qui ne sont pas religieuses et qui ont été froissées dans leur premier amour ; – elle avait eu beaucoup d’aventures en peu de temps, et la liste de ses conquêtes était déjà fort nombreuse, car tout le monde n’avait pas pour lui résister les mêmes raisons que moi.

 

Elle avait avec elle un jeune homme nommé d’Albert, qui était pour lors son galant en pied. – Je parus lui faire une impression toute particulière, et il se prit tout d’abord pour moi d’une amitié fort vive. – Quoiqu’il la traitât avec beaucoup d’égards, et qu’il eût avec elle des manières assez tendres, au fond il n’aimait pas Rosette, – non par satiété ni par dégoût, mais plutôt parce qu’elle ne répondait pas à certaines idées, vraies ou fausses, qu’il s’était faites de l’amour et de la beauté. Un nuage idéal s’interposait entre elle et lui, et l’empêchait d’être heureux comme il aurait dû l’être sans cela. – Évidemment son rêve n’était pas accompli, et il soupirait après autre chose. – Mais il ne cherchait pas et restait fidèle à des liens qui lui pesaient ; car il a dans l’âme un peu plus de délicatesse et d’honneur que n’en ont la plupart des hommes, et son cœur est bien loin d’être aussi corrompu que son esprit. – Ne sachant pas que Rosette n’avait jamais été amoureuse que de moi, et l’était encore, à travers toutes ses intrigues et ses folies, il craignait de l’affliger en lui laissant voir qu’il ne l’aimait pas : cette considération le retenait, et il se sacrifiait le plus généreusement du monde.

 

Le caractère de mes traits lui plut extraordinairement, car il attache une importance extrême à la forme extérieure, tant et si bien qu’il devint amoureux de moi, malgré mes habits d’homme et la formidable rapière que je porte au côté. – J’avoue que je lui sus bon gré de la finesse de son instinct, et que j’eus pour lui quelque estime de m’avoir distinguée sous ces trompeuses apparences. – Dans le commencement, il se crut pourvu d’un goût beaucoup plus dépravé qu’il ne l’était en effet, et je riais intérieurement de le voir se tourmenter ainsi. – Il avait quelquefois, en m’abordant, des mines effarouchées qui me divertissaient on ne peut plus, et le penchant bien naturel qui l’entraînait vers moi lui paraissait une impulsion diabolique à laquelle on n’eût trop su résister.

 

En ces occasions, il se rejetait sur Rosette avec furie, et s’efforçait de reprendre des habitudes d’amour plus orthodoxes ; puis il revenait à moi comme de raison plus enflammé qu’auparavant. Puis cette lumineuse idée que je pouvais bien être une femme se glissa dans son esprit. Pour s’en convaincre, il se mit à m’observer et à m’étudier avec l’attention la plus minutieuse ; il doit connaître particulièrement chacun de mes cheveux et savoir au juste combien j’ai de cils aux paupières ; mes pieds, mes mains, mon cou, mes joues, le moindre duvet au coin de ma lèvre, il a tout examiné, tout comparé, tout analysé, et de cette investigation où l’artiste aidait l’amant il est ressorti, clair comme le jour (quand il est clair), que j’étais bien et dûment une femme, et de plus son idéal, le type de sa beauté, la réalité de son rêve ;

 

– merveilleuse découverte !

 

Il ne restait plus qu’à m’attendrir et à se faire octroyer le don d’amoureuse merci, – pour constater tout à fait de mon sexe. – Une comédie que nous jouâmes et dans laquelle je parus en femme le décida complètement. Je lui fis quelques œillades équivoques, et je me servis de quelques passages de mon rôle, analogues à notre situation, pour l’enhardir et le pousser à se déclarer – Car, si je ne l’aimais pas avec passion, il me plaisait assez pour ne point le laisser sécher d’amour sur pied ; et comme depuis ma transformation il avait le premier soupçonné que j’étais femme, il était bien juste que je l’éclairasse sur ce point important, et j’étais résolue à ne pas lui laisser l’ombre du doute.

 

Il vint plusieurs fois dans ma chambre avec sa déclaration sur les lèvres, mais il n’osa pas la débiter ; – car, effectivement, il est difficile de parler d’amour à quelqu’un qui a les mêmes habits que vous et qui essaye des bottes à l’écuyère. Enfin, ne pouvant prendre cela sur lui, il m’écrivit une longue lettre, très pindarique, où il m’expliquait fort au long ce que je savais mieux que lui.

 

Je ne sais trop ce que je dois faire. – Admettre sa requête ou la rejeter, – ce serait immodérément vertueux ; – d’ailleurs, il aurait un trop grand chagrin de se voir refuser : si nous rendons malheureux les gens qui nous aiment, que ferons-nous donc à ceux qui nous haïssent ? – Peut-être serait-il plus strictement convenable de faire la cruelle quelque temps et d’attendre au moins un mois avant de dégrafer la peau de tigresse pour se mettre humainement en chemise. – Mais, puisque je suis résolue à lui céder, autant vaut tout de suite que plus tard ; – je ne conçois pas trop ces belles résistances mathématiquement graduées qui abandonnent une main aujourd’hui, demain l’autre, puis le pied, puis la jambe et le genou jusqu’à la jarretière exclusivement, et ces vertus intraitables toujours prêtes à se pendre à la sonnette, si l’on dépasse d’une ligne le terrain qu’elles ont résolu de laisser prendre ce jour-là, – cela me fait rire de voir ces Lucrèces méthodiques qui marchent à reculons avec les signes du plus virginal effroi, et jettent de temps en temps un regard furtif par-dessus leur épaule pour s’assurer si le sofa où elles doivent tomber est bien directement derrière elles. – C’est un soin que je ne saurais prendre.

 

Je n’aime pas d’Albert, du moins dans le sens que je donne à ce mot, mais j’ai certainement du goût et du penchant pour lui ; – son esprit me plaît et sa personne ne me rebute pas : il n’est pas beaucoup de gens dont je puisse en dire autant. Il n’a pas tout, mais il a quelque chose ; – ce qui me plaît en lui, c’est qu’il ne cherche pas à s’assouvir brutalement comme les autres hommes ; il a une perpétuelle aspiration et un souffle toujours soutenu vers le beau, – vers le beau matériel seulement, il est vrai, mais c’est encore un noble penchant, et qui suffit à le maintenir dans les pures régions. – Sa conduite avec Rosette prouve de l’honnêteté de cœur, honnêteté plus rare que l’autre, s’il est possible.

 

Et puis, s’il faut que je te le dise, je suis possédée des plus violents désirs, – je languis et je meurs de volupté ; – car l’habit que je porte, en m’engageant dans toute sorte d’aventures avec les femmes, me protège trop parfaitement contre les entreprises des hommes ; une idée de plaisir qui ne se réalise jamais flotte vaguement dans ma tête, et ce rêve plat et sans couleur me fatigue et m’ennuie. – Tant de femmes posées dans le plus chaste milieu mènent une vie de prostituées ! et moi, par un contraste assez bouffon, je reste chaste et vierge comme la froide Diane elle-même, au sein de la dissipation la plus éparpillée et entourée des plus grands débauchés du siècle. – Cette ignorance du corps que n’accompagne pas l’ignorance de l’esprit est la plus misérable chose qui soit. Pour que ma chair n’ait pas à faire la fière devant mon âme, je veux la souiller également, si toutefois c’est une souillure plus que de boire et de manger, – ce dont je doute. – En un mot, je veux savoir ce que c’est qu’un homme, et le plaisir qu’il donne. Puisque d’Albert m’a reconnue sous mon travestissement, il est bien juste qu’il soit récompensé de sa pénétration ; il est le premier qui ait deviné que j’étais une femme, et je lui prouverai de mon mieux que ses soupçons étaient fondés. – Il serait peu charitable de lui laisser croire qu’il n’a eu qu’un goût monstrueux.

 

C’est donc d’Albert qui résoudra mes doutes et me donnera ma première leçon d’amour : il ne s’agit plus maintenant que d’amener la chose d’une façon toute poétique. J’ai envie de ne pas répondre à sa lettre et de lui faire froide mine pendant quelques jours. Quand je le verrai bien triste et bien désespéré, invectivant les dieux, montrant le poing à la création, et regardant les puits pour voir s’ils ne sont pas trop profonds pour s’y jeter, – je me retirerai comme Peau d’Âne au fond du corridor, et je mettrai ma robe couleur du temps, – c’est-à-dire mon costume de Rosalinde ; car ma garde-robe féminine est très restreinte. Puis j’irai chez lui, radieuse comme un paon qui fait la roue, montrant avec ostentation ce que je dissimule ordinairement avec le plus grand soin, et n’ayant qu’un petit tour de gorge en dentelles très bas et très dégagé, et je lui dirai du ton le plus pathétique que je pourrai prendre :

 

« Ô très élégiaque et très perspicace jeune homme ! je suis bien véritablement une jeune et pudique beauté, qui vous adore par-dessus le marché, et qui ne demande qu’à vous faire plaisir et à elle aussi. – Voyez si cela vous convient, et, s’il vous reste encore quelque scrupule, touchez ceci, allez en paix, et péchez le plus que vous pourrez. »

 

Ce beau discours achevé, je me laisserai tomber à demi pâmée dans ses bras, et, tout en poussant de mélancoliques soupirs, je ferai sauter adroitement l’agrafe de ma robe de façon à me trouver dans le costume de rigueur, c’est-à-dire à moitié nue. – D’Albert fera le reste, et j’espère que, le lendemain matin, je saurai à quoi m’en tenir sur toutes ces belles choses qui me troublent la cervelle depuis si longtemps. – En contentant ma curiosité, j’aurai de plus le plaisir d’avoir fait un heureux.

 

Je me propose aussi d’aller rendre à Rosette une visite dans le même costume, et de lui faire voir que, si je n’ai pas répondu à son amour, ce n’était ni par froideur ni par dégoût. – Je ne veux pas qu’elle garde de moi cette mauvaise opinion, et elle mérite, aussi bien que d’Albert, que je trahisse mon incognito en sa faveur. – Quelle mine fera-t-elle à cette révélation ? – Son orgueil en sera consolé, mais son amour en gémira.

 

Adieu, toute belle et toute bonne ; prie le bon Dieu que le plaisir ne me paraisse pas aussi peu de chose que ceux qui le dispensent. J’ai plaisanté tout le long de cette lettre, et cependant ce que je vais essayer est une chose grave et dont le reste de ma vie se peut ressentir.

Chapitre 16

 

Il y avait déjà plus de quinze jours que d’Albert avait déposé son épître amoureuse sur la table de Théodore, – et cependant rien ne semblait changé dans les manières de celui-ci. – D’Albert ne savait à quoi attribuer ce silence ; – on eût dit que Théodore n’avait pas eu connaissance de la lettre ; le déplorable d’Albert pensa qu’elle avait été détournée ou perdue ; cependant la chose était difficile à expliquer, car Théodore était rentré un instant après dans la chambre, et il eût été bien extraordinaire qu’il n’aperçût pas un grand papier posé tout seul au milieu d’une table, de façon à attirer les regards les plus distraits.

 

Ou bien est-ce que Théodore était réellement un homme et non point une femme, comme d’Albert se l’était imaginé ? – ou, dans le cas qu’elle fût femme, avait-elle pour lui un sentiment d’aversion si prononcé, un mépris tel qu’elle ne daignât pas même prendre la peine de lui faire une réponse ? – Le pauvre jeune homme, qui n’avait pas eu, comme nous, l’avantage de fouiller dans le portefeuille de Graciosa, la confidente de la belle Maupin, n’était en état de décider affirmativement ou négativement aucune de ces importantes questions, et il flottait tristement dans les plus misérables irrésolutions.

 

Un soir, il était dans sa chambre, le front mélancoliquement appuyé contre la vitre, et il regardait, sans les voir, les marronniers du parc déjà tout effeuillés et tout rougis. Une vapeur épaisse noyait les lointains, la nuit descendait plutôt grise que noire, et posait avec précaution ses pieds de velours sur la cime des arbres : – un grand cygne plongeait et replongeait amoureusement son cou et ses épaules dans l’eau fumante de la rivière, et sa blancheur le faisait paraître dans l’ombre comme une large étoile de neige. – C’était le seul être vivant qui animât un peu ce morne paysage.

 

D’Albert songeait aussi tristement que peut songer à cinq heures du soir, en automne, par un temps de brume, un homme désappointé ayant pour musique une bise assez aigre et pour perspective le squelette d’une forêt sans perruque.

 

Il songeait à se jeter dans la rivière, mais l’eau lui semblait bien noire et bien froide, et l’exemple du cygne ne le persuadait qu’à demi ; à se brûler la cervelle, mais il n’avait ni pistolet ni poudre, et il eût été fâché d’en avoir ; à prendre une nouvelle maîtresse et même à en prendre deux, résolution sinistre ! mais il ne connaissait personne qui lui convînt ou même qui ne lui convînt pas. – Il poussa le désespoir jusqu’à vouloir renouer avec des femmes qui lui étaient parfaitement insupportables et qu’il avait fait mettre, à coups de cravache, hors de chez lui par son laquais. Il finit par s’arrêter à quelque chose de beaucoup plus affreux… à écrire une seconde lettre.

 

Ô sextuple butor !

 

Il en était là de sa méditation, lorsqu’il sentit se poser sur son épaule – une main – pareille à une petite colombe qui descend sur un palmier. – La comparaison cloche un peu en ce que l’épaule d’Albert ressemble assez légèrement à un palmier : c’est égal, nous la conservons par pur orientalisme.

 

La main était emmanchée au bout d’un bras qui répondait à une épaule faisant partie d’un corps, lequel n’était autre chose que Théodore-Rosalinde, mademoiselle d’Aubiguy, ou Madeleine de Maupin, pour l’appeler de son véritable nom.

 

Qui fut étonné ? – Ce n’est ni moi ni vous, car vous et moi nous étions préparés de longue main à cette visite ; ce fut d’Albert qui ne s’y attendait pas le moins du monde. – Il fit un petit cri de surprise tenant le milieu entre oh ! et ah ! Cependant j’ai les meilleures raisons de croire qu’il tenait plus de ah ! que de oh !

 

C’était bien Rosalinde, si belle et si radieuse qu’elle éclairait toute la chambre, – avec ses cordons de perles dans les cheveux, sa robe prismatique, ses grands jabots de dentelle, ses souliers à talons rouges, son bel éventail de plumes de paon, telle enfin qu’elle était le jour de la représentation. Seulement, différence importante et décisive, elle n’avait ni gorgerette, ni guimpe, ni fraise, ni quoi que ce soit qui dérobât aux yeux ces deux charmants frères ennemis, – qui, hélas ! ne tendent trop souvent qu’à se réconcilier.

 

Une gorge entièrement nue, blanche, transparente, comme un marbre antique, de la coupe la plus pure et la plus exquise, saillait hardiment hors d’un corsage très échancré, et semblait porter des défis aux baisers. – C’était une vue fort rassurante ; aussi d’Albert se rassura-t-il bien vite, et se laissa-t-il aller en toute confiance à ses émotions les plus échevelées.

 

– Eh bien ! Orlando, est-ce que vous ne reconnaissez pas votre Rosalinde ? dit la belle avec le plus charmant sourire ; ou bien avez-vous laissé votre amour accroché avec vos sonnets à quelques buissons de la forêt des Ardennes ? Seriez-vous réellement guéri du mal pour lequel vous me demandiez un remède avec tant d’instance ? J’en ai bien peur.

 

– Oh non ! Rosalinde, je suis plus malade que jamais. – J’agonise, je suis mort, ou peu s’en faut !

 

– Vous n’avez point trop mauvaise façon pour un mort, et beaucoup de vivants n’ont pas si bonne mine.

 

– Quelle semaine j’ai passée ! – Vous ne pouvez vous le figurer, Rosalinde. J’espère qu’elle me vaudra mille ans de purgatoire de moins dans l’autre monde. – Mais, si j’osais vous le demander, pourquoi ne m’avez-vous pas répondu plus tôt ?

 

– Pourquoi ? – Je ne sais pas trop, à moins que ce ne soit parce que. – Si ce motif cependant ne vous paraît pas valable, en voici trois autres beaucoup moins bons ; vous choisirez : d’abord parce que, entraîné par votre passion, vous avez oublié d’écrire lisiblement, et qu’il m’a fallu plus de huit jours pour deviner de quoi il était question dans votre lettre ; – ensuite parce que ma pudeur ne pouvait se faire en moins de temps à une idée aussi saugrenue que celle de prendre un poète dithyrambique pour amant ; et puis parce que je n’étais pas fâchée de voir si vous vous brûleriez la cervelle ou si vous vous empoisonneriez avec de l’opium, ou si vous vous pendriez à votre jarretière. – Voilà.

 

– La méchante persifleuse ! que vous avez bien fait de venir aujourd’hui, vous ne m’auriez peut-être pas trouvé demain.

 

– Vraiment ! pauvre garçon ! – Ne prenez pas un air aussi éploré, car je m’attendrirais aussi, et cela me rendrait plus bête à moi seule que tous les animaux qui étaient dans l’arche avec feu Noé. – Si je lâche une fois la bande à ma sensibilité, vous serez submergé, je vous en avertis. – Tout à l’heure je vous ai donné trois mauvaises raisons, je vous offre maintenant trois bons baisers ; acceptez-vous, à cette condition que vous oublierez les raisons pour les baisers ? – Je vous dois bien cela et plus.

 

En disant ces mots, la belle infante s’avança vers le dolent amoureux, et lui jeta ses beaux bras autour du cou. – D’Albert l’embrassa avec effusion sur les deux joues et sur la bouche. – Ce dernier baiser dura plus longtemps que les autres, et aurait pu compter pour quatre. – Rosalinde vit que tout ce qu’elle avait fait jusqu’alors n’était que pur enfantillage. – Sa dette acquittée, elle s’assit sur les genoux de d’Albert encore tout émue, et, passant ses doigts dans ses cheveux, elle lui dit :

 

– Toutes mes cruautés sont épuisées, mon doux ami ; j’avais pris ces quinze jours pour satisfaire à ma férocité naturelle ; je vous avouerai que je les ai trouvés longs. N’allez pas devenir fat parce que je suis franche, mais cela est vrai. – Je me remets entre vos mains, vengez-vous de mes rigueurs passées. – Si vous étiez un sot, je ne vous dirais pas cela, et même je ne vous dirais pas autre chose, car je n’aime pas les sots. – Il m’aurait été bien facile de vous faire croire que j’étais prodigieusement choquée de votre hardiesse, et que vous n’auriez pas assez de tous vos platoniques soupirs et de votre plus quintessencié galimatias pour vous faire pardonner une chose dont j’étais fort aise ; j’aurais pu, comme une autre, vous marchander longtemps et vous donner en détail ce que je vous accorde librement et en une fois ; mais je ne pense pas que vous m’en eussiez aimée l’épaisseur d’un seul cheveu de plus. – Je ne vous demande ni serment d’amour éternel, ni protestation exagérée. – Aimez-moi tant que le bon Dieu voudra. – J’en ferai autant de mon côté. – Je ne vous appellerai pas perfide et misérable, quand vous ne m’aimerez plus. – Vous aurez aussi la bonté de m’épargner les titres odieux correspondants, s’il m’arrive de vous quitter. – Je ne serai qu’une femme qui aura cessé de vous aimer, – rien de plus. – Il n’est pas nécessaire de se haïr toute la vie, à cause que l’on a couché une nuit ou deux ensemble. – Quoi qu’il arrive, et où que la destinée me pousse, je vous jure, et ceci est une promesse que l’on peut tenir, de garder toujours un charmant souvenir de vous, et, si je ne suis plus votre maîtresse, d’être votre amie comme j’ai été votre camarade. – J’ai quitté pour vous cette nuit mes habits d’homme ; – je les reprendrai demain matin pour tous. – Songez que je ne suis Rosalinde que la nuit, et que tout le jour je ne suis et ne peux être que Théodore de Sérannes…

 

La phrase qu’elle allait prononcer s’éteignit dans un baiser auquel en succédèrent beaucoup d’autres, que l’on ne comptait plus et dont nous ne ferons pas le catalogue exact, parce que cela serait assurément un peu long et peut-être fort immoral – pour certaines gens, – car pour nous, nous ne trouvons rien de plus moral et de plus sacré sous le ciel que les caresses de l’homme et de la femme, quand tous deux sont beaux et jeunes.

 

Comme les instances de d’Albert devenaient plus tendres et plus vives, au lieu de s’épanouir et de rayonner, la belle figure de Théodore prit l’expression de fière mélancolie qui donna quelque inquiétude à son amant.

 

– Pourquoi, ma chère souveraine, avez-vous l’air chaste et sérieux d’une Diane antique, là où il faudrait plutôt les lèvres souriantes de Vénus sortant de la mer ?

 

– Voyez-vous, d’Albert, c’est que je ressemble plus à Diane chasseresse qu’à toute autre chose. – J’ai pris fort jeune cet habit d’homme pour des raisons qu’il serait long et inutile de vous dire. – Vous avez seul deviné mon sexe, – et, si j’ai fait des conquêtes, ce n’a été que de femmes, conquêtes fort superflues et dont j’ai été plus d’une fois embarrassée. – En un mot, quoique ce soit une chose incroyable et ridicule, je suis vierge, – vierge comme la neige de l’Himalaya, comme la Lune avant qu’elle n’eût couché avec Endymion, comme Marie avant d’avoir fait connaissance avec le pigeon divin, et je suis grave ainsi que toute personne qui va faire une chose sur laquelle on ne peut revenir. – C’est une métamorphose, une transformation que je vais subir. – Changer le nom de fille en nom de femme, n’avoir plus à donner demain ce que j’avais hier ; quelque chose que je ne savais pas et que je vais apprendre, une page importante tournée au livre de la vie. – Voilà pourquoi j’ai l’air triste, mon ami, et non pour rien qui soit de votre faute. En disant cela, elle sépara de ses deux belles mains les longs cheveux du jeune homme, et posa sur son front pâle ses lèvres mollement plissées.

 

D’Albert, singulièrement ému par le ton doux et solennel dont elle débita toute cette tirade, lui prit les mains et en baisa tous les doigts, les uns après les autres, – puis rompit fort délicatement le lacet de sa robe, en sorte que le corsage s’ouvrit et que les deux blancs trésors apparurent dans toute leur splendeur : sur cette gorge étincelante et claire comme l’argent s’épanouissaient les deux belles roses du paradis. Il en serra légèrement les pointes vermeilles dans sa bouche, et en parcourut ainsi tout le contour. Rosalinde se laissait faire avec une complaisance inépuisable, et tâchait de lui rendre ses caresses aussi exactement que possible.

 

– Vous devez me trouver bien gauche et bien froide, mon pauvre d’Albert ; mais je ne sais guère comment l’on s’y prend ; – vous aurez beaucoup à faire pour m’instruire, et réellement je vous charge là d’une occupation très pénible.

 

D’Albert fit la réponse la plus simple, il ne répondit pas, – et, l’étreignant dans ses bras avec une nouvelle passion, il couvrit de baisers ses épaules et sa poitrine nues. Les cheveux de l’infante à demi pâmée se dénouèrent, et sa robe tomba sur ses pieds comme par enchantement. Elle demeura tout debout comme une blanche apparition avec une simple chemise de la toile la plus transparente. Le bienheureux amant s’agenouilla, et eut bientôt jeté dans un coin opposé de l’appartement les deux jolis petits souliers à talons rouges ; – les bas à coins brodés les suivirent de près.

 

La chemise, douée d’un heureux esprit d’imitation, ne resta pas en arrière de la robe : elle glissa d’abord des épaules sans qu’on songeât à la retenir ; puis, profitant d’un moment où les bras étaient perpendiculaires, elle en sortit avec beaucoup d’adresse et roula jusqu’aux hanches dont le contour ondoyant l’arrêta à demi. – Rosalinde s’aperçut alors de la perfidie de son dernier vêtement, et leva son genou pour l’empêcher de tomber tout à fait. – Ainsi posée, elle ressemblait parfaitement à ces statues de marbre des déesses, dont la draperie intelligente, fâchée de recouvrir tant de charmes, enveloppe à regret les belles cuisses, et par une heureuse trahison s’arrête précisément au-dessous de l’endroit qu’elle est destinée à cacher. – Mais, comme la chemise n’était pas de marbre et que ses plis ne la soutenaient pas, elle continua sa triomphale descente, s’affaissa tout à fait sur la robe, et se coucha en rond autour des pieds de sa maîtresse comme un grand lévrier blanc.

 

Il y avait assurément un moyen fort simple d’empêcher tout ce désordre, celui de retenir la fuyarde avec la main : cette idée, toute naturelle qu’elle fût, ne vint pas à notre pudique héroïne.

 

Elle resta donc sans aucun voile, ses vêtements tombés lui faisant une espèce de socle, dans tout l’éclat diaphane de sa belle nudité, aux douces lueurs d’une lampe d’albâtre que d’Albert avait allumée.

 

D’Albert, ébloui, la contemplait avec ravissement.

 

– J’ai froid, dit-elle en croisant ses deux mains sur ses épaules.

 

– Oh ! de grâce ! une minute encore !

 

Rosalinde décroisa ses mains, appuya le bout de son doigt sur le dos d’un fauteuil et se tint immobile ; elle hanchait légèrement de manière à faire ressortir toute la richesse de la ligne ondoyante ; – elle ne paraissait nullement embarrassée, et l’imperceptible rose de ses joues n’avait pas une nuance de plus : seulement le battement un peu précipité de son cœur faisait trembler le contour de son sein gauche.

 

Le jeune enthousiaste de la beauté ne pouvait rassasier ses yeux d’un pareil spectacle : nous devons dire, à la louange immense de Rosalinde, que cette fois la réalité fut au-dessus de son rêve, et qu’il n’éprouva pas la plus légère déception.

 

Tout était réuni dans le beau corps qui posait devant lui : – délicatesse et force, forme et couleur, les lignes d’une statue grecque du meilleur temps et le ton d’un Titien. – Il voyait là, palpable et cristallisée, la nuageuse chimère qu’il avait tant de fois vainement essayé d’arrêter dans son vol : – il n’était pas forcé, comme il s’en plaignait si amèrement à son ami Silvio, de circonscrire ses regards sur une certaine portion assez bien faite, et de ne la point dépasser, sous peine de voir quelque chose d’effroyable, et son œil amoureux descendait de la tête aux pieds et remontait des pieds à la tête, toujours doucement caressé par une forme harmonieuse et correcte.

 

Les genoux étaient admirablement purs, les chevilles élégantes et fines, les jambes et les cuisses d’un tour fier et superbe, le ventre lustré comme une agate, les hanches souples et puissantes, la gorge à faire descendre les dieux du ciel pour la baiser, les bras et les épaules du plus magnifique caractère ; – un torrent de beaux cheveux bruns légèrement crêpelés, comme on en voit aux têtes des anciens maîtres, descendait à petites vagues au long d’un dos d’ivoire dont il rehaussait merveilleusement la blancheur.

 

Le peintre satisfait, l’amant reprit le dessus ; car, quelque amour de l’art qu’on ait, il est des choses qu’on ne peut pas longtemps se contenter de regarder.

 

Il enleva la belle dans ses bras et la porta au lit ; en un tour de main il fut déshabillé lui-même et s’élança à côté d’elle.

 

L’enfant se serra contre lui et l’enlaça étroitement, car ses deux seins étaient aussi froids que la neige dont ils avaient la couleur. Cette fraîcheur de peau faisait brûler d’Albert encore davantage et l’excitait au plus haut degré. – Bientôt la belle eut aussi chaud que lui. – Il lui faisait les plus folles et les plus ardentes caresses. – C’étaient la gorge, les épaules, le cou, la bouche, les bras, les pieds ; il eût voulu couvrir d’un seul baiser tout ce beau corps, qui se fondait presque au sien, tant leur étreinte était intime. – Dans cette profusion de charmants trésors, il ne savait auquel atteindre.

 

Ils ne séparaient plus leurs baisers, et les lèvres parfumées de la Rosalinde ne faisaient plus qu’une seule bouche avec celle de d’Albert ; – leurs poitrines se gonflaient, leurs yeux se fermaient à demi ; – leurs bras, morts de volupté, n’avaient plus la force de serrer leurs corps. – Le divin moment approchait : – un dernier obstacle fut surmonté, un spasme suprême agita convulsivement les deux amants, – et la curieuse Rosalinde fut aussi éclairée que possible sur ce point obscur qui l’inquiétait si fort.

 

Cependant, comme une seule leçon, si intelligent qu’on soit, ne peut pas suffire, d’Albert lui en donna une seconde, puis une troisième… Par égard pour le lecteur, que nous ne voulons pas humilier et désespérer, nous ne porterons pas notre relation plus loin…

 

Notre belle lectrice bouderait à coup sûr son amant si nous lui révélions le chiffre formidable où monta l’amour de d’Albert, aidé de la curiosité de Rosalinde. Qu’elle se souvienne de la mieux remplie et de la plus charmante de ses nuits, de cette nuit où… de cette nuit de laquelle l’on se souviendrait pendant plus de cent mille jours, si l’on n’était mort depuis longtemps ; qu’elle pose le livre à côté d’elle, et suppute sur le bout de ses jolis doigts blancs combien de fois l’a aimée celui qui l’a le plus aimée, et comble ainsi la lacune que nous laissons dans cette glorieuse histoire.

 

Rosalinde avait de prodigieuses dispositions, et fit en cette nuit seule des progrès énormes. – Cette naïveté de corps qui s’étonnait de tout et cette rouerie d’esprit qui ne s’étonnait de rien formaient le plus piquant et le plus adorable contraste. – D’Albert était ravi, éperdu, transporté, et aurait voulu que cette nuit durât quarante-huit heures, comme celle où fut conçu Hercule. – Cependant, vers le matin, malgré une infinité de baisers, de caresses, de mignardises les plus amoureuses du monde et bien faites pour tenir éveillé, après un effort surhumain, il fut obligé de prendre un peu de repos. Un doux et voluptueux sommeil lui toucha les yeux du bout de l’aile, sa tête s’affaissa, et il s’endormit entre les deux seins de sa belle maîtresse. – Celle-ci le considéra quelque temps avec un air de mélancolique et profonde réflexion ; puis, comme l’aube jetait ses rayons blanchâtres à travers les rideaux, elle le souleva doucement, le reposa à côté d’elle, se dressa, et passa légèrement sur son corps.

 

Elle fut à ses habits et se rajusta à la hâte, puis revint au lit, se pencha sur d’Albert, qui dormait encore, et baisa ses deux yeux sur leurs cils soyeux et longs. – Cela fait, elle se retira à reculons en le regardant toujours.

 

Au lieu de retourner dans sa chambre, elle entra chez Rosette. – Ce qu’elle y dit, ce qu’elle y fit, je n’ai jamais pu le savoir, quoique j’aie fait les plus consciencieuses recherches. – Je n’ai trouvé ni dans les papiers de Graciosa, ni dans ceux de d’Albert ou de Silvio, rien qui eût rapport à cette visite. Seulement une femme de chambre de Rosette m’apprit cette circonstance singulière : bien que sa maîtresse n’eût pas couché cette nuit-là avec son amant, le lit était rompu et défait, et portait l’empreinte de deux corps. – De plus, elle me montra deux perles, parfaitement semblables à celles que Théodore portait dans ses cheveux en jouant le rôle de Rosalinde. Elle les avait trouvées dans le lit en le faisant. Je livre cette remarque à la sagacité du lecteur, et je le laisse libre d’en tirer toutes les inductions qu’il voudra ; quant à moi, j’ai fait là-dessus mille conjectures, toutes plus déraisonnables les unes que les autres, et si saugrenues que je n’ose véritablement les écrire, même dans le style le plus honnêtement périphrase.

 

Il était bien midi lorsque Théodore sortit de la chambre de Rosette. – Il ne parut pas au dîner ni au souper. – D’Albert et Rosette n’en semblèrent point surpris. – Il se coucha de fort bonne heure, et le lendemain matin, dès qu’il fit jour, sans prévenir personne, il sella son cheval et celui de son page, et sortit du château en disant à un laquais qu’on ne l’attendit pas au dîner, et qu’il ne reviendrait peut-être point de quelques jours.

 

D’Albert et Rosette étaient on ne peut plus étonnés, et ne savaient à quoi attribuer cette étrange disparition, d’Albert surtout qui, par les prouesses de sa première nuit, croyait bien en avoir mérité une seconde. Sur la fin de la semaine, le malheureux amant désappointé reçut une lettre de Théodore, que nous allons transcrire. J’ai bien peur qu’elle ne satisfasse ni mes lecteurs ni mes lectrices ; mais, en vérité, la lettre était ainsi et pas autrement, et ce glorieux roman n’aura pas d’autre conclusion.

Chapitre 17

 

« Vous êtes sans doute très surpris, mon cher d’Albert, de ce que je viens de faire après ce que j’ai fait. – Je vous le permets, il y a de quoi. – Parions que vous m’avez déjà donné au moins vingt de ces épithètes que nous étions convenus de rayer de votre vocabulaire : – perfide, inconstante, scélérate, – n’est-ce pas ? – Au moins, vous ne m’appellerez pas cruelle ou vertueuse, c’est toujours cela de gagné. – Vous me maudissez, et vous avez tort. – Vous aviez envie de moi, vous m’aimiez, j’étais votre idéal ; – fort bien. Je vous ai accordé sur-le-champ ce que vous demandiez ; il n’a tenu qu’à vous de l’avoir plus tôt. J’ai servi de corps à votre rêve le plus complaisamment du monde. – Je vous ai donné ce que je ne donnerai assurément plus à personne, surprise sur laquelle vous ne comptiez guère et dont vous devriez me savoir plus de gré. – Maintenant que je vous ai satisfait, il me plaît de m’en aller.

 

« Qu’y a-t-il de si monstrueux ?

 

« Vous m’avez eue entièrement et sans réserve toute une nuit ; – que voulez-vous de plus ? Une autre nuit, et puis encore une autre ; vous vous accommoderiez même des jours au besoin. – Vous continueriez ainsi jusqu’à ce que vous fussiez dégoûté de moi. – Je vous entends d’ici vous écrier très galamment que je ne suis pas de celles dont on se dégoûte. Mon Dieu ! de moi comme des autres.

 

« Cela durerait six mois, deux ans, dix ans même, si vous voulez, mais il faut toujours que tout finisse. – Vous me garderiez par une espèce de sentiment de convenance, ou parce que vous n’auriez pas le courage de me signifier mon congé. À quoi bon attendre d’en venir là ?

 

« Et puis, ce serait peut-être moi qui cesserais de vous aimer. Je vous ai trouvé charmant ; peut-être, à force de vous voir, vous eussé-je trouvé détestable. – Pardonnez-moi cette supposition. – En vivant avec vous dans une grande intimité, j’aurais sans doute eu l’occasion de vous voir en bonnet de coton ou dans quelque situation domestique ridicule et bouffonne. – Vous auriez nécessairement perdu ce côté romanesque et mystérieux qui me séduit sur toutes choses, et votre caractère, mieux compris, ne m’eût plus paru si étrange. Je me serais moins occupée de vous en vous ayant auprès de moi, à peu près comme on fait de ces livres qu’on n’ouvre jamais parce qu’on les a dans sa bibliothèque. – Votre nez ou votre esprit ne m’aurait plus semblé à beaucoup près aussi bien tourné ; je me serais aperçue que votre habit vous allait mal et que vos bas étaient mal tirés ; j’aurais eu mille déceptions de ce genre qui m’auraient singulièrement fait souffrir, et à la fin je me serais arrêtée à ceci : – que décidément vous n’aviez ni cœur ni âme, et que j’étais destinée à n’être pas comprise en amour.

 

« Vous m’adorez et je vous le rends. Vous n’avez pas le plus léger reproche à me faire, et je n’ai pas le moins du monde à me plaindre de vous. Je vous ai été parfaitement fidèle tout le temps de nos amours. Je ne vous ai trompé en rien. – Je n’avais ni fausse gorge ni fausse vertu ; vous avez eu cette extrême bonté de dire que j’étais encore plus belle que vous ne l’imaginiez. – Pour la beauté que je vous donnais, vous m’avez rendu beaucoup de plaisir ; nous sommes quittes : – je vais de mon côté et vous du vôtre, et peut-être que nous nous retrouverons aux antipodes.

 

« Vivez dans cet espoir.

 

« Vous croyez peut-être que je ne vous aime pas parce que je vous quitte. Vous reconnaîtrez plus tard la vérité de ceci. – Si j’avais moins fait de cas de vous, je serais restée, et je vous aurais versé le fade breuvage jusqu’à la lie. Votre amour eût été bientôt mort d’ennui ; – au bout de quelque temps, vous m’auriez parfaitement oubliée, et, en relisant mon nom sur la liste de vos conquêtes, vous vous seriez demandé : Qui diable était donc celle-ci ? – J’ai au moins cette satisfaction de penser que vous vous souviendrez de moi plutôt que d’une autre. Votre désir inassouvi ouvrira encore ses ailes pour voler à moi ; je serai toujours pour vous quelque chose de désirable où votre fantaisie aimera à revenir, et j’espère que, dans le lit des maîtresses que vous pourrez avoir, vous songerez quelquefois à cette nuit unique que vous avez passée avec moi.

 

« Jamais vous ne serez plus aimable que vous l’avez été dans cette soirée bienheureuse, et, quand même vous le seriez autant, ce serait déjà l’être moins ; car, en amour comme en poésie, rester au même point, c’est reculer. Tenez-vous-en à cette impression, – vous ferez bien.

 

« Vous avez rendu difficile la tâche des amants que j’aurai (si j’ai d’autres amants), et personne ne pourra effacer votre souvenir ; – ce seront les héritiers d’Alexandre.

 

« Si cela vous désole trop de me perdre, brûlez cette lettre, qui est la seule preuve que vous m’ayez eue, et vous croirez avoir fait un beau rêve. Qui vous en empêche ? La vision s’est évanouie avant le jour, à l’heure où les songes rentrent chez eux par la porte de corne ou d’ivoire. – Combien sont morts qui, moins heureux que vous, n’ont pas même donné un seul baiser à leur chimère !

 

« Je ne suis ni capricieuse, ni folle, ni bégueule. – Ce que je fais est le résultat d’une conviction profonde. – Ce n’est point pour vous enflammer davantage et par un calcul de coquetterie que je me suis éloignée de C*** ; n’essayez pas de me suivre ou de me retrouver : vous n’y réussirez pas. Mes précautions pour vous dérober mes traces sont trop bien prises ; vous serez toujours pour moi l’homme qui m’a ouvert un monde de sensations nouvelles. Ce sont là de ces choses qu’une femme n’oublie pas facilement. Quoique absente, je penserai souvent a vous, plus souvent que si vous étiez avec moi.

 

« Consolez au mieux que vous pourrez la pauvre Rosette, qui doit être au moins aussi fâchée que vous de mon départ. Aimez-vous tous deux en souvenir de moi, que vous avez aimée l’un et l’autre, et dites-vous quelquefois mon nom dans un baiser. »

 

End of Project Gutenberg’s Mademoiselle de Maupin, by Théophile Gautier

 

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